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150. LA DECANDENZA DELLA FRANCIA - L'ASCESA DELL'INGHILTERRA


4 protagonisti - Il duca Filippo d'Orleans - Filippo V di Spagna - Re Giorgio I d'Inghilterra - Sir R. Walpole

Come abbiamo già visto nei precedenti capitoli, alla sua morte avvenuta il 1° settembre 1715 Luigi XIV lasciò il suo regno in uno stato di grave e lenta malattia generale, carico di un debito di 2.471 milioni di lire (livres) e minacciato da un assurdo testamento, a lui estorto dalla Maintenon e dai suoi amici.
Diventava re il pronipote del re morto, un ragazzo malaticcio, minorenne. Per diritto di nascita la reggenza di lui spettava al duca FILIPPO di ORLEANS ; invece Luigi XIV dispose che vi fosse un consiglio di reggenza, nel quale si doveva decidere a maggioranza di voti.
Alla presidenza dei consiglio era destinato il duca di Orléans, figlio di un fratello del testatore; non a lui però ma al duca di Maine, figlio naturale del re defunto, fu assegnata la tutela del fanciullo ancora inabile al regno e con ciò il potere principale.

Ma l'Orléans al momento opportuno si pose in relazione col parlamento ed ambedue fecero i loro preparativi. Era appena morto il re, nel mattino del 10 settembre 1715, quando nel giorno seguente si adunò la Corte dei Pari, riconobbe Filippo come reggente e annullò le disposizioni del testamento di Luigi XIV.

Subito il duca prese vari provvedimenti e specialmente istituì diversi corpi consultivi, riservandosi però le attribuzioni decisive. Filippo era persona estremamente simpatica, amabile, nella piena virilità, ricco d'ingegno, abile parlatore, valoroso, ma «diabolicamente cattivo», educato dall'abate Dubois, debole di volontà, effemminato, libertino e senza vergogna.

Gli affari furono ripartiti tra sei «consigli». La loro istituzione il 15 settembre fu salutata con giubilo, poiché parve che ponesse un termine alla tirannia dei ministri. Ben presto doveva apparire chiaramente quanto fosse cattivo il cambio che si era fatto. Fin dall'inizio la situazione disperata delle finanze attraversò ogni calvario. Non si disponeva dei minimi mezzi finanziari, i demani erano stati alienati, le rendite dello Stato già consumate in precedenza da un numero immenso di stipendi, di aggravi, di debiti, ecc. Si avevano le migliori intenzioni di uscire da queste condizioni intollerabili, ma i tentativi fallivano; soltanto una modesta banca di circolazione, che esisteva già nel 1716 a Parigi, rese qualche servizio. Era suo fondatore e governatore lo scozzese GIOVANNI LAW.

Maggior fortuna che nell'amministrazione delle finanze ebbe il reggente nella politica estera, dove gli stava a fianco l'abate DUBOIS, il più esperto diplomatico della Francia.
Con l'attività e con l'ingegno si era sforzato di sollevarsi da una condizione meschina. Accorto, consapevole dei suoi fini, avido, dissoluto, menzognero, irreligioso, ordinario sotto forme amabili, egli caratterizzava addirittura il suo tempo e il suo ambiente. Fu primo ministro e cardinale della Chiesa romana.

Nell'estate del 1716 i giacobiti d'Inghilterra e di Scozia avevano ordito una grande congiura per rovesciare la dinastia protestante degli Annover. Questa impresa non trovò nel reggente quell'appoggio, che era necessario per la sua riuscita, e andò a vuoto. La sollevazione degli Scozzesi fu domata, il pretendente dovette fuggire e Filippo di Orléans entrò in amichevoli relazioni con il re Giorgio I. Questo significava un completo stravolgimento nella politica estera della Francia.
Dubois era l'anima di essa e dopo trattative di vario genere il 10 ottobre 1716 condusse ad effetto un'alleanza con l'Inghilterra, alla quale il 4 gennaio 1717 ne seguì una simile con l'Olanda. La triplice alleanza era così conclusa. Con questo la Francia si assicurava la pace, di cui aveva assoluto bisogno, mentre la politica della Spagna, fino a quel tempo sua alleata, ormai spingeva apertamente ad una guerra generale.

In Spagna sedeva sul trono FILIPPO V, d'intelligenza infantile, malinconico, mentre l'abate ALBERONI, figlio di un giardiniere italiano, afferrava le redini del governo. Astutamente si collegò con l'inquisizione, negoziò il matrimonio del re vedovo con Elisabetta di Parma e distrusse l'influenza della ambiziosa principessa Des Ursins.

