QUARANTESIMO CAPITOLO

CAPITOLO QUARANTESIMO
LE ANNESSIONI - I PLEBISCITI
Vantaggi della pace di Villafranca. - Moti dell'Italia Centrale. - Reggenza Boncompagni. - Progetto inglese per un accomodamento europeo. - Cavour incoraggia i movimenti dell'Italia Centrale. - Plebisciti per l' Unità Italiana. - Compensi alla Francia: Nizza e Savoia. - Strage di Perugia e progetti d'intervento nell'Umbria. - Fanti rivoluzionario. - Ricasoli, Farini e Cipriani osteggiano ogni iniziativa. - Documenti importanti in proposito. - Fanti si rassegna. - Garibaldi minaccia di passare il Rubicone. - Fanti contro gli ordini trattiene le truppe. - Garibaldi si dimette, rifiutando il grado di Tenente-Generale. - Abnegazione di Garibaldi. - Tristi sponsali con la signorina Raimondi.

Che tutto il male non vien per nuocere, era chiaramente provato dalla pace di Villafranca. Questo fatto (che sembra singolare) che tanto aveva costernato gli italiani, fu in realtà la salute d'Italia. Se Napoleone avesse liberato la Venezia, avrebbe in certo modo acquistato il diritto di dettar legge all'Italia Centrale, mentre, abbandonando il suo programma a mezza via ridonava alle popolazioni e al Piemonte stesso la loro libertà d'azione.
E fu allora che si pronunciò quel voto unanime per l'unità, che tanto sorprese Cavour stesso; tant'è vero che in una lettera da lui scritta a Villamarina proprio lui esclama: "Sia benedetta la pace di Villafranca!"

Intanto Parma, Piacenza, Modena, Reggio, la Toscana, le Romagne, dichiarano decaduti gli antichi governi, e votano per l'annessione al regno costituzionale di Vittorio Emanuele, nominando Reggente di tutti i suddetti principati dell'Italia Centrale e delle Romagne, il principe di Carignano.
Il principe Carignano, viste le condizioni politiche europee, non accettò la Reggenza, ma operò in modo che i ducati elessero Reggente il Boncompagni.

Frattanto il lavoro diplomatico ferveva. L'Inghilterra propose le seguenti basi per un accordo europeo sulle cose italiane:
1.° - Francia e Austria non interverrebbero negli affari interni della penisola, eccetto se invitate dal consenso unanime delle cinque grandi potenze europee.
2.° - La Francia prenderebbe opportuni accordi con il Papa per il ritiro da Roma delle truppe francesi. Queste sgombrerebbero l'Italia del nord in un tempo conveniente.
3.° - Il governo interno della Venezia non formerebbe oggetto di negoziazioni tra le potenze.
4.° - La Gran Bretagna e la Francia inviterebbero il re di Sardegna ad assumere l'impegno di non mandare truppe nell'Italia Centrale, prima che i diversi Stati, che la compongono, non avessero solennemente espressi i loro voti intorno i loro venturi destini col mezzo di una deliberazione delle loro assemblee rielette. Nel caso che il voto riuscisse in favore del Piemonte, la Gran Bretagna e la Francia non si opporrebbero più oltre all'ingresso delle truppe sarde nelle province centrali d'Italia.

Ma ora cominciava un'opera difficile: quella di far giungere le altre potenze in alcuni concetti. E le discordanze non erano poche.
In questo stato di cose il Cavour, dopo aver ritirate le dimissioni, a capo di un nuovo ministero sardo, dichiarò ufficialmente che i popoli dell'Italia Centrale avevano non solo il diritto, ma erano nel dovere, mancato il Congresso, di provvedere da soli al proprio assetto politico.

Il Cavour dichiarò ai governanti temporali dell'Emilia e della Toscana, che il Piemonte ammetteva l'opportunità di un nuovo voto; ma che, in quanto ai modi di praticarlo, li lasciava pienamente liberi nella scelta. Ma poiché essi sapevano che il Governo francese ammetteva come sola efficace e legittima la prova del suffragio universale, essi l'adottarono.

