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180. LA GUERRA CONTRO L'AUSTRIA - 1809


Battaglia di Wangram - Napoleone rincuora le truppe isolate sull'isola del Danubio, a Loubau.
Sullo sfondo il ponte di barche. - "Fra tre giorni saremo a Vienna!"

Prima ancora che si formasse la quinta coalizione antifrancese, all'inizio del 1809, le ostilità dell'Austria stavano per scoppiare.
Era uno svolgimento naturale dei fatti che le nazioni si opponessero alla monarchia universale napoleonica. Si trattava di "essere o di non essere", questo era il grosso problema di ogni stato.
La Spagna aveva già aperto la danza (ne parleremo nel successivo capitolo) e d'allora in poi le guerre divennero guerre nazionali, quella appunto del 1809 con l'Austria, quella del 1812 con la Russia, quella del 1813 con la Prussia. Ogni nazione questa reazione l'ebbe secondo il suo proprio carattere; la Spagna in forma anarchica, le potenze orientali in forma monarchica.

L'Austria era piena di amarezza a causa delle sue disfatte, del suo indebolimento, diminuita com'era di territorio e anche di considerazione. E nella sventura si riebbe, non con tanto impeto come la Prussia (come abbiamo visto nel capitolo 178) , ma abbastanza per compiere grandi gesta.

L'imperatore Francesco, così timido in generale, si pose in certo modo a capo del movimento, affidando la direzione degli affari al conte di STADION. Come il barone di STEIN (ministro delle finanze in Inghilterra), Stadion era un uomo di carattere e un patriota tedesco e come tale nemico dichiarato della Francia. Previdente, fedele al dovere, inflessibile, senza servilismo, era guardato con diffidenza al palazzo imperiale. Fu elevato alla sua carica soltanto perchè era diventato necessario il suo talento.

Contrariamente alla politica seguita fin allora dall'Austria, il nuovo ministro cercò un aiuto non tanto all'esterno quanto nell'energia propria del paese. Rese libera la stampa, dette impulso in Austria alla letteratura tedesca, destò sentimenti vigorosi e di sacrificio, promosse il desiderio del bene comune e fece anche molte altre cose con spirito di progresso.
Come in Prussia stava vicino allo Stein lo Scharnhorst, così stava in Austria accanto allo Stadion l'arciduca CARLO (nell'immagine a fianco), uomo però di carattere del tutto diverso. Formalista, freddo, senza ardire e senza ambizione, ma coscienzioso, accorto, dotto e non privo d'ingegno, sarebbe stato meglio ministro della guerra che non semplice generale. Tuttavia in questa veste, come stavano facendo in Prussia, aumentò l'esercito, lo fece istruire opportunamente e solidamente, licenziò i generali incapaci e istituì una «landwehr».

Diverse circostanze spingevano alla guerra, principalmente la persuasione che Napoleone non avrebbe rispettato i trattati ed avrebbe così umiliato ancora di più l'Austria. Giunta a questa conclusione era perciò meglio affrontare la decisione che aspettarla ! La Spagna mostrava di cosa fosse capace un popolo risoluto (e servì a illudere l'Austria), la Francia sembrava essere sazia non solo di una guerra continua, ma dello stesso sovrano Corso, inoltre si poteva sperare che con un'accorta politica portare la Russia e la Prussia dalla parte degli Asburgo.

A dire il vero, questo non accadde; soltanto dall'Inghilterra venne un aiuto. A quell'errore si aggiunse il calcolo sbagliato che Napoleone potesse mettere in campo soltanto 200.000 uomini. Con simili forze ci si sentiva di non essere impari, tanto più che ovunque c'era un risveglio nei propri sudditi lo spirito di sacrificio, un'abnegazione simile a quella che stava nascendo in Prussia, o per altri motivi quella che era presente già da tempo nelle file napoleoniche.
Quindi Stadion e Metternich spingevano alla guerra. Ma si difettava di ordine, di armi, di uniformi e di denaro. Le forze, su cui si contava, non si raccolsero nel tempo giusto. Invece che all'inizio di marzo si volle muovere guerra alla fine, e si perdette con ciò la possibilità di una sorpresa. Il male poi aumentò per la poca concordia nel quartier generale.

