TRENTANOVESIMO CAPITOLO

La battaglia di Magenta del 4 giugno


Il teatro delle operazioni (clicca sopra per vedere i dettagli nella cartina gigante )

L'Europa e l'Italia prima di Villafranca (clicca sopra per vedere i dettagli nella cartina gigante )

CAPITOLO TRENTANOVESIMO

Prodromi di Villafranca. - Battaglia di Solferino. - Aspettative deluse. - Paure di Napoleone III. - Le dinastie imperiali poco accetto in Italia. - Timori e sospetti delle potenze. - Altre ragioni di scontento nell'Imperatore. - Convenzioni preliminari di Villafranca. - Scontento universale. - Vittorio Emanuele e Cavour. - Cavour si dimette. - Entusiasmo degli italiani per continuare la guerra da sè. - Opportunismo di re Vittorio. - Istruzioni di Cavour ai suoi amici. - Previdenza di Garibaldi. - Suo tentativo per continuare la guerra. - Cialdini lo surroga in Valtellina. - Medici a Bormio. - Garibaldi fermato.

Un'eclissi totale di sole non prevista dagli astronomi non avrebbe prodotto più sorpresa e sgomento dell'improvvisa fulminante pace di Villafranca, precisamente quando la vittoria di Solferino coronava le precedenti vittorie dei Franco-Sardi.
Già le battaglie di Montebello, il 20 maggio, di Palestro, il 30, Turbigo e S. Martino, il 3 giugno, Magenta, il 4, erano tutte riuscite vittoriose per gli alleati; mentre l'entrata in Milano, l' 8, era un vero trionfo politico per il quale nessuno più dubitava del compimento del programma "dalle Alpi all'Adriatico", ma fin da allora si ebbe a notare una lentezza insolita nei movimenti dei francesi.

Dopo la battaglia di Melegnano, gli austriaci furono lasciati senza molestia passare l'Adda, e, distrutto il ponte di barche a Lodi, concentrarsi fra il Serio e l'Oglio la notte del 10-11 giugno. La sera del 23 l'esercito austriaco (nove corpi di 190.000 uomini in tutto), era accampato in linea di venti miglia, da Pozzolengo all'Oglio inferiore, e, davanti ad esso, i franco-sardi da Lonato a Castiglione per Carpenedolo, cioè sopra una linea di sette miglia, con le riserve a Monte Chiari e Castenedolo, 150,000 uomini in tutto.

La notte del 23-24 gli austriaci ripassarono il Mincio, andando incontro all'esercito franco-italiano. Solferino, San Cassiano, Cavriana, tutte posizioni apparentemente inespugnabili, erano in possesso degli austriaci, che con numerosa artiglieria si stendevano su tutte le alture fino a Volta; a sinistra nella pianura tra Volta, Guidizzolo e Medole spinsero forti colonne con artiglieria e cavalleria. Alle cinque di mattina s'impegnava la battaglia col primo corpo francese Bayraguay d'Hilliers, che dopo un ostinato combattimento riuscì ad occupare le alture e il villaggio di Solferino, e via via tutta la giornata fu favorevole ai francesi che avanzarono mano mano tutti in buon ordine riunendo i corpi.
La gran guardia s'impadronì di Cavriana e di Cassiana, mentre Niel avanzava, dividendo il secondo dal quarto corpo austriaco.
Alle quattro pomeridiane essi fecero uno sforzo supremo per ristabilire le comunicazioni e una lotta spaventevole seguì, a cui presero parte fanteria, artiglieria e cavalleria, assicurando l'esito della giornata. Gli austriaci si ritirarono su tutta la linea, favoriti da una tremenda tempesta, con tuoni, grandine e bufera di vento che durò più di un'ora, fino a che gli austriaci scomparsi, fuggendo verso Goito, non lasciarono di sé altra traccia che una densa colonna di polvere indicante la direzione da loro direzione.

Naturalmente dopo sì splendida vittoria tutti aspettavano l'espugnazione di Peschiera e le operazioni della marina militare nell'Adriatico. Invece- si sarebbe detto che i vinti fossero gli alleati, il vincitore l' imperatore d'Austria.
Napoleone era già deciso di far cessare la guerra, sotto la potente impressione di una lettera ricevuta alla vigilia della battaglia di Solferino dall'Imperatrice, ove accennava al pericolo di una guerra sul Reno, soggiungendo che convocato il consiglio dei ministri tutti erano d'accordo che l'esercito comandato dal maresciallo Pellissier era insufficiente a tenere testa alla Germania unita.