Il decreto per la convocazione dei comizi fu pubblicato addì 1 marzo 1860. I votanti dovevano dichiarare, se volevano l'unione alla monarchia costituzionale del re Vittorio Emanuele, oppure il regno separato.
La Toscana, e poi i popoli dei Ducati e delle Romagne tutti concordi votarono a favore della monarchia costituzionale del re Vittorio Emanuele;

(((( Sono indetti l''11-12 marzo in Emilia e in Toscana i plebisciti per scegliere fra l'annessione alla monarchia costituzionale del re Vittorio Emanuele Il e un regno separato. Hanno diritto di voto tutti i cittadini maschi che abbiano compiuto ventun anni e godano dei diritti civili. In Emilia su 526 218 iscritti votano 427 512 (81,1 %), dei quali 426 006 a favore dell'annessione, 756 per il regno separato e 750 nulli. In Toscana su 534 000 iscritti, votano 386 445 (73,3%), dei quali 366 571 a favore dell'annessione, 14 925 per il regno separato e 4949 nulli. I risultati dei plebisciti saranno solennemente presentati a Vittorio Emanuele II rispettivamente il 18 e il 22 marzo le due regioni saranno dichiarate parti integranti del Regno di Sardegna.))) (Da Storia d'Italia. DeAgostini)

... e così la causa monarchica italiana ebbe la meglio.


Protestò l'Austria, e protestarono i principi spodestati, mentre i popoli d'Italia giubilavano.

Cavour, nell'annunziare ai potentati europei che il Governo del re aveva sanzionata l'unione dell'Emilia e della Toscana al Regno di Sardegna, dichiarò ch'era stato guidato dal dovere suo di tutelare fermamente gl'interessi dell'ordine, della pace in Italia.
Le opinioni delle varie potenze furono diverse; eppure tutte alla fine dovettero accettare i fatti compiuti.
Garibaldi, benché irritatissimo, come nel 1848, per la povera Venezia tradita, si mantenne in un prudente riserbo accettando anche dal Re le onorificenze accordategli.

Frequenti erano i rapporti fra lui ed il re, e fu combinato che egli desse la sua rinuncia al grado di generale nell'esercito piemontese, intendendosi col generale Fanti intorno al da farsi nel centro d'Italia, chiamando a sé ufficiali di sua scelta e indicando il suo successore per i Cacciatori delle Alpi.

Mazzini consigliava calorosamente che Garibaldi chiamasse le popolazioni oppresse alla rivolta. - Pare che al Re avrebbe sorriso questo mezzo, dando per scontato il buon esito; infatti sussisterebbe che dopo la strage di Perugia, gli andasse il sangue alla testa e così l'intenzione non vaga di un suo "passaggio del Rubicone". Ma ciò non garbava proprio per niente ai luogotenenti Ricasoli, Farini e Cipriani.
Il generale Fanti invece fu rivoluzionario quasi al pari di Garibaldi e il giorno 19 ottobre dava a lui le seguenti istruzioni.

1.° Tenersi in difesa sulla frontiera;
2.° Resistere al nemico se attaccasse;
3.° Dato questo caso e supposto di poterlo respingere, inseguirlo, allora, oltre il confine fin dove la prudenza consigli arrestarsi;
4.° Quando ciò avvenisse, altre truppe della Lega accorrerebbero immediatamente in appoggio di quelle che avessero oltrepassata la frontiera; 5.° Qualora un'intiera Provincia, o anche una sola città si sollevasse e proclamasse volersi unire alle Romagne, e domandasse soccorso per essere protetta contro un nuovo eccidio, simile a quello di Perugia, e per mantenere l'ordine pubblico, in tale evenienza, doversi spedire ai sollevati armi ed armati, in quella misura che le circostanze consiglieranno;
6.° Finalmente se il nemico tentasse con la forza di riprendere quei luoghi, le truppe della Lega dovranno opporvisi difendendoli energicamente, né desisteranno dalle ostilità contro i Pontifici, se non quando abbiano occupato tanto terreno quanto riterranno necessario per garantire la loro sicurezza.

(Vita di Manfredo Fanti generale d'armata, scritta dal Marchese Federico Carandini).

Se non che il governatore dalla Romagne, strumento gretto di Napoleone, si infuriò davanti a provvedimenti così radicali, e a Fanti giunsero i seguenti dispacci, da Firenze l'uno di Ricasoli, da Bologna l'altro di Cipriani.

"Il Governo Toscano, coerentemente al trattato dalla Lega, nell'interesse supremo della causa italiana, non può sanzionare la istruzioni date a Garibaldi di entrare nella Province rimaste al Papa nel caso di una insurrezione, e sconfessa formalmente simili istruzioni, ingiungendo al Fanti di considerarle immediatamente come nulle e di dare sull'istante le disposizioni opportune per prevenire e impedire qualunque intervento od aiuto nelle Marche, ponendo sotto la responsabilità di asso Fanti di fare il possibile per evitare di compromettere in qualsiasi maniera gli Stati dalla Lega.
Procurate che anche Farini si associ a questa prescrizione al Fanti.
RICASOLI.

