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CRONOLOGIA

DA 20 MILIARDI
ALL' 1  A.C.
DA 1 D.C. AL 2000
ANNO x  ANNO
PERIODI STORICI
E TEMATICI
PERSONAGGI
E PAESI

ANNO 266 d.C.

QUI  riassunto  PERIODO: 
DECIO- RIDDA DI IMPERATORI FINO A CLAUDIO  (dal 249 al 270)


***SCORRERIE DI GOTI
*** BARBARI  E "BARBARI"
*** RIFORME MILITARI DI GALLIENO

Si segnalano all'inizio dell'anno in ogni zona dell'impero movimenti di popoli. Non sono vere e proprie grandi invasioni, ma semmai sembrano voler tastare il terreno prima di sferrare un attacco in grande stile.

Abbiamo già detto che sono male organizzati questi giovani alti di statura, alle volte dei veri giganti a confronto dei legionari romani di origine italiana che avevano in media un'altezza non oltre i 160 centimetri. Ma possedevano i goti un senso dell'onore e dell'orgoglio altissimo, quasi animalesco, come abbiamo già accennato negli scorsi anni, che compensava dunque le altre lacune come soldati. Alle volte pur essendo meno numerosi avevano la meglio su un rapporto di soldati 1 a 4,  perchè alcuni non proprio per vigliaccheria abbandonavano la lotta, perchè demotivati,  non credevano fino in fondo a quello che facevano, ne' capivano perchè si dovevano impegnare, visti i continui vuoti di potere a Roma e le continue eliminazione dei loro imperatori che spesse volte duravano con quel titolo sulle spalle pochi giorni. Per chi lottare dunque e per chi e per che cosa. Ultimamente poi gli eserciti romani erano più occupati a scannarsi fra di loro che non impegnati a far la guerra ai barbari.
Ogni imperatore-generale aveva le sue legioni, e dato che i primi in questi anni abbondavano, nel farsi la guerra l'un con l'altro, le legioni romane che comandavano erano sempre una di fronte all'altra ad affrontarsi. Spesso dopo aver combattuto insieme in una  precedente campagna, e sotto lo stesso generale.

Fra una guerra e l'altra in casa, restava poi un po' di tempo per fare qualche spedizione contro i barbari. Ma anche qui demotivazioni e poche energie a sorreggerli, anche perchè  fermare o scontrarsi con i barbari non era una passeggiata.

Alle volte i soldati romani (ma anche i cittadini) rimanevano inebetiti davanti a quella "forza della natura" che si scatenava, subentrava un complesso di inferiorità che permetteva a quelli di prendere coscienza non solo della loro effettiva forza bruta ma anche di quell'altra potenziale forza che era quella psicologica che molte volte paralizzava il romano prima ancora di combattere. Erano finiti i tempi per i romani quando incontravano o si scontravano con gli ingenui nomadi che da alcuni secoli si spostavano continuamente su valli, fiumi e piccole radure; piccole comunità sempre in movimento da una zona all'altra. Si calcola che all'epoca di Cesare vivessero in questi luoghi circa 3.000.000 di germani divisi in circa 100 tribù, quindi una tribù poteva contare in media circa 30.000 individui. A sua volta la tribù era composta da Clan (un intera stirpe consanguinea) il cui numero oscillava dalle  1000 alle 3000 unità. In pratica il clan era già una famiglia, anche se non aveva ancora le caratteristiche di una famiglia

In questa seconda metà del terzo secolo, e in alcune piccole zone già da due-tre secoli, nel loro peregrinare si erano finalmente fermati, era fiorita l'agricoltura, l'allevamento, erano quindi migliorate le condizioni alimentari, ma soprattutto le comunità che si era stanziate in alcuni luoghi avevano formato vere e proprie città, dove subito ci fu un alto incremento demografico e con una caratteristica nuova; le femmine come in tutte le antiche tribù guerriere venivano in buona parte eliminate fin dalla nascita.  Con questo abituale sistema, con questo tipo di organizzazione sociale, ovviamente venivano a mancare le potenziali fattrici, quindi la densità demografica rimase piuttosto costante. Molti storici, ma soprattutto antropologi calcolano la presenza di donne non oltre il 20 per cento. 

