LE DIVISSIME - Restano solo i grandi ricordi. 
Dalla BORRELLI alla GARBO, da RITA l’atomica a MARILYN

C’ERA UNA 
VOLTA
LA MALIARDA DIVA...


Una immagine distrutta dalla televisione e dal giornalismo pettegolo

di Diletta Grella

L’atomica Hayworth, ancheggiando, si sfila un lungo guanto nero, la dolcissima Marilyn fa volteggiare le gonne con il getto d’aria che esce da una grata della metropolitana, l’algida Garbo sorride piegando il capo all’indietro: sono scene indimenticabili, davanti alle quali tutti ci siamo fermati, immobili, scordando per un attimo i nostri piccoli problemi. Questo infatti è il potere della diva: riuscire a catalizzare l’attenzione del pubblico, trasmettergli delle emozioni, farlo sognare, trasportandolo in una dimensione diversa da quella quotidiana. Per provocare una reazione del genere, la diva deve possedere un carisma innato, uno stile particolare, che la distingua da qualsiasi altra attrice. E’ necessario che sappia sfondare la macchina da presa e che entri, desiderata, nella mente e nel cuore di chi guarda. La diva, prima di tutto, deve avere fiducia in sé stessa; Marilyn scrisse: “Qualcuno mi chiese: ‘Se il cinquanta per cento degli esperti di Hollywood ti dicesse che non hai talento, consigliandoti di rinunciare, che cosa faresti?’ La mia risposta fu ed è tuttora la seguente: se me lo dicesse il cento per cento delle persone, quelle cento persone si sbaglierebbero.”

Solo se l’attrice crede fermamente nelle sue capacità, potranno crederci anche gli altri. La bellezza è di grande aiuto, ma non è indispensabile; anzi, alcune imperfezioni possono addirittura diventare una particolarità, laddove lo star system non ritenga di ricorrere alla chirurgia estetica. Il talent-scout può scorgere delle latenti doti divistiche in ragazzine grassottelle o apparentemente insignificanti, ma con l’aiuto di truccatori, parrucchieri e insegnanti di recitazione, può riuscire a farle emergere nel massimo del loro splendore. Così, ad esempio, pare che Greta Garbo, in arrivo da Stoccolma, avesse denti storti e qualche chilo di troppo, ma sotto l’abile guida degli esperti, riuscì a schiudere la sua bellezza.

RITRATTO DELLA DIVA 

Essenziale quindi è che l’attrice, con umiltà, si metta nelle mani degli addetti ai lavori, come ironicamente questa lirica romanesca del Trilussa (del 1916!) ci ricorda: “La scimmia un giorno agnede dar fotografo./ Dice: Vorrei sapé se sò capace/ de fa l’artista ner cinematografo./ Me piace tanto a fa la traggica/ ne la lanterna maggica!/-Eh - disse lui - bisognerà che provi:/ devo prima vedé come te metti/ eppoi come te movi./ Fingi, presempio, d’esse una bestiola/ in una posa un po’ sentimentale,/ che pensa all’ideale/ senza che si sappia dì mezza parola./ La Scimmia, con un’aria d’importanza,/ se mise a sede, fece la svenevole,/ guardò er soffitto e se grattò la panza./ -Brava! -strillò er fotografo- Benone!/ Questo pe fa carriera, basta e avanza:/ sei nata proprio co’ la vocazzione!/ Se allarghi mejo certi movimenti/ chissà che artista celebre diventi”.

La diva dunque come una scimmietta, costretta a ripetere sempre, sul set ma anche nella vita privata, gli atteggiamenti, i gesti, le pose che le hanno insegnato: la star, in presenza di altri, non potrà mai staccarsi dal suo personaggio, se non vorrà che questo perda credibilità. Per il pubblico è impensabile scindere Norma Jeane da Marilyn o Greta Gustafsson da Greta Garbo. La Hayworth, parlando dei suoi incontri d’amore, disse che gli uomini le si avvicinavano per portare a letto Gilda, ma al mattino si svegliavano delusi, trovando al loro fianco soltanto Rita, una donna con le crisi, i dubbi, le incertezze, di qualsiasi altra donna.

