SECONDA GUERRA MONDIALE

l'amicizia
STATI UNITI
INGHILTERRA
URSS

Quando l'attacco tedesco si rivolse  contro l'Unione sovietica, mutò tutta la politica delle Potenze in guerra.
Stalin aveva sempre rifiutato di credere a Churchill che il suo alleato Hitler si stava preparando per aggredirlo. Una vera e propria ostinazione mentale, visto che c'erano molti segnali, ed anche gli informatori (le grandi spie) il lavoro lo stavano facendo bene, ma lui testardo.
(questo secondo Churchill, mentre sappiamo che si era preparato bene, materialmente (vedi la
"Sorpresa" a Smolenks) e politicamente (vedi l' Incontro col giapponesino)

STALIN non volle (!?) mai credere al tradimento dei tedeschi fino a pochi minuti dall'invasione, che CHURCHILL gli aveva addirittura anticipata una settimana prima. Poi alle 2 di notte del 22 giugno del 1941, Churchill lo chiamò al telefono sulla "linea rossa", per dirgli  "Stanno arrivando, adesso sono sicuro che ci crederai".

(ATTENZIONE- Questa idea che Stalin non prevedesse un attacco viene smentita da queste altre pagine.
"LA SORPRESA CHE RISERVO' STALIN A HITLER"

Quando l'"Operazione Barbarossa",
dopo la conquista della Grecia e della Jugoslavia inizia (con un gravissimo ritardo per una sciocca ostinazione di Hitler su Belgrado), abbiamo dunque la svolta decisiva della guerra. Hitler ha osato e ha aperto due fronti. Alle spalle ha l'Inghilterra che nonostante i tedeschi la bombardano costantemente non si piega, attende fiduciosa i primi  aiuti americani e non gli dispiace affatto che le maggiori attenzioni siano ora rivolte a Est; una guerra in Russia non era una passeggiata come in Austria o in Polonia, Churchill avrebbe avuto tutto il tempo di preparare la grande offensiva (o la grande alleanza oppure in qualche modo coinvolgere gli USA nella guerra in Europa).

E' talmente sicuro che Hitler abbia altri pensieri per la testa, che con grande coraggio sguarnisce la difesa dell'Inghilterra per inviarla in Africa. (prima l'aveva sguarnita dall'Africa per la Grecia).
Era in Africa che si giocava la grande partita. Bisognava mettere "una manciata di sabbia nell'ingranaggio della efficiente macchina tedesca". 

Churchill era un convinto anticomunista fin dalla Rivoluzione Bolscevica; e lo divenne ancora di più quando, iniziata la guerra, i comunisti che aveva in casa .... "...mi avevano fatto tutto il male che avevano potuto, denunciando il nostro intervento una "guerra capitalistica ed imperialistica"; boicottando con manifestazioni e scioperi la produzione bellica o bloccando i porti d'imbarco"..."Con l'aggressione alla Russia, cambiarono atteggiamento dalla mattina alla sera, incominciarono loro a scrivere sui muri e sulle staccionate lo slogan "Aprire subito il secondo fronte"  (dalle sue Memorie)

La stessa cosa era accaduta in America all'indomani dell'attacco alla Russia. Oltre il partito dei non interventisti, i comunisti americani avevano dato molto fastidio a Roosevelt, quando -pur non intervenendo direttamente nella guerra- gli Stati Uniti avevano deciso di aiutare con la formula "Affitti e prestiti" gli inglesi. 
Agli americani e a tutte le forze produttive e sociali che volevano stare alla larga dalla guerra europea,  Roosevelt aveva fatto un bel discorso;  rispolverando una legge del 1892 che autorizzava "a dare in affitto proprietà militari quando queste servono e sono utili al bene pubblico".
La interpretò in questo modo: "In Europa non possiamo nè vogliamo intervenire; ma aiutare gli inglesi significa anche difendere il bene pubblico, cioè l'America".
Poi con l'attacco all'Urss, anche in America da un giorno all'altro, non solo le forze produttive e sociali, ma anche i filo-comunisti americani chiesero che "si facesse qualcosa per la Russia".
Adesso avevano capito tutti chi era Hitler.

Il Presidente era già psicologicamente pronto, perché convinto da tempo che prima o poi anche se Hitler  non aveva nessuna intenzione di aggredire direttamente gli Stati Uniti, se si impadroniva dell'Europa, avrebbe colpito indirettamente la supremazia economica dell'America, e non solo l'America avrebbe perso i mercati d'Europa ma anche quelli in Oriente, visto che i giapponesi si erano schierati con l'Asse con l'intenzione di cogliere la buona occasione per egemonizzare l'Asia.

Qualche provocazione di Roosevelt ci fu per indurre Hitler a dichiarare guerra agli Usa. Ma Hitler aveva ben presente com'era finita la Prima Guerra mondiale. Quindi faceva di tutto per stare alla larga.

