GUERRE - DELLA MEDICINA PERO' - LE GRANDI CONQUISTE - 
 prima parte 


Robert Koch, lo scienziato che
identificò il bacillo della Tbc

I JAMES BOND
DEL MICROSCOPIO
E LA LUNGA GUERRA
AI NEMICI INVISIBILI

di SERGIO CHITI

 

1943 -  Mentre in Italia   Mario Appelius, 
invitava Dio a "stramaledire gli inglesi", un sardo, Giuseppe Brotzu....
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E' vero che lo storico dovrebbe, per sua stessa natura, guardare il passato, scrutarlo, studiarlo, eccetera; ma oggi abbiamo voglia di partire dal presente, da alcuni fatti banali della vita di ogni giorno. 

Immaginiamoci per esempio una domenica mattina: ci siamo svegliati, abbiamo realizzato che oggi è festa, magari abbiamo uno o due figli in ottima salute e di buon appetito che fanno la prima colazione. Usciamo per prendere il giornale e incontriamo la signora del piano di sopra, che con i suoi ottantatré anni è ancora vispa, solo un po' sordastra; poi incontriamo un'amica che spinge una carrozzina e ci fermiamo a chiacchierare un po' con lei, per complimentarci per il suo bellissimo bambino di pochi giorni (i bambini piccoli sono tutti bellissimi, anche quando sono orrendi) e per commentare il fatto che il nostro figlio più piccolo ha appena fatto il morbillo, mentre la sua più grande ha fatto la scarlattina. In altre parole, hanno fatto un po' di giorni di vacanza da scuola. E così via. 

Ora non chiedetevi se il vostro storico stia rincitrullendo: non vogliamo certo intrattenervi con un articolo in cui descrivervi come tirar sera in un giorno di festa. Vogliamo solo mettere in luce che, nelle irrilevanti vicende sopra elencate, ci siamo imbattuti in una serie di cose che ormai diamo per scontate, tanto fanno parte della nostra quotidianità: dei figli sani, una vecchietta in gamba, una mamma felice di portare a spasso il suo bimbo appena nato, due genitori che parlano con distacco dei figli che hanno contratto malattie di scarsa importanza, certo non pericolose. 

Torniamo ora a fare gli storici; ci basta andare indietro di cent'anni e quella vecchia signora avrebbe rappresentato un vero "sfondamento" dell'età media; quel bimbo in carrozzina sarebbe stato "a rischio" per il solo fatto di non aver ancora compiuto il primo anno di vita, di quelle malattie non si sarebbe ragionato con distacco, ma col cuore pieno di angoscia. Lasciamo parlare i numeri: la durata media della vita, che attualmente sta sfiorando gli ottant'anni anche per gli italiani di sesso maschile (mentre il gentil sesso ha già superato questa soglia), all'inizio del secolo superava di poco i cinquant'anni. 

Nel 1901, in Italia, la mortalità infantile nel primo anno di vita era di 168 bambini ogni 1.000; nel 1935 questo triste numero era già sceso a meno di 100. Oggigiorno la mortalità infantile nel primo anno di vita è di poco superiore all'uno per mille. Sfogliando un dizionario medico del 1938 apprendiamo che il morbillo era una malattia grave, con possibile esito mortale, e che l'isolamento legale per il malato di scarlattina era di quaranta giorni, mentre la cura consisteva, sostanzialmente, in riposo e alimentazione controllata e nella speranza che il malato se la cavasse con le proprie forze.

Ma se vogliamo dare un'occhiata anche al secolo scorso, scopriamo una notizia a dir poco impressionante: nella civilissima Vienna imperiale, nel 1852, tredici madri su cento morivano per infezioni contratte dopo il parto. Insomma, quando i nostri vecchi ci dicevano che "se c'è la salute c'è tutto" erano proprio così banali? Qualcosa è quindi successo, qualcosa che ha permesso all'uomo di migliorare enormemente la propria vita. 