La diva quindi, non può permettersi di apparire stanca o malata, perché dalla sua immagine dipende il successo e quindi l’incasso dei film in cui lavora, ma non solo. Quanti abiti, pettinature, prodotti di bellezza devono il loro lancio sul mercato ad un’attrice? Secondo Morin “la star è una merce totale: non c’è centimetro del suo corpo, fibra della sua anima, ricordo della sua vita che non possa essere gettato sul mercato. […] Del resto, le banche di Wall Street avevano un ufficio specializzato in cui venivano quotidianamente quotate le gambe di Betty Grable, il seno di Jane Russel, la voce di Bing Crosby, i piedi di Fred Astaire. La star è dunque nello stesso tempo merce di serie, oggetto di lusso e capitale fonte di valore”.

PRODOTTO COMMERCIALE 

La star diventa un prodotto commerciale, imitato e rincorso dalle donne di tutto il mondo. In proposito gli aneddoti, di sicuro romanzati ma proprio per questo più piacevoli, si sprecano; i parrucchieri cercano inutilmente di riprodurre il biondo naturale di Jean Harlow: ogni tentativo però è vano e tre invasate diventano addirittura calve. Altre aspiranti ammaliatrici vogliono rifare la camminata di Marilyn, arrivando a chiedere ai loro calzolai scarpe di diversa altezza, per riuscirci meglio. Alcune più emancipate copiano i cinturoni e i pantaloni pieni di tasche di Greta Garbo, dimostrando che femminilità e sex appeal non hanno nulla a che vedere con pizzi e corsetti. L’influsso che la diva può esercitare sulle masse, quindi, è enorme. Al proposito la cantante di colore Ella Fitzgerald ci racconta che, per motivi razzistici, all’inizio della sua carriera nessun locale alla moda era disposto a farla cantare; bastò una telefonata di Marilyn: l’attrice promise di andare tutte le sere al Mocambo, un noto night di Los Angeles, e di sedersi in prima fila se avessero permesso ad Ella di cantare. Così fecero: Ella cantava, Marilyn assisteva ogni sera alla sua esibizione e i gestori del Mocambo furono soddisfatissimi per l’enorme afflusso di gente, attratta più dalla bella attrice, che dall’ancora sconosciuta voce di Ella.

La diva non deve necessariamente essere una grande attrice. Il bravo attore è quello che si cala perfettamente nei vari ruoli che interpreta, con sapiente versatilità, apportandovi la sua tipica impronta stilistica. Il divo non ha nulla a che vedere con questo. Anzi. Franco La Polla dice che il divo “è un personaggio al di là di qualsiasi specifico ruolo, che […] è ormai giunto così lontano nell’immaginazione popolare da potersi identificare soltanto con se stesso”. La diva cioè, ha ormai acquisito, nell’immaginario pubblico, delle caratteristiche ben definite, indipendenti da ogni ruolo. Sempre La Polla a sostegno di questa tesi, prende come esempio la vamp: “Proprio il personaggio della vamp è per definizione una maschera impersonale dietro la quale si celano personalità più o meno forti di attrici”.

NON SEMPRE SA RECITARE 

Così, spesso le dive non sono grandi attrici, ma incarnano perfettamente il loro personaggio, non scordandone mai gesti, mosse, atteggiamenti. Sovente, gli stessi film che interpretano non sono granché, eppure tutti li ricordano e li ricorderanno, perché hanno saputo far risaltare al massimo l’attrice principale. Insomma, nessuno può dire che Gilda o Quando la moglie è in vacanza siano film di grande qualità artistica: sono film costruiti apposta per un certo tipo di interprete, per esaltarne le qualità (soprattutto quelle fisiche). Questo del resto è il potere della diva: fare in modo che il regista modelli il suo film su di lei, riuscire ad imporsi al punto tale da influenzare la costruzione di un film.

Cerchiamo ora di ripercorrere le tappe salienti del divismo cinematografico, attraverso le sue rappresentanti più significative. Innanzitutto bisogna dire che il divismo non è un fenomeno nato con il cinema: già precedentemente, nel teatro, erano venuti alla ribalta degli attori adorati dalle folle, anche se nessuno conobbe mai il successo che poi otterranno i divi del cinema. 