"Ella partirà immediatamente per Rimini, appena riceverà il presente dispaccio, onde effettuare senza dilazioni la ritirata di tutta le truppe dalla frontiera, concentrandole sopra Forlì, perchè la rivoluzione sta per scoppiare nelle Marche, ad intendo che Ella impedisca ad ogni costo qualunque intervento dei nostri.
Ella emanerà un Ordine dal giorno generale, col quale annunzierà all'Armata che essa prenda i quartieri d'inverno, al fine di procedere alacremente alla sua organizzazione, e divantare capace di corrispondere agli alti destini ai quali la chiama la grandezza della patria.
In attenzione di riscontro, ecc.
Il Governatore Generale L. CIPRIANI.

A cui Fanti rispose:
" Non accetto ordini che dai tre governi riuniti.
FANTI

Allora però ricevette una lettera da un altissimo personaggio di Torino nella quale gli fu dimostrato il timore "che dall'Italia Centrale andasse a compiersi qualche fatto, che turbasse lo stato attuale della cosa, e per cui vi era motivo di credere che si volesse togliere a lui (Fanti) e a Garibaldi i rispettivi loro comandi. Stimarsi perciò opportuno, che lui Fanti rassegnasse le sue dimissioni e tornasse in Piemonte suggerendo a Garibaldi di fare altrettanto".
(Vita di Manfredo Fanti generale d'armata, scritta dal Marchese Federico Carandini.).


Questa lettera abbattè la velleità rivoluzionaria dal Fanti, cha fece chiamare Garibaldi a Modena, dove furono radunati Marini, il generale Solaroli aiutante di campo dal Re, e la Farina, allora presidente della Società Nazionale. Qui fecero di tutto per ottenere da Garibaldi la promessa di non passare il Rubicone e a alle nove e mezza di sera del 12 novembre credettero essi di esservi riusciti.

Grande fu dunque la loro costernazione quando, alle undici della stessa sera, ricevettero da Garibaldi il seguente telegramma:
"Essere scoppiata la rivoluzione nelle Marche: stimare egli suo dovere accorrere, come aveva promesso, in soccorso della medesima."

Si seppe inoltre dal Ministro della Guerra dalle Romagna che si batteva la generale per Bologna, e che tutte le truppe avevano ordine di andare a marce forzate verso Forlì e Rimini.
Assicuratosi non essere vera la scoppiata rivolta, Fanti agì con risolutezza, spedì messi ai capi di tutti i corpi con ordini perentori di sospendere ogni movimento in avanti e di tornare alle rispettive posizioni. Nessuno disobbedì.

Questi fatti irritavano molto Garibaldi che intimò a Fanti di deporre il comando e lasciare a lui la responsabilità di dirigere la rivoluzione, offrendo l'alternativa delle sue dimissioni, sia dal posto di comandante delle truppe toscane, sia da quello di comandante in secondo delle forze unite della Lega. Fanti naturalmente rifiutò di dimettersi, non volle però nominare altri invece di Garibaldi, dicendo soltanto di aspettare istruzioni da Torino.

Intanto Cavour aveva consigliato al Re di togliere ogni comando a Garibaldi; Rattazzi invece non volle scissioni e ottenne che il Re scrivesse a Garibaldi una lettera affettuosa a cui Garibaldi rispose:

"Secondo il desiderio della Sua Maestà, io partirò il 23 da Genova per Caprera, e sarò fortunato quando vorrò valersi del mio debole servizio.
La dimissione mia, chiesta al Governo della Toscana ed al generale Fanti, non é ottenuta ancora; prego V. M. si degni ordinare mi venga concessa.
Con affettuoso rispetto di V . M.
" Devotissimo GARIBALDI. "

Il 26 novembre era ancora a Genova, da dove dettò la seguente lettera al Re, che l'aveva voluto nominare tenente-generale:
"Sire, io sono molto riconoscente alla vostra bontà per l'alto onore della mia nomina a tenente-generale; ma devo fare osservare alla M. V. che con ciò io perdo la libertà d'azione con la quale potrei essere utile nell'Italia Centrale ed altrove. Voglia V. M. essere tanto buono di ponderare la giustezza delle mie ragioni, sospendere almeno per ora la nomina suddetta.
Sono con affettuoso rispetto della M. V. «
Devotissimo GARIBALDI.