Tuttavia si poté finalmente entrare in campagna con 250.000 uomini, truppe veramente abili a combattere e abbastanze addestrate.
Dall'altra parte anche Napoleone non aveva perduto tempo. Lasciata la Spagna era accorso a Parigi attraverso i Pirenei, deciso a compensarsi ad oriente di quello che perdeva in occidente. Richiamò nuovi soldati senza alcun riguardo, ritirò delle truppe dalla Spagna, specialmente la Guardia, ed esortò la Confederazione del Reno e la Russia a dargli aiuti militari. Tuttavia anch'egli non era pronto e per la prima volta fu sorpreso da un attacco nemico.

L'Austria formò tre eserciti, uno per la guerra in Germania, sotto l'arciduca Carlo, nominato generalissimo, uno per l'Italia e la Dalmazia sotto l'arciduca Giovanni e un terzo sotto l'arciduca Ferdinando per assalire il granducato di Varsavia.
Il 9 aprile Carlo pubblicò un proclama e nel giorno seguente passò il confine bavarese con 176.000 uomini. Se fosse avanzato rapidamente, avrebbe certo conseguito buoni successi, importanti, perché Berthier, che gli stava a fronte, non aveva ancora riunito le sue truppe, erano ancora molto disperse. Invece l'arciduca mosse in avanti soltanto con lentezza e il 17 aprile Napoleone era a Donauwórth.
Subito le cose cambiarono. Quel gran maestro di guerra riparò gli errori di Berthier, passò all'offensiva menando colpo su colpo. Gli Austriaci furono vinti ad Abensberg e ad Eckmühl; soltanto a fatica il grosso delle forze trovò scampo di là dal Danubio a Ratisbona.
Il nuovo "Achille" scampò anche alla morte nel corso della battaglia; fu infatti colpito da una fucilata al tallone del piede destro. Si fece medicare alla meglio dal chirurgo Desegenetes, e questi non avendo molti attrezzi con se, per togliere la palla si vide offrire dal ferito il proprio pugnale, poi medicato non volle abbandonare il campo per seguire da vicino le ultime sorti della battaglia.

Gli austriaci senza aver fatto una grande battaglia avevano perduto 40.000 uomini e la metà dei loro cannoni. Ma ancora più gravi delle stesse perdite furono le conseguenze, poichè all'Austria venne a mancare ogni aiuto dal di fuori.

Gli eserciti francesi si mossero verso Vienna. Napoleone spingeva avanti a sé l'ala sinistra austriaca sotto il generale von Hiller, Carlo marciava attraverso la Boemia, mentre dalla parte meridionale giungeva Giovanni per unirsi al fratello. Aveva combattuto con fortuna in Italia e vinto il viceré Eugenio a Sacile ed a Caldiero.

Il 10 maggio 1809 Napoleone comparve davanti a Vienna e pose il suo quartiere generale nel castello di Schónbrunn, mentre Carlo conduceva le sue truppe alla riva settentrionale del Danubio sul Marchfeld. Napoleone decise di valicare il grande fiume, anche se era molto alto di livello, quasi in piena, per portarsi davanti allo stesso nemico.
Scelse perciò il punto dove l'isola di Lobau lo divide in due rami, gettò su questi dei ponti di barche e il 21 maggio condusse sull'altra riva 22.000 uomini sotto Bessières.
A quel punto, proprio mentre avveniva questo trasferimento l'arciduca fece una improvvisa irruzione su di loro con 95.000 uomini. Si combatté in questo e nel giorno seguente una tremenda battaglia intorno ad Aspern ed a Essling. Napoleone guidò in alternanza vari reparti che formavano un totale di 63.000 uomini, poi riunì tutte le sue forze per un poderoso urto centrale. Invano; alle sue spalle il ponte principale di barche sull'isola Lobau fu distrutto dalle acque in piena, a quel punto non poté più sostenersi perché buona parte del corpo di Massena era rimasto sull'Isola.

