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ANNO 298 d.C.

QUI riassunto:  PERIODO DI DIOCLEZIANO  dal 284 al 305 d.C.


L'ANNO 298
* DIOCLEZIANO e GALERIO IN SIRIA
* I TURBAMENTI DI DIOCLEZIANO
* IL 18enne COSTANTINO INTERIORIZZA

L'antefatto lo conosciamo: NARSEH sta riconquistando i suoi territori persiani con quell'impeto che avevamo nel 250 conosciuto con Shapur (Sapore) il re dei re persiano. Ha gia' affrontato e deposto re Tiridate III vassallo di Roma, e ha riconquistato il territorio da lui amministrato, l'Armenia.

Diocleziano non può certo tollerarlo; disimpegnandosi subito in Egitto si mette dopo alcuni giorni in movimento, e nel frattempo fa avvertire, GALERIO che si trova in Illiria.

Il primo ad affrontare Narseh in una battaglia è proprio Galerio. Precipitatosi dall'Illiria, da dove era partito, arrivato allo scontro con i Persiani, vince la battaglia, e con il fortunato attacco costringe gli invasori a ritirarsi. Ma commette l'errore di inseguirli e permette così a Narseh con un abile stratagemma di costruirgli sul percorso una insidiosa trappola dove il Caesar ci cade dentro ingenuamente, salvando pochi uomini dal disastro e a malapena la sua vita.

Sembra tutto perso ma è solo una battaglia. Diocleziano risalendo la Palestina e inoltrandosi per Palmira e Dora Europa, incontra il rimanente esercito di Galerio in ritirata. Si riunisce allo sfortunato Caesar, che umilia facendolo camminare a piedi dietro il suo cocchio, poi lo stimola a riscattarsi dandogli una possibilità; condurre un altro attacco al re persiano.

Toccato nell'orgoglio, Galerio manda a chiamare dalla sua zona danubiana i migliori rinforzi: le sue due migliori legioni, la V Macedonica e la XIII Gemina. Con questi rinforzi e con una grande determinazione, questa volta il successo gli viene incontro. Sconfigge nella valle dell'Aras, Narseh, mettendolo in rotta e non dandogli il tempo nemmeno di mettere in salvo le mogli e i figli, che Galerio cattura insieme al tesoro del re persiano custodito nel quartier generale.

Arrivati vincitori a Nisibi, le legioni di Galerio la oltrepassano, conquistano Ctesifonte e proseguono fino a dover far decidere lo sconfitto NARSEH di incontrarli per firmare un trattato di pace e di non belligeranza con Diocleziano, ma anche per riavere figli e mogli tenute in ostaggio dall'Imperatore.

Da questo momento i vecchi territori romani sono nuovamente riconquistati, rimettono sul trono lo spodestato re filo-romano TIRIDATE III, poi piu' a nord creano un nuovo regno vassallo, l' Iberia (l'attuale Georgia ) con un altro re locale fedele a Roma, MIRHAN.

Finisce così la vittoriosa  campagna persiana di Diocleziano e del Casear Galerio che per ricordarla ai posteri fece costruire a Salonicco il suo arco quadrifronte.

E se per Galerio la vittoria modificò  i suoi rapporti di subordinazione con Diocleziano, lo stesso Imperatore, dalla Persia tornò a casa trasformato.

Dai nemici Diocleziano aveva imparato ed era venuto a conoscenza di quello straordinario fasto cerimoniale che circondava la reggia persiana, la magnificenza delle vesti del sovrano coperto di vesti ricamate con oro e gioielli. Ma soprattutto fu affascinato dai riti che vi si svolgevano con una magnificenza degna di un personaggio divino.

E qualcosa di divino c'era in quelle pratiche - il baciare le vesti, il genuflettersi, l'adoratio - vi spiccava il carattere della sacralità, l'inviolabilità e la sovrumana caratteristica dell'autorità del monarca, c'era insomma il misterioso alone della religione zoroastriana che abbiamo descritto nell'anno 250. Ma soprattutto c'era, cosa sconosciuta ai romani, una profonda spiritualità che univa il monarca e i sacerdoti persiani. Non solo ma  questi ultimi esercitavano una grande influenza sulla popolazione.

Pur prendendo atto che proprio da quest'anno Diocleziano inizia ad adottare un particolare cerimoniale nella sua corte che mutua proprio da questo singolare mondo dei persiani, il fatto più importante è l'enorme influenza che il modello religioso dei sasanidi (Zarathustra) avrà fra breve nella sua (poi in quella di Costantino) futura politica, e nella trasformazione interiore nei confronti della religione cristiana che troverà molto simile alla spiritualità in questa Persia conosciuta.

