GUERRE - DELLA MEDICINA PERO' - LE GRANDI CONQUISTE - 
seconda parte 

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Sir Alexander Fleming
scopritore della penicillina

DAGLI ANTIBIOTICI
SALVAVITA
AL PRIMO TRAPIANTO
DI CUORE

di SERGIO CHITI

 

Nel 1901 fu conferito al professor Röntgen, per gli studi fatti sui raggi x, il Premio Nobel per la Fisica. Le 50.000 corone di premio furono versate dallo scienziato all'Università di Wurzburg, né Röntgen volle mai brevettare la sua scoperta, convinto com'era che "ogni scoperta o invenzione appartiene all'Umanità intera...". 
Tutto per il meglio? Non mancarono le amarezze, che vennero soprattutto da un fisico di origine austro-ungarica che viveva in Germania, il professor Lenard, che accusò Röntgen di non essere altro che il ladro dei suoi studi, essendo stato lui il primo a studiare i raggi catodici. In periodo nazista (Röntgen era già morto) Lenard cercò anche, forte della sua personale amicizia con Hitler, di farsi riconoscere "ufficialmente" la paternità della scoperta. Ma nel 1951 la Repubblica Federale Tedesca, in occasione del cinquantenario del conferimento del Premio Nobel, troncò definitivamente le discussioni, con l'emissione di un francobollo celebrativo con l'effigie di Röntgen.

La disputa tra i due scienziati non fa che confermare quanto dicevamo agli inizi di questa nostra narrazione: le grandi scoperte sono raramente frutto del lavoro di un solo uomo, isolato nel suo studio. Né alcuna grande scoperta è definitiva, ma è in genere una tappa sul cammino della conoscenza. Purtroppo però le dispute sulla paternità delle scoperte della scienza spesso assumono toni aspri, a volte anche, come vedremo, di bassa bottega. Ma di questo non scandalizziamoci: gli scienziati sono uomini, e come tutti gli uomini possono cadere preda delle passioni, perdendo quel distacco, quella imperturbabilità, che tanto ci piacerebbe immaginare nell'uomo dedito solo al bene dell'Umanità. Se Mister Hide ogni tanto fa capolino, consoliamoci considerando quanto bene ha fatto prima, e quanto ne farà ancora, il dottor Jeckill. 

Il Novecento iniziava così con le emozioni suscitate dai misteriosi raggi X, una delle scoperte scientifiche che maggiormente eccitò l'immaginazione popolare. Ma se gli studi del fisico tedesco aprirono la strada a una branca della medicina, la radiologia, che ha a sua volta innumerevoli settori di intervento, il nostro secolo resterà segnato soprattutto dalla vittoria della medicina contro le malattie infettive, con la scoperta dei sulfamidici e degli antibiotici. Si badi bene, quando parliamo di "vittoria", non usiamo questo termine in senso assoluto.

Se alcune malattie (lo vedevamo prima per il vaiolo) possono considerarsi ormai definitivamente debellate, il campo delle infezioni è così sterminato che forse una vittoria totale non ci sarà mai. Ma senza dubbio la scoperta dei sulfamidici e degli antibiotici consentì finalmente di agire contro le cause dell'infezione e non semplicemente contro gli effetti della stessa.

Nella prima metà degli anni 30 le infezioni da streptococco (le più comuni) mietevano un numero elevato di vittime. Contro le infezioni esterne o locali, come, ad esempio, le ferite infette, esistevano già rimedi abbastanza efficaci. Ma se da una ferita apparentemente innocua, magari proprio per questo non disinfettata, derivava una setticemia, non restava che affidarsi alla speranza che la fibra del paziente fosse più forte della malattia. E lo stesso accadeva per altre malattie, come la polmonite o a meningite. Nel 1933 un medico tedesco che si era dedicato alla ricerca, Gerhard DOMAGK, ricevette l'incarico di direttore dell'Istituto di Patologia Sperimentale e Batteriologia di Wupperthal-Elberfeld. Il suo interesse era attratto da alcuni studi già effettuati sulle possibili proprietà antibatteriche dei coloranti che venivano impiegati nell'industria tessile. Il dottor Domagk era uno scienziato "sui generis": il risultato negativo delle prove "in vitro" (quelle effettuate in provetta o piastra di vetro) avrebbe dovuto indurlo a cambiare obiettivo. Ma per qualche ragione lui era convinto che il derivato di un colorante, il "Prontosil rosso", potesse avere proprietà antibatteriche. E passò alle prove "in vivo", principalmente su topi e conigli e questa volta i risultati furono ottimi: i topi infettati con lo streptococco guarivano se trattati col Prontosil. Contra facta non datur sententia, asserivano i latini, ossia "contro i dati di fatto non esiste discussione". Giusto: ma uno scienziato non può fermarsi ai dati di fatto, deve capire il meccanismo che li determina. Le ricerche sul Prontosil continuarono serrate, finché nel 1935 la sperimentazione fu estesa a Francia, Inghilterra e Stati Uniti.