Il debole re fu del tutto isolato per opera della sua giovane consorte e il diabolico Alberoni poi li segregò di fatto da ogni cosa per poterli dominare entrambi, senza che uno straniero potesse loro avvicinarsi. Con abilità e prontezza seppe poi ridestare quel popolo degenerato, introdurre riforme, dischiudere nuovamente le fonti della prosperità e ricreare una forte flotta ed un esercito capace di lotte.

Disgraziatamente guastò tutto questo, non accontentandosi dell'opera di rigenerazione interna dello Stato, e avviando contemporaneamente una politica europea. A dire il vero, l'impulso maggiore a questo progetto venne dalla regina Elisabetta, donna d'ingegno e di forza di volontà non ordinaria. Supponendo che il debole Luigi XV morirebbe prematuramente, essa sperava di potere unire di nuovo le corone di Francia e di Spagna. Inoltre desiderava di procurare dei possedimenti ai suoi propri figli e di cacciare a questo fine la casa d'Asburgo dall'Italia.

L'Alberoni già lui impetuoso incitò l'animo della donna. Egli voleva trasformare su nuove basi l'equilibrio europeo. La situazione era favorevole in quanto l'Austria era allora paralizzata dalla sua guerra contro i Turchie della Porta. Nell'agosto un esercito spagnolo sbarcò in Sardegna e sottomise quest'isola. Nel tempo stesso l'Alberoni incoraggiava la Turchia e l'Ungheria contro Carlo VI, i giacobiti contro Giorgio I, Carlo XII contro l'Inghilterra e una congiura contro il reggente di Francia. Più di così non poteva muovere le acque!

Nell'estate del 1718 un esercito spagnolo passò in Sicilia per toglierla ai Piemontesi Sabaudi. Ma per disgrazia di Alberoni la Porta aveva appena concluso con l'imperatore la pace di Passavowitz e in Londra fu condotta a termine la «quadruplice alleanza» tra Inghilterra, Olanda, Francia ed Austria, alle cui decisioni dette forza una flotta da guerra inglese nel Mediterraneo.

L'Alberoni respinse un ultimatum inglese di ritirarsi. E così la flotta spagnola nei mari di Sicilia fu distrutta da quella inglese presso il capo Passero; Carlo XII cadde davanti a Friedrichshall e la congiura di Parigi fu scoperta, per cui il reggente Filippo d'Orleans dichiarò la guerra alla Spagna.
I Francesi avanzarono oltre i Pirenei, né poté avere luogo lo sbarco del pretendente giacobita. Il cardinale sperava ancora di dividere con abili trattative diplomatiche gli alleati, tanto superiori di forze, ma inutilmente; essi richiesero unanimi il suo licenziamento.

Il 5 dicembre 1719 ricevette dal suo re l'ordine di abbandonare la Spagna e il 17 febbraio 1720 l'ambasciatore spagnolo in Olanda sottoscrisse il trattato di Londra. Secondo questo trattato l'imperatore acquistò la Sicilia, il duca di Savoia divenne re di Sardegna, i figli della regina Elisabetta ottennero il diritto di successione a Parma e in Toscana. La potenza navale e terrestre della Spagna che era stata appena ricreata fu di nuovo distrutta e l'opera di riforma all'interno disfatta.

Il reggente di Francia aveva potuto impiegare 82 milioni nella guerra contro l'Alberoni. Ciò era stato possibile solamente per mezzo della sorgente di ricchezza a lui prestata da Giovanni LAW, scozzese di Edimburgo, uno spiritoso ed elegante eroe dei salotti parigini e un fortunato giocatore.
Già nel 1705 egli presentò al parlamento scozzese una memoria sul modo di procurarsi dei capitali, che conteneva molte idee giuste e nuove, ma che sempre confondeva il mezzo di surrogare, cioé il biglietto di banca, con ciò che si deve surrogare, cioè il denaro contante metallico circolante. Respinto in patria ed anche altrove, fondò nel 1716 una banca privata in Parigi, che però d'allora in poi attirò lo Stato nella cerchia dei suoi interessi.