In ambito cinematografico, il divismo si può considerare una conseguenza del lungometraggio, che cominciò a svilupparsi intorno al 1911.

Il miglioramento delle tecniche di ripresa e di proiezione rendono possibile, dapprima in Danimarca e in Italia, il passaggio dal corto al lungometraggio. In questo modo il film acquista il valore di un’opera completa e autonoma e grande risalto viene dato al lavoro di autori ed attori. Oltretutto i costi lievitano e i produttori pensano di diminuire i rischi di insuccessi, puntando proprio sul nome degli interpreti. Il pubblico comincia a distinguere i diversi attori e a richiederli, ponendo così le premesse per la nascita del divismo. 

Il primo lancio di un’attrice, in Europa, avviene in Danimarca e la donna in questione è Asta Nielsen (Copenaghen 1883-1972), definita la prima vera “vamp” (il termine stesso è danese). Asta interpreta sempre la parte di eroine disperate, appassionate e tragiche, a cui bene si adatta il suo bel viso pallido, marcato da due grandi occhi scuri. Anche in Italia, a partire dal 1910, le varie riviste di cinematografia cominciano a pubblicare, a tutta pagina , fotografie di attrici.

LA BERTINI, REGINA MUTA 

Da noi, a dare la possibilità alle dive di mettersi in mostra, è il cosiddetto “cinema in frac”: ambientazioni aristocratiche, dannunziane, melodrammatiche; donne languide, dedite all’ozio, all’arte e a passioni distruttive. In questo genere comincia a distinguersi un nome, il primo in Italia: Lyda Borelli (Rivarolo Ligure, Genova 1884-1960). Nello stesso tempo ne emerge un altro, che poi diventerà sempre più importante, quello di Francesca Bertini (Elena Seracini Vitiello, Firenze 1892-Roma 1985), protagonista assoluta del cinema muto italiano: il suo stile comincia a diffondersi ovunque, ristoranti statunitensi servono piatti a lei dedicati e le vetrine si ispirano al suo modo di abbigliarsi. Nata forse nel 1892, la Bertini si dedica al teatro fin da giovanissima ed esordisce nel cinema molto presto. Spesso riveste ruoli patetici, drammatici, di donne bellissime e ricchissime. Fra i suoi film: Lagrime e sorrisi (1912), Idillio tragico (1912), Tramonto (1913) , Assunta Spina (1915), Fedora (1916), Tosca (1918).

In America, sempre a partire dal 1910 circa, viene dato grande slancio allo sviluppo dello star system: le case produttrici, agguerritissime, si combattono puntando sui divi, cercando di accaparrarsene qualcuno o di lanciarne qualcun altro. Oltreoceano si impone Theda Bara (Theodosia Goodman, Cincinnati 1890-Los Angeles 1955), lanciata nel 1914 in C’era una volta uno sciocco: il successo è subito enorme e Theda comincia ad apparire sempre più frequentemente nei film, come esempio della donna bella ma terribilmente spietata e divoratrice (il nome Theda sarebbe un voluto anagramma di “death”, che in inglese significa “morte”). Sembrerebbe che la parola “diva” sia il sinonimo di bellezza sensuale e travolgente, di donna fatale e inavvicinabile e in effetti, per la maggior parte, è così. Ci sono però anche dive che impongono un’immagine diversa e Mary Pickford (Gladys Smith, Toronto 1893-Santa Monica 1979) ne è un esempio. Famosa per la sua lunga e riccioluta chioma bionda (che, una volt a tagliata, inciderà molto sul declino della sua carriera), Mary interpreta sempre la parte dell’ingenua, della ragazzina dolce e infantile che tutti vorrebbero proteggere e che nulla ha a che vedere con le maliarde e fatalone che allora imperversavano.

MARY, FIDANZATA D’AMERICA Mary è di sicuro una diva nell’America dei primi decenni del Novecento: i ragazzi impazziscono per lei, tanto da soprannominarla “la fidanzata d’America”. Non riuscirà mai a scrollarsi di dosso questo ruolo e a ventotto anni interpreterà ancora la parte di un bambino. Fra i suoi film più importanti: La Madonnina del porto (1914), Una povera bimba troppo ricca (1917), Principessina (1917). Intanto lo star system hollywoodiano punta la sua attenzione sulle bellezze straniere che, con i loro tratti somatici particolari possono attirare l’attenzione del pubblico. Ecco dunque che grande risalto viene dato alla polacca Pola Negri (Barbara Apollonia Chalupiec, Janowa, Polonia 1894-Los Angeles 1950). Fra i film a cui prese parte si segnalano: La gitana (1923), La Zarina (1924), L’ultimo addio (1927).