( ricordiamo: L'intervento degli Usa in Europa nel 1917 fu dovuto non per degli attacchi veri e propri all'America, e nemmeno per l'indignazione dell'opinione pubblica americana quando ci fu l'affondamento del transatlantico inglese  Lusitania, in servizio da Londra a New York che causò la morte d 2000 passeggeri, di cui 138 erano americani. Fu invece dovuto agli attacchi tedeschi fatti ai convogli di navi mercantili che rifornivano (facendo gli americani buoni affari) l'Intesa. Solo allora Wilson alzò la voce dichiarando di voler entrare in guerra contro la Germania "per i valori che sono sempre stati più cari ai nostri cuori: la democrazia, il diritto dei popoli piegati dall'autoritarismo, i diritti e le libertà delle piccole nazioni".
Il 2 aprile 1917 l'America votò la crociata per il trionfo della Democrazia in Europa, dimenticandosi però di darla al confinante Messico che reclamava alcuni territori del Texas e Arizona..
Ma anche in Europa, dopo che la guerra era scoppiata il 2 agosto 1914, nessuno si era accorto in America che il Belgio democratico era stato sommerso, che la Francia democratica era svenata, e che l'inghilterra era agli estremi. Debbono passare tre lunghi anni prima che questi messaggi democratici si propagandino per il mondo con la nobile crociata.

 Hitler  sapeva benissimo che non era stato quello il vero motivo, ma quello che è passato alla storia come il "Telegramma ZIMMERMAN" dal nome del ministro degli esteri tedesco, intercettato dagli Usa. L'intenzione tedesca in quegli anni era quella di avviare un'alleanza con il Giappone e con il Messico in funzione antiamericana. Voleva  costringere  gli USA a dover fronteggiare un pericoloso fronte interno, o affrontare un conflitto in Oriente; o uno o l'altro,  peggio se contemporaneamente, avrebbero impedito un eventuale intervento americano in Europa).

Questa propaganda e Crociata fu subito ripresa con la stessa motivazione anche nella nuova guerra mondiale (anche qui, un intervento, dopo che era scoppiata già da tre anni).

L'Ammiraglio Raeder con il Furher insisteva sempre di voler colpire con gli U-Boote i mercantili americani che fornivano materiale bellico all'Inghilterra, ma Hitler si era opposto sempre. Un altro zelante  ammiraglio si precipitò a riferirgli che un suo collega non aveva nemmeno "disturbato" le navi americane che gli passavano davanti al naso, e che invece erano palesemente mercantili piene di armi. Hitler non lo ascoltò nemmeno. Cambiò discorso e gli voltò le spalle.

Quando Roosevelt fu rieletto per la terza volta alla presidenza, lui non solo ricordava bene quale era stato il vero motivo  dell'intervento degli Usa in Europa nel 1917, ma aveva lucidamente anche capito che Hitler temeva questo intervento. Lo temeva, eppure  Hitler commise il grave errore di rivolgere le armi verso la Russia, con il Giappone suo alleato, che però ne approfittò (e qui bisogna per forza leggere l' Incontro col giapponesino) per rivolgere le sue ostilità non più alla Russia (lasciato in pasto a Hitler), ma all'America.
Questo significava che malgrado i regimi e le convinzioni politiche dei tre Paesi -così molto diversi che da anni si ignoravano- l'America e l'Inghilterra ora improvvisamente avevano dalla loro parte anche la Russia per fermare il nazismo (ma anche per calmare tutti i comunisti che i due Paesi avevano in casa).

L'errore di Hitler fu proprio quello di gettare inglesi, russi ed americani gli uni nelle braccia dell'altro.
Roosevelt  non solo aumentò gli aiuti all'Inghilterra, ma estese i sussidi anche a Stalin.
Una vera e propria "grande alleanza" militare non fu sancita subito; del resto né in America né in Inghilterra  si poteva cambiare politica da un momento all'altro, le diffidenze e le incomprensioni dopo anni di isolamento, erano reciproche. Le rispettive ideologie erano agli antipodi.

Nemmeno  quando la Russia il 22 giugno del 1941 fu invasa da Hitler, Stalin pur nell'estremo bisogno non fece nessuna richiesta di aiuti militari né a Churchill né agli Americani. E se gli americani erano ostinati a non rivolgergli la parola,  Stalin lo era ancora di più, nemmeno con l'acqua alla gola avrebbe chiesto aiuto agli imperialisti.
Ci pensò a sgelare i rapporti Churchill, ma solo un mese dopo, il 7 luglio del '41. Quando (con grande sorpresa di Hitler -che aveva sottovalutato l'armamento russo - ma anche lo stesso Churchill) l'Armata  Rossa iniziò  inaspettatamente a dissanguare le armate tedesche già alla prima settimana dell'invasione "Barbarossa".
Lo statista inglese non indugiò più a fare al singolare e "inatteso" alleato, delle proposte. A chi gli ricordò che il bolscevismo era stato sempre il suo "diavolo", rispose con la famosa frase che "...se per battere Hitler devo allearmi con diavolo, io mi alleo col diavolo". Poi scrisse una "appassionata" e "garbata" lettera a Stalin e gli  lanciò (sapendo con chi aveva a che fare) una sibillina proposta tra le righe, ma senza sbilanciarsi troppo:

"Noi tutti in Inghilterra siamo molti soddisfatti che gli eserciti russi oppongono una resistenza così energica all'invasione nazista, assolutamente non provocata. Tutti ammiriamo il coraggio e la tenacia dei soldati e del popolo russo. Noi faremo (*) per aiutarvi tutto quello che ci permetteranno il tempo, la posizione geografica e le nostre crescenti risorse. Più lunga sarà la guerra, maggiore sarà l'aiuto che potremo (*) prestarvi. Noi dobbiamo solo continuare a combattere per sterminare questi furfanti"
.( lettera dalle Memorie di Churchill.)  
(*)
Quel faremo e quel potremo a Stalin non bastava, diceva poco, e non era un'alleanza.