Si dovette abbandonare Aspern, ma fu difesa Essling tanto che alcuni riuscirono di nuovo raggiungere l'isoletta di Lobau. Gli Austriaci perdettero 25.000 uomini e Napoleone circa 20.000, ma gli altri disponibile guidati da Massena si erano dovuti arrestare sull'isola, quasi senza vettovaglie e senza munizioni. In quelle critiche situazione se Carlo avesse senza riguardi approfittato della sua vittoria, probabilmente l'esercito francese sarebbe stato distrutto.

L'effetto di questa battaglia in Europa fu immenso. Per la prima volta l'invincibile aveva dovuto cedere il campo e parve possibile anche un risultato maggiore. I Tirolesi si erano sollevati, la Germania del nord si agitava e il partito della guerra spingeva in Prussia ad un'alleanza con l'Austria. Ma nulla avvenne di decisivo; l'avvenire dipendeva, dopo Aspern come prima, dai due eserciti principali, che da ambo le parti attendevano rinforzarsi.
Carlo faceva assegnamento innanzi tutto sul fratello Giovanni. Questi peraltro perse tempo in sterili combattimenti, si mosse poi con un gran giro verso Presburgo e tentò invano la fortuna delle armi presso Raab. Così il suo esercito prima ancora di raggiungere quello del fratello, si era ridotto a 13.000 uomini e intanto il tempo passava. Carlo insisteva perché accorresse presso di lui con le truppe che gli restavano.
La resa dei conti si avvicinava.

Napoleone nel frattempo aveva portato il suo esercito a 165.000 uomini, mentre l'arciduca ne aveva soltanto 135.000. Dopo accurati preparativi i Francesi ed i Renani nella notte dal 4 al 5 luglio (col favore di un temporale) cominciarono di nuovo a passare il Danubio e presto si accese un'altra terribile battaglia. La prima giornata ed un combattimento notturno rimasero indecisi. Nel giorno seguente (il 6) parve che il valore degli Austriaci dovesse prendere il sopravvento; se fosse allora giunto l'arciduca Giovanni, la vittoria sarebbe stata abbastanza sicura.
Ma in seguito agli ondeggiamenti della battaglia la linea si era prolungata a semicerchio ed assottigliata nel centro. E appunto questo centro Napoleone voleva sfondare.

Bonaparte raccolse davanti a questo centro 100 cannoni e sotto la loro protezione mentre questi sparavano fece avanzare 36.000 uomini. Nacque un lotta spaventosa, i Francesi seguitavano ad avanzare anche se di poco; allora la decisione fatale toccò all'ala sinistra austriaca, che finalmente non poté più sostenersi contro Davout. Carlo dovette interrompere la battaglia, dopo aver perduto 24.000 uomini. L'arciduca Giovanni non si era fatto per niente vedere.

Le giornate dette di Wagram non erano decisive dal punto di vista militare, perché l'esercito austriaco si teneva sempre unito e poteva ricevere dei rinforzi. Ma altri con pessimistiche riflessioni ebbero la sensazione che si era giunti ormai al termine. Specialmente nel quartier generale di Carlo e quindi una settimana dopo, il 12 luglio 1809 seguì l'armistizio di Znaim, all'inizio contro la volontà dell'imperatore e dello Stadion.

La campagna dell'anno 1809 é uno dei fatti più rilevanti della storia militare austriaca. Fu accompagnata da altri avvenimenti al nord ed al sud. Nel primo l'arciduca Ferdinando occupò Varsavia, ma incalzato da Polacchi e da Russi dovette ritirarsi di posizione in posizione. A sud invece presero un aspetto più favorevole le lotte che si combattevano nel Tirolo. Divennero leggendarie quelle svoltesi al di qua del Brennero, nel cosiddetto Sud Tirolo (oggi Alto Adige).