L'istituzione, diretta abilmente e coscienziosamente, si dimostrò veramente benefica; accordò credito e s'inventò carta che era equivalente al denaro contante metallico e costituiva una moneta di titolo più sicuro. La banca prosperò e il 10 aprile 1717 a tutte le casse pubbliche fu ordinato di accettare la sua carta nel pagamento delle imposte. Indipendentemente dalla banca Law fondò la «Compagnia occidentale» per utilizzare la Luisiana americana. Quando il parlamento di Parigi sollevò delle obiezioni, il reggente sciolse i collegi di governo. Con ciò fu tolto ogni ostacolo all'esecuzione dei progetti di Law. Questi divenivano senza interruzione più grandiosi. Cominciò una vera vertigine nel commercio delle azioni ed una lotta aperta contro il denaro contante metallico circolante; questo soprattutto doveva essere sostituito dai suoi biglietti di banca, poiché a questo infine si mirava, che tutto il contante si riunisse nei sotterranei della banca reale e la sola sua carta monetata dominasse i traffici.

La Compagnia occidentale fu ribattezzata in «Compagnia delle due Indie» e fu anche ampliata; ne seguirono nuove emissioni di azioni e Law comprò dallo Stato per nove anni anche il diritto di coniare la moneta e finalmente assunse l'appalto generale delle principali imposte.
Nel 1719 il corso delle azioni salì da 500 lire (livres) a 5000. Una trasformazione della rendita doveva annualmente far guadagnare 15-20 milioni allo Stato e trovare acquirenti alle azioni della Compagnia delle Indie. In realtà si riuscì in breve tempo a fare un prestito di 1500 milioni e poi ad iniziare un brutto affare di aggiotaggio delle azioni, che trascinò tutti nel suo vortice e vi adescò gli stranieri in gran quantità.

Questa alta marea monetaria di carta permise perfino di sopprimere l'incurabile amministrazione delle imposte e d'introdurre una serie di riforme finanziarie. Law divenne membro dell'accademia e ministro delle finanze. Finalmente il corso delle azioni raggiunse la favolosa cifra di 20.000 lire. La misura era colma. Gli azionisti divennero diffidenti e cominciarono a realizzare i loro valori, vendendo vendendo e incassando e con questo liquido in mano il prezzo dei terreni raggiunsero prezzi mai visti.
Questa spinta a realizzare costituiva per Law un pericolo, che minacciava l'intero suo sistema, perché il suo sistema era falso, poggiando sopra uno stato di cose innaturali. Invano egli cercò febbrilmente di scacciare tutta la moneta metallica dalla circolazione. Il 22 maggio 1720 si dovette dichiarare ufficialmente il fallimento; le azioni e i biglietti di banca perdettero il valore ottenuto a furia d'inganni. Un panico crescente mandò a male tutti i tentativi di salvezza. La banca fallì e nel dicembre 1720 anche la Compagnia ebbe fine.

Il 14 dicembre Law partì da Parigi più povero che non vi fosse giunto, lasciando la Francia più disgraziata che mai. La vendetta popolare non divampò contro la reggenza; per questo le cose non erano ancora abbastanza mature.

Alle tempeste del 1719 e del 1720 si deve fare risalire il rinvigorimento della pubblica opinione in Parigi. La reggenza perdette l'ultimo residuo della fiducia goduta. La stampa cominciò a farsi viva e iniziò ad attaccare; Buvat scrisse il suo giornale della reggenza, una moltitudine di fogli volanti aleggiavano attorno; nel 1721 comparve un piccolo libro senza il nome dell'autore, il quale aveva per titolo «Lettere persiane».
In esso dei colti maomettani mettono in burla le superstizioni dei cristiani, ritraggono i tipi caratteristici della vita pubblica francese e pronunziano la sentenza capitale della reggenza. L'autore insomma anticipava gli eventi.

E questo libro proveniva da un uomo di famiglia nobile e ragguardevole e di cospicua posizione sociale, dal barone di Montesquieu, presidente del parlamento di Bordeaux.
Insomma qualche voce isolata tonante si levava in questi anni.

Singolare anche questo quasi anonimo drammatico testamento che solo quarant'anni dopo, nel 1762 fu Voltaire a riscoprire e con quello accenderci le prime micce della rivoluzione che covava.

Era Jean Meslier - un oscuro curato di campagna- nel suo singolare estamento da lui scritto nel 1729, lancia l'appello più violento, forte e disperato in favore di una rivoluzione, incitando il popolo ad unirsi per scuotere il giogo tirannico dei principi e dei re. Per questo oscuro curato di campagna "...la salvezza del popolo non dipende che dal popolo stesso".