Stalin non si precipita a dare una risposta, anche lui molto chiara, ma però gli chiede il 18 luglio al telefono quello che i comunisti britannici hanno già scritto sui muri: cioè l'apertura di un secondo fronte in Francia allo scopo di alleggerire la pressione sulle truppe sovietiche. Che per Churchill significava riportare la guerra davanti casa. Far digerire agli inglesi una mossa del genere non era certo facile ("morire per salvare i russi, era proprio il colmo! dopo anni di antibolscevismo!")

A toglierlo d'imbarazzo (o fu lui a suggerire questo passo) ci pensarono gli americani. Roosevelt ha rotto gli indugi. Il 30 luglio vola a Mosca Hopkins, incaricato speciale del presidente.  S'incontra con Stalin e dichiara la disponibilità americana a fornire materiale bellico all'Unione Sovietica. 
Già il 2 agosto partono i primi convogli e iniziano le forniture, mentre il giorno prima gli Usa hanno deciso l'embargo del petrolio nei confronti dei Paesi aggressori che si sono uniti al nazismo, e per prevenire il peggio, l'embargo lo estendono anche nei confronti del Giappone, che così colpita nella sua economia, cambia la sua politica (fino allora) attendista e inizia a mobilitarsi per un conflitto contro gli Usa. (diciamo fatale attendismo, perchè se il Giappone avesse iniziato prima, quando gli anglo (e aiuti americani) erano molto impegnati in Europa, sconfiggere i giapponesi sarebbe stato molto difficile. Anche perchè la decisiva bomba atomica americana fu pronta solo nel giugno-luglio 1945)

C'è da dire che già il 27 aprile
a Singapore, inglesi, olandesi e americani concordarono un piano di difesa comune in caso di attacco giapponese nel settore.
Il 22 giugno inizia l'invasione di Hitler alla Russia. Il 30 è già in difficoltà.
Il 1 Luglio Hitler ha una bella sorpresa. Ribbentrop esorta il ministro degli Esteri giapponese Matsuoka a dichiarare guerra all’URSS, che (ma guarda un po'!) sta sguarnendo invece l’Estremo Oriente per far affluire tutti i rinforzi possibili a Ovest, con Vladivostock mai stata cosi debole. Ma i giapponesi rifiutano: hanno già scelto la strada della loro espansione, verso l’Asia sud-orientale e stanno pure loro sguarnendo i confini russi. (quindi qui si avvalora l'ipotesi di un patto fatto dai giapponesi con Stalin - con molto molto anticipo dell'invasione).
(vedi L'INCONTRO CON GIAPPONESINO del 13 aprile)
(E ricordiamo inoltre che la Russia non dichiarò mai guerra al Giappone. Lo farà solo il giorno dopo lo sgancio della prima bomba atomica; ma ormai fuori gioco).
Il 2 luglio il Giappone ordina a tutti i suoi mercantili in navigazione nell’Atlantico di rientrare in patria, e chiama alle armi oltre 1 milione di uomini.
Il 18 luglio in Giappone si forma un nuovo governo con un ammiraglio "falco" (Toyoda).
Il 23 luglio
con l’assenso del governo Francese di Vichy (filonazista), forze giapponesi iniziano l’occupazione completa dell’indocina, per collaborare alla sua difesa.
Il 26 luglio il governo di Washington decide il congelamento di tutti i beni giapponesi e cinesi in USA (i giapponesi sul loro territorio fanno altrettanto con gli americani) e mette in allarme il comando del settore delle Hawaii. Il gen. Douglas MacArthur assume il comando delle forze armate americane in Estremo Oriente e delle forze filippine.
il 30 luglio Churchill convince Roosevelt ad aiutare la Russia. Il 2 agosto partono i primi convogli americani con destinazione Russia.