E in Francia, all'Istituto Pasteur di Parigi due scienziati, BOVET e COLL, scoprirono che l'azione antibatterica del Prontosil dipendeva da un gruppo chimico in esso contenuto, il "sulfonamidico", che riuscirono a isolare e successivamente a sintetizzare, impiegandolo con successo in alcune infezioni umane. La scoperta della nuova sostanza, col nome semplificato di "SULFAMIDICO", suscitò enormi entusiasmi e speranze. La mortalità per infezioni da streptococco (meningite, polmonite, febbre puerperale, endocardite) crollò dal 90 % al 20 %. Il dottor Gerhard Domagk, "padre" dei sulfamidici, ebbe il giusto riconoscimento: nel 1939 gli venne conferito il Premio Nobel per la Medicina. 

Peccato che nel frattempo in Germania un omino coi baffi, Adolfo Hitler, avesse assunto il potere; e tra le altre assurdità, un decreto del Fuhrer, datato 31.1.1937, proibiva ai cittadini del Reich di ricevere riconoscimenti dalla Fondazione Nobel. Domagk pensò di poter aggirare il divieto chiedendo il passaporto per recarsi a Stoccolma a leggere semplicemente una relazione scientifica: ottenne solo di passare qualche giorno nelle prigioni della Gestapo, mentre alla stampa tedesca veniva proibito di dare notizia del conferimento del premio.
Il nazismo pretendeva di poter regolamentare anche lo studio e il progresso scientifico; ma quando uno dei prediletti di Hitler, l' SS Obergruppenfuhrer Heydrich restò vittima a Praga di un attentato ad opera dei partigiani cechi (era il 2 giugno del 1942) fu lo stesso Fuhrer a sollecitare l'uso dei sulfamidici per salvare il suo luogotenente dalle gravi ferite riportate. Heydrich morì, si dice, perché i sulfamidici furono usati in ritardo e in dosi insufficienti, soprattutto per l'opposizione del dottor Gebhart, ufficiale medico delle SS, che era scettico sull'efficacia di questi nuovi farmaci. 

Solo nel 48 Domagk poté recarsi a Stoccolma; ma i rigidi regolamenti della Fondazione Nobel (il premio in danaro, non ritirato entro un anno, doveva essere incamerato dalla Fondazione) permisero di conferirgli solo un bel diploma e una medaglia d'oro. Meglio che niente... Mentre alcuni studiosi, come abbiamo visto, scoprivano i sulfamidici mettendo a segno una prima grande vittoria nella guerra contro le infezioni, altri studiosi erano impegnati, in altre parti del mondo, a compiere ricerche sulle muffe, sviluppando alcuni studi iniziati sul finire del 1928 da uno scienziato londinese, Alessandro FLEMING. Due ricercatori della Scuola di Patologia di Oxford, FLOREY e CHAIN, australiano il primo e tedesco, transfuga del nazismo il secondo, pubblicarono nell'agosto del 1940, sull'autorevole rivista medica "Lancet", un articolo nel quale riferivano le loro esperienze sul fenomeno dell' "antagonismo batterico", in virtù del quale quando due specie batteriche vengono a contatto tra loro, l'una tende a sopraffare l'altra. Era il vecchio concetto della "antibiosi". L'articolo capitò sotto gli occhi di Fleming stesso, che raggiunse precipitosamente i due studiosi di Oxford. Aveva vivissima nella memoria l'esperienza vissuta poco più di dieci anni prima: la scoperta casuale in laboratorio delle proprietà antibatteriche delle muffe del genere "Penicillium", che si mostravano in grado di distruggere streptococchi, stafilococchi, pneumococchi e bacilli della difterite, mentre erano inefficaci contro altri bacilli, come quelli del tifo.

Il 13 febbraio del '29 una relazione di Fleming al Medical Research Club si era persa nell'indifferenza di un pubblico distratto, anche per colpa di Fleming stesso, scienziato di valore, ma di temperamento timido e riservato, che aveva tenuto la sua relazione in toni dimessi, quasi più preoccupato di sottolineare lo stato iniziale delle ricerche rispetto ai risultati importanti già conseguiti. La relazione era stata anche pubblicata sul prestigioso British Journal of Experimental Pathology; ma nessuno se ne era occupato. Fleming, come tanti altri innovatori, doveva fare l'amara constatazione che il potere, sia esso politico o medico, ha soprattutto come preoccupazione quello di tutelare sé stesso. E tutte le novità sono potenzialmente pericolose. 