Jean Meslier nei primi decenni del 1700, é quasi un simbolo delle contraddizioni ormai insanabili dell'organizzazione sociale del tempo, anche se apparteneva egli stesso al Clero, che era uno dei ceti titolari di quei privilegi feudali oggetto delle successive denunce dei filosofi illuministi. 
Nel testamento da lui scritto si possono ritrovare analisi ed esortazioni che già prefigurano parole d'ordine della Rivoluzione Francese.

"La vostra salvezza è nelle vostre mani, la vostra liberazione dipenderebbe solo da voi se riuscirete a mettervi d'accordo. Unitevi dunque uomini se siete saggi unitevi tutti se avete coraggio per liberarvi dalle vostre comuni miserie . E da voi dalla vostra laboriosità, dal vostro lavoro che nasce l'abbondanza di beni e delle ricchezza della Terra.... E' il lavoro dell'uomo che permette di trasformare la natura creando ricchezza che il popolo deve tenere per se: teneteveli per voi e per i vostri simili (i beni prodotti), non date niente a questi superbi e fannulloni. Non si vedono più ormai, fra coloro che detengono le più alte cariche dello Stato se non meschini adulatori pronti ad approvare i loro turpi disegni ad inseguirne gli ingiusti ordini e le ancor più ingiuste ordinanze. Tali sono nella nostra Francia i giudici e i magistrati del Regno...i quali sono capaci solo di giudicare le cause private e di sottoscrivere ciecamente tutte le ordinanze dei loro Re che non oserebbero contrastare. Intendenti delle Province, governatori delle città, comandanti militari, ufficiali, soldati che non servono che a sostenere l'autorità del tiranno. Impiegati, controllori, gabellieri, sbirri, guardie, ufficiali giudiziari che come lupi affamati mirano soltanto a divorare la preda, saccheggiando e tiranneggiando il popolo oppresso avvalendosi del nome e dell'autorità del Re".

Ma chi era questo Jean Meslier (1664 - 1729)? Era nato a Mazerny (Champagne), avviato alla carriera ecclesiastica presso il seminario di Reims per compiacere ai suoi genitori, ordinato sacerdote nel 1688, diventa parroco di Etrèpigny, un paesino ai margini delle Ardenne: qui, per quarant'anni trascorre l'oscura esistenza di un curato di campagna fino a quando non riuscendo ad ottenere giustizia in una lite con un feudatario, preso dalla disperazione decide di uccidersi (lasciandosi morire di fame) dopo aver scritto, in tre copie il suo testamento. Questo incredibile testo, materialista e ateo, comunista e rivoluzionario, è uno dei più violenti atti d'accusa contro l'Ancienne Régime e la religione cristiana gallicana (considerata il puntello della tirannide). Voltaire, nel 1762 pubblicherà degli estratti dell'opera (tralasciando gli spunti più radicali), rendendo immediatamente famoso questo prete rivoluzionario.
L'appello però, più che il popolo, lo raccolse la nuova borghesia, il Terzo Stato. Poi venne il resto: traumatico; perchè non era sufficiente il "popolo", occorreva la "nazione" (diderottiana) che non si era ancora formata. 

In Inghilterra Carlo I Stuart era già finito sul ceppo decapitato, nel 1649! C'era stata già una Repubblica (Cromwell); c'era già stata una Restaurazione; ma subito dopo era avvenuta la cosa più sensazionale: il popolo si scelse il sovrano (Guglielmo d'Orange) e non si potè più parlare per i re d'Inghilterra di "diritto divino". Il "popolo", o meglio la "nazione" decideva! Ma solo più tardi, nel 1751, sull'Enciclopedia, alla voce "Volontà politica", Diderot, chiamerà con un termine nuovo, poi universalizzato: "Nazione" e non più "popolo". "Nazione" è una specificazione di cultura, tradizione, lingua, territorio che possiedono (e sentono) tutti i cittadini di uno Stato, dal sovrano fino all'ultimo servo; augusti o non augusti mortali.
Quelli che invece dicono ancora "popolo" si credono separati da esso, credono ancora di essere investiti dal "potere divino" di essere "unti dal signore", di essere insomma un'altra cosa.