Il 7 agosto, con il Paese quasi allo sfacelo nonostante la resistenza, Stalin è lui a prendere il comando supremo dell'Armata Rossa. Non è uno stratega ma si prende il lusso di mandare una squadriglia a bombardare la notte stessa e il giorno dopo Berlino. Tre giorni dopo lo imita Churchill, poi il 29 prende di mira Francoforte, il 2 settembre Colonia, il giorno dopo ancora Berlino, poi Amburgo, Brema;  intanto da sud-est gli inglesi offrono il primo tangibile aiuto ai Russi invadendo l'Iran.
Ormai non ci sono più dubbi. I tre si stanno abbracciando proprio mentre le armate tedesche per la prima volta da quando combattono stanno subendo delle clamorose sconfitte. ("I Russi ci hanno sorpreso. Siamo impotenti di fronte a questi mezzi corazzati (carri a. da 52 t. Ndr.) che attualmente sono i piu' forti. I combattimenti che ora hanno luogo qui da otto giorni appartengono ai piu' gravi che le truppe tedesche hanno dovuto sostenere sinora". (lettera di Hitler a Mussolini il 30 giugno).

Il 9-12 Agosto Churchill sulla nave Prince of Wales, e  Roosevelt sull'incrociatore Augusta s'incontrano a Terranova. Al termine dell'incontro pubblicano gli 8 punti della  "CARTA ATLANTICA" che caratterizzano gli scopi della guerra da parte delle democrazie occidentali.
Ma lanciano anche un duro
monito a Tokyo " “Ogni ulteriore espansione nipponica condurrebbe a una situazione in cui il governo degli Stati Uniti si vedrebbe costretto a prendere contromisure, anche se queste dovessero portare alla guerra”.

27 agosto Il governo nipponico protesta a Washington contro le ripetute violazioni delle acque territoriali giapponesi da parte delle navi americane che trasportano aiuti al porto sovietico di Vladivostok. (non protestano perché vogliono aiutare Hitler, ma lo fanno per cercare un pretesto per la guerra con l'America - Se volevano aiutare Hitler mica i giapponesi si disimpegnavano dai confini russi)
Successivamente fino a novembre i giapponesi partecipano ai vari tentativi  per regolare la vertenza nippo-americana, ma si trattava di polvere negli occhi: in realtà, tutto era già stato deciso.


Il 17-25 settembre gli americani già partecipano attivamente anche se indirettamente alla guerra, scortando i convogli sull'Atlantico; negli stessi giorni quindici Paesi alleati si dichiarano favorevoli agli scopi dichiarati nella Carta Atlantica,  tra questi la Russia che sta ora conducendo una guerra terrificante, ottiene clamorose vittorie ma subisce anche tremendi rovesci. Ha grandi mezzi e molti uomini ma quello che manca è un grande stratega.
Il 31 ottobre pesanti bombardamenti della Luftwaffe prendono di mira Mosca; truppe corazzate hanno raggiunto il Volga il 19, mentre il governo ha già abbandonato Mosca il 17. Ma stanno abbandonando la capitale l'intera popolazione, le industrie vengono trasferite sugli Urali, e tutti i i cittadini validi -donne e uomini- dopo averli armati arretrano; stanno attuando i russi la tattica della terra bruciata lasciandosi alle spalle solo rovine, distruzione e Mosca in fiamme. I tedeschi con l'ultimo loro slancio riescono perfino a conquistare Klin a nord e Stalinogorsk a sud di Mosca, ma un mattino, il 5 dicembre, il termometro scende a 40 sotto zero. Si sta ripetendo il dramma dell'invasione napoleonica. 

Siamo infatti alla notte del 5-6 dicembre, ed entrano in scena due "generali": uno è il "generale gelo", l'altro e il generale ZUKOV (che sembra l'anagramma del KUZOV quello che  sconfisse Napoleone. E se guardiamo le date, Hitler ha iniziato l'invasione nello stesso giorno scelto da Napoleone, 22-23 giugno, e nello stesso giorno il 6 dicembre Napoleone abbandonò la sua armata alla Beresina).
Che l'inquietante fantasma di Bonaparte si aggirasse in mezzo ai tedeschi non abbiamo dubbi. La catastrofe era davanti a lori occhi e nelle loro irrigidite membra; diventò un problema anche una semplice minzione e il resto.
Inoltre cosa ha fatto Stalin? Sguarnendo tutta la frontiera in Estremo Oriente da Vladivostock alla Mongolia interna (3.000 chilometri - e sembra un gesto avventato) ha concentrato le forze tutte su Mosca per sferrare il 5-7 DICEMBRE la grande offensiva a Hitler proprio con i Siberiani e i Mongoli.

Il mondo -mentre i russi cacciavano i tedeschi da Mosca- non fece nemmeno in tempo a interrogarsi come sarebbe andata a finire, che poche ore dopo, il 7 mattina, dal Pacifico giunse la clamorosa notizia. Il proditorio attacco giapponese alla base della flotta statunitense nel Pacifico, a PEARL HARBOR
Per l'America questo fu il "giorno dell'infamia". Un colpo così violento e doloroso che scosse dal torpore anche il più ostinato neutralista.
Se poi in tutta questa operazione ci fu una volontà machivellica, questo è un altro discorso. Di certo non fu una sorpresa.
Sono stati spesi fiumi d'inchiostro su questo attacco; inchieste, commissioni, ricerche si sprecarono. Alcuni hanno sostenuto che era impossibile non prevederlo l'attacco (visti i rapporti tesi, i blocchi economici, le navi nelle acque territoriali ecc), altri  fecero ricadere le responsabilità ai comandi per aver concentrato nella rada una intera flotta; altri ancora con malizia dissero che la noncuranza fu invece machiavellica, per far schierare i non interventisti all'intervento in una guerra che era ormai inevitabile.
Quando Churchill quasi incredulo chiamò Rooesevelt per avere la conferma dell'attacco, e il presidente rispose "Purtroppo è vero"; Churchill commentò gelido "Questo di certo ora semplifica le cose", "Adesso siamo nella stessa barca" (Memorie, Churchill)

