I GRANDI DISASTRI IN ITALIA
Sezione a cura di Michele Squillaci e Francomputer
( e altri gratuiti contributi di scrittori e giornalisti )


1884 - 1887

Pellegrinaggio al Pantheon
Epidemia di Colera - Eruzione dell’Etna



1 – Premessa

Tra il 1880 ed il 1887 l’Italia diede avvio a molteplici progetti atti a sviluppare sia le industrie nazionali sia le attività edilizie; i rapporti diplomatici instaurati le consentirono inoltre di ampliare, con il favore dell’Inghilterra, i propri possedimenti coloniali. Non mancarono progressi anche nelle cognizioni scientifiche come non mancarono i problemi da affrontare, tra cui quelli derivanti da alcune calamità naturali che colpirono il territorio di molte regioni e province.

Solo per citarne alcuni, nel settembre del 1882, una terribile inondazione devastò alcune città e terre del Veneto e l’Adige irruppe nella città di Verona, l’anno dopo il 28 luglio 1883 un sisma, che raggiunse l'ottavo grado della scala Mercalli, distrusse Casamicciola (ricordato in queste pagine).
Anche l’attività edilizia, provocando l’ampliamento degli agglomerati urbani, cresciuti senza piani ben prestabiliti e con strutture antiquate soprattutto con riguardo ai sistemi di distribuzione di acqua potabile e di reti fognanti, favorì l’insorgere di alcune malattie e la diffusione del colera. L’ignoranza in campo medico e sanitario non consentì di applicare terapie efficaci per curare il morbo e l’incapacità del potere costituito di informare l’opinione pubblica sul “perché”, provocò nelle masse paura, rassegnazione, rabbia nonché diffidenza più o meno recondita verso le istituzioni e la classe medica. In taluni casi si registrarono quindi reazioni popolari di una certa rilevanza che provocarono aggressioni e violenze.

Le iniziali scoperte sulle cause della malattia e le epidemie che si verificarono nel 1835 nel 1854 e poi nel 1866 consentirono di sperimentare nuovi metodi per affrontare l’emergenza sanitaria ma non di ottenere risultati apprezzabili nel circoscrivere il contagio e le sue terribili conseguenze.
Anche il 1884, che si aprì con le solenni celebrazioni del pellegrinaggio nazionale allla tomba di Vittorio Emanuele II al Pantheon, fu funestato dal colera che imperversò in tutta la penisola italiana anche nel corso degli anni successivi.

2 - Pellegrinaggio Nazionale al Pantheon
Le cronache italiane aprirono il 1884 riportando notizie sulla presentazione a Roma dei progetti per la costruzione del Monumento a Vittorio Emanuele II nonché quelle relative al trasferimento della salma del Re dall’altare maggiore al nuovo loculo situato sempre al Pantheon. La grande struttura, trasformata nel VII secolo in chiesa, dedicata a Maria e ai martiri, fu infatti destinata ad ospitare, tra l’altro, le tombe dei Re d’Italia.
In tale occasione fu organizzata una grande manifestazione popolare che si svolse nei primi giorni del mese di gennaio; il 9 gennaio 1884 confluì quindi a Roma, da tutta la penisola, il Pellegrinaggio Nazionale per visitare la tomba di Vittorio Emanuele II, morto a Roma nel 1878 ed ivi sepolto. L'avvenimento assunse grande importanza e da tutta Italia giunsero rappresentanze dei reduci delle campagne risorgimentali, autorità civili e militari con i loro gonfaloni e le loro bandiere nonché semplici cittadini che vollero così portare il loro saluto riconoscente all’ultimo Re di Sardegna ed al primo Re d’Italia. La manifestazione durò quasi tutto il mese e per l’occasione fu necessario potenziare collegamenti e servizi.
Ai partecipanti furono concesse medaglie ricordo coniate appositamente per l’avvenimento ed i veterani inquadrati nelle “Guardie d’Onore alle Reali Tombe del Pantheon” ebbero l’occasione di fregiarsi della speciale “Medaglia di benemerenza” istituita con i decreti del luglio 1879 e del gennaio 1880 da portarsi secondo le speciali disposizioni all’epoca in vigore.
“In seguito a proposta del Ministero dell'interno, con reali decreti in data 14 luglio 1879 e 1° gennaio 1880, ai veterani delle guerre combattute nel 1848 e 1849 per l'indipendenza e l'unità d'Italia, i quali custodiscono la tomba del Re Vittorio Emanuele II, viene data facoltà di fregiarsi di una speciale medaglia d'argento, nel solo giorno del loro servizio di guardia, ed in tutte le solennità e funzioni alle quali prende parte l'intero comizio."
"La medaglia contiene da un lato l'effigie di S.M. Umberto I, entro un disco sovrapposto alla stella d'Italia, posata su di una corona d'alloro fruttato, e dall'altro la leggenda "Ai veterani 1848-49 guardia d'onore alla tomba del Re Vittorio Emanuele II".
"Si porta alla parte sinistra del petto, appesa ad un nastro azzurro tramezzato da una lista verticale bianca, e bordato di una lista rossa alla parte destra e di una verde alla parte sinistra."
"Siccome di tale comizio fanno parte ufficiali dell'esercito attivo, della milizia nobile e di riserva, questo Ministero porta quanto sopra a conoscenza delle autorità militari per loro norma."
Il Ministro - BONELLI.”
Concluse le solenni celebrazioni dell’Italia “monarchica” i giornali pochi mesi dopo furono costretti a riportare notizie ben più importanti tra cui quelle riguardanti l’epidemia di colera che iniziata nel 1884 funestò tutta la penisola fin quasi alla fine del 1887. Le regioni maggiormente colpite furono la Lombardia, la Liguria, il Piemonte, la Toscana e l'Umbria, cui si aggiunsero più tardi la Campania, la Calabria e la Sicilia. Le popolazioni, decimate, vissero un periodo difficile nonostante gli interventi delle autorità che cercarono con i mezzi e le conoscenze a disposizione di arginare l'epidemia, ed organizzare le necessarie provvidenze sanitarie. A Napoli i casi di colera furono 15.927 con una mortalità del 50%. L’Esercito chiamato in causa come struttura di controllo e di protezione civile, diede molte prove di abnegazione e di sacrificio, e non pochi ufficiali e soldati nel soccorrere generosamente la vita altrui persero la propria.
3 – Epidemia di Colera - Prime avvisaglie
Allarme!
Il messaggio arrivò alle strutture civili e militari del regno d’Italia al verificarsi dei primi casi di colera all’estero. I dispacci si sovrapposero ai dispacci, raggiungendo i presidi sanitari, le prefetture, i comandi di Grandi Unità, e le strutture portuali. Queste ultime furono messe immediatamente in stato di all’erta al fine di evitare che dai bastimenti in arrivo da zone potenzialmente infette potessero scendere a terra gli equipaggi. Infatti, facendo seguito a notizie su casi di colera registrati in Birmania, il 23 aprile alle navi provenienti da quel paese fu imposta la quarantena nei porti italiani. Verificatosi qualche caso anche in Francia, il 24 giugno il grave provvedimento fu esteso prima alle navi provenienti da Tolone, poi a quelle in arrivo da tutti i porti francesi sul Mediterraneo. Sui pennoni... salì la bandiera gialla.
Quasi contestualmente anche l’esercito fu posto in stato di allarme. A partire dal 27 giugno 1884 ai confini con la Francia, il 4° reggimento alpini, di stanza in Torino, fu mobilitato ed i suoi reparti raggiunsero le località di destinazione sulle frontiere al fine di organizzare un cordone sanitario. Nel frattempo le strutture civili predisposero alcuni lazzaretti nei paesi più a rischio tra cui quelli di Bardonecchia, Ciabatta del Proi, e Clavières, dove cominciarono ad affluire i primi malati. Ai primi giorni di luglio ai reparti in servizio presso il confine francese se ne aggiunsero altri tra cui quelli del 1° reggimento alpini che presero posizione ad Airolo, Piena, Libri, Torre Olivetta, Ciotti, Campo d'Amaira e Margherita Boschi.
Le misure assunte si rivelarono però tardive. Non consentirono infatti di bloccare immediatamente il traffico degli emigrati e dei lavoratori stagionali che passarono il confine per sfuggire al contagio. Probabilmente qualcuno rientrò dalla Francia facendo ritorno nei paesi di origine portando con sé i primi sintomi del morbo ormai in incubazione. Il primo caso in Italia si registrò il successivo 28 giugno a Saluzzo, Cittadina del Piemonte in provincia di Cuneo, diffondendosi subito dopo in Liguria, in Piemonte ed in Lombardia.
In tempi immediatamente successivi e nell’imperversare della malattia, Francesco Crispi, criticò duramente il Governo accusandolo di “codardia” per essersi deciso, tardi, male e quindi con provvedimenti inadeguati, a richiedere le misure necessarie per isolare le frontiere italiane; ed in ciò muovendo l’accusa di non aver voluto danneggiare le attività straniere nelle aree territoriali di loro più specifico interesse.
3.1 – 1884 – Blocchi alle frontiere – Il colera nel Nord Italia
Nella prima decade di luglio il colera, nonostante i cordoni sanitari, si manifestò in varie zone del Piemonte e della Liguria. Poiché anche la Svizzera risultò infettata dal morbo, nello stesso periodo furono organizzati posti di blocco lungo quel confine. Reparti della brigata “Cagliari” e del 6° Reggimento alpini raggiunsero quindi Luino, Maslianico, Ponte Chiasso, Cavallasco, Uggiate e Ronago. A questi si unì una compagnia del 1° alpini che dal versante francese si trasferì su quello svizzero distaccando drappelli a Iselle, Trasquera, Bagnanco Dentro, Macugnaga. La Svizzera, protestò diplomaticamente contro le precauzioni italiane considerate eccessive nonché lesive per i commerci.
Altri reparti del 69° fanteria furono inviati nel settore di Ventimiglia mentre il battaglione “Val Camonica” del 1° alpini raggiunse il confine italo-austriaco essendosi verificati casi di colera anche nel Sud Tirolo. Il suo cordone sanitario si estese alle località di Bagolino, Ponte Rinaldo, Ponte Caffaro, Hano, Costa, Passo Fobbia, Fornace, Vesio, Dalgo e S. Michele. Altri presidi furono organizzati a Malcesine, Ferrara di Montebaldo, S. Anna, Erbezza, Peri e Boscochiesanuova dove si dislocarono gli uomini del 68° reggimento fanteria della brigata “Palermo”.
I provvedimenti assunti dal Governo ordinando severi cordoni sanitari ed altrettanto rigorose quarantene ai confini del Regno isolò i paesi maggiormente infetti. Ciascun comune si circondò a sua volta di precauzioni e di divieti inibendo l'ingresso nel proprio territorio agli abitanti dei Comuni limitrofi. I cordoni sanitari ufficiali e quelli posti in essere da comuni e province, spesso arbitrariamente, ebbero come conseguenza di arrestare il commercio con l'estero, ridurre gli scambi interni provocando quindi anche problemi economici e di approvvigionamento. Le strutture sanitarie poste anche esse in stato di mobilitazione cercarono di organizzarsi al meglio provvedendo ad ampliare il numero dei posti letto negli ospedali, predisponendo appositi lazzaretti e dotandosi di squadre di volontari. Diffidenza, paura ed ignoranza si accompagnarono alle prime fasi della malattia; le antiche superstizioni colpirono infatti anche il Piemonte e la Liguria dove alcuni malati, particolarmente sospettosi, rifiutarono il soccorso dei medici. Chissà…forse il rimedio proposto fu considerato peggiore del male!
Alla fine del mese di luglio si verificarono casi di colera a Casalgrasso, a Pancalieri e Villafranca, quindi materiali sanitari e contingenti del 57° reggimento fanteria “Abruzzi” e del 5° bersaglieri, furono inviati in quelle località per organizzare una rigorosa vigilanza. Nella zona di Canelli colpita dal morbo furono invece inviati reparti del 2° reggimento bersaglieri che isolarono la zona fornendo anche la loro assistenza.
Nell’agosto il colera si diffuse anche a Carrara, a Genova e a La Spezia. Anche qui furono immediatamente organizzati i cordoni sanitari utilizzando reparti della brigata “Ferrara”, nonché quelli del 31° reggimento della “Siena”. I reparti raggiunsero poi anche alcune località limitrofe per portare il proprio aiuto alle popolazioni colpite e per isolare le zone più a rischio. Truppe furono quindi trasferite nel tratto Cappella S. Antonio, Biassa, Foce, Seborga e nella frazione di Vigneroli nei pressi di Cairo Montenotte. La Spezia fu poi raggiunta anche da reparti del 1° reggimento fanteria “Re” e da contingenti del 7° bersaglieri. Anche i soldati come il resto della popolazione non risultarono immuni dall’epidemia infatti tra le truppe si verificarono una trentina di casi obbligando il ricovero dei malati presso i lazzaretti locali. A La Spezia gravemente colpita fu necessario far accorrere altri reparti per provvedere all’assistenza delle popolazioni e rendere ancora più impenetrabile il cordone sanitario steso attorno alla città; giunsero quindi contingenti della brigata “Lombardia” ed alcuni reparti del 7° artiglieria.
Allargandosi a macchia d’olio, il morbo raggiunse anche Bergamo e la sua provincia, qui il 45° fanteria fu parzialmente impegnato nel presidio delle zone di Quarcino, Villa Coduri, Ponte Chiasso, Almenno S. Salvatore, Clanezzo e Palladina. Il colera da Bergamo si diffuse poi in provincia di Parma che fu raggiunta dagli uomini della brigata “Ancona”. Presidi furono organizzati a Berceto, a Colorno ed in zone vicine. Alcuni casi si verificarono poi in Garfagnana quindi altri cordoni sanitari furono imposti dalle truppe della brigata “Calabria” che presidiò le zone di Barga e di Gallicano, nei pressi di Castelnuovo di Garfagnana. Molti i militari che contrassero il morbo. Nel mese di luglio nuovi casi furono segnalati in Lombardia ed in Veneto dove il 2° reggimento alpini si distinse nelle operazioni destinate a fronteggiare l'epidemia. In agosto il colera fece le sue prime vittime anche sull’Appennino tosco-emiliano.
Tutto il Nord Italia risultò colpito dalla pandemia. A Busca, in provincia di Cuneo, in tre giorni si ebbero 108 ammalati e 58 morti. Il Re, Umberto I, trovandosi nella tenuta di caccia di Valdieri, raggiunse il 26 agosto Cuneo da dove con il ministro Depretis, si recò a Busca. Visitò quindi i colerosi e secondo le cronache dell’epoca senza alcun riguardo verso sé stesso, pur badando alle esortazioni dei medici e di coloro che lo circondavano, volle confortare i malati ed i moribondi con la propria parola e con l’offerta di regali e sussidi. Conclusa la sua visita il Re rientrò nelle giornate successive a Monza. Il suo soggiorno estivo non risultò particolarmente tranquillo in quanto fu raggiunto da notizie sull’aggravarsi della situazione in generale e dell’apparizione del virus a Napoli.
Anche il Papa, Leone XIII, fu impressionato dall’imperversare della malattia quindi, auspicando la cessazione del flagello, diffuse per il tramite dei vescovi un proprio messaggio pastorale invitando i cattolici ad unirsi in preghiera indirizzando le loro orazioni alla Madonna del Rosario. Furono quindi organizzate messe, processioni e raccolte di fondi da inviare ai poveri dei luoghi maggiormente colpiti dal morbo. Le manifestazioni religiose ed i correlativi assembramenti, dato lo stato delle cose, forse non furono i più indicati; la speranza però si mantenne viva e qualcuno guarito dalla malattia o lasciato immune dalla stessa…..pensò poi di essere stato miracolato.
3.2 - 1884 – Esplosione del colera nel Sud Italia

stemma della Calabria
Ad agosto l’epidemia si diffuse ulteriormente; ne risultarono attaccate la Calabria ed il Molise. Le strutture civili anche in questo caso richiesero l’invio di materiali sanitari e l’intervento delle truppe. In provincia di Cosenza furono inviati reparti del 14° e del 53° fanteria. In Molise nell'Alta Valle del Volturno furono dislocate truppe del 44° reggimento “Forlì” mentre nella zona di Isernia, furono dislocate quelle della brigata “Modena”. I soldati furono impiegati anche in questi settori operativi nell’organizzazione di cordoni sanitari ed in compiti di protezione civile. Nel settembre il morbo cominciò a serpeggiare in Campania dove in aiuto alle popolazioni furono inviati altri contingenti di militari tra cui il 16° fanteria ed il 10° reggimento artiglieria da campagna che intervennero a Napoli, a Caserta ed in altre zone del circondario.
Ad Eboli, in provincia di Salerno, cominciarono a diffondersi le antiche “voci” su avvelenamenti voluti dal Governo fatte circolare ad arte da irresponsabili. Le locali stazioni dei carabinieri, rinforzate da reparti dell’esercito, furono quindi anche impiegate per far fronte ai moti di protesta ed ai tumulti che si verificarono nel centro abitato. Malgrado la vigilanza molto stretta, che in taluni casi originò altre proteste e le misure sanitarie adottate, il colera si manifestò anche in provincia di Salerno dove fu inviato a presidio il 65° fanteria della brigata “Valtellina”.
Altri casi scoppiarono contemporaneamente in Sicilia ed all'opera di assistenza alle popolazioni e ai servizi di cordone sanitario partecipò il II° battaglione del 6° bersaglieri che distribuì le proprie compagnie a Marineo, Misilmeri e Piana dei Greci. A Catania fu quindi trasferito via mare il I° battaglione del 42° fanteria “Modena”. Anche in Sicilia si diffusero voci calunniose sull’esistenza di avvelenatori; quindi le truppe inviate nell’isola furono utilizzate in servizio di ordine pubblico per arginare i moti popolari ed anche in attività “propagandistiche” intese ad eliminare nei tumultuanti ogni sospetto sulla presunta presenza di “untori”. Il battaglione del 42° inviò poi alcune squadre a Raddusa, Bronte, Catenanuova, Palagonia, Caltagirone al fine di assistere le popolazioni colpite dal colera evitando con la loro stessa presenza e con quella dei carabinieri l’insorgere di analoghe maldicenze. Non fu possibile bloccare però quelle di qualche buontempone secondo il quale…un militare chiamato a prestare servizio “per l’arrivo del colera” si presentò in caserma in alta uniforme.
Nel mese di settembre, l’epidemia si diffuse anche in provincia di Reggio Calabria. Intervenne la brigata “Valtellina” con il 66° fanteria dislocando i propri reparti per fornire assistenza alle popolazioni e cordoni sanitari a Siderno Marina, Bovalino, Ardore Marina, Gerace Marina, Stilo, Roccella Ionica, Santo Stefano, Melito Porto Salvo, Palmi, Brancaleone e Gerace Superiore. Anche in Calabria le superstizioni popolari e la paura di avvelenamenti collettivi attecchirono rapidamente; in alcuni casi masse popolari armate alla meglio costrinsero i treni a retrocedere.
3.3 - 1884 – Il colera a Napoli


Nel settembre del 1884 l’infezione pur mantenendosi vivace in tutta la penisola colpì in maniera particolarmente virulenta Napoli dove si registrò il più alto numero di decessi. In questa città l'epidemia si diffuse rapidamente anche a causa delle condizioni croniche di sottosviluppo di alcuni suoi quartieri. Giustino Fortunato, nel 1878, la descrisse così: "Ricavo da un lavoro manoscritto dell'ufficio di statistica municipale, che, a fronte di 45.000 vani, Napoli possiede 54.000 bassi, dei quali ben 36.000 lungo le vie. E questi nondimeno, quantunque privi di luce, specialmente nei rioni della marina e su per i vicoli dei colli, umidi e muffiti, non sono il più abietto ricettacolo della plebe napoletana. Vi è qualche cosa di molto triste, vi sono i fondaci: cortili vecchi e luridi, vicoletti senza uscita, cui di solito si accede per un androne, chiusi da alte fabbriche e mezzo nascosti qua e là in tutte le dodici sezioni. Nel fondaco, le famiglie sono come ammucchiate in camere successive, le une accanto e su le altre; non più il vantaggio di una boccata d'aria o di un po' di spazio sul selciato della via; quasi non più l'idea della famiglia o della casa. E se ne hanno centotrenta di siffatti depositi di carne umana, dimore abituali del vizio e dell'abbrutimento, rifugi sicuri dei mestieri più nocivi, veri nascondigli della più squallida miseria; bolge in feste di quella dura eredità della plebe napoletana, la scrofola, che da sola, popola di tisici i due terzi dei nostri ospedali! " "Ma, se ciò relativamente è per la città in generale, si immagini ognuno quel che poi debba essere quella parte della vecchia Napoli, che ne è proprio il basso ventre".(*)
Non appena il morbo cominciò a diffondersi, le autorità si resero immediatamente conto della gravità della situazione sanitaria. In pochi giorni furono individuati più di 300 casi di colera di cui oltre la metà letali. Sconvolta dall’epidemia Napoli visse in clima di stato di assedio; e ciò anche a causa dell'impenetrabile cordone sanitario che fu steso attorno alla città. Il caldo estivo del settembre 1884 contribuì ad aggravare la situazione ed in meno di due settimane i morti si accumularono a migliaia; la popolazione terrorizzata cominciò a creare assembramenti invocando soccorsi.
Le manifestazioni di piazza si susseguirono trasformandosi in qualche caso in tumulti prontamente repressi dalle forze di polizia e dei carabinieri. Difficoltà tra l’altro si verificarono nella città ed in particolare nella gestione di alcuni servizi civili tra cui quello delle comunicazioni telegrafiche in quanto alcuni funzionari ed impiegati locali si ammalarono o caddero vittime del virus. Nessun disservizio però nelle fila di ladri, grassatori ed impostori; i malviventi…si diedero da fare e spacciandosi per agenti di polizia incaricati di formare i cordoni sanitari, si avvalsero della loro falsa qualifica per compiere truffe e furti.
Gli atti di “sciacallagio” seppur numerosi furono fortunatamente marginali mentre invece non ebbero limite le prove di altruismo e sacrificio fornite dai medici e personale volontario di ogni genere. Come nelle altre città italiane anche a Napoli, oltre ai reparti dell’esercito, furono inviati volontari della Croce Rossa e di altre organizzazioni umanitarie che si prodigarono per soccorrere gli ammalati ed agevolare il ricovero degli stessi negli ospedali e nei lazzaretti. Anche Axel Munthe, medico e scrittore svedese, si recò nella città mettendo a disposizione la sua persona, le sue qualifiche e le sue conoscenze per quanto necessario. In ogni caso la scarsa fiducia delle popolazioni nei confronti del personale sanitario non ne agevolò certo il già duro compito: "Ho conosciuto un medico, al quale, ogni volta che egli apprestava una pozione al malato, si rivolgeva questa apostrofe: "bevete prima voi". Le lettere attraverso le quali narrò la propria esperienza di soccorritore, furono poi pubblicate in Svezia, in Inghilterra e nel 1910 anche in Italia.
Anche Giovanni Bovio, filosofo e politico nonché Gran Maestro della Loggia massonica napoletana, si mosse per organizzare e razionalizzare l'intervento dei volontari che furono raccolti sotto il simbolo della Croce Verde. All’appello di Bovio aderirono alcuni parlamentari socialisti e tra questi Luigi Musini ed Andrea Costa, grande protagonista delle lotte operaie dell'epoca. Entrambi, raggiungendo Napoli con le squadre volontarie dell'alta Italia, si aggregarono alla Croce Verde prodigandosi nell’opera di assistenza. Entrarono nei tuguri infetti e nelle case, portarono medicinali, intervennero in aiuto agli ammalati trasferendoli, quando possibile e necessario, negli ospedali e nei lazzaretti. Anche i volontari subirono dolorose perdite infatti alcuni degli stessi contratto il morbo non sopravvissero.
Oltre alle squadre dei volontari, Napoli vide giungere anche il Re. Appena informato della gravità della situazione - in quindici giorni si contarono 7.000 casi e 3.500 morti - Umberto I, invitato a Pordenone per assistere alle corse, rigettò l’invito inviando al sindaco della città un telegramma: "A Pordenone si fa festa, a Napoli si muore; io vado a Napoli". lasciò Monza, e partì per Roma, dove s'incontrò col duca d'Aosta, il quale lo accompagnò lungo tutto il viaggio. Con il Re arrivarono anche i ministri Depretis, Mancini, Brin e Grimaldi che, nel corso della loro visita, studiarono anche i provvedimenti da assumere.
La sera dell'8 settembre il sovrano giunse nella città ed ignorando ogni pericolo andò a visitare gli ospedali e i quartieri infetti di Porto, di Pendino e di Mercato, confortando i colerosi e rialzando con il suo esempio il morale dei napoletani. Visitò anche i reggimenti accampati a Bagnoli ed elargì ai colpiti dal morbo alcune somme personali nel tentativo di alleviarne le sofferenze ed agevolarne le cure. Il 12 settembre il Re partì da Napoli, dopo essersi congratulato con l’arcivescovo per l’esempio di carità cristiana e di abnegazione fornita dal clero locale.
Nel viaggio di ritorno a Monza, Umberto I fu fatto segno all’acclamazione popolare: “A Monza — narra Ugo Pesci scrittore e direttore della Gazzetta dell’Emilia — fin dalla mattina del 16 di settembre, per le strade ferrate e le tramvie erano arrivati a migliaia i cittadini da Milano, ed i villeggianti da Como, dalla Brianza, dai laghi. Alle 2, tutta la stazione di Monza era affollatissima, sebbene spaziosa quanto quella di una grande città. Vi giunsero la regina col principe ereditario. Tanta era la folla che, con grande stento, fu appena possibile di aprire un varco, largo appena un metro, fra una delle porte della sala reale e il binario, sul quale doveva giungere il treno... Questo entrò in stazione, salutato da un immenso grido di Viva il re ! ed Egli, prima che fosse fermo, era già sceso e stringeva fra lo braccia il principe e la regina, baciandola con affettuosa effusione. Ma i sovrani debbono sacrificare al loro dovere anche l'affetto della famiglia; ed Umberto, data la mano ai due o tre, che si trovò vicini, lasciò moglie e figlio per muovere incontro al sindaco ed all'intero consiglio comunale, andati a complimentarlo ed a presentargli una pergamena. Un'ondata di popolo per poco non separò la regina e il principe da tutti gli altri, mentre di fuori salivano al cielo acclamazioni frenetiche. Migliaia di persone di ogni ceto accompagnarono acclamando le carrozze reali fino alla villa, all'altra estremità di Monza, per un chilometro di strade per le quali, dalle finestre imbandierate e pavesate, piovevano fiori…” (**)
La partecipazione del Re alla pubblica sventura fu particolarmente apprezzata ed avvicinò il popolo al suo Re; dopo le visite effettuate a Verona, a Casamicciola, a Busca ed a Napoli infatti ad Umberto I fu attribuito l’appellativo di "Re Buono".
I quasi ottomila morti di Napoli evidenziarono drammaticamente le pessime condizioni igieniche e urbanistiche della città, ed ebbero ovunque grande risonanza. Attribuendo la massiccia diffusione del morbo allo stato disastroso del sistema fognario e ad un centro caotico costituito da “bassi” popolari, fu predisposto ed approvato dal Parlamento il 15 gennaio del 1885, il progetto presentato da Agostino Depretis per il risanamento di Napoli. Lo studio fu comunque oggetto di critiche in quanto, privilegiando il decoro del centro storico e la creazione di nuove strade, non affrontò alcuni dei problemi strutturali della città tra cui proprio quello del sistema fognario considerato insufficiente. Il "risanamento", finanziato dallo Stato e con il contributo dei maggiori istituti bancari, fu affidato ad un'apposita società. Il compito fu assolto trasferendo i quartieri popolari verso la periferia; abbattendo la parte centrale antica, si fece posto a nuovi quartieri residenziali.
4 - Anno 1885 – Nuovi eventi epidemici
Il Re tornò nella sua residenza di Monza, il Parlamento nel gennaio approvò il progetto di ristrutturazione della città di Napoli, mentre le truppe al comando del colonnello Saletta raggiunsero ed occuparono Massaua, sul Mar Rosso, secondo gli accordi di collaborazione internazionale intercorsi alla fine del 1884 tra Italia ed Inghilterra. Il Governo e la stampa ebbero perciò altri argomenti su cui cimentarsi. Il colera però non risultò ancora debellato e l’ondata epidemica si protrasse anche nei due anni successivi alternando periodi di recessione e fasi di ripresa, causando in totale circa 30.000 morti.
Il virus nel corso del 1885, infierì in diverse province italiane. Focolai dell’infezione di manifestarono ad Alessandria, Genova, Novara, Piacenza, Rimini, Parma, Reggio Emilia, Caserta. Nel mese di giugno 1885, al Nord mentre la minaccia del colera sembrò quasi allontanarsi, si verificò una grave siccità: la raccolta del grano fu pari a due terzi di quella dell'annata precedente, mentre altri cereali ed il granturco non giunsero a maturazione. La crisi alimentare che si determinò ebbe ripercussioni negative e, secondo il responso di alcuni medici, favorì l’indebolimento fisiologico della popolazione e quindi una minore resistenza della stessa alle malattie.
4.1 – 1885 - Colera nel Centro e nel Sud Italia
Nel gennaio 1885, il colera si manifestò a Gaeta, facendo la sua riapparizione nel “Borgo” e si diffuse successivamente in altre regioni. Per formare cordoni sanitari furono utilizzati vari reparti dell’esercito impiegati anche nella repressione dei moti di protesta popolare che si verificarono a causa dello stato di isolamento in cui si trovarono le città, chiuse nei loro confini per evitare il dilagare della malattia.
Con l’arrivo della stagione calda, nel mese di agosto, altri casi si manifestarono a Marsiglia ed a Tolone in Francia, mentre in Italia alla già lunghissima lista dei comuni colpiti dall’epidemia si aggiunse anche quello di Campobasso ed in provincia di Chieti, la frazione di Pietraferrazzana. Nel settembre risultarono nuovamente colpite la Calabria e in Sicilia. A Reggio Calabria furono nuovamente organizzati cordoni sanitari utilizzando truppe del 10° e del 66° reggimento di fanteria; anche reparti della Guardia di Finanza contribuirono alla sorveglianza di alcuni tratti di costa nel tratto Reggio-Bagnara.

stemma della Sicilia
In Sicilia, la situazione a Palermo si rivelò drammatica; molti i decessi di cui 189 solo nella giornata del 19 settembre. Furono immediatamente attrezzate le strutture ospedaliere e raggruppamenti di volontari. Le attività poste poi in essere per delimitare il contagio isolarono la città dal resto del paese, causando anche per il rigore dei provvedimenti imposti sollevazioni popolari. Alcuni soldati della brigata “Napoli” impegnati nelle operazioni di soccorso, di guardia ai lazzaretti ed in quelle di isolamento dei luoghi infetti, furono colpiti dal morbo. Fu quindi dato ordine alle truppe di sgombrare le caserme e di accamparsi alle falde del Monte Pellegrino. Altri contingenti tra cui quelli del 35° fanteria e del 6° bersaglieri furono inviate nei dintorni della città per presidiare alcune località fra cui quelle di Monreale, Cefalù, Brancaccio, Bocca di Falco e Villagrazia.

Nelle varie zone dove fu sviluppata l’opera di vigilanza e di assistenza, gli interventi del personale civile e militare proseguirono a lungo alternando alle operazioni di soccorso quelle di ordine pubblico. Come in Calabria infatti anche in Sicilia si verificarono disordini per le solite disgraziate “voci” propagate ad arte da mestatori circa la voluta diffusione del morbo da parte di agenti del governo. Altre truppe già presenti localmente quindi si aggiunsero quelle delle brigate “Umbria”, “Basilicata”, “Ferrara” e “Valtellina”. I nuovi reparti furono dislocati a Termini Imerese, Racalmuto, Sciacca, Lampedusa, Burgio, Alessandria della Rocca, S. Biagio e Cianciana.
L’isola risultò quindi presidiata da ben diciassette battaglioni utilizzati in gran parte per circoscrivere il morbo e tenere a freno l’immaginazione popolare. Tentativi furono inoltre effettuati di convincere la folla della mancanza di qualsivoglia volontà governativa nella diffusione del morbo; dimostrazione fisicamente reale di queste affermazioni fu l’ampio numero di militari provenienti da altre regioni impiegati nelle operazioni di soccorso. Ai molteplici interventi che si protrassero in parte anche nel 1886 giunsero elogi da parte di alcune amministrazioni cittadine impossibilitate da sole a far fronte all’epidemia e critiche al governo per l’eccessivo rigore di alcune misure di sicurezza poste in essere.
5 – 1886 – Nuove manifestazioni della malattia
Eruzione dell’Etna in Sicilia
Oltre al colera che continuò ad infierire nella penisola, nel 1886 si aggiunsero anche altre calamità naturali tra cui una eruzione dell’Etna che comportò notevoli disagi alle popolazioni del versante sud del vulcano.
5.1 - 1886 - Colera in Veneto ed in Romagna
Nel 1886 l’epidemia continuò a serpeggiare per tutta la penisola. Si manifestò anche a Venezia dove nel giugno furono organizzati cordoni sanitari da parte del 75° fanteria che inviò propri distaccamenti a Mira ed a Malcontenta concorrendo a sorvegliare i pozzi della città e fornendo personale per la distribuzione di viveri alle famiglie più povere colpite dal colera. All'inizio del mese di luglio del 1886 il virus riapparve anche in Romagna mostrando una particolare recrudescenza nel territorio di Ravenna. A Forlì le autorità sanitarie disposero immediate misure di prevenzione. Alcune scuole furono trasformate in lazzaretti e la città fu soggetta a vari provvedimenti di protezione civile tra cui quello della totale eliminazione delle immondizie accumulate nelle strade. Un comitato di previdenza e soccorso si prese poi cura della formazione di gruppi di volontari della Croce Rossa e della Croce Verde che si dedicarono al soccorso dei colerosi, al loro trasporto al lazzaretto, alla disinfezione degli alloggi e degli indumenti dei malati. La consistenza della squadre, oltre 400 uomini, fu anche in grado di fornire la propria opera soccorritrice alle città vicine, più colpite dall'epidemia. Il clero organizzò raccolta di fondi da distribuire ai bisognosi ed il vescovado rifacendosi alla lettera di Leone XIII invitò la popolazione a raccogliersi in preghiera. Al termine dell’epidemia le vittime accertate a Forlì furono complessivamente pari a 28 unità.
5.2 – 1886 - Eruzione dell’Etna
La Sicilia già colpita dal colera nel corso del 1885 fu funestata da altri eventi. Nel 1886 infatti accompagnata da leggere scosse di terremoto che si protrassero per circa un mese, l’Etna entrò in eruzione. Dopo alcune eplosioni eruttive che causarono l’apertura di alcune bocche alle quote tra i 1.500 ed i 1.400 metri un fiume di lava con uno spessore di medio di circa 8 metri, sgorgata dal Monte Gemmellaro, cominciò a scendere verso valle coprendo con il suo manto infuocato e con le sue ceneri vigneti ed oliveti. Molteplici i danni e alto il nervosismo; anche la città di Catania infatti fu investita dalla pioggia di cenere e lapilli. Più preoccupante però la situazione nei paesi arroccati sulle falde della montagna e tra questi in particolare quello di Nicolosi la cui popolazione fu costretta in parte ad evacuare il paese. La lava però giunta a 780 metri di quota arrestò la sua avanzata a poche centinaia di metri dal centro abitato. La credenza popolare gridò al miracolo visto che l’evento calamitoso ebbe termine dopo la devota e commovente processione organizzata dal Cardinale Dusmet durante la quale furono esposte alcune reliquie tra cui il velo di S. Agata, patrona di Catania. Sul luogo del miracolo fu poi costruita una cappella votiva.
6 - Anno 1887 – Ultimi lutti
Nel 1887 le notizie riguardanti il colera che ancora imperversava in Italia furono sostanzialmente cancellate dalle cronache che si occuparono diffusamente di altri gravi avvenimenti ed in particolare di quelli che portarono alla distruzione in Eritrea della colonna del colonnello De Cristoforis caduto unitamente a 500 dei suoi uomini a Dogali. I provvedimenti adottati successivamente, tra cui quello di dichiarare lo stato di guerra in Africa e la partenza della spedizione del generale Alessandro Asinari di San Marzano con i suoi 18.000 uomini, spostarono decisamente l’interesse dell’opinione pubblica sulle questioni africane. Malgrado il minore spazio fornito dagli organi di stampa alla questione sanitaria il colera però continuò a colpire portando nuovi lutti alle popolazioni di città e province.
6.1 – 1887 - Risveglio del colera in Sicilia
Dopo l’eruzione dell’Etna del 1886 e l’epidemia di Palermo anche Catania, Messina ed alcuni località minori furono colpite dall’epidemia di colera.
Nel marzo 1887 infatti il morbo si manifestò ad Adernò ed a Troina unitamente a tumulti popolari sempre legati allo spargersi di “voci” circa la diffusione del morbo ad opera di agenti del governo. A Catania il virus colpì nel mese di giugno manifestandosi in maniera violenta. L’organizzazione dei cordoni sanitari e l’opera di soccorso agli ammalati nei lazzaretti predisposti nei pressi della città nella località La Plaia furono assicurati oltre che dagli organi civili anche da reparti del 52° fanteria. A causa dell’imperversare dell’epidemia i distaccamenti del 52° furono obbligati ad abbandonare i loro quartieri lasciandovi solo piccoli presidi e ad accamparsi nella zona di Barriera del Bosco, fuori Catania. Da questa zona nell’agosto alcuni reparti raggiunsero Acireale e Nicosia per cimentarsi sempre in collegamento con le strutture civili sia in operazioni di ordine pubblico sia nel servizio di soccorso ai colerosi. Altri tumulti si verificarono anche nella zona di Caltagirone che fu raggiunta da reparti della brigata “Reggio”. A Messina nel frattempo operarono ancora nella predisposizione di cordoni sanitari ed in aiuto degli ammalati alcuni contingenti della brigata “Re”.
6.2 – Riduzione dei casi accertati e conclusione della malattia
Nel settembre si verificarono ancora alcuni casi di epidemia nella zona di Spoleto; tra le vittime alcuni militari del 5° fanteria. Anche in Campania nella zona di Pozzuoli si registrarono altre zone infette ma poi il colera ormai esaurito si estinse quasi completamente. In Sardegna, nel cagliaritano, si adottarono le solite misure di quarantena e il morbo fu circoscritto. Si ebbe qualche sporadico caso nei paesi dell’interno, a Pimentel, a Villamar, un paio ad Elmas ed alcuni a Cagliari.
7– Interventi per la ricostruzione, premi e decorazioni
L'epidemia mise in luce, con riguardo alle città italiane, gravi difetti igienici, edilizi, amministrativi, finanziari e di sicurezza pubblica. Parecchie riforme furono riconosciute indispensabili ed urgenti, si aprirono fascicoli e carteggi, furono effettuati studi ed analisi, articolati poderosi rapporti che .. rigorosamente protocollati raggiunsero velocemente gli archivi dove rimasero dimenticati e lasciati.... a raccogliere la polvere del tempo. Solo i progetti riguardanti Napoli, forse a seguito dell’interessamento del Re, furono resi operativi avviando ed attuando il processo di risanamento della grande città partenopea, abbellendone il centro e migliorandone nel complesso la situazione sanitaria.
Il Governo come in altre occasioni decise di premiare il personale civile e militare che svolse la sua opera assistenziale nei luoghi colpiti dal colera avvalendosi della normativa vigente e di cui al Regio Decreto del 28 agosto 1867, n. 3872, e successivi per la concessione di medaglie di benemerenza. In particolare per l’epidemia del 1884 fu coniata un’apposita decorazione diversa da quella già esistente, nel modello riportante l’effige di Umberto I, con un’altra che, al rovescio, oltre alla usuale corona di quercia colla leggenda all'intorno: "Ai benemeriti della salute pubblica" riportò al centro anche la scritta: “Anno 1884”
Con Regio Decreto del 31 dicembre 1885 furono conferite numerose ricompense collettive a molte delle brigate dell’esercito, nonché ad Enti ed organizzazioni che operarono nelle zone infette; altre invece furono attribuite singolarmente a numerosi militari ed a personale civile “per essersi resi benemeriti della salute pubblica in occasione dell'epidemia colerica del 1884”. I carabinieri che operarono sul duplice fronte umanitario e di salvaguardia dell'ordine pubblico si distinsero particolarmente ottenendo, nei vari gradi, svariate medaglie per le benemerenze acquisite.

Al fine inoltre di dare un segno generale di riconoscenza anche a chi non si trovò nelle condizioni di ottenere la medaglia di cui sopra fu disposta con Regio Decreto del 25 febbraio 1886, la concessione di speciali attestati di benemerenza.
UMBERTO I
per grazia di Dio e per volontà della Nazione
RE D'ITALIA
Veduto il reale decreto del 28 agosto 1867, n. 3872, col quale furono istituite medaglie d'oro, d'argento e di bronzo destinate a premiare le persone che si rendono in modo eminente benemerite in occasione di qualche morbo epidemico pericoloso;
Veduto il successivo decreto reale dell'11 novembre 1884, n. 2773, col quale fu fatta facoltà di proporre "attestazioni di benemerenza" a favore di quelle persone i di cui titoli acquistati durante l'invasione colerica di quell'anno non fossero stati tali da potere ottenere alcuna di dette medaglie;
Sulla proposta del Nostro ministro segretario di Stato per gli affari dell'interno, presidente del consiglio dei ministri;
Abbiamo decretato e decretiamo:
Articolo unico.
Alle ricompense stabilite col detto reale decreto del 28 agosto 1867 è aggiunta l'"attestazione di benemerenza".
Ordiniamo che il presente decreto, munito del sigillo dello Stato, sia inserto nella raccolta ufficiale delle leggi e dei decreti del Regno d'Italia, mandando a chiunque spetti di osservarlo e di farlo osservare.Dato a Roma addì 25 febbraio 1886. UMBERTO - Depretis - V. Il Guardasigilli D. Tajani

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L’epidemia di colera fu definitivamente debellata con la fine del 1887 anche se alcuni casi, assolutamente sporadici, si registrarono anche nel 1888.

Fortunatamente del colera non si parlò più fino al 1910.

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Michele Squillaci

Bibliografia

Gori – Il Popolo Italiano nella storia della Libertà e della grandezza della patria dal 1800 ai giorni d’oggi. Vallardi Editore 1928
L. Cappelletti – Storia d’Italia Dalla caduta dell’Impero romano d’occidente fino ai giorni Nostri (476-1900) Vallardi Editore – 1932 (**)
P. Sezanne – Le Decorazioni del Regno di Sardegna e del Regno d’Italia – Uffici Storici Esercito-Marina Aeronautica. Roma 1992.
Carabinieri – Due secoli di storia Italiana – C.G.E. – 1980.
Bersaglieri – Epopea dei fanti piumati da La Marmora ai Commandos – C.G.E – 1979.
Collezionismo Italiano - C.G.E. – Milano 1979
C. Romano – A Formicola - Vele Corazze e Cannoni - Roma
Touring Club Italiano – Campania – Milano, 1936
Siti internet : Franco Gonzato - Cronologia.it (*)
Siti internet – Croce Rossa Italiana – Corpo Militare
Siti internet – Regione Calabria
Cronache e documenti vari.
Foto delle medaglie: da originali d’epoca – Collezione privata

I DISASTRI IN ITALIA

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