Questo paese montuoso, a quei tempi ancora poco accessibile, nell'anno 1805 con le famose spartizioni napoleoniche era toccato all'Austria, che però aveva cacciato da Monaco il re bavarese. Napoleone in questa nuova guerra all'Austria gli aveva promesso che gli avrebbe riaperto le porte della sua capitale entro quindici giorni. E mantenne largamente la promessa, impiegandone soltanto nove. Ovviamente l'ex re bavarese affiancò le truppe napoleoniche, rendendosi così ostile agli stessi tirolesi.
Tenacemente affezionati agli Asburgo, i Tirolesi odiavano i loro nuovi dominatori, si sentivano turbati dal loro modo progressista e autonomista di governare.

Finalmente si fu pronti a mettere a repentaglio vita e beni per la salvezza del loro Tirolo così minacciato. Uno degli capi di questa rivolta era ANDREA HOFER, di San Leonardo in Passiria, poco lontano da Merano, detto il «Sandwirt» della valle del Passiro, persona assai nota, di alta statura, con una gran barba nera, valoroso e pio, contadino fra contadini e orgoglioso della sua valle. Quando cominciò la guerra austriaca di Napoleone il generale Chasteler comparve nella Valle Pusteria; Hofer, Giuseppe Speckbaker ed altri lo provocarono a battaglia. Le campane suonavano a stormo, si accesero fuochi sui monti come segnali, degli armati si riunirono e in quattro giorni li cacciarono.

Giunse allora la notizia del disastro di Wagram, poi quella dell'armistizio, che restituiva il Tirolo ai Bavaresi. Grossi corpi di truppe penetrarono nel paese, per la terza volta divampò la furia tirolese. Hofer chiamò la «landsturm» alle armi, abbatté ogni ostacolo. . Napoleone fremeva di rabbia per l'audacia di quei contadini. Mandò da tre lati entro le valli grossi corpi di truppe: la lotta accanita rimase a lungo indecisa, finché Hofer fuggì al di qua del Brennero,
incalzato dalle ricerche si rifugiò in una grotta nei pressi delle sue valli. Avendo saputo da un Haffel il nascondiglio dell'eroe, il BARAGUAY-D' ILLIERS mandò un migliaio di soldati nella zona a perlustrarla palmo a palmo, a dargli la caccia per catturarlo (28 dicembre 1810). Caduto prigioniero, l'Hofer fu condotto a Mantova per essere giudicato da un consiglio di guerra.

Il principe Eugenio e parecchi generali speravano che Napoleone concedesse la grazia ad un uomo che si era battuto eroicamente per l'indipendenza della patria; inoltre cercavano di indurre l'Hofer a rifiutare la paternità dei suoi ultimi proclami (che contro il Corso non erano teneri!). Ma Andrea Hofer non era il tipo di fare apostasie; poteva salvarsi, ma non voleva restare nella memoria dei suoi con una macchia di viltà.
Di fronte a tanta nobiltà e fierezza, Napoleone (ed è molto strano, visto che ammirava i nemici di alto valore e coraggio) non seppe essere clemente. Se lo avesse visto battersi di persona, oppure anche dopo aver incrociato solo il suo sguardo fiero, forse chissà! Napoleone apprezzava chi aveva gli occhi di aquila!
Invece al principe Eugenio scrisse: "…Spedite l'ordine che sia giudicato da una commissione militare e se colpevole fucilato entro ventiquattro ore…".
Il giudizio fu piuttosto sommario e fra l'altro dagli italiani bonapartisti a Mantova.

Andrea Hofer ascoltò con gran serenità la frettolosa sentenza di morte per fucilazione e rivolse perfino parole di coraggio ai ventitré tirolesi condannati come lui; poi condotto sul luogo dell'esecuzione, rifiutò la benda e impavido fino all'ultimo istante, ordinò egli stesso il fuoco, e dove dovevano colpirlo (20 gennaio 1810).