Cambiando vita, stanziando definitivamente in posti fissi, formando delle vere e proprie comunità, le donne divennero necessarie per tanti motivi: nel lavoro dei campi, nell'allevamento degli animali, nella preparazione dei pasti, nell'accudire la casa, e non ultimo per tenere compagnia all'uomo, che non più impegnato in grandi spedizioni guerriere, non più impegnato a cacciare, stando nel villaggio  cominciò a voler avere una donna tutta per sè. Tutto questo causò un incremento demografico altissimo in pochi anni. E più donne c'erano, più donne rimanevano incinte, e più alta era la natalità. Se il 20% di donne in precedenza mettevano ognuna al mondo una decina di figli, bastò portare quel 20 al 40% per raddoppiare l'intera natalità ad ogni generazione. 
Insomma si calcola che i tre milioni calcolati ai tempi di Cesare erano diventati ora  20 milioni.

Nei loro ranghi dopo essersi raccolti in forti alleanze, si sono formati già personaggi che porteranno presto a formare le prime fondamenta dei futuri Stati; sono uomini con tutte le carte in regola portati e destinati a sopravvivere più a lungo e meglio organizzati dei romani ormai tutti impegnati nelle lotte di potere e a distruggersi reciprocamente.

Nascono insomma nelle file dei "barbari" veri capi, intrepidi condottieri, come quelli dei FRANCHI o gli ALLEMANNI, nascono cioè delle personaggi con il carisma del capo, come quel CNIVA che abbiamo conosciuto, dotato ormai di una strategia militare degna dei vecchi imperatori; con la vocazione innata a fare il condottiero di una moltitudine di gente.

CNIVA, (ora è solo uno dei tanti) si sposta con un contingente di 40.000 cavalieri, le sue apparizioni in una zona o in un'altra avvengono come fulmini a ciel sereno, porta i suoi cavalieri, alti, giovani e forti a essere una sola anima. Dove passano è la tempesta, portano lo sgomento dentro le file dei nostri poveri contadini-soldati che anche se sono dotati di cavalli su questi hanno imparato ad andarci sopra solo per farci le parate trionfali che come abbiamo visto ultimamente erano dei grandi bluff. A cavallo non avevano mai imparato a fare la guerra. Infatti è proprio Gallieno a schierare ora - in prima fila nelle battaglie - la cavalleria. Gallieno ha imparato dai "barbari"; con i cavalli loro in un baleno travolgevano la fanteria, che era rimasta ai modelli di Alessandro Magno, alla falange, ai lancieri.

Finora (parliamo di questi ultimi tempi) cioè prima di Gallieno, i comandanti delle centurie venivano scelti dal Senato e il più delle volte questi comandanti erano tronfi, pieni di boria, impettiti, ma poi come comandanti si dimostravano dei veri e propri dilettanti allo sbaraglio che portavano al macello i loro uomini, e questi molte volte si ribellavano. (quelli di Valeriano come abbiamo letto nel 260 non ebbero nemmeno il tempo di ribellarsi all'inetto e ingenuo sovrano, i ventimila soldati finirono tutti schiavi di Sapore I a spaccare pietre per tutta la vita). 
Se poi, come abbiamo visto fare, questi vanagloriosi si prendevano anche la porpora, i soldati prima li acclamavano per ottenere il relativo donativo, poi nella convinzione di stare meglio lo uccidevano dopo pochi mesi per farne subito un altro che a sua volta durava poche settimane e alcune volte pochi giorni, dipendeva dalla distribuzione quantitativa del donativo;  questo costume di dare ai soldati dei soldi appena si veniva acclamati imperatori, era quasi un incentivo a uccidere il proprio comandante-imperatore; piuttosto ingenui i nuovi ambiziosi imperatori; non capivano che per i soldati più imperatori acclamavano e uccidevano, più le occasione di prendere soldi aumentavano.

GALLIENO porta avanti in questo preciso anno, una sostanziale riforma militare;  in questo senso: ristruttura certi reparti, crea dei corpi agili dotati di grande autonomia, cura la cavalleria, e paradossalmente come abbiamo già accennato imparando proprio dai "barbari", nelle battaglie Gallieno schiera in prima linea proprio la cavalleria: Altra importante riforma:  i comandi vengono assunti da un prefetto non più imposto dal senato; devono provenire dalla carriera equestre, scelti direttamente dall'imperatore che è poi quello che questi reparti -la cavalleria- ora impiega nel modo piu' strategico, come una grande forza d'urto. Una novità per l'esercito romano. Non avendo più il numero, ci si ingegna con la forza e la strategia.

Ma come vedremo é troppo tardi, questa efficienza inizia a dare i primi buoni frutti nei reparti del nuovo esercito romano, ma ha permesso nel frattempo ai "barbari" di organizzarsi ancora meglio, diventare piu' numerosi, assimilare in brevissimo tempo successi ed errori, che permetteranno di non avere più rivali in ogni cantone dell'impero. Fino al punto (presto vi assisteremo) che oltre che essere arrivati a guidare loro gli eserciti romani (ma di romano c'era rimasto poco) diventeranno essi stessi i nuovi dittatori.