La scoperta della penicillina cadde così nel vuoto, rimanendovi per un decennio. Sembra un'assurdità, ma proprio il precipitare del mondo verso la Guerra Mondiale permette la ripresa degli studi. Le autorità sono preoccupate di trovare nuove sostanze per combattere le infezioni che, nessuno si fa illusioni, saranno numerose sia tra i soldati che tra la popolazione civile. Florey e Chain si trovano a disporre di insperati fondi per le ricerche, che partono, come dicevamo prima, proprio dalle esperienze di Fleming, pubblicate dieci anni prima. Il vecchio scienziato e i due giovani si trovano a lavorare insieme e subito si scontrano col primo problema pratico: sull'efficacia della penicillina non vi sono più dubbi, ma bisogna poterne produrre in quantitativi adeguati alla prevedibile richiesta.

Dalle prime applicazioni sull'uomo infatti si è sperimentato che per un trattamento completo di un'infezione con penicillina servono, all'origine, cento litri di coltura da cui estrarre la benefica muffa. E' un quantitativo enorme, né l'Inghilterra, che ora è incalzata dall'offensiva nazista dal cielo, mentre le sue truppe conoscono la rovinosa ritirata di Dunkerque ha i mezzi per sviluppare ulteriormente la produzione. 
Ma gli scienziati non demordono. Florey parte per un giro "pubblicitario" negli Stati Uniti e in Canada, e i risultati sono eccellenti. I laboratori americani sviluppano modalità di produzione, individuando anche altre muffe, più produttive, sempre del genere "Penicillium", che permettono, in un paio di anni, di superare tutti i problemi di produzione della penicillina. 
La penicillina resterà "top secret" per il periodo bellico, venendone l'uso praticamente riservato solo agli eserciti alleati. Ma la fine delle ostilità permise la diffusione dell'antibiotico in tutto il mondo, quasi a confortare la nuova ansia di vita e le nuove speranze che finalmente vedevano la luce dopo gli anni del massacro. 

Potremmo in fondo, fermarci qui: antibiotici e sulfamidici hanno talmente cambiato le modalità delle cure e la vita degli uomini, che il nostro secolo potrebbe essere definito, pur con tutte le sue sciagure, come il secolo in cui si sono aperte, grazie alla scienza, più prospettive di vita per l'uomo. Ma vogliamo almeno accennare ad altre due tappe importantissime della storia della medicina: la sconfitta della poliomielite e i trapianti di cuore. Chi scrive ricorda ancora la penosa visione di bambini colpiti dalla poliomielite, costretti all'uso di stampelle; ma erano gli ultimi casi, perché la vaccinazione di massa avrebbe presto fatto scomparire questa malattia. 

La lotta contro la poliomielite inizia nell'agosto del 1921, quando un giovane e brillante politico americano, Franklin Delano Roosevelt, contrae il terribile male. Il trentanovenne senatore è dotato di una volontà di ferro. Superata la malattia, ma perso l'uso degli arti inferiori, non si scoraggia ed inizia defatiganti programmi di riabilitazione. E' comunque un'esperienza dura e penosa, che lo spingerà, una volta eletto Presidente, a lanciare un programma di ricerca su vasta scala, invitando ogni americano a versare il 20 gennaio di ogni anno un "Dime" (una moneta da dieci centesimi) per contribuire alla lotta contro il flagello. Con questa e con altre iniziative "all'americana" una Fondazione appositamente costituita per la lotta alla Paralisi Infantile si trovò nel 1949 a disporre della notevole somma di 1.370.000 dollari, che permise l'inizio di studi sistematici in diverse Università, nonché l'acquisto di un primo lotto di 30.000 scimmie per esperimenti. E i primi risultati non si fecero attendere: vennero individuati i tre fondamentali tipi di virus responsabili della poliomielite. Non restava che la creazione di un adatto vaccino.

E qui inizia la vicenda che vide coinvolti due scienziati, un microbiologo polacco immigrato negli Stati Uniti, ALBERT SABIN, che insegnava all'Università di Cincinnati e un immunologo di origine russa, Jonas EDWARD SALK, che si era già fatto un nome nel 47 realizzando un vaccino antinfluenzale. Come spesso accade i due scienziati avevano proceduto per strade parallele, entrambi alla ricerca dello stesso risultato, ma con metodologie diverse. Salk aveva realizzato un vaccino con virus uccisi, che sembrò a un certo punto efficacissimo, tanto che la Fondazione per la lotta alla Paralisi Infantile il 12 aprile 1955, decimo anniversario della morte di Roosevelt, diede il "via libera" alla commercializzazione del prodotto, che fu preceduta da un' eccezionale promozione pubblicitaria. In effetti l'affare era colossale: ogni dose costava solo due dollari, ma si prevedevano vendite di diecine di milioni di dosi: le industrie farmaceutiche si gettarono a capofitto nel "business"... 