Quest'uomo rude, grande e grosso, montanaro, che nella sua valle selvaggia - si raccontava- era abituato con le mani nude ad affrontare e strozzare anche gli orsi, si era trasformato all'improvviso in un impavido capopopolo, in un mitico guerriero, in un leggendario condottiero. Lui fu subito pronto a lottare a fianco degli austriaci contro le truppe francesi di Napoleone che volevano invadere la sua terra.
Hofer oltre che condurre all'inizio la rivolta della popolazione tirolese nella sua valle, sceso dai suoi monti nella valle dell'Inn, sostituì in una famosa battaglia sul Monte Isel ad Innsbruck il generale austriaco Chasteler ferito nel combattimento. Lui, oscuro montanaro, presa in mano la situazione, con i suoi rudi contadini affrontò i francesi e si mise a prenderli (letteralmente) a bastonate, liberando il Paese.
Prima e dopo Wagram, ripetutamente mise in rotta i reggimenti bavaresi e franco-italiani (che si erano affiancati alle truppe napoleoniche), inviati a conquistare e riconquistare la regione. In tutte le vallate, così in quelle del Tirolo settentrionale, come in quelle del Tirolo meridionale - da Brunico a Bressanone, da Bressanone a Vipiteno e a Merano, da Merano a Bolzano e piu in giù fino a Salorno - l'insurrezione fu generale.

Nei primi mesi della guerra, i Tirolesi poterono credere di aver vinto e di avere scacciato per sempre i francesi che detestavano. Infatti, dinanzi al prevalere dei Tirolesi, l'ala sinistra dell'esercito franco-italiano agli ordini del Vicerè fu costretta a ripiegare, prima su Trento, quindi su Rovereto per sfuggire a una minaccia di accerchiamento; e infine dovette retrocedere fino a Rivoli veronese, dove si ricongiunse con quella parte dell'esercito che stava medicandosi le ferite dopo lo smacco in Friuli.

Ma servì a poco tanta audacia e determinazione dei Tirolesi, alla pace di Schombrun, dove l'Austria accettò lo scambio di cedere il Sud Tirolo (Alto Adige) e il Trentino per il Salisburghese, Hofer si sentì tradito dagli Asburgo e dagli stessi Bavaresi tornati sul trono e, ritornato al di qua del Brennero, risalite le "sue" valli, fu pronto a continuare (in una lotta impari) la "sua" guerra, e a tentare di cacciare i francesi, i bavaresi e gli italiani filo-francesi dalla "sua" terra. Ma come già detto sopra dovette soccombere.

Andrea Hofer è tuttavia rimasto il fulgido simbolo di un'intera popolazione del Sud Tirolo, che lottò da sola per essere libera nella propria terra.
Durante quelle ore di prigionia prima di morire, così si giustificò:
"Io amavo molto il mio Paese, come tutti. Forse lo amavo più degli altri. Per la mia terra, per la mia Patria mi sarei gettato sul fuoco. Non ci pensai nemmeno un attimo ad affrontare quello che dicono essere il più grande esercito del mondo. Ma poi... chi è mai questo Napoleone ? per permettersi di regalare il mio amato Tirolo ?". Andreas Hofer: da pari a pari!

Già prima d'allora, il 15 ottobre 1809, all'armistizio di Znaim aveva tenuto dietro la pace definitiva di Schbubrunn che costò all'Austria 32.000 miglia geografiche quadrate e 3 milioni e mezzo di abitanti, ceduti all'Italia, alla Baviera, e al granducato di Varsavia. L'Austria dovette inoltre pagare una grossa indennità di guerra e non ebbe diritto a tener sotto le bandiere più di 150.000 uomini. Stadion e l'arciduca Carlo dettero le loro dimissioni, e METTERNICH iniziò il suo ministero, che doveva poi durare 40 anni.
Questi cercò all'estero di accostarsi alla Francia e a ciò servi in certo modo di guarentigia il matrimonio con Napoleone di Maria Luisa figlia dell'imperatore (questi fatti li abbiamo già accennati nel capitolo 174)