E' successo che la Storia non è fatta solo di eventi clamorosi in senso negativo, di guerre, rivolgimenti, sperimentazioni politiche sulla pelle della gente, glorie di satrapi che poi, purtroppo, non muoiono mai da soli. E' fatta anche, grazie al Cielo, di uomini che hanno dedicato le proprie energie, la propria intelligenza, la propria vita, nella ricerca scientifica per il bene di tutti. Purtroppo spesso questi uomini sono dimenticati perché, per dirla con linguaggio giornalistico, non "fanno notizia" come può invece farla qualche lieto avvenimento che comporti una bella strage o una bella guerra. Questi uomini non hanno fatto la politica delle grandi nazioni, anche perché il vero ricercatore, per sua stessa natura, è un apolide o, meglio ancora, un cittadino del mondo. Chi lavora per l'uomo non ha in genere alcun interesse per quelle bizzarrie inventate dagli uomini, quali le nazioni e le frontiere, troppo spesso utili solo per stabilire confini di potere. E per converso, il nemico contro cui combattono questi uomini, la Malattia, non conosce a sua volte frontiere. Il vaiolo uccideva, con grande democraticità, in tutta l'Europa, e la poliomielite non chiedeva a nessuna delle sue vittime a quale nazione, razza o religione appartenesse. Cosa ha spinto (e spinge) questi uomini alla ricerca? Difficile stabilirlo, difficile trovare una spiegazione valida per tutti. Di certo una grande intelligenza e una grande curiosità, una voglia insanabile di capire il "perché" dei fenomeni. Ma abbiamo visto anche scienziati che davvero non hanno usato nel modo migliore i doni che la Natura aveva loro dispensato con generosità.

Chi non ricorda un genio come Von Braun, peraltro inventore di gingillini come le V2, le mortali "bombe volanti" tedesche che fecero strage a Londra durante la seconda guerra mondiale? E gli ordigni nucleari di cui tuttora è pieno il nostro pianeta, non sono anch'essi frutto di menti geniali? E deve allora esserci qualcosa in più. Crediamo che questo "qualcosa" sia da individuarsi in quella tensione di cui parlavamo prima: la passione per l'uomo, la passione per la vita. E' questa indubbiamente la passione più grande, che fa superare mille ostacoli, difficoltà, spesso anche ostracismi, che permette di essere indifferenti a giudizi negativi, magari dettati solo dall'ignoranza o dall'invidia di chi giudica. Di certo, ad esempio, non doveva vivere in una situazione facile quell'uomo piccolo di statura, quasi cinquantenne, che passeggiava pensieroso sul Molo di Levante, a Cagliari, proprio di fronte alla Basilica della Madonna di Bonaria. 

Eravamo nel 1943, la Sardegna era già stata occupata dagli alleati senza colpo ferire; gli isolani avevano patito meno di altri i danni della guerra, ma anche per loro erano tempi di privazioni, di razionamenti, spesso di vera fame. Tutto è più difficile quando si è miseri, vinti e affamati. Eppure quell'uomo che passeggiava sul molo non si crucciava dei problemi quotidiani; la sua mente era troppo presa da una domanda: perché il mare, tanto sporco in prossimità di uno scarico fognario sul Molo di Levante, a un certo punto si faceva pulito?
A quel tempo era normale scaricare le acque fognarie direttamente in mare, senza alcun filtraggio. E da qualche tempo il professor GIUSEPPE BROTZU, direttore dell'Istituto di Igiene dell'Università di Cagliari, si trovava spesso a contemplare la putrida macchia che si estendeva sul mare per circa trecento metri dallo scarico della fogna; poi scompariva. Perché scompariva? La teoria popolare della "autodepurazione" del mare non poteva certo soddisfare la sua mentalità scientifica. Cosa c'era nell'acqua, per compiere quella pulizia? Iniziarono dei pazienti esami al microscopio dei campioni di acque prelevate dal professor Brotzu e dai suoi assistenti. La scoperta di imponenti reperti di salmonella non stupì lo scienziato; in quegli anni le febbri tifoidi in Sardegna avevano carattere endemico, e le acque putride erano il naturale ambiente di sviluppo di quei micidiali batteri. Piuttosto l'attenzione di Brotzu fu attratta dalla scoperta di muffe, che si erano abbondantemente sviluppate dopo aver "seminato" l'acqua in un adatto terreno di coltura. 