ANDONOBALLO nelle sue relazioni al senato ci dimostra quanto rapidamente questi guerrieri si ambientassero negli accampamenti romani, come assimilassero in pochi giorni la disciplina, l'inquadramento e i compiti ad ognuno assegnati, con una meticolosità, una caparbietà e una subordinazione che oggi diremmo "alla tedesca" (ma erano tedeschi!), e qui sorge il secolare dibattito se era meglio nei loro confronti aver scelto in quegli anni le ostilità (come avvenne) o l'amicizia. 
Errori che determineranno i profondi cambiamenti di una Europa che invece di attenuare certe rivalità (prima politiche, fra poco vedremo anche quelle religiose, ed infine ancora politiche) che  andranno ad accentuarle queste ostilità, con sempre presenti nell'atavica memoria una recente o molto lontana sconfitta, una rivincita, una vendetta, una nuova era di supremazia ed egemonia che non lascerà mai indenni l'animo umano di questi popoli fino ai nostri giorni.

 Senza ripercorrere gli interi 2000 anni, basterebbero gli ultimi 100 per riscoprire le animosità reciproche che hanno portato in un secolo a scontrarsi piu' volte per imporre il dominio sul proprio territorio; per riprendersi quello che gli era stato tolto in altri periodi con l'inganno, alle volte aggiungendovi l'umiliazione delle grandi potenze vincitrici, o per essere stati strumentalizzati e coinvolti da un personaggio carismatico sfruttando altri fattori che poco avevano alle volte a che vedere con le vere aspirazioni di un popolo.

Anche se non vogliamo giustificare le loro prossime e successive barbarie, dobbiamo prendere atto e comprendere lo spirito che animò questi popoli che - in questo periodo - si affacciavano alla porta dove c'erano (afferma ancora oggi qualcuno) le veri sedi della civiltà. Furono non solo immediatamente respinti ma si invasero i loro territori. Gravi errori che fecero in seguito lievitare il risentimento e l'odio. Poi, quando l'impero divenne debole, scesero in massa a fare razzie, a occuparlo in lungo e in largo, a fondare il germanico  Sacro Romano Impero, che di Sacro non c'era più nulla, di Romano neppure, e in quanto a impero nemmeno più le briciole.
 L'impero di Carlo Magno che pretendeva (o scimmiottava) di essere universale aveva un unico legame con il vero impero ed era il fatto che i loro avi avevano contribuito a distruggerlo. La storia tedesca come popolo civile cominciò così con la deliberata, consapevole imitazione di un'istituzione che non era mai stata loro. E pretendeva di essere universale. E cosa curiosa lo voleva essere non avanzando gradualmente pretese di predominio, ma reclamò tutto fin dall'inizio. Una grande ansia di imitare la grande civiltà del grande Romano Impero, e ovviamente anche dominarlo. 
Ecco alla fine cosa insegnarono i latini ai germani. Si era seminato vento per tre secoli; si raccolse tempesta.

Non ne facemmo tesoro neppure dopo 700 anni, quando sbarcammo "noi civili" in America,  seminando gratuitamente terrore e morte, trasformandoci più di una volta noi in "barbari".

C'entrano poco le etnie, la razza, ecc. C'entra la "atavica animalesca" reazione di chi ti porta via qualcosa che è tuo,  poi l'atavico egoismo". In America ci sbarcarono degli europei, non era la loro terra, eppure quando altri cugini europei tentarono di porta via a loro una fetta del loro benessere, si ribellarono e difesero con il ferro e col fuoco le proprietà così facilmente acquisite (Non ataviche - ma impadronitesi).
"L'America agli americani" aveva gridato al Congresso Monroe, naturalmente non si riferiva a quelli che vi erano nati, ma a quelli che l' avevano "colonizzata"  l'America.  Poi aggiunse
 1) Nessuna ulteriore colonizzazione da parte di potenze europee in America.
2) Qualsiasi tentativo di estendere la propria influenza sarà interpretato come un atto ostile.
3) Gli Stati Uniti non interferiranno mai negli affari europei se gli europei rispetteranno i primi due
punti". 
Ma quando l'opulenza calò solo di una linea, non si fecero nessun scrupolo a venire a bombardare l'Europa da dove erano partiti. L'importante era salvare non solo più la terra ma la propria economia che cominciava ad avere l'egoistico desiderio di egemonizzare il mondo.