(ma abbiamo anche questa versione (Ndr.):
(Il 4 luglio Napoleone III ricevette una lettera portata da Parigi (si disse) da un aiutante di campo dello Zar ALESSANDRO II, che lo "esortava a concludere la pace accontentandosi della Lombardia, perché altrimenti la Prussia avrebbe assalito la Francia mentre lui si trovava impegnato nel Veneto, e la Russia, che fino allora aveva trattenuto i Prussiani, sarebbe stata costretta a rimanere neutrale". (questa lettera sembra che sia stata o dai prussiani o dallo stesso Napoleone, millantata. Lo zar fu poi perfino indignato che qualcuno usava il nome della Russia "E' un infamia, noi non sapevamo una parola di questa proposta".
(Lettera dello Zar al cognato Assia - Hapsal 19 luglio 1859).

Questa lettera (vera o falsa) -si disse dopo- che impressionò talmente Napoleone III che il giorno dopo telegrafò all'imperatrice di pregare il Governo inglese affinché chiedesse all'Austria un armistizio di quindici giorni e dire al WALENSKI di avanzare proposte di trattative.

6 LUGLIO, a notte fonda, una carrozza con dentro l'aiutante di campo di Napoleone, il conte FLEURY, entra nel quartier generale dell'imperatore FRANCESCO GIUSEPPE, già a letto, per consegnare uno scritto di NAPOLEONE concepito abbastanza stranamente. "Mio signor fratello, mi si comunica da Parigi che una grande Potenza vuol proporre un armistizio ai belligeranti. Se Vostra Maestà lo volesse accettare, desidero saperlo, poiché in tal caso ordino alla flotta, che attaccherà Venezia, di non intraprendere nulla perché è nostro dovere impedire un inutile spargimento di sangue"
(Questo scambio epistolare tra Napoleone III e Francesco Giuseppe si trova nell'Archivio di Stato di Vienna ed è stato pubblicato per la prima volta dal senatore Francesco Salata nella Nuova Antologia, volume 232, serie VI, 16 dicembre, pag 289. Mentre la corrispondenza tra Alessandro d'Assia e l'imperatore Napoleone, che con lui pone le premesse per il convegno di Villafranca, è pubblicata in La Tragedia di Tre Imperi, Mondadori anno 1951) per la prima volta in base alle lettere originali di Napoleone e al diario (17 volumi) del principe Alessandro d'Assia; idem per le lettere inviate alla sorella zarina Maria, Imperatrice di Russia; il tutto conservato al Castello di Walchen).

Però, oltre la paura di una lega europea, altra ragione decideva Napoleone a fermarsi sul Mincio, ed era l'intenzione risoluta della Toscana di non volere a suo capo il principe Napoleone, benché questi avesse in moglie la figlia del re Vittorio Emanuele II e perché si scorgeva ancora più problematica la possibilità per la riuscita di Murat nel Regno di Napoli.
E questo rigetto degli italiani all'insediamento di due dinastie napoleoniche in Italia era naturalmente condiviso da tutti i sovrani e governi dell'Europa. La Russia si era raffreddata nelle sue relazioni amichevoli con Francia e Piemonte; essa temeva di un moto universale delle nazionalità oppresse, e perciò temeva per la Polonia. Ma quel che più temeva era il "rivoluzionario monarca di Francia".

Mentre lo stesso Napoleone temeva che la Germania, non trattenuta dalla Russia, si rovesciasse sul Reno in favore dell'Austria, se la guerra d'Italia si fosse spinta più oltre. La Prussia voleva che si componesse per l'arbitrato di un congresso europeo la questione italiana. L'Inghilterra rifiutava di acconsentire alle proposte napoleoniche, e favoreggiava l'unità politica e civile dell'Italia.

Napoleone invece voleva costituire l'Italia in tre grandi Stati uniti in confederazione, e farsi di nuovo amico il Papa all'Italia, giudicando che la corte di Roma comprendesse la necessità di riforme politiche.
Ma potente sorgeva in tutti gl'Italiani il concetto dell'unità della patria comune.
Napoleone credeva che gl'italiani non avessero tanto cooperato alla guerra da legittimare davanti all'Europa i loro desideri; né era contento dei modi ond' era in Italia vettovagliato il suo esercito. Il caldo eccessivo e le fatiche gli avevano affranto il corpo. Le discordie e le gelosie dei generali, l'organico del suo esercito, riconosciuto in pratica difettoso, lo avevano disgustato. L'Austria gli parve più forte di quanto aveva fino allora creduto.
Perciò Napoleone mandò il general Fleury all'imperatore austriaco in Verona per concludere un armistizio. Questo il 5 luglio.