In particolare era presente il Cephalosporium acremonium, un fungo appartenente alla famiglia delle Sporophorinaceae. Queste muffe si dimostrarono attive, negli esperimenti di laboratorio "in vitro" non solo contro i bacilli del tifo e del paratifo, ma anche contro quelli del colera, della peste e della brucellosi. Ecco dunque svelato il primo quesito: il fungo inibiva lo sviluppo dei batteri. Per un certo tratto l'acqua di mare era scura e inquinata dalle acque putride, brulicanti di salmonelle, poi il fungo si sviluppava in quantità sufficienti per riuscire a sconfiggere il batterio e a "ripulire" l'acqua. Il professor Brotzu comprese subito che la scoperta apriva nuove strade per la cura di malattie considerate fino a quel momento altamente pericolose. Dagli esperimenti "in vitro" si passò a quelli sugli animali, e i risultati sempre positivi spinsero lo scienziato sardo a tentare finalmente l'esperimento sull'uomo.

Alcuni pazienti affetti da tifo addominale e da infezioni da stafilococco ricevettero per via orale una piccola dose di filtrato di coltura di Cephalosporium acremonium; l'ansia dell'esito fu breve: nell'arco di un paio di giorni tutti i pazienti erano guariti. Lo studioso cagliaritano capì che la sua scoperta era di grande importanza; era necessario quindi sviluppare la ricerca, disporre di mezzi ben più ampi di quelli, poco più che artigianali, con i quali pur aveva conseguito i primi successi. Iniziarono così le prime delusioni, le guerre contro i burocrati dell'Alto Commissariato della Sanità (l'odierno ministero), le diffidenze, le incomprensioni verso questo professore di un'Università in fondo "minore", che reclamava finanziamenti per ricerche di cui si capiva ben poco, che parlava di "antibiotico". La stessa indifferenza venne dalle industrie farmaceutiche, finché Brotzu non si decise (eravamo ormai nel 1949) a spedire a Londra, al professor Blyth Brooke, ufficiale di sanità nella capitale britannica, una copia di un libretto in cui aveva riassunto i suoi studi e le sue esperienze sul Cephalosporium acremonium. Questa pubblicazione era passata inosservata in Italia, ma suscitò subito l'attenzione del medico inglese, che, in veste di ufficiale medico dell'esercito britannico, aveva fatto amicizia con Brotzu ai tempi dell'occupazione alleata della Sardegna.

E le sperimentazioni in Inghilterra, effettuate sotto la direzione di Sir Howard Florey, che con Fleming e Chain aveva già lavorato attorno alla penicillina, permisero, da un campione di coltura della muffa inviato da Brotzu, di arrivare alla scoperta di ben tre nuovi antibiotici, che presero il nome di "cefalosporina", di tipo "p", "n" e "c", a seconda dell'azione. I primi due antibiotici erano attivi contro i batteri "Gram positivi" e "Gram negativi", mentre la cefalosporina "c" era un ottimo sostitutivo della penicillina, mostrandosi indifferente all'azione delle penicillinasi, speciali sostanze prodotte dai batteri per propria difesa. 

Quante persone devono la vita al professor Brotzu, cui l'Università di Oxford tributò nel 1967 la laurea "honoris causa"? Moltissime, senza dubbio, allora come oggi, perché, anche se lo scienziato sardo è morto ormai da oltre vent'anni, la produzione di cefalosporine sempre più efficaci ed attive, che hanno rappresentato una vera rivoluzione nella terapia delle malattie infettive, ha la sua origine in quelle passeggiate solitarie sul Molo di Cagliari, in quel testardo bisogno di capire, in quella costanza che spinge l'uomo di scienza a non sentirsi mai soddisfatto, sapendo che ogni successo è un passo su un cammino che non ha fine. 

Ci siamo soffermati a lungo sulla vicenda del professor Brotzu, e siamo stati anche poco rispettosi della cronologia, partendo dal 1943, perché ci sembra che meriti particolare attenzione, non solo per la grande importanza delle scoperte dello scienziato sardo, ma anche perché contiene una notevole serie di insegnamenti. 