Di più, avendo accettato la presidenza della Società La Nazione Armata, fu di di nuovo chiamato dal Re e pregato a rinunziarvi, e con la docilità di chi ha in animo la ferma volontà di essere di aiuto e non di ostacolo al governo, scrisse il seguente proclama.

"Agli Italiani,
Chiamato da alcuni dei miei amici ad assumere la parte di conciliatore fra tutte le frazioni del partito liberale italiano, fui invitato ad accettare la presidenza di una Società che si chiamerebbe Nazione Armata: credetti poter essere utile; mi piacque la grandezza del concetto, ed accettai.
Ma siccome la nazione italiana armata é tal fatto che spaventa quanto esiste, di corruttore e prepotente, tanto dentro che fuori d'Italia, la folla dei moderni gesuiti si é spaventata, e gridò anatema.
Il governo del Re galantuomo fu importunato dagli allarmisti, e, per non comprometterlo, mi sono deciso a desistere dall'onorato proposito.
Coll'unanime accordo di tutti i soci dichiaro dunque sciolta la Società La Nazione Armata, ed invito ogni italiano che ama la patria a concorrere con le sottoscrizioni all'acquisto di un milione di fucili.
Se con un milione di fucili, gl'Italiani, al cospetto dello straniero, non fossero capaci di armare un milione di soldati, bisognerebbe disperare dell'umanità.
L'Italia si armi e sarà libera.
GIUSEPPE GARIBALDI.

Rimproveri e biasimi piovvero su Garibaldi da tutto il partito d'azione e da quasi tutti i suoi antichi commilitoni. Mazzini, Crispi, Rosalino Pilo lavoravano febbrilmente per preparare la rivoluzione in Sicilia e in Napoli, e Garibaldi ritiratosi a Fino per una caduta da cavallo, dovette stare a letto parecchi giorni in casa dei marchese Raimondi, padre della donzella che gli portò le notizie di Como e gli prestò altri consimili servizi durante la campagna. E con essa Garibaldi iniziò ad amoreggiare, fino al punto di volerla sposare per "riparare" una gravidanza della giovane (vedi più avanti).

Si vede dalla seguente sua lettera che Bertani, il quale attivamente continuava i preparativi per il sud, lo aveva avvertito del malcontento degli amici per la sua inazione.

Fino M., 24 gennaio '60.
"Mio caro Bertani,
Mi dite che siete un po' mortificato, e non capisco il perché. - Io lo sono veramente un po' dall'ultima vostra, ove mi avete diretto dei rimproveri non certamente meritati. - Col ministro Cavour non so come andranno anche le armi della sottoscrizione e non dubito che in questo momento non si studi il modo di toglierlo dalle mani nostre.
- Ho mandato il colonnello Turr al Re, ma ne spero poco di buono. - Vedremo. - In ogni a modo potete assicurare gli amici dell'Italia meridionale che io sono sempre a loro disposizione quando vogliano veramente fare e che avendo io delle armi queste serviranno pure per loro ove ne vogliano fare un uso proficuo. - Dalle lettere che mi avete diretto, io vedo un vero desiderio di far bene per parte di tutti - e bramo - lo sa Dio - come chiunque di menare le mani una volta ancora.
Salutatemi gli amici e credetemi sempre vostro
GIUSEPPE GARIBALDI.

In quel giorno stesso egli sposò la Raimondi, ma, per notizie ricevute da persone, che almeno avrebbero dovuto avvertirlo in tempo utile, a poche ore dal matrimonio, decise di separarsi per sempre dalla donna, che pur aveva il diritto di portare il suo nome. Null'altro sappiamo di questo triste episodio, né fra le cento versioni sapremmo distinguere la vera. La più nota è quella che gli amici gli riferirono alcuni fatti di infedeltà prematrimoniali della Raimondi e che avesse in grembo un bambino, e che questo - per le date del concepimento - non poteva di certo essere di Garibaldi.
Si dice che fu informato poco prima della cerimonia dal conte Giulio Porro Lambertenghi che la contessina era rimasta incinta non da lui ma dal garibaldino Luigi Càroli.

Il giorno stesso, in cui consegnava al padre la figlia ripudiata, Garibaldi partì per Genova e di qui con Basso e Menotti per la caccia in Sardegna, sempre però con l'orecchio teso per una chiamata alle armi, lasciando ad altri l'incarico dei preparativi.

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