Nel sonoro: Mazurka tragica (1935), Madame Bovary (1937), Pola appare spesso nel ruolo di seduttrice focosa e appassionata. Il mistero e il fascino che aleggiano attorn o a lei, aumentano in seguito alla sua love story con Rodolfo Valentino. Contrapposta in questi anni a Pola Negri e considerata sua più diretta rivale è Gloria Swanson (Chicago 1898-New York 1983), donna spregiudicata e sofisticata, tipicamente dannunziana, dalla bellezza morbida e sensuale (lunghi capelli ondulati, occhi chiari, labbra carnose). Fra le sue interpretazioni principali: L’età d’amare (1922), Zazà (1923), Madame Sans-Gene (1925), Tristana e la maschera (1928), La regina Kelly (1928). L’avvento del sonoro fu per Gloria un duro colpo, a cui parve per lungo tempo non saper far fronte, ma ecco che nel 1950, con Viale del tramonto di Billy Wilder, ritorna sulla cresta dell’onda, proponendo la triste storia, molto autobiografica, di una diva costretta a fare i conti con il tempo che passa. Fra le due guerre l’America vive anni di crisi economica; in risposta a tanta depressione il cinema propone due biondone esplosive, che in poco tempo si impongono nell’immaginario collettivo e non solo americano: Mae West e Jean Harlow.

MAE WEST, TUTTA ISTINTO - Mae West (Brooklyn 1892-Hollywood 1980) incarna da subito il simbolo del sesso, in un’America proprio in quegli anni così puritana. Trasgressiva anche nella vita di tutti i giorni, Mae scrive romanzi e commedie a tema sessuale e finisce in carcere proprio per la pubblicazione di uno di questi libri, dal titolo quanto mai esplicito “Sex”. In tutti i suoi film, in totale 12 (fra cui Una notte dopo l’altra, Lady Lou, La bellona degli anni ’90, Va all’ovest giovanotto) si presenta estremamente provocante, tutta moine e mossette, quasi paladina di una battaglia per la liberazione degli istinti. 
Jean Harlow (Harlean Carpenter, Kansas City 1911-Hollywood 1937) comincia a lavorare piuttosto giovane, come comparsa. Fra i suoi primi film: Luci della città (1931), Gli Angeli dell’inferno. Diventa uno dei più desiderati sex symbol degli anni Trenta, grazie ai ruoli che le vengono offerti, quasi sempre di donne volgari, spregiudicate. A partire dal 1932 riesce, grazie alla conoscenza del produttore Paul Bern che sposerà lo stesso anno, a scrollarsi di dosso il ruolo di biondona vamp e ad interpretare film degni di rilievo come Lo schiaffo (1932), La donna dai capelli rossi (1932), Pranzo alle otto (1933), Tentazione bionda (1935), La donna del giorno (1936). Muore a soli ventisei anni colpita da una grave malattia renale.

Greta Garbo (Greta Louisa Gustafsson, Stoccolma 1905-New York 1990) rappresenta un fenomeno divistico tutto particolare, per il risalto e l’importanza che seppe mantenere intatti per molti anni. Approdata al cinema quasi per caso (i grandi magazzini per cui lavorava, le chiesero di pubblicizzare alcuni prodotti), Greta si trasformò ben presto, da quella ragazzina un po’ grassottella che era, in una donna piena di charme e di fascino, ammirata ed esaltata dalle folle di tutto il mondo. Tanto entusiasmo venne sapientemente guidato dalle case produttrici, che fecero di tutto per alimentare il mistero intorno alla diva: la Garbo non appariva mai in pubblico, girava con grandi occhiali neri, avvolta in cappottoni lunghi fino alla caviglia, per sfuggire agli occhi indiscreti dei curiosi. Presto gli aggettivi con cui venne identificata furono “misteriosa” e “divina”. Sullo schermo spiccano i suoi sguardi, i movimenti della testa, le espressioni: della Garbo, a differenza per esempio di Marilyn, viene esaltato soprattutto il volto, piuttosto che il corpo, forse un po’ troppo mascolino.