(non dimentichiamo che Costantino - diciottenne- è al suo fianco)

Religione cristiana che abbiamo già detto era diventato sempre di più un problema dello Stato, perchè i cristiani anche loro come era accaduto in Persia dal 250 in avanti erano diventati "uno Stato ombra dentro lo Stato", forte, organizzato e ben disciplinato, e sempre di più avevano perso gli atteggiamenti provocatori. Sempre piu' c'era stato una trasformazione del sentimento popolare pagano nei confronti di questa singolare comunità che nelle pesti e nelle sciagure vedevano soccorrere sia pagani sia compagni di fede con una abnegazione che in nessuna altra religione si era mai vista. Erano manifestazioni di generosità che portavano a riflettere anche i più scettici.

Dopo la "brutta fine" nel 251 e nel 260 che avevano fatto Decio e Valeriano (la settima e ottava tremenda persecuzione cristiana da loro promossa era stata fatta nel 249 e nel 257) i romani cominciarono sempre di più a credere che dalla loro parte i cristiani avevano veramente un Dio vendicatore e che le tristi calunnie contro di loro apparivano sempre di più screditate.

Sempre di più i cristiani, dopo quei due episodi erano stati molto più considerati e non soltanto ai livelli bassi del popolo ma dagli stessi funzionari all'interno dello stato.

E non a caso che mano a mano che i cristiani venivano accettati, i filosofi pagani scemavano, le dispute di carattere politico diventavano meno aspre, si stava cioè costruendo una base dove una saggia politica poteva trovare semmai  appoggi e non delle irrazionali rivalità. In fin dei conti i cristiani predicavano la pace, mica le guerre. E a molti le guerre avevano iniziato a vederle tutte luttuose. 

Ma Diocleziano, forse sempre di piu' isolato dalla vita civile, o male informato, come i suoi predecessori, vedeva sempre nei cristiani una perversa ostinazione in quel non voler loro tributare onori divini all'imperatore e fare i sacrifici com'era sempre accaduto. Eppure ultimamente non erano poi tanto ostili; per l'imperatore non facevano sacrifici del culto imperiale da loro ritenuto pagano, ma poi pregavano perfino per l'imperatore, e dal tempo dei primi apologisti ora gli confermavano la fedeltà, e molti degli stessi cristiani fin dal momento della sua elezione occupavano posti nell'amministrazione, nell'esercito e in tante altre attività municipali. Insomma non solo non davano fastidio ma stavano portando con la loro preziosa collaborazione un grosso apporto etico e morale dentro lo stato e nella società medesima.

Diocleziano era ritornato dalla Persia forse con molti interrogativi con se stesso, ma il suo Caesar Galerio, che dopo la vittoria in Persia era diventato un uomo autoritario e aveva aumentata la sua influenza, lo convinse che nei cristiani c'era un comportamento antisociale, che erano dei rivoluzionari, e sempre e comunque consideravano demoni gli dei del culto dell'impero e che quindi la chiesa andava repressa duramente.

Era insomma in atto una sfida del potere dentro un altro potere che secondo Galerio si nascondeva nelle pieghe dello Stato. Repressione dunque. E Diocleziano pur non convinto, cedette alle sue insistenze, anche se precisò che non voleva spargimenti di sangue. Ma firmato l'editto l'epurazione dei cristiani venne poi lasciata gestire da quelli che volevano proprio nel sangue annientarli come vedremo più avanti.

Ma ritornando sull''influenza che aveva ricevuto in Persia sulla questione religiosa, che era diventata una perfetta fusione della politica con la religione, indubbiamente Diocleziano fu molto colpito da questa nuova concezione del potere, dove il re non era un dio, ma solo un vicario di Dio sulla terra. Unico Dio e Signore del mondo. Ed era una conciliazione perfetta.

Del resto gli stessi imperatori si erano spesso chiamati vicari di Giove, di Ercole e dei vari dei. In definitiva qualcosa di simile era la precedente filosofia religiosa pagana. Ma quello di cui mancavano quelle filosofie  era la spiritualità. Il Dio della esperienza zoroastriana e così quella cristiana era percepito non come un esponente del potere, della forza, della bellezza, ma andava oltre, era "l'esponente di un sentimento", un ordinamento specificamente morale, anzi suscitatore della stessa coscienza morale .

Non dimentichiamo poi che Diocleziano volle accanto a se', fisso e per molti anni nella sua residenza a Nicomedia, LATTANZIO (famoso retore) e altrettanto (guarda caso) la stessa cosa la fece poi Costantino, che lo nominò pure precettore del figlio Crispo.

E Lattanzio (detto il Cicerone del Cristianesimo) oltre che Istituzioni Divine, aveva scritto Sulle morti dei persecutori, una storia dei piu accaniti nemici dei cristiani mettendo ovviamente in risalto che avevano fatto tutti una fine miserevole. E' infatti Lattanzio con le sue opere a fare uno dei primi tentativi cristiani di interpretare la storia: "la provvidenza entra come protagonista nel corso delle vicende umane. Solo Dio fa conoscere la Verità, mentre la filosofia è fonte di errori";  lui scriveva, ma di errori anche lui ne commise molti, e risulta persino superficiale per la non conoscenza delle Sacre Scritture.