Il giorno 8, riuniti in conferenza il maresciallo Vaillant per la Francia, il barone Hess per l'Austria, il conte Morozzo della Rocca per la Sardegna, conclusero i patti della tregua.
Il giorno 11 Napoleone e Francesco Giuseppe si abboccarono a Villafranca nella casa Guadini-Morelli. Ecco la parte sostanziale dei preliminari di pace:

1. - I due imperatori favoriranno la formazione di una confederazione italiana.
2. - Questa confederazione sarà posta sotto la presidenza onoraria dei Papa.
3. - L'imperatore d'Austria cede i suoi diritti sulla Lombardia all'imperatore dei Francesi, il quale, conformandosi ai voti delle popolazioni, li rimette al re di Sardegna.
4. - La Venezia farà parte della confederazione italiana, rimanendo tuttavia soggetta alla corona dell'imperatore d'Austria.
5. - I due sovrani faranno tutti gli sforzi, salvo il ricorso alle armi, affinché i sovrani di Toscana e di Modena siano reintegrati nei loro Stati, mediante una amnistia generale e una costituzione.
6. - Essi chiederanno al S. Padre d'introdurre nei suoi dominii le necessarie riforme, e di volere inoltre separare amministrativamente le Legazioni dal rimanente Stato Pontificio.
7. - È accordata piena amnistia a chiunque si sia compromesso negli ultimi avvenimenti nei territori delle parti belligeranti.

Il principe Napoleone trattò in Verona questi patti con l' Imperatore d'Austrìa.
Sul terzo paragrafo l'Imperatore d'Austria volle che si togliessero le parole "conformandosi ai voti delle popolazioni". Nella cessione della Lombardia non volle comprendere Mantova e Peschiera.
Sul quinto, volle si togliessero le parole "salvo il ricorso alle armi". Infine ammise la cessione al Piemonte di Parma e Piacenza.

Questi preliminari scontentarono tutta Europa.
Il re Vittorio Emanuele non sottoscrisse quei preliminari che con la clausola: "per quanto mi riguardano...".

Cavour, fulminato dalla notizia, corse al campo, sperando indurre il re a rifiutare dalla mano dell'imperatore la Lombardia e a raccogliere tutte le forze della nazione per "proseguire la guerra per conto proprio".

(dalle pagine di Cronologia anno 1859)
"La notte dell'10 luglio 1859 Cavour, stravolto e già sul "teatro della sciagura", attendeva nella villa Melchiorri, a Monzabano il ritorno del re da Valeggio, ove si trovava il quartiere generale di Napoleone III. Appena Vittorio Emanuele giunse, racconta NIGRA, unico testimone della storica scena, fece entrare il ministro nella stanza che gli serviva da salotto. Il re si tolse la tunica (il caldo era soffocante) e accese un sigaro. Fumava ferocemente. Si sedette alla gran tavola con i gomiti appoggiati sull'orlo. Disse: "Nigra, date il foglio a Cavour". Cavour era in piedi, vicino al tavolo, alla sinistra del re. Prese il foglio e lesse: ma prima di terminare la lettura lo buttò sulla tavola e scattò: "Lei non firmerà mai un simile obbrobrio!".
Il colloquio che seguì ebbe momenti tempestosi e drammatici.
Il Cavour che vedeva crollare in un solo istante l'edificio che con tante difficoltà era andato costruendo, scongiurava il re di respingere le inique proposte di pace di Villafranca: "Maestà, voi non firmerete questo documento, sarebbe ignominioso.Ci viene data la Lombardia. Ma che vale se il resto dell'Italia viene mantenuto sotto il dominio degli Asburgo? Napoleone se ne vuole andare. Se ne vada. Lei continui la guerra da solo. Se dovremo perire, periremo da prodi". "Si -disse il re- torneremo a Torino sotto le baionette austriache, tra le risate di tutto il mondo". In un impeto d'ira Cavour invitò allora il sovrano ad abdicare.
"A questo ci devo pensare io, che sono il re", ribatté Vittorio Emanuele.
E Cavour: "Il re? Il vero re in questo momento sono io!".
"Chiel a l'è 'l re? Chiel a l'è mac un birichin!" ("Lei il re? Lei non è altro che uno sfacciato!) scattò in piemontese il re e rivolgendosi a Nigra: "Nigra, ca lu mena a dourmi!" (Nigra, lo porti a dormire!).
Cavour presentò la mattina dopo le dimissioni e si ritirò nel suo possedimento di Leri. Vittorio Emanuele nell'accettarle commentò: "Questi signori con le dimissioni si aggiustano sempre. Sono io che non mi posso dimettere!".
(F. COGNARSCO "Vittorio Emanuele II" Biografia - Utet 1942)

Fu ottimo suggerimento quello di Cavour di voler "proseguire la guerra per conto proprio", perché l' annuncio fece scomparire l'ultima traccia di discordia fra i partiti italiani. Mazzini e i puritani smisero ogni velleità.