 Interpreta spesso la parte di donne fatali e travolgenti (La tentatrice, Anna Karenina, La donna divina, Il bacio, Mata Hari, Margherita Gauthier, La Regina Cristina) provate dalla vita, che raramente si concedono a risate spensierate, tanto che quando in Ninotcka (1939) rise, la stampa di tutto il mondo celebrò l’evento. Contrapposta alla irraggiungibile Garbo, troviamo la più avvicinabile MARLENE DIETRICH; (Maria Magdalena von Losch, Weimar 1901 o Berlino 1902-Parigi 1992) esordisce giovane in teatro e il regista Sternberg, vedendola, decide di scritturarla per L’angelo azzurro (1930): a cavalcioni di una sedia, scarpe bianche a tacco alto, calze arrotolate, canta “Stasera io voglio un uomo vero, un vero uomo, l’uomo che fa per me”.
Di lei Ghiotto dice: “Siamo lontani dalle donne fatali che il cinema aveva presentato fino ad allora, superbe, teoricamente inaccessibili, vinte solo dall’amore romantico. Qui la protagonista è socialmente degradata, confinata in uno squallido cabaret, né l’amore ha per lei misteri”. Presto diventa il simbolo di una sensualità misteriosa e sfrontata, alimentata dalla voce roca e dalle splendide gambe. Tra il 1930 e il 1935 gira con Sternberg sei film che segnano l’apice del suo successo: Marocco (1930), Disonorata (1931), Shangai Express (1932), Venere Bionda (1932), L’imperatrice Caterina (1934), Capriccio spagnolo (1935). Proprio con Sternberg, Marlene darà il meglio di sé stessa, grazie all’intesa, e non solo lavorativa, che unirà i due (tanto che il regista arriverà a dire: “Io sono la signorina Dietrich e la signorina Dietrich è me”). Sternberg studierà un’illuminazione appositamente per lei, per metterne in risalto l’enigmatica bellezza. In seguito l’attrice lavorerà con altri registi: Angelo (1937), L’ammaliatrice (1940), Scandalo internazionale (1948), Testimone d’accusa (1957)

RITA HAYWORTH, SEX SYMBOL (Margarita Carmen Cansino, New York 1918-1987). Nata come ballerina, a 17 anni comincia la carriera di attrice, impersonando il ruolo della fatale bellezza latina; lunghi capelli rossi, incarnato pallido, sguardo provocante,
 Rita non impiega molto ad imporsi come sex symbol. Sangue e arena (1941), L’inarrivabile felicità (1941), Non sei mai stata così bella (1941), Gilda (1946) sono i suoi film più famosi. “Amado mio” e “Put the Blame on Mame”, due delle canzoni che interpreta in questi film, fanno il giro del mondo. Il successo di Gilda poi, è tale che il suo ritratto viene messo sulla prima bomba atomica americana, fatta esplodere sull’atollo di Bikini: Rita pianse quando apprese la notizia e affermò che fu solo una trovata pubblicitaria stupida, della Columbia. Con Orson Welles interpreta La signora di Shangai nel 1946. Alla fine degli anni Sessanta abbandona lo schermo, già minata dalla malattia che la porterà alla morte.

L’ULTIMA: 

MARILYN (Norma Jean Baker Mortenson, Los Angelels, 1926- Hollywood 1962). Molti la considerano l’ultima vera diva. Morta nel 1962, negli anni in cui il divismo ormai cominciava a perdere di significato, sembra chiudere un’epoca. Altre attrici, più o meno sue coetanee, come Brigitte Bardot o Sofia Loren, furono probabilmente, da giovani, delle dive; ma, e qui sta la differenza, sono ancora vive; sono cioè sopravvissute alla fine del divismo e in questo modo, il loro stesso divismo è stato un po’ smorzato.
La fama di Marilyn invece, è stata alimentata e definitivamente suggellata proprio dalla morte, avvenuta oltretutto in circostanze misteriose. Ad aumentare la sua notorietà contribuirono poi le numerose storie d’amore con campioni sportivi (Joe Di Maggio), intellettuali (Arthur Miller) e politici (John e Robert Kennedy) di tutto rilievo. 