Brotzu inizia i suoi studi sul Cephalosporium acremonium quando in gran parte del mondo (siamo nel 1943) l'occupazione principale è massacrarsi. E paradossalmente, è proprio il tracollo militare del proprio paese che aiuta lo scienziato, che indirizzò la sua attenzione sullo sviluppo delle muffe non a caso, ma perché il contatto con gli Inglesi, che occupavano la Sardegna, gli aveva consentito di venire a conoscenza degli studi di Fleming, di Florey e di Chain, che proprio da una muffa avevano isolato e purificato quello che sarebbe stato il primo antibiotico: la penicillina.

Mentre in Italia il regime, per bocca del giornalista Mario Appelius, invitava Dio a "stramaledire gli inglesi", Brotzu faceva tesoro di scoperte inglesi, e poi agli inglesi stessi si rivolgeva per perfezionare ed ampliare le sue scoperte, incomprese in patria. Non solo: in quello stesso 1943 un altro importantissimo antibiotico, la streptomicina, che si sarebbe rivelata un potente mezzo contro la tubercolosi, veniva scoperta negli Stati Uniti da un microbiologo russo, Waksman. Perché dunque parlavamo di "insegnamenti" nella vicenda di Brotzu? Perché vediamo la scienza, tesa al bene dell'uomo, superare le frontiere, l'odio, svilupparsi nella collaborazione tra uomini che sono troppo al di sopra della media per potersi considerare tra loro "nemici", anche se i loro capi politici li vorrebbero tali. E questi uomini salvano innumerevoli vite umane, quasi a compensare le innumerevoli vite spezzate dalla follia dei loro compatrioti. E se Brotzu si fosse arreso all'ottusità delle autorità sanitarie dell'epoca, di quanti anni avrebbe tardato la scoperta delle cefalosporine? La vicenda di Brotzu è emblematica anche per un'altra considerazione: non esiste lo studioso che, nel chiuso del proprio laboratorio, giunge da solo a trovare la panacea.

La lotta tra la Malattia e la Medicina è continua, e ogni scoperta è insieme punto di arrivo e punto di partenza per nuovi studi e nuove scoperte, possibili solo nella misura in cui la conoscenza e il progresso della scienza vengono considerati e utilizzati come patrimonio comune di tutta l'umanità. E se siamo partiti dal 1943, cerchiamo ora di fare gli storici più ordinati, tornando indietro e
cercando di mantenere un po' di ordine cronologico. 

La nostra narrazione si accentra soprattutto nel novecento, perché il nostro secolo ha indubbiamente visto più progressi nella medicina di tutte le altre epoche messe assieme. Ma già nel diciannovesimo secolo alcune basilari scoperte avevano cambiato la vita dell'uomo, non solo perché lo avevano liberato dalla paura di alcune malattie, ma anche perché avevano contribuito a incrinare una serie di pregiudizi, convinzioni, che al giorno d'oggi ci sembrano incredibili, ma che all'epoca facevano sì che l'intraprendenza di alcuni studiosi venisse quasi considerata come un "oltraggio" alla dignità di una classe medica che, ben lontana da concetti sperimentali moderni, si sentiva spesso depositaria di verità assolute. 

Per la precisione, iniziamo la nostra narrazione addirittura sullo spirare del settecento, precisamente il 14 maggio 1796, quando un giovane medico condotto della campagna inglese, Edward Jenner, di fronte ad un'epidemia di vaiolo che si era accesa in una fattoria vicino a Berkeley decise di sperimentare su un bambino di otto anni, di nome James Phipps, la prima "vaccinazione" della storia della medicina. Il vaiolo era all'epoca un terribile flagello che periodicamente spazzava città e campagne. Jenner aveva notato che esisteva una certa immunità al vaiolo tra i mungitori che si erano infettati col "cowpox", il vaiolo delle vacche o vaccina, una forma molto lieve localizzata ai capezzoli e alle mammelle. Il mungitore che contraeva la malattia non aveva altro che qualche pustola sulle mani; il disturbo durava qualche giorno e si concludeva con l'essiccazione. Jenner applicò su una scarificazione che aveva praticato in un braccio del piccolo paziente un minuscola quantità di pus prelevato da una lattaia che si era infettata di vaiolo bovino. Il bambino dopo circa una settimana manifestò disturbi lievi da cui guarì rapidamente, e ad una successiva somministrazione di pus, questa volta di provenienza umana, non ebbe alcuna reazione: era immunizzato. Jenner effettuò altre 23 "vaccinazioni", riportandone i risultati positivi in un libriccino che stampò a sue spese e che inviò alla Royal Society, la maggior autorità medica del Regno Unito. Gli illustri membri, a conferma del fatto che spesso i profeti non sono tali in patria, gli fecero sapere che i suoi argomenti erano privi di qualsiasi interesse. Per fortuna, non tutti erano ottusi come i "baroni" della medicina inglese dell'epoca, che non si abbassavano a dare ascolto ad un oscuro medico di campagna, sprovvisto di qualsiasi titolo illustre.