Basterebbe ricordare cosa fece quel modesto gruppetto di uomini guidati da Cortez dopo lo sbarco in Messico nel 1519: distrusse gli imperi della civiltà Azteca e dei Maya, ogni vestigia della stessa; e fecero senza che opponessero resistenza una carneficina fino all'ultimo uomo; poi incatenarono l'ultimo imperatore inerme, Montezuma, e contribuirono a porre le basi della nuova società coloniale fondata sul lavoro servile e la schiavitu' istituzionalizzata; e sì che noi eravamo "già civili" non certo "barbari".
Avevamo già grandi poeti, umanisti, artisti, filosofi, avevamo dei "fari" spirituali, quindi una morale, un'etica, una civiltà gia bimillenaria (dall'epoca di Platone e Aristotele erano trascorsi già 2000 anni) che avrebbero dovuto darci saggezza, magnanimità, comprensione, solidarietà per chi non aveva avuto la fortuna di essere a contatto con gli "illuminati", con "la grazia divina", con la "cultura" di una civiltà straordinaria che aveva creato la filosofia, l'arte, la musica, la scienza e le religioni evangeliche che predicavano fratellanza e solidarietà.

Invece non avvenne tutto questo. Rimanemmo "barbari", e forse siamo ancora "barbari", quindi non possiamo emettere giudizi. Non possiamo essere giudici perchè spesso di fronte ad altri siamo degli imputati. 

La retorica fa vivere una stagione, una generazione, poi si sgonfia, e la successiva generazione paga le cambiali firmate in bianco dai nostri genitori,  gli stessi che ci avevano raccontato che nell'ultima guerra, nell'ultimo scontro si erano battuti con onore per salvaguardare la Patria; una mistificazione, non era altro che la difesa del territorio al pari di un animale, o l'attacco a un territorio per depredare la preda ad altri animali (e la preda oggi puo' essere anche un barile di petrolio). Sono momenti in cui tutte le morali, tutte le etiche, tutta la nostra umanistica cultura diventa un cumulo di menzogne. Ci viene dato un aereo e dobbiamo andare ad annientare una città, distruggere tutto quello che invece nei momenti sereni abbiamo detto e indicato ai nostri figli che è quella era arte, che quello era il patrimonio dell'umanità e tante altre stupidaggini.

 Poi ci richiamano con la cartolina precetto e siamo inviati a distruggere perchè comandati, senza averne alle volte afferrati i motivi, le giustificazioni, le motivazioni. Nulla!  Ne' possiamo reagire! Il libero arbitrio lo esercita solo il potente di turno che ci comanda, non noi. Teologi, filosofi, politici ne parlano sempre per illustrarci che è un prezioso dono dato all'uomo; naturalmente quando parlano di uomini non precisano che intendono riferirsi a se stessi. Gli altri, cioè la grande maggioranza, non contano nulla. Questi semmai devono solo ubbidire, non hanno nessuna facoltà di esercitare il libero arbitrio.
Insomma i potenti (e i pensatori a loro servizio) ci raccontano solo tante frottole.

Nell'ultimo periodo di questo bimillenario percorso, c'è invece la mistificazione del liberismo e liberalismo. Anche questa è la celebrazione di un grande ipocrisia. Si afferma che è il sistema migliore per gli uomini. Che tutti sono allineati ai nastri di partenza con le stesse possibilità di successo. Che i bravi e i capaci emergono.

Invece non è vero. Alcuni hanno proprietà terriere, immensi tesori, privilegi ereditati (alcuni rapinati) da secoli e secoli, sempre rimasti al vertice grazie a queste ricchezze, che a loro volta hanno procurato e ancor oggi procurano altre incalcolabili ricchezze agli eredi . Questi ultimi possono essere anche nati stupidi, non avere nessun merito, ma hanno ormai efficienti gestori di queste ricchezze (manager, banche, imprese, finanziarie) e senza far nulla hanno colossali introiti, e possono comprarsi (o corrompere) l'arbitro della "gara", q
uindi  non tutti partiamo al nastro di partenza  "uguali". Anzi alcuni vincono senza partecipare neppure alla gara. Lo sforzo fisico per farla viene lasciato solo ai poveracci, ai plebei, a quelli che hanno illuso dicendo che hanno le stesse possibilità per vincerla; ma non è così. 
C'è l'eccezione, ma è rara; la maggior parte dei vincitori delle gare non ha mai partecipato alle gare eppure hanno  i premi a casa senza aver fatto nessun sforzo.
(ma tutto questo è un altro discorso). 

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