Di lei un critico scrisse: “sedere in prima fila guardando un film di Marilyn Monroe avrebbe fatto sciogliere l’Alaska”. Sì, perché Marilyn, in tutte le sue interpretazioni, fu l’incarnazione del sesso ingenuo e generoso, irresistibile e incalcolato; fra i suoi film più noti: Niagara (1953), Gli uomini preferiscono le bionde (1953), Come sposare un milionario (1953), La magnifica preda (1954), Quando la moglie è in vacanza (1955), Fermata d’autobus (1956), Il principe e la ballerina (1957), A qualcuno piace caldo (1959), Facciamo l’amore (1960), Gli spostati (1961).

CREATURE DA AMARE Così ne parlò Truffaut: “Non c’è spazio per riflessioni erudite: anche, nuca, ginocchi, orecchie, gomiti, labbra, palmo delle mani e curve sopraffanno carrelli, angolazioni, panoramiche, dissolvenze incrociate e attacchi sull’asse. Tutto ciò, occorre ammetterlo, non è esente da una certa volgarità, consapevole, voluta, centellinata e, in definitiva, assai efficace”. La diva è una creatura da amare. Spesso (potremmo probabilmente dire sempre) i film in cui compare la vedono protagonista di storie d’amore a lieto o a triste fine. Lei, col suo corpo, con la sua grazia, con il suo stile, sembra fatta apposta per essere il sogno di tutti. Gli uomini la desiderano, cercano di immaginarsi (ma solo per poco, perché sarebbe quasi una bestemmia), al suo fianco.
Guardano estatici il compagno che le sta accanto nel film, per vedere come sia riuscito, beato lui, a conquistarla. Le donne invece l’ammirano, cercando magari di carpirne qualche atteggiamento, qualche sguardo, da ripetere poi nelle mura domestiche o fra le braccia dei fidanzati. L’invidia sarebbe assurda, perché la diva non è più una donna al pari di tutte le altre ed è quindi normale che tutti gli uomini la vogliano. Ma, nella vita di tutti i giorni, chi può permettersi di comparire al fianco di queste semidivinità? Fino al 1930 la diva non poteva amare altri che un divo del suo calibro: Pola Negri e Rodolfo Valentino per esempio (e i cattivi dissero che l’attrice non recitò mai così bene come al funerale di Rodolfo, quando ne seguì il feretro disperandosi, in gramaglie). 

La diva fino alla seconda guerra mondiale non poteva apparire incinta, con i figlioletti in braccio, o a spasso con un uomo comune. A partire dal 1939 invece, acquista attributi più familiari. Può amare anche nababbi (Ali Khan-Rita Hayworth) o campioni sportivi (Marilyn-Joe Di Maggio). Lentamente si indaga sempre di più nella sua vita sentimentale, si scoprono i suoi amanti, le sue relazioni clandestine: secondo Morin “... il suo pubblico non è geloso dei suoi amanti a meno che questi non la sottraggano al cinema. E’ allora che i fan ingannati e traditi se la prendono con Rita Hayworth e Ingrid Bergman per averli abbandonati. La star può passare da un amore all’altro, a patto di restare fedele all’appuntamento d’amore collettivo delle sale cinematografiche. Il suo matrimonio suscita le più vive simpatie, il suo divorzio una solidarietà ancora maggiore. La posta che riceve un’attrice aumenta di solito dopo il divorzio”.

IL TRAMONTO DELLE STARS 

E’ difficile pensare oggigiorno (come del resto ormai dagli anni Sessanta) ad un’attrice che possa essere definita diva. Certo non mancano le grandi interpreti, le brave professioniste che non possiamo dimenticare per alcune loro interpretazioni, e le varie Meryl Streep e Susan Sarandon ne sono un esempio. Non mancano le bellone (Sharon Stone, Kim Basinger & C.) davanti alle quali gli spettatori tramortiscono e le spettatrici cercano invano di trovare qualche difettuccio. Ma da lì a parlare di diva ce ne corre. Eh sì, bisogna proprio dire che l’era dei miti è ormai tramontata da un bel pezzo e la responsabilità è da addebitare all’evoluzione dei costumi e delle abitudini sociali. In passato le attrici erano visibili soltanto al cinema. Chi voleva godere della loro compagnia doveva per forza recarsi (e in orari prestabiliti) nelle poche sale della città, talvolta raggiungibili dopo lunghe camminate, socialmente deputate al culto delle divine.