Diocleziano dovette andare in crisi, e forse quando risulteranno vane, inutili e addirittura controproducenti, anche le persecuzioni suggerite da Galerio, forse lo colpirono profondamente alcune riflessioni, e forse gli sconvolsero la ragione e l'intelletto.

Di una cosa era però certo: con questo continuo conflitto interiore gli era sfuggito di mano il potere; dopo aver commesso molti errori  non aveva altra soluzione per mettersi il cuore in pace o sfuggiere alle sue responsabilità, se non quella di abdicare. Sarà il gesto che farà fra qualche anno alla fine di questo percorso tortuoso che nel 303 lo aveva portato a una profonda depressione; e nel 304 fu così intenso questo disagio che divenne una prostrazione quasi mortale; quando nel 305 Galerio fece altre pressioni sulle persecuzioni ai cristiani, stanco di questo conflitto non resistette più, nel 305 mise in atto il suo proposito e si ritirò. E dobbiamo credere che la decisione fu proprio quella che, sia Aurelio Vittone che il cristianesimo, ci hanno tramandata: quella che volle sfuggire alla discordia intestina e alla catastrofe generale. O forse fu dovuto al timore di quel castigo divino che Lattanzio gli prospettò.

Ma abbiamo dimenticato un personaggio che in Persia era accanto a Diocleziano, e che come lui, vide, e forse interiorizzò lo scoramento dell'imperatore, e meglio di lui, dopo, non ebbe i dubbi di come comportarsi.

Era il giovane Costantino che afferrò - sebbene diciottenne o forse proprio per questo- subito la nuova scienza politica persiana, anzi la rese ancora più perfetta. Durerà quasi sedici secoli. Potere temporale e potere spirituale insieme.

Melitone aveva già preconizzato che "Chiesa e Impero erano nei disegni della divina provvidenza creati non per essere nemici ma per collaborare". E questa alleanza con Costantino presto sarebbe diventato un fatto compiuto.

Se Diocleziano aveva fallito, non aveva fallito nel prendersi accanto un ragazzo geniale come Costantino, anche se Ammiano Marcellino lo definirà come un turbator rerum, un rivoluzionario.

Eusebio invece formulò per lui la teoria della "sovranità cristiana" che era destinata poi a rimanere la base indiscussa del nuovo pensiero politico-religioso del mondo romano.

Ma c'era anche altro, un altro singolare aspetto del Costantino rivoluzionario: quando siederà nel 325 al Concilio di Nicea è lui il simbolo dell'inizio del Medioevo europeo. Ed è difficile pronunciarsi sulla sincerità del suo cristianesimo, perchè rimase sempre pagano, si lasciò battezzare (così ci tramandò Euesebio) solo in punto di morte, ma con una frase che era il compendio di tutta la sua vita "bando alle ambiguità". E nessuno come lui ne aveva collezionate tante.

Ma questo lo vedremo a suo tempo........

A ROMA per far posto alle grandi TERME DI DIOCLEZIANO che l'imperatore ha lui stesso progettate, l'intero quartiere di vecchie case che si trovavano ancora a ridosso del Colle Quirinale (anni prima era stata da Adriano sbancata e livellata solo la sella tra il Quirinale e il Palatino) viene sventrato e il terreno anche questo interamente sbancato.

Si danno dunque inizio a quei lavori che porteranno questi edifici diocleziani a divenire il più grande stabilimento termale dell'antichità e che oggi testimoniano l'elevato grado di civiltà e di tecnologie raggiunto dai romani in questi anni. Oltre che le più perfette del mondo antico erano anche le più grandiose; potevano accogliere contemporaneamente oltre tremila persone.

(Attualmente (anno 2000) ospitano la chiesa di Santa Maria degli Angeli costruita nel 1561 ad opera di MICHELANGELO (Vanvitelli poi vi collaboro' nel 1749) che trasformò una delle più grandi sale delle Terme in maniera adeguata da conferirle un aspetto di chiesa. Misura 91 metri x 27 ed è alta 28 e poggia su 8 colonne monolitiche di granito egiziano.
Vi è ospitato il MUSEO NAZIONALE ROMANO con una raccolta di opere dell'antichità romana e greca di valore universale, patrimonio di tutta l'umanità. Fra queste, il famoso Gallo uxoricida-suicida, una delle opere considerate eccelse di quel famoso regno di Pergamo; poi l' Hermes, il Pugilatore di Apollonio, il Discobolo di Mirone, l'Athena di Fidia e altre mille che fanno di questo museo unico al mondo, per i tesori che esso contiene).

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