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QUI riassunto del PERIODO: di SETTIMIO SEVERO (dal 193 al 211)


*** LA MUSICA A ROMA

Lasciamo SETTIMIO SEVERO nel suo soggiorno in Egitto dove sta migliorando o progettando città e paesi, lasciandosi dietro una infinità di monumenti costruiti in suo onore, o da lui finanziati. Lui nato a Leptis Magna, questa città Settimio Severo la trasformerà in una delle più belle cittadine romane in Africa. Farà erigere terme, basiliche, fori, archi, monumenti straordinari.
Molte sculture decorative sono dovute agli artisti della scuola di Afrodisia.

  Diamo ora invece uno sguardo alla Roma di questi tempi. In particolare alla musica.

LA MUSICA A ROMA - Esce proprio quest'anno il piu' importante trattato "Sulla Musica", opera di QUINTILLIANO ARISTIDE, tre libri sulla ritmica, la metrica, l'etica musicale usando per lo scopo i numeri, secondo la tradizione pitagorica. Questo e altri che seguirono subito dopo, sono solo dei testi dove si teorizza con la filosofia e la matematica la musica; si rifanno tutti all'idealismo platonico che adotterà poi Plotino, sant'Agostino e tanti altri fino ad arrivare a Leibniz (1646-1716). Creeranno solo una profonda frattura tra teoria e prassi.

Infatti tra questi teorici che filosofano e il musicista che suona veramente gli strumenti, non esiste comunicazione, ognuno di loro non "ascolta" l'altro. I primi speculano con complicate elucubrazioni alla moda greca e non sanno suonare, mentre i secondi sanno suonare ma non sanno capire queste speculazioni, e viaggiano tutti quindi per proprio conto; gli effettivi suonatori proseguono solo con l'esperienza, o con quelle piccole difficolta' che mano a mano nascono con i nuovi strani strumenti; senza dimenticare -pur nella loro semplicistica tecnica, che musica è però fatta di esercizio e quindi orecchio-  le esigenze sociali in mutamento, quindi la destinazione e l'uso che della musica e di quei strumenti loro ne fanno. Si va dal ricreativo al religioso (col suono o la voce, singola o corale - i balli e le feste nei pagos),  e come strumenti si va dagli strumenti a corda fino a una specie di organo già presente in oriente per le feste popolari, che verrà proprio per questo motivo in seguito proibito da Teodosio (poi paradossalmente verrà in seguito riscoperto dalla Chiesa e da questa usata trasformando questo strumento in un oggetto molto legato alla liturgia)

Infatti vediamo in parallelo ai suonatori (visti da quella cultura del mondo classico, come lavori manuali, indegni di un uomo libero  (e sarà indegna fino al 1600 l'"arte" dei suonatori) nascere con le nuove culture religiose l'inizio di una prassi musicale indipendente da queste filosofie; col canto ambrosiano di Sant'Ambrogio (380), poi gregoriano di Gregorio Magno ( 595) che da monodico (una sola voce) arriverà alla polifonia (piu' voci) e che in seguito proprio questa musica dara' inizio alla trasformazione vera e propria della musica volgare (detta "mundana").  
Guido D'Arezzo (1026) invece, il suonatore di strumenti lo trasforma in un vero musicista, ma sul  percorso di questa rivoluzione c'è però un arresto verso il 1300, con l' "ars nova" che non farà piacere tuttavia a Papa Giovanni XXII che con una sua bolla condanna aspramente tutti i musicisti ""che cercano con nuove note di esprimere arie inventate solo da loro". In sostanza ci si scandalizza della creatività musicale, dei tentativi di creare dei nuovi temi musicali. Questo papa insomma vorrebbe che si suonasse solo quello che è stato codificato dalla Chiesa.

Ma è solo un ostacolo virtuale, che non ferma i musicisti che hanno - e sarà nonostante tutto  fondamentale - fatto germogliare quel seme che aveva fatto cadere fra tanti teorici, Guido D'Arezzo; darà infatti un grosso contributo a chi allora cantava, suonava e a chi si accingeva a entrare e vivere nel fantastico mondo della musica che oggi tutti conosciamo, inventando i segni neumatici, il rigo musicale, il solfeggio. Cioè la possibilità di poter creare dei suoni, codificarli, e quindi ripeterli, senza che la creatività dell'attimo vada perduta.

Per concludere, la musica a Roma di questo periodo era solo baccanale, festosa, ricreativa, ludica, nulla in comune con quella che conosciamo. Inoltre anche se c'era un virtuoso, la sua musica non era ripetitiva perchè non scritta; era solo il risultato di una lunga esperienza dello strumento abbinato alla sua improvvisazione.
Sino a pochissimi anni fa non si poteva parlare - e sembra incredibile - della musica come un linguaggio universale. E' un fatto recentissimo il fenomeno dell'internazionalizzazione del linguaggio per cui si può affermare che per certi aspetti solo dopo il dopoguerra (con la radio) il linguaggio musicale è diventato grosso modo comune a tutto il mondo, quando è entrato in sinergia con la musica orientale, con quella tribale, la celtica, l'andina, con gli spirituals, con l'afro-cubana e perfino con quella cinese e araba i cui suoni e lo spessore emozionale per un occidentale sono -ancora oggi- quasi del tutto sconosciuti e incomprensibili, perchè non legati a una tradizione che si è in occidente cristallizzata, proprio per nulla universale, come si può dire del resto anche di quella orientale. Salvo per quei pochi che seguono - e poi così scoprono- tutte le espressioni della musica sull'intero pianeta.

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