 L'8 dicembre al Congresso a Roosevelt in effetti "le cose" furono molto semplici. Tutta l'opinione pubblica americana indignata gridava "vendetta". Tutti pronti (all'improvviso) a sopportare d'ora in avanti sacrifici e le spese di un grande conflitto. A Roosevelt non rimase altro da fare che dichiarare formalmente guerra al Giappone. Ma non alla Germania. Per tre giorni rimase nel dubbio, facendo innervosire Churchill che li voleva accanto in Europa, mica lui poteva aprire un fronte a occidente da solo. A risolvere la situazione ci pensò Hitler, fu infatti lui l'11 dicembre a dichiarare guerra agli Stati Uniti.
 Gli Stati Uniti entrano così ufficialmente in guerra a fianco dell'Inghilterra e della Russia. E devono operare su tre continenti.

Mussolini è soddisfatto, dichiara con tanta superficialità che ne è anzi "felice", da tempo andava dicendo che "....con l'America si doveva farla finita, che le potenze dell'Asse dovevano impartire una lezione agli Stati Uniti...".

Il commento dell'autorevole giornalista Giovanni Ansaldo, direttore del Telegrafo, fu sarcastico: "Ma il duce l'ha visto mai l'elenco dei telefoni di New York?". Erano 6 volte superiori a quelli dell'intera penisola. Dai libri di geografia del 1935 in uso nelle scuole italiane, a New York c'erano installati 1.702.889 apparecchi.
 I Telefoni in Italia erano 333.007 (1,02% del mondo), in USA 21.679.000 (59%)
Poi il resto: USA 133.000.000 abitanti. Italia 41.000.000
produzione frumento qli. 250.000.000.  It. 63.000.000
produzione mais 600.000.000. It. 32.000.000
bovini 57.000.000. It. 7.090.000
Ferrovie 401.000 Km. It. 17.017. 
E del petrolio nemmeno parlarne, l'America aveva i rubinetti in casa.

GRANDE DEPRESSIONE dopo il  '29 ?
 Negli Stati Uniti ancora nel 1931si erano prodotte 2.030.532 auto, 435.784 camions; certo meno del 1930 (rispettivamente 2.901.251 e 599.991) ma comunque decisamente una produzione considerevole, opulenta. Una crisi di produzione relativa perchè  dobbiamo considerare che quasi ogni famiglia americana nel 1931 già possedeva un'autovettura. 
Al 1° gennaio 1932  troviamo la proporzione di abitanti di 4,59 per ogni automobile; mentre in Francia e Inghilterra l' abbiamo su 28 abitanti, Danimarca 31, Svezia 42, Svizzera 50,  Belgio 51, Norvegia 61, Germania 94, Spagna 119, mentre l'Italia è ferma a 142, battuta solo dalla Grecia con 147.
Nelle Vie d'Italia di aprile del 1932 era riportato il Censimento Mondiale 1931 degli autoveicoli (da pag.105 a 109). "Negli Stati Uniti  sono concentrati gli 88 centesimi degli autoveicoli esistenti in tutto il mondo, 26.697.398 (!!) su 35.805.632".
In Italia alla stessa data ammontavano a 291.587, Francia 1.459.650, Inghilterra 1.663.450, Spagna 189.650, Germania 679.300, Russia 57.640, Giappone 95.719.
E' sufficiente un solo, significativo dato: nel 1929 in Italia le nuove automobili immatricolate erano 33.436, nel 1931 scesero a 14.760 (un numero pari alle auto che di media si producevano e si vendevano nell'arco di 48 ore negli Stati Uniti sempre nello stesso anno 1931.
La crisi americana era grigia, ma non era proprio nera nera come la raccontavano, e come molti ancora la raccontano senza avere sottomano i dati come questi.

 Ansaldo non sbagliava! Il successivo 6 gennaio Roosevelt fece il programma "prestiti e affitti" per gli aiuti in due anni  agli inglesi e ai sovietici con una la previsione di spesa pari a 20 miliardi di dollari. Giorgio Bocca in Storia d'Italia, scriverà"... 20.000 milioni di dollari! Una divisione corazzata la si equipaggia con 34 milioni, una di fanteria con 11. Tradotti in questi termini il valore in dollari basterebbe per equipaggiare 588 divisioni corazzate e 2000 divisioni di fanteria.....Cifre da vertigini, specie in un paese come il nostro che non è riuscito a tenere in campo più di una o due divisioni corazzate. E ancora più vertiginosi i programmi d'armamento impostati: 125.000 aerei, 75.000 carri armati, 35.000 cannoni, 8 milioni di tonnellate di naviglio".