Ma la prova dei fatti fu meno entusiasmante delle aspettative. Il vaccino di Salk non dava un'immunità al 100%; poi intervenne anche una doccia fredda dovuta al tragico errore di una casa farmaceutica che mise sul mercato un lotto di vaccino in cui i virus non erano stati inattivati nei modi dovuti, causando così centonovantadue casi di poliomielite. Nel frattempo Sabin aveva proseguito sulla sua strada, quella dell'uso di virus non uccisi, bensì attenuati, secondo tecniche già note per altri microrganismi. La sperimentazione condotta dapprima su 10.000 scimmie, poi vaccinando 200.000 bambini a Singapore dimostrava che il vaccino di Sabin era efficace al 100%, oltre ad avere un altro vantaggio non indifferente per un farmaco destinato a vaccinazioni di massa sui bambini: era sufficiente prenderne una dose per bocca, mentre il vaccino di Salk comportava tre somministrazioni per iniezione. Insomma, tutto faceva supporre che il metodo Sabin prendesse il sopravvento su quello di Salk.

Ma gli affari sono affari: le industrie farmaceutiche americane si erano troppo impegnate sul metodo Salk e sarebbe stato antieconomico riconvertire attrezzature e materiali... Sabin si rese conto che la sua lotta in America era, almeno al momento, inutile. E nel 1959 se ne tornò in patria. Nei paesi dell'Est europeo la poliomielite infuriava, ma le vaccinazioni di massa effettuate col metodo Sabin diedero risultati eccellenti. La Cecoslovacchia fu il primo paese ad avviare il programma di vaccinazione; alla metà del 1961 la poliomielite era ormai scomparsa dai paesi dell'Europa dell'Est, URSS compresa. 

Finalmente, nel marzo del 62, l'American Medical Association raccomandò che tutte le vaccinazioni antipolio fossero eseguite col metodo Sabin. La reazione di Salk fu purtroppo scomposta. Arrivò ad accusare "quel comunista di Sabin" di "aver venduto il suo vaccino ai russi". Sconfortante. Se anche Sabin fosse stato comunista (e non lo era), questo non era di alcuna importanza. Era piuttosto importante il fatto che il suo vaccino era efficace e che, particolare irrilevante, Sabin non aveva venduto proprio niente. Anzi, rifiutò di brevettare le sue scoperte, mettendole a disposizione dei bambini di tutto il mondo. 

E vorremmo concludere questo nostro viaggio nella medicina trasferendoci a Città del Capo, nella notte tra il due e il tre dicembre del 1967. Un cardiochirurgo di quarantaquattro anni, di nome CHRISTIAN BARNARD, si appresta a fare una cosa pazzesca, assurda. Sa che potrà essere giudicato un folle, che alcuni gli daranno anche del criminale (come in effetti accadde), ma rischia tutto sé stesso, la sua carriera, la sua reputazione, perché deve fare la cosa che per un medico è la più importante in assoluto: salvare una vita umana. C'è un paziente di nome Louis Washkansky, che a soli 53 anni è condannato a morte da una grave forma di diabete e di insufficienza cardiaca.

I medici sanno che non c'è più nulla da fare; lo sa anche il paziente. C'è una sola strada da percorrere: dargli un cuore nuovo. Nel pomeriggio del due dicembre un incidente stradale ha stroncato la giovane vita di Ann Darvall, di 24 anni. Il padre, nello strazio per la perdita della figlia, acconsente a che il suo cuore sia donato a quel signore di 53 anni, in fin di vita; e il dottor Christian Barnard decide di operare, affidandosi alla sua abilità di chirurgo e all'aiuto di Dio. Alle 6.13 del 3 dicembre 1967 il cuore della giovane ha ripreso a battere nel petto dell'uomo. Washkansky vivrà solo per altri diciotto giorni. I problemi del "rigetto" erano ancora grandi, ma lui, il padre di Ann, il dottor Barnard, avevano aperto una nuova strada alla speranza. 
Chi scrive ebbe la ventura, pochi mesi fa, di chiacchierare con un negoziante di Milano, che gli disse: "Io da cinque anni vivo con un cuore nuovo. Sto bene, mi hanno ridato la vita e sono pieno di gratitudine. Lei non può immaginare come si capisca la grandezza del dono della vita, quando si è stati così vicini alla morte..." 

Concludiamo, nella coscienza dell'incompletezza della nostra narrazione. Non volevamo, né potevamo fare una completa storia della medicina del ventesimo secolo. Ci vorrebbe ben più dello spazio di una rivista. Ma siamo convinti che l'aver fatto memoria di tante conquiste vada anche ad onore di chi non abbiamo potuto citare, e serva ad imparare a sperare di più nell'uomo, capace anche di cose grandi.

di SERGIO CHITI

Ringrazio per l'articolo
concessomi gratuitamente
dal direttore di

 


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