Dopo la fuga di Law il reggente Filippo d'Orleans visse ancora tre anni, ma la sua parte era al suo termine. Incapace ormai di una propria attività, dissipò le sue ultime forze in una frenetica ebbrezza di piaceri. Quel che in lui non era ancora degradato fu del tutto coperto d'obbrobrio dall'abate Dubois, ormai onnipotente. Con un atto di violenza abbatté la resistenza dei gallicani e dei giansenisti, rendendo completa la vittoria dei gesuiti.
Se prima lo aveva innalzato la distruzione degli ambiziosi disegni politici della Spagna, poi spudoratamente entrò in intime relazioni con questa potenza cattolicissima. L'amicizia della Spagna fu guadagnata con uno scambio di principesse, che unirono con legami di matrimonio le case di Borbone e di Orléans. Dubois divenne cardinale e s'impigliò del tutto nella corrente gesuitica, anzi voleva liberare l'autorità della sede pontificia dalle ultime barriere, quando nel 1723 morì improvvisamente.
Cinque mesi più tardi anche Filippo di Orléans fu colpito da apoplessia nelle braccia di una delle sue amanti (2 dicembre 1723).

L'ASCESA DELL'INGHILTERRA


In Inghilterra la legge di successione al trono del 1701 divenne la base incrollabile del parlamentarismo. Nel fatto la regina Anna odiava i Guelfi dell'Annover, mentre era sinceramente affezionata al suo fratello Giacomo III. Con l'appoggio dei «tories» le sarebbe certamente riuscito di farne il suo successore, se egli fosse divenuto protestante. Sebbene Giacomo non lo facesse, il capo del governo, Lord Bolingbroke, cercò di spianargli la via al trono, quando improvvisamente il 1° agosto 1714 la Regina Anna morì prematuramente.

Ormai Giorgio I poté essere proclamato re e sbarcare il 18 settembre sul suolo inglese. Il suo primo atto fu di chiamare al ministero gli «whigs». Cominciò con questo un governo di partito, come non si era mai avuto in Inghilterra. Giorgio rimase sempre straniero ai Britanni, di cui non comprendeva nemmeno la lingua, e non fu altro che un'ombra di re. Con ciò gli Inglesi rimasero padroni indisturbati in casa propria.
Il nuovo gabinetto «whig» Townshend-Stanhope non esitò a dichiarare che la salvezza del paese e il dominio del suo partito erano una stessa cosa. Con grandi pressioni uscì dalle nuove elezioni al parlamento una forte maggioranza di «whigs». Tuttavia parve che le cose all'estero fossero male avviate, poiché l'Inghilterra non vi aveva alcun amico, ma anzi degli avversari palesi o nascosti.

Anche qui il destino ha mutato mirabilmente le cose. La morte di Luigi XIV allontanò il pericolo principale, che veniva dai giacobiti, e il 16 novembre 1715 con la mediazione dell'Inghilterra fu concluso in Anversa il terzo e definitivo trattato «della barriera», col quale l'Austria prendeva possesso dei Paesi Bassi spagnoli e prometteva di difenderli contro la Francia in comune con gli Stati generali; il 4 gennaio 1716 fu stipulato il trattato di alleanza di Annover, dal quale derivò nel 1717 la triplice alleanza dell'Aia; la Spagna fu vinta e la quadruplice alleanza del 17 febbraio 1720 fece di quelli che vi parteciparono gli arbitri dell'Europa occidentale.
Invece la Svezia battuta aveva dovuto cedere nel trattato di Stoccolma del 22 luglio 1719 Brema e Verden all'elettorato di Annover; la decadenza della Svezia e con ciò la sua caduta come grande potenza del Baltico fu compiuta dalla Russia con la pace di Nystad del 10 settembre 1721. La nuova dinastia angloannoverese ne ebbe splendore e la Britannia divenne, con poca fatica, una potenza mondiale.

Nell'interno si vide un «lungo parlamento» dal 1715 al 1723. Gli «whigs» imperanti prolungarono infatti il mandato parlamentare, anche per l'avvenire, da tre a sette anni e con questo compirono un'innovazione benefica allo Stato, rendendo possibile un'andamento più tranquillo degli affari. Nel seguito del re si trovavano favoriti stranieri di ambedue i sessi, che volevano acquistare nell'isola uffici, beni e ricchezze e rendevano difficile la vita ai ministri. Le liti con essi e la politica dinastica guelfa di Giorgio fecero cadere nell'aprile del 1717 il ministero «whigs» e spinsero all'opposizione Townshend e Walpole, finché l'ultimo nel 1720 conseguì una situazione dominante, che poi mantenne per oltre venti anni.