Mussolini si era "dimenticato" che doveva sostenere un confronto con la maggiore potenza industriale del mondo.  Un Paese che in un solo mese era in grado di produrre l'intera potenzialità bellica che disponeva l'Italia nel 1941(dopo ancora meno); in una sola settimana estraeva da sotto i piedi  il carburante che l'Italia consumava in un anno; aveva a disposizione il 50% delle risorse potenziali alimentari del pianeta contro l'1% dell'Italia; vi circolavano e si muovevano verso il mare e i monti in spensierate vacanze 30 milioni di automezzi, contro i 166.000 italiani fermi nelle città e i 56.000 che si trovavano in guerra fermi anche questi, perchè senza carburante o pezzi di ricambio. Eppure l'Italia dichiara guerra all'America! Mentre il suo alleato era ormai caduto nella trappola dei russi; e a Stalingrado gli hanno  già congelato i suoi sogni di gloria e anche le sue armate.

"Hitler e Mussolini -scriverà lo storico generale Faldella- a fine dicembre 1941 non erano già più in condizione di formulare piani a lunga scadenza e di prepararsi ad attuarli.  Sono costretti a prendere esclusivamente provvedimenti  di emergenza; sono sotto l'assillo dell'urgenza di risolvere i problemi contingenti, creati dal prolungamento della guerra contro la Russia e la sconfitta in Africa. Mentre Gran Bretagna  e Stati Uniti avevano la libertà d'azione e di iniziativa  che Germania ed Italia avevano già perduto".

Tutto ciò che accadrà dopo non è null'altro che un'assurda ostinazione, una irrazionale follia. Che durerà altri quattro anni, causando milioni e milioni di morti.

Questo quando qualsiasi mente lucida, perfino  un ragazzino, se apriva un Atlante e leggeva le risorse, non avrebbe nemmeno accettato di fare una partita a Monopoli. Lo squilibrio delle forze che scendevano in campo erano nitidamente spropositate. Per l'Italia perfino paradossali. 
Eppure!! Finì come finì. In una tragedia! Anzi in una tragedia dopo l'altra.

Ma la "Crociata in Europa" (così titolò la sua guerra Eisenhower) degli americani era proprio così interessata al trionfo della Democrazia? O fu l'intervento un grande affare che da tre anni aspettavano (come nella Grande Guerra - intervennero dopo tre anni, anche se il Belgio democratico era stato sommerso, la Francia democratica era svenata, e l'Inghilterra democratica era agli estremi).

E' abbastanza singolare questa analisi fatta pochi mesi prima dell'attacco a Pearl Harbor, in Italia pubblicata su "Il Gazzettino del Popolo" (e poi su un inserto a parte il 7 aprile 1941 - che possediamo in originale). Con un titolo abbastanza curioso:

"Gli Stati Uniti contro l'Inghilterra", firmato da Ezio M. Gray.

"Quando tra due gruppi di Potenze in conflitto una terza Potenza fornisce, a uno solo di questi gruppi, navi da guerra, aeroplani, munizioni e materie prime, mi sembra ozioso e ingenuo domandarsi ogni giorno se quella Potenza intende o meno intervenire nel conflitto. E' più semplice prendere atto che essa è già intervenuta ed è più utile esaminare le ragioni del suo intervento e i possibili risultati.
Fino a qualche mese fa Roosevelt giustificava la sua politica interventista con due argomenti: la difesa del Continente americano da una preordinata aggressione delle Potenze dell'Asse e la difesa della causa democratica.
Nel messaggio del 6 gennaio Roosevelt, sensibile una volta tanto al ridicolo, ha abbandonato la tesi delle necessità di proteggersi da una aggressione d'oltre oceano. Prendiamo atto, anche se i vari Cordell Hull osano insistere. Resta dunque unica ragione dell'interventismo rooseveltiano, l'asserita necessità di difesa della democrazia pericolante.

Senonchè su questo terreno Roosevelt ha commesso una grave imprudenza polemica. Volendo coonestare la propria ingiustificabile aggressione egli ha creduto di poterla innestare su una tradizione di antagonismo storico tra Democrazie e Stati totalitari dichiarando che già venti anni fa gli Stati Uniti erano entrati in guerra per difendere l'ideale democratico. Sarò bene precisare come e quando la democrazia stellata sentì venti anni fa l'incoercibile imperativo dell'ideale democratico. La guerra scoppia il 2 agosto 1914; l'America interviene il 2 aprile 1917; debbono dunque passare tre lunghi anni prima che gli Stati Uniti si accorgano che il Belgio democratico è sommerso, che la Francia democratica è svenata e che l'Inghilterra è agli estremi. Tre anni dunque, di insensibilità politica, ma tre anni di lucrosissime forniture all'Intesa. Insensibilità che non era stata scossa nemmeno dall'affondamento del Luisiana nel quale - 7 maggio 1915 - centoquattordici sudditi americani avevano trovato la morte. Solo quando la guerra sottomarina imperversa falciando anche la marina mercantile americana (impedendo i lucrosi affari a nemici e amici in Europa), solo allora Wilson alza la voce e nel gennaio 1917 dichiara al Senato che la guerra mette in costante pericolo i diritti (quelli di vendere) degli Stati neutrali. Egli però non indice la crociata per il trionfo della Democrazia, ma insinua la proposta di una pace bianca, senza vincitori e senza vinti. Lo muove l'interesse, non la commozione di calpestati ideali. Poi continuando gli affondamenti di naviglio americano, il 2 aprile 1917 l'America finalmente vota la guerra e soltanto allora sciamano per il mondo i messaggi democratici contro l'imperialismo austro-tedesco. Su ciò che accadde dopo, sullo sfacciato trionfo patrocinato da Wilson dei più cinici e ingordi imperialismi, sulle rivelazione americana circa gli inauditi lucri (nella guerra e poi nel dopoguerra) realizzati dagli Stati Uniti nelle forniture all'Intesa; mentre sul tramonto della democratica sterlina a vantaggio del dollaro sarebbe ozioso il ricordo e fare della ingenua ironia.