Mazzini anzi scrisse al re: "Siate anche dittatore, purché si faccia l'unità d'Italia"; e Alberto Mario, ritornato dall'America, dove sosteneva la causa italiana, appena raggiunto dall'annuncio della guerra, rientrato a Milano, scrisse un articolo per il Pensiero ed Azione, intitolato: "Il Dovere degli Italiani" il quale si chiudeva così:
"conserviamo intatta la nostra fede repubblicana, ma ora corriamo all'armi francamente e lealmente ; DUCE VITTORIO EMANUELE."

Ma il re non piegava. Per lui meglio era uccello in mano che in frasca un tordo; Napoleone gli aveva detto: "il vostro governo mi passerà le spese di guerra e non penseremo più a Nizza e Savoia" ed egli rifiutò di ricevere Cavour, che dopo un alterco violento con il principe Napoleone (sulla lunghezza d'onda del suocero), diede le sue dimissioni, non senza avere telegrafato al Pallieri in Parma "Parme doit rester annexée à la Sardaigne. Faites prêter serment et agissez avec la plus grande énergie. Je viens de donner ma démission".
"Il giorno dopo, presente io (Kossuth) e Petri (uomini di fiducia di Napoleone III - Ndr.) Cavour prosegue con la propria furia e l' indignazione: "Il vostro imperatore mi ha disonorato. Mi aveva dato la sua parola che avremmo cacciato tutti gli austriaci dall'Italia. E adesso si prende il premio (Nizza e la Savoia, ma senza darci il pattuito Veneto) e ci pianta in asso a mezza strada. E' terribile, terribile...Alla pace non si verrà!...Io mi farò cospiratore. Rivoluzionario. Questo trattato di pace non si dovrà attuare. No! Mille volte no! Mai!, mai" (
"Memoriale di Luigi Kossuth, "Meine Schriften aus der Emigration". Presburgo, 1880, vol. 1, pagg.518-519).

(dalle pagine di Cronologia anno 1859)
- Cavour cospiratore? Rivoluzionario? Lo avrebbe fatto. In Parlamento si alleò con la sinistra, con la destra, con i democratici, con i ribelli, con tutti. Usò Garibaldi, il Re, i nemici come amici, gli amici li trasformò in nemici di altri amici, accese tante micce per scatenare una guerra, minacciò un po' tutti, e s'inventò le "annessioni" che volevano dire "sottomissioni", il tutto per dare una soluzione monarchica all'unità italiana, o forse, se fosse vissuto (la impudente frase di sopra era già chiara! "Il re? Il vero re in questo momento sono io!") farne un Regno personale (Lo Statuto A. così com'era concepito lo permetteva - vedi Mussolini!)
La filosofia di Cavour era che: "Non dovevano ripetersi "quarantottate". Cavour guardava lontano, mirando a coinvolgere se necessario, persino la Russia e gli Stati Uniti in un conflitto mondiale; "l'Italia avrebbe un giorno conquistato il mondo"; e affermava: "noi metteremo a ferro e fuoco l'Europa".
(C. Cavour, Lettere edite e inedite, a cura di L.Chiala, Torino 1883-87, vol, VI, pag. 307 - G. Massari, Diario delle cento voci, Bologna 1959, pag. 116, 140, 142, 147,148, 206. - D. Mack Smith, Univ. Cambridge, Storia del Mondo Moderno, Garzanti, 1970-82, X vol, pag.734 )