Napoleone aveva divorziato da Giuseppina, e l'11 aprile il piccolo nobiluccio corso e soldato della rivoluzione sposava Maria Luigia D'Asburgo. Sposava una nobile ripudiando la donna che gli era stata data dalla rivoluzione.
(vedi la intrigante biografia di Maria Luisa "LA SPOSA DEL NEMICO" > > )
Regista di questa operazione, lui, l'abile ministro degli Esteri, il principe METTERNICH.
Succeduto a STADION, questo singolare uomo politico ha una visione molto diversa del conflitto militare, che sembra non avere altri sbocchi se non il suicidio della monarchia; preferisce dunque dare un diverso orientamento alla politica austriaca, pena la sua scomparsa totale.
Per salvare quello che é salvabile del Vecchio regime, cerca l'alleanza con il Nuovo e si fa propugnatore dei principi di nazionalità e di indipendenza che sono nati dalla rivoluzione: l'assurdità é che nella persona di Napoleone si combatte la rivoluzione, con le parole e le armi della rivoluzione stessa.
(Ma non dimentichiamo la stessa volontà di Napoleone, nel cercare di fare l'alleanza del Nuovo e del Vecchio, voleva salvare la sua creatura rivoluzionaria. Lo confesserà lui stesso, più tardi a pochi giorni della sua caduta: "Sposando un'arciduchessa, ho voluto unire il presente al passato, i pregiudizi gotici alle istituzioni del mio secolo....Mi sono ingannato e oggi capisco il mio errore; mi costerà il trono".

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Un potente moto degli animi, prodotto dalla guerra austriaca, si era destato anche oltre i confini, nella Germania settentrionale, eccitando febbrilmente i patrioti tedeschi. Nel regno di Vesfalia si sollevò il colonnello von Dornberg; alcuni antichi ufficiali prussiani cercarono di sorprendere Magdeburgo, e il 28 aprile 1809 il maggiore von Schill abbandonò Berlino col suo reggimento di ussari per portare la rivolta in Vesfalia. Ma cadde, combattendo onoratamente a Stralsunda; i suoi furono fucilati o mandati in galera. Anche un principe si unì ad essi, il duca Federico Guglielmo di Brunswick, figlio del generale prussiano ferito ad Auerstadt.
Pieno di odio contro Napoleone, raccolse sul territorio austriaco una «legione della vendetta», prese Dresda e Marburg, e si sottrasse poi ai nemici, che lo incalzavano da ogni parte, con una marcia ardita per Brunswick al Weser inferiore, dove si pose al sicuro su bastimenti inglesi. La sua piccola schiera ha poi formato il nucleo della «legione tedesca», che combatté poi sotto Wellington.

Fra gli stati stranieri la sola Inghilterra cercò di portare aiuto all'impero degli Asburgo. Gli accordò sussidi mensili e, avendo in mira il ragguardevole porto di Anversa, intraprese una spedizione sulla Schelda. Il 30 luglio 40.000 uomini sbarcarono nell'isola di Walcheren, ma in gran parte andarono perduti miseramente per essere mal guidati o per le malattie. Questa brutta esperienza del maggiore esercito di terra, che l'Inghilterra abbia mai raccolto durante tutte le guerre napoleoniche, suscitò una viva indignazione e condusse alla dimissione del Canning.

In breve Napoleone rimase vincitore e l'Austria discese quasi alla situazione di potenza di secondo ordine, così che sul continente soltanto la Russia conservò pienamente la sua potenza. Eppure la campagna 1809 fu fatale per Napoleone, poichè distrusse quel fascino di invincibilità che circondava il Corso. E forse fu proprio questo che suscitò nelle corti e nei popoli soggetti a rialzare la testa, forse sperando questi ultimi in un avvenire migliore. Questi si illusero, e mai più avrebbero immaginato che quelle sconfiggendo Napoleone sarebbero tornate più retrive, oscurantiste e piena di ottusa arroganza più di prima per oltre trent'anni.

Lasciamo ora l'Austria a leccarsi le sue ferite che,
nello scendere in campo si era illusa guardando il coraggio degli spagnoli. Anche se quella era più una guerra anarchica che monarchica.
Napoleone prima e dopo Vienna andò di persona a domare quei ribelli.

E proprio di questa guerra ci occupiamo nel prossimo capitolo

LA GUERRA DI SPAGNA - 1808-1814 > >

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