Nel 1805 Napoleone già imponeva la vaccinazione obbligatoria alle sue truppe; due anni dopo il governo della Baviera era il primo ad introdurre la vaccinazione antivaiolosa obbligatoria per tutta la popolazione. I governi della Danimarca, della Svezia e del Wurttenberg adottarono negli anni successivi analoghi provvedimenti. La Serbia, nel 1881, e l'Italia, nel 1889, furono tra i paesi più ritardatari. Nel 1855 anche la Gran Bretagna si era finalmente decisa a rendere la vaccinazione obbligatoria. Jenner era morto trentadue anni prima. Il 16 ottobre 1975 l'Organizzazione Mondiale della Sanità ricevette l'ultima segnalazione di un caso di vaiolo. Sulla scia di Jenner i "cacciatori di microbi" del diciannovesimo secolo continuarono la guerra alla Malattia. Il chimico francese Louis PASTEUR, il medico prussiano Robert KOCK, con i loro studi sulla rabbia, il carbonchio, la tubercolosi, hanno posto le basi della moderna microbiologia. Eppure Pasteur a un certo punto fu addirittura oggetto di un'accusa surreale, di sapore antico: lo si accusava di provocare la rabbia nei suoi pazienti, di essere, in parole povere, un "untore". E l'accusa era lanciata da un giovane medico, che avrebbe fatto poi carriera in politica: Georges Clemenceau. E vorremmo chiudere questa rapida carrellata sull'ottocento ricordando la figura del medico ungherese Ignac SEMMELWEIS, che riuscì a far calare drasticamente il numero di morti per febbre puerperale in una clinica di Vienna semplicemente prescrivendo alcune norme igieniche. 

Semmelweis imponeva al personale medico, alle ostetriche e agli studenti, a quanti insomma entravano in contatto con le partorienti, di lavarsi le mani con una soluzione a base di cloro. Eravamo alla metà dell'ottocento, nulla ancora si sapeva di batteri e virus, e un problema come quello dell'alta mortalità per febbre post-partum era "risolto" accettandone quasi una ineluttabilità, dovuta, secondo la medicina ufficiale dell'epoca a "fattori miasmatico-contagiosi, di origine atmosferica o tellurica".

E quando il sistema di Semmelweis diede i suoi frutti, riducendo la mortalità dal 13% allo 0,5%, i baroni della medicina sentenziarono che ciò era dovuto a un "cambiamento spontaneo del genius epidemico". Insomma, non dissero nulla di sensato: per loro era importante chiudere gli occhi anche davanti ai dati di fatto, perché troppo preoccupati da un altro dato di fatto: quel giovane medico aveva ragione, quindi rischiava di scalzare le loro posizioni di potere. Di fronte a questo pericolo la vita delle loro pazienti assumeva un valore molto relativo... Igiene: Semmelweis non prescriveva altro. Tutte quelle disinfezioni delle mani che oggi qualsiasi medico effettua abitualmente hanno la loro origine nella cocciutaggine del giovane dottore ungherese, che fu tanto incompreso ed emarginato da dover lasciare Vienna e tornarsene a Pest; lì conobbe la miseria e la fame. E anche la sua mente prese a vacillare. Deriso, al più compatito, Semmelweis morì in manicomio a Vienna. Per fortuna però la storia delle grandi scoperte in medicina conobbe anche vicende non così dolorose. Anzi, in certi casi l'entusiasmo per tutto ciò che sapeva di "progresso" portò anche ad eccessi di ottimismo o a valutazioni errate. Siamo alla fine del secolo diciannovesimo e il "900" sarà, secondo molti, il secolo del progresso, dell'elettricità, della soluzione di tutti i mali. Perché, non è ben chiaro. Ma si sa che è facile credere a ciò che si desidera.