Nel 1719 e nel 1720 l'Inghilterra e l'Olanda furono colte dalla medesima vertigine, che in Francia aveva nello stesso periodo scatenato il banchiere Law. Anche le classi sociali superiori incorsero nella sete di subiti guadagni e nella frenesia del gioco. In Inghilterra il parlamento promosse quella vertigine, mentre in Olanda le società per azioni comparvero puramente come imprese private. In Inghilterra fino dal 1711 si costituì una società del Mare del Sud; le sue azioni salirono da 100 a 1000.

Come in Francia cominciò una febbre delirante di fondar nuove società; era il tempo delle bolle di sapone (bubbles). Finalmente la società del Mare dei Sud si oppose a quella frenesia, destando però sfiducia e preoccupazioni tanto che le sue azioni discesero nuovamente a 130. Migliaia di persone furono rovinate; dovunque regnava miseria e disperazione.
A questi avvenimenti non era rimasto estraneo ROBERT WALPOLE, che però aveva conservato il sangue freddo e il contegno di un uomo di Stato. Come lord tesoriere ottenne la direzione generale delle finanze. Migliorò subito il credito per mezzo di opportuni accordi e stabilì il principio che la grandezza della Gran Bretagna era fondata essenzialmente sul commercio, che si poteva più che altro esercitare esportando manifatture, introducendo materie gregge e costruendo navi nel proprio paese, procurandosi il materiale dalle proprie colonie americane.

Il parlamento accettò questi concetti ed esentò molti articoli da ogni dazio doganale; con ciò Walpole iniziò il predominio degli interessi commerciali nella politica inglese e, come ulteriore conseguenza, l'accrescimento del dominio coloniale fino alla costituzione di una potenza mondiale; il condurre a termine senza riguardi queste due cose fu in seguito l'opera di tutta la sua vita.

Tutte le contese ecclesiastiche e politiche, che fino a quel tempo erano state causa di divisione, cercò di seppellire sotto quest'unica passione di rendere ricca e potente la nazione, sotto quest'unica forma di sentimento politico.
Tutto questo era possibile soltanto perché si era compiuto e sempre più si compiva un cambiamento notevole e repentino nella classe dominante: all'antica aristocrazia territoriale era passata avanti una nuova aristocrazia del denaro, che sotto la bandiera del partito dei «whigs» aveva preso possesso del potere politico.

Quel contrasto che vi era stato tra «whigs» e «tories» si mutò in quello tra città e campagna, tra capitale e proprietà fondiaria, tra industria e commercio da una parte e agricoltura dall'altra. Per porre in atto il suo sistema Walpole sviluppò quei metodi di corruzione, che già esistevano. L'opposizione, e specialmente la stampa, furono in certo modo interdette, secondo il concetto del parlamento, cioè del partito dominante: «la legge sono io».
I suoi procedimenti e i suoi discorsi si avvilupparono nell'impenetrabile segreto della sua mala coscienza. Quello appunto che condusse la nazione alla ricchezza ed alla potenza, contribuì a guastare la moralità del suo parlamento e a togliere all'individuo l'attitudine a riconoscere un diritto diverso da quello della sua classe e dello Stato.

Ma il peggio per l'Inghilterra stava nei conti che doveva fare con la vicina Irlanda. Qui era stata tolta agli indigeni cattolici una gran parte del loro paese a vantaggio dei Britanni immigrati sull'isola. Invano gli Irlandesi avevano posto mano alle armi. Al loro popolo, diseredato per la massima parte, non rimase altro destino che quello di lavorare i campi dei nuovi arrivati, o di fare i loro operai giornalieri, oppure di mendicare. Ma questo non bastò: prima la gelosia di mestiere dei nuovi gentiluomini campagnoli inglesi vietò l'esportazione del bestiame irlandese, poi l'aristocrazia del denaro volle l'esclusione dell'isola sfortunata dall'intero commercio con le colonie e l'annientamento della manifattura irlandese delle lane, per cui la carestia in Irlanda divenne permanente.
Al soffocamento economico si accompagnò presto anche la pretestuosa persecuzione dei cattolici. Questi furono esclusi da ogni ufficio, da ogni libera proprietà. Gl'Irlandesi dovettero discendere al grado di un gregge di schiavi con sentimenti da schiavi, perché la minoranza inglese potesse liberamente governare, dominare e arricchiere sulle loro spalle e suo loro territorio. Il consiglio privato irlandese (composto dai nuovi