C'era a Villafranca  Alessandro D'Assia mediatore tra Napoleone e Francesco Giuseppe;  (in seguito anche un eccellente anello di congiunzione tra suo cognato lo zar e lo stesso imperatore austriaco per riconciliare i critici rapporti Romanov-Asburgo) che nei confronti di Napoleone III, fu impietoso: "L'offerta francese di armistizio fu fatta nel momento in cui meno la si poteva aspettare, e tutto il contegno di Napoleone in questi giorni testimonia chiaramente che la causa degli italianissimi gli sta cos� poco a cuore quanto, nella guerra contro la Russia gli importava il destino dei Turchi. Egli parla col pi� profondo disprezzo del suo nobile alleato Vittorio Emanuele e lo tratta come fosse il suo servitore e i generali francesi prendono apertamente in giro il suo esercito piemontese..." (Alessandro d'Assia all'imperatrice Maria di Russia, sua sorella; da San Bonifacio, 6 luglio 1859. - Assia Epistolario-Diario, i 17 volumi conservati nel castello di Walchen)
(dalle pagine di Cronologia anno 1859)

E quando Farini da Modena gli telegrafava la sua intenzione di non compromettere il governo piemontese, ma allo stesso tempo di tener fermo per l'annessione, Cavour rispondeva:
"Le ministre est mort, L'ami vous serre la main et applaudit à la décision que vous avez prise".
(Storia documentata della diplomazia Europea, per Nicomede Bianchi).

(vedi altri dettagli, documenti e fatti in
"ANNO 1859 - LE AMBIGUITA' A VILLAFRANCA"


Garibaldi, già fremente da 15 giorni, perché scompaginato in ogni suo disegno, e intralciato in ogni suo movimento, disse all'annuncio della pace che scombussolava tutti, fuorché lui: "C'era da aspettarsela; tanto meglio; faremo da noi".
Lui da Salò aveva deciso di penetrare nel Veneto, passando sulla riva sinistra del lago di Garda, e di là da Riva scendere nella valle dell'Adige, e da Rovereto nell'alto Vicentino sbucare nel Veneto senza toccare il Trentino, e ciò anche in conformità dei patti fra gli alleati, per non risvegliare le suscettibilità della Confederazione germanica.

Bisognava pertanto passare il lago più in giù di Riva, e per farlo aveva apprestato barche e scafi, e trattenutosi a Gavardo combinò che i battellieri fluviali trasportassero sui carri a Salò tre barconi che erano sul fiume Chiese.
A Salò poi prese possesso di tutte le barche che il nemico non aveva portato via con se'.
Bixio, Ansaldi e Rossi, quello stesso che condurrà nel 1860 i primi garibaldini dal Faro di Messina alla sponda opposta in Calabria, furono i capitani designati all'impresa.
E già sorrideva a Garibaldi di poter penetrare per il nord nella laguna veneta, ove non gli era riuscito dal sud 10 anni prima. Ma sul più bello venne l' ordine del generale Cialdini di occupare la Valtellina, essendo Cialdini stesso costretto ad occupare la Val Camonica, Val Trompia e Val Sabbia.

Da quel giorno nessuno più vide sorridere il Generale; egli non volle nemmeno passare per Brescia per non incontrarvi i francesi, prendendo invece un sentiero in mezzo ai dirupi, e inerpicandovisi fino alla cima della montagna che si chiama alpe S. Eusebio. - Andò il 25 a Brescia solo, per un colloquio col Re, chiedendo che gli si dessero i nuovi battaglioni istruiti a Bergamo, a Milano e a Como. Ma non li ebbe mai. Il Re era ormai plagiato.

Era visibile il desiderio dell'Imperatore espresso a Lamarmora di tenere Garibaldi decisamente in briglia, e probabilmente nello stesso desiderio era compreso anche il dirottamento di Cialdini.
Infatti, avendo l'audace Medici informato il Generale, che era intenzione sua di occupare Bormio, Garibaldi lo invitò a rimanere strettamente sulla difensiva o di ritrarsi dall'impresa; ma Medici era già padrone di Bormio; e a quel punto il fatto compiuto fu tuttavia approvato, e ancora il giorno 9, successivo a quello dell'armistizio, Medici arditamente teneva a bada, anzi aveva scoraggiato e fatto sloggiare 7000 austriaci concentrati allo Stelvio, al punto che Garibaldi da Edolo gli scriveva:
"Ti fo i miei complimenti per il fatto dello Stelvio, che ti ha meritato gli elogi del generale nemico. Complimenterai da parte mia ed in nome dell'Italia coloro che si sono distinti, e domani compariranno i loro nomi nell'ordine del giorno della brigata."

Poi la tregua.
La notizia al Medici gli fu addirittura comunicata da un capitano austriaco!

QUARANTESIMO CAPITOLO > >

PAGINA INDICE CAPITOLI ------- HOME PAGE CRONOLOGIA