Se dunque Roosevelt vuole ora giustificare il proprio interventismo come un atto tradizionale della politica americana egli non deve richiamarsi all'idealismo nebuloso e demenziale del professor Wilson, ma alla brutale realtà dell'affarismo americano in quella famosa Grande Guerra.
Noi non neghiamo il fatto che i Regimi fascista e nazista provichino in lui un autentico furore.... Ma è anche più vero - ECCO IL PUNTO - che per il signor Roosevelt e per la pluotocrazia che lo manovra il vero scopo dell'intervento attuale futuro è ben diverso da quello che esso ostenta: il vero scopo è rappresentato dalla distruzione della potenza inglese. Paradossale? Assurdo? No! Domina segretamente in Roosevelt un pensiero. Ed è questo:
Quando per assurdo l'inghilterra dovesse uscire dal conflitto, non diciamo vittoriosa, ma anche soltanto in condizioni di potersi rifare, proprio in questa Inghilterra anche più aspramente catapultata verso una ripresa egemonica di rappresaglia, gli Stati Uniti troverebbero l'avversario fatale pericoloso e vicino per il loro avvenire. Perciò se agli effetti della propaganda nel Paese e del dovuto ossequio alla banda plutocratica imperante, Roosevelt assume le Potenze dell'Asse come falso scopo ideale della sua combattività, in realtà il suo sforzo interventista mira ad alimentare la resistenza britannica col più usuraio contagocce, non affinchè l'Inghilterra possa vincere ma al contrario affinchè il prolungamento della guerra porti l'Inghilterra stessa a dissanguarsi irreparabilmente. Il gioco è in pieno sviluppo cinico e matematico. Attraverso le rinnovate e progressive cessioni di possedimenti imperiali, attraverso l'ammainamento della bamdiera inglese tra Atlantico e il Pacifico, attraverso il fantastico indebitamento per forniture e per crediti, l'Inghilterra sta per essere totalmente eliminata dalla posizione di tradizionale rivale degli Stati Uniti. Il giorno poi in cui l'Inghilterra sarà caduta, le sue spoglie oceaniche saranno state assorbite dall'impero americano, e la classe dirigente inglese sarà stata accolta in funzione di parente povero e di nobile decaduto nella comunità anglosassone, quel giorno il signor Roosevelt, freddo e cinico realista dietro il paravento dell'ideale, non tarderà a riconoscere che la nuova Europa unitaria potente solvibile, autarticamente rafforzata dal riorganizzato Continente africano, è ancora il miglior complesso di forze con cui convenga convivere, discutere e possibilmente riprendere gli affari.
In sostanza, se in Europa e in Africa si svolge un duello mortale tra la giovane Europa e la vecchia inghilterra antieuropea
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sugli oceani che bagnano le terre della bandiera stellata un duello dissimulato ma ugualmente mortale è ingaggiato dalla spietata volontà degli Stati Uniti contro la imbarazzante sopravvivenza transoceanica dell'Inghilterra.

Una prova? In questi ultimi mesi, approfittando della paralisi inglese nel campo degli scambi internazionali, gli Stati Uniti intensificano l'antica lotta intesa ad espellere metodicamente l'Inghilterra dai mercati sud-americani. Stanno infatti fallendo tutte le missioni economiche inglesi nel Paraguay, nel Cile, come recentemente è già fallita quella in Uraguay e in Argentina. Su questi mercati l'America intende smaltire 1390 milioni di dollari di prodotti non smaltiti perchè mancanti le ordinazioni europee. Un miliardo e mezzo di dollari in pericolo?! La solidarietà anglosassone, la solidarietà democratica sono pregate di ripassare domani.
"Noi sosterremo l'Inghilterra con tutte le nostre forze" dice Roosevelt. Dichiarazione esattissima: basta pensare come la corda sostiene l'impiccato".