Oggi l’attrice, con l’avvento della televisione, può essere nostra in qualsiasi momento: basta accomodarsi sulla poltrona di casa e fare un po’ di zapping o inserire una videocassetta nel registratore. Perfino negli autoparcheggi, nei drive-in, nei fast-food, i megaschermi sono in funzione giorno e notte: fra una portiera che sbatte, una strombazzata, un panino al ketch-up è ben difficile che un’attrice riesca a mantenere intatto il suo fascino misterioso. Lei, la “diva”, che distaccata e intoccabile, si dava al suo pubblico con oculata parsimonia, non può sopravvivere all’inflazione della sua immagine. Con gli anni Sessanta poi, si sviluppa un tipo di cinema che fa volentieri a meno della diva e la nouvelle vague francese ne è un chiaro esempio. Questo cinema si basa soprattutto sugli autori, sui registi che spesso scelgono per i loro film interpreti totalmente sconosciuti, presi anche dalla strada. Propongono quindi un cinema che tratta della vita di tutti i giorni, che scandaglia l ’animo umano per studiarne i sentimenti e le pulsioni, un cinema insomma, per cui sono del tutto superflue le mosse e i sorrisi di una diva, che catalizzerebbe tutta l’attenzione su di sé.

ADDIO, FASCINO DEL SEGRETO 

Anche il giornalismo ficcanaso e pettegolo ha contribuito alla distruzione della diva. Era impensabile un tempo proporre la foto di una Greta Garbo o di una Francesca Bertini che addentavano un tramezzino o che facevano la coda ad un bagno pubblico. La Bertini stessa affermava: “In Italia, la curiosità del pubblico era alimentata dalla straordinaria riservatezza della mia vita privata. [...] Pochissimi erano coloro che potevano affermare di avermi vista di persona. Gelosa di me e del mio affascinante lavoro, uscivo molto raramente. Anche a Roma, dove pure vivevo quasi tutto l’anno, ero un po’ un mito. Voglio essere sincera: da questo atteggiamento non esulava il calcolo. Avevo intuito che agendo diversamente, avrei forse spezzato l’incantesimo. [...] Se improvvisamente questa donna fosse scesa tra la folla vi avrebbe abbandonato parte del suo fascino segreto”. La Garbo arrivava a chiedere di coprire il set di tende nere per evitare gli sguardi indiscreti dei curiosi. Chi le fu vicino disse che odiava essere riconosciuta e che una volta la ritrovarono felice a bere vino nella capanna di un contadino che, non avendo la televisione, non sapeva chi fosse.

LA DIVINA AL SUPERMARKET - Se il pettegolezzo ben studiato e calcolato può incrementare la curiosità intorno ad un personaggio, un’azione lesiva e distruttiva di un’immagine può svolgere l’attività dei paparazzi o dei rotocalchi scandalistici che, da qualche decennio ormai a questa parte, cercano spasmodicamente di proporci le attrici nella quotidianità, al supermarket piuttosto che su uno scooter: che senso avrebbe porre su un piedistallo chi vive una vita per molti aspetti simile alla nostra? Un fatto è tuttavia certo: che il divismo fu un fenomeno di notevole rilevanza, non solo a livello cinematografico, ma anche psicologico e sociale. Un fenomeno chiave che può aiutarci a capire cinquant’anni di storia, che può farci sentire più vicini i sogni e i desideri delle generazioni che ci hanno preceduto. Non solo di quelle però, visto che, ancora oggi, siamo in molti a sfogliare le foto delle divine con ammirazione e tanta nostalgia!

di Diletta Grella

Ringrazio per l'articolo
concessomi gratuitamente
dal direttore di

UN'ALTRA PUNTATA SUL CINEMA HOLLYWOOD E LA GUERRA >> 


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