E qualche parola di troppo, sulle ali dell'entusiasmo, può scappare a tutti, anche a un imperatore, specie se convinto di essere anche un uomo di scienza. Era il 13 gennaio del 1896, a Berlino, quando Sua Maestà Imperiale Guglielmo II pronunciando un bellissimo discorso, auspicò che: "i raggi X vengano usati per far luce sui segreti della gravitazione universale e per consentire un'utilizzazione pratica della forza di gravità da parte dell'industria tedesca". Ovviamente, data la personalità del conferenziere, nessuno chiese chiarimenti su quegli stranissimi concetti. Di certo però le cose andavano più che bene per il fisico professor Conrad RÖNTGEN, che da quel giorno poté anteporre al proprio cognome l'ambito titolo di "von". Solo due settimane prima lo scienziato tedesco aveva inviato una relazione, in un centinaio di copie, sui suoi primi esperimenti sui raggi catodici, la cui natura era poco chiara, e che proprio per questo aveva battezzato col nome di raggi "X". 
Röntgen non era uno sprovveduto e aveva spedito la sua relazione non solo alle alte sfere del mondo scientifico, ma anche a quelle del mondo politico, ben sapendo che l'Imperatore si piccava di essere un uomo di scienza e protettore di scienziati e studiosi, come un signore rinascimentale era protettore di pittori, poeti e scultori. Tutto il mondo è paese: le prime radiografie eseguite da Röntgen, esposte il 4 gennaio all'Associazione dei Fisici di Berlino, avevano lasciato indifferenti i membri di quell'illustre consesso, che le consideravano poco più che una bizzarria. Poi ci fu l'invito a Corte, l'attribuzione del titolo nobiliare, l'altisonante discorso dell'Imperatore. E in pochi giorni gli scienziati tedeschi si accorsero che il loro collega professor Röntgen aveva fatto una scoperta sensazionale. 

Il 23 gennaio 1896, dinanzi a un consesso di fisici, il professor Albert von KOLLIKER, famoso anatomista, fu invitato a porre una mano tra un tubo radiante e uno schermo. L'emozione dei presenti fu enorme quando poterono osservare "in diretta" lo scheletro della mano. E fu lo stesso "radiografato" a proporre che i raggi "X" venissero chiamati raggi "Röntgen".

La proposta fu approvata tra i battimani, all'unanimità. Tutto andava per il meglio, insomma. Ma il fisico tedesco sapeva bene che era solo l'inizio di una strada, in cui c'era ancora molto da scoprire. E tutto era iniziato per caso, meno di un anno prima: Röntgen si interessava, a puro titolo sperimentale, ai raggi catodici e solo il caso volle che un quaderno di appunti, nel quale si trovava una chiave usata come segnalibro, si trovasse poggiato su una lastra fotografica vergine, che venne colpita per errore da un fascio di quei raggi che, anche allo studioso, sembravano poco più che una curiosità scientifica. Il profilo di quella chiave, riportato netto e chiaro sulla lastra, fu il primo esperimento, seppur involontario, di radiografia. Poi toccò alla moglie di Röntgen, che si fece radiografare la mano destra e infine ci fu il primo esperimento pubblico, quello eseguito sulla mano del professor Von Kolliker. Erano appunto gli inizi, ma da subito si era capito che la scoperta del fisico sarebbe stata di enorme utilità nella medicina e nella chirurgia. Per eseguire una radiografia servivano da venti a sessanta minuti di esposizione ai raggi X, e il costo di un'apparecchiatura era proibitivo. Ma il grande clamore suscitato dalla scoperta spinse in tutto il mondo altri scienziati e tecnici a studiare perfezionamenti, mentre la stampa si scatenava nelle idee più fantasiose, immaginando innumerevoli usi per quelle "emanazioni misteriose" che permettevano di vedere "ovunque". Né mancò, vertice del buon gusto, una ditta londinese di biancheria intima che pubblicizzò un modello di reggiseno e mutandine "a prova di raggi X".

di SERGIO CHITI

Ringrazio per l'articolo
concessomi gratuitamente
dal direttore di

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