Sarà bene finirla coi barbosi ludi giuridici a sottilizzare sul come e sul quanto la legge dell'affitto e prestito (proprio un bel nome, da usuraio) impegni gli Stati Uniti nel conflitto europeo. Firmata da Roosevelt tale legge deve ritenersi ormai piena ed efficiente dichiarazione di guerra, anche se non espressa nei modi tradizionali.
Il segretario di Stato Cordell Hull ha dichiarato ieri che se potenze dell'Asse vincessero, il mondo ricadrebbe nelle tenebre dell'età della pietra. E' un'insolenza lanciataci gratuitamente da chi rappresenta una gente che soltanto da 158 anni è entrata nell'arengo delle Nazioni.
Il popolo italiano è da tremila anni che fa da battistrada a tutta la storia dell'Umanità, eppure Cordell Hull arrogantemente aggiunge che "di fronte al pericolo barbarico da noi rappresentato, gli Stati Uniti si assumono la sacra missione di erigersi baluardo della libertà, della democrazia e del progresso".
Ma i buoni propositi non c'entrano, Roosevelt ha lasciato fino ad oggi il comando della manovra a Londra, ma si riserva di intervenire (come nel 1917) all'ultima ora, quando l'Europa come allora sarà tutta ugualmente sfasciata, stremata, disorientata. I buoni propositi sono invece un "grande affare": cacciare la logora Inghilterra dal comando del mondo anglosassone e, sfruttandone la intelaiatura imperialistica, guidare egli stesso la guerra contro le tre Potenze, per giungere attraverso la vittoria a quella dominazione del mondo la cui formula è stata lanciata in questi giorni da un grande trust giornalistico autorizzato dalla Casa Bianca, con le precise fatidiche parole: "Il secolo ventesimo sarà il secolo americano".


Per come andrà a finire l'Inghilterra a fine guerra, noi oggi lo sappiamo già: "Ridimensionata!" per non dire "Spacciata". In America i "maligni" (rifacendosi all'arrogante passato dei loro cugini) hanno iniziato dal 1945 a considerarla l'Inghilterra una "colonia" in Europa). E' quasi vero: dal dopoguerra saranno gli Inglesi a fornire appoggi alle varie guerre degli Stati Uniti, ingaggiate anche queste in ogni parte del mondo per difendere (seguiteranno a dire, spesso facendo anche carte false) l'ideale democratico in altri Paesi.
IL 29 DICEMBRE 1945 - a Londra, l'autorevole settimanale Observer, terminata la Conferenza a Mosca dei TRE GRANDI, definì quella pace con questo titolo: "Un compromesso tra gli Stati Uniti e la Russia.   La Gran Bretagna è stata esclusa,  e i Tre Grandi, stanno per diventare due".

(con Churchill già mandato in pensione una settimana prima della - risolutiva per la fine della seconda Guerra Mondiale - bomba atomica in Giappone).

Page, ambasciatore degli Stati Uniti a Londra dopo la Grande Guerra, era stato preveggente, aveva già visto molto lontano, quando chiedeva "Che cosa ne faremo di questa vecchia Inghilterra quando saremo noi a dirigere tutta la razza anglosassone?".

Insomma, prima ancora
di Pearl Harbour le idee erano- a quanto pare- abbastanza chiare in America, non così in Inghilterra.

Ma l'inghilterra non ha mai voluto confessare alla Storia che la sua dominante posizione europea era nata da un equivoco e si era consolidata (da Elizabetta e Drake in poi) con l'arbitrio. E la Storia è spietata verso chi ha cercato di illuderla e di tradirla.
Più che uno Stato Europeo, l'Inghilterra (che non ha mai collaborato al nuovo ordine europeo) è stata relegata ad essere nel vecchio continente una modesta succursale degli Stati Uniti. Il suo secolare predominio economico-industriale sull'Europa: avvilito. La sua presunzione messianica (dovuta al suo gigantismo coloniale (e quindi alla facile e gratuita opulenza): finita nel cono d'ombra statunitense. Oggi (anni 2000) sta ancora in piedi solo perchè esiste sull'isola il feudalesimo bancario; in grado purtroppo di gestire il Club dell'Euro anche senza aver pagare l'Inghilterra la sua quota di socio.
Infatti a quanto pare in Gran Bretagna gli 11 Paesi che il 1° maggio 1998 hanno raggiunto la sofferta intesa di una moneta unica adottando l'Euro, sono "Stranieri". Lo ha detto chiaro e tondo La Mont "Dannoso adeguarci a culture straniere. Dio salvi la sterlina!".

L'assurdo per gli americani é che il padrino del battesimo dell' Euro é un Paese che non fa parte degli 11: ed é ancora più assurdo che saranno proprio gli inglesi a Londra che concentreranno le attività di negoziazione dei titoli e dei relativi derivati della moneta "straniera".
Galbraith ha perfino sulla stampa americana ironizzato: "L'intesa è solo una prova della vanità della vecchia Europa, convinta di poter ridiventare il centro del mondo"
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Paul Samuelson il decano Nobel di Economia e professore al MIT, ha invece così commentato: "Non é ancora chiaro che cosa succederà a questi undici Paesi che resteranno diversi, per lungo tempo, pur avendo la stessa moneta".


vedi anche  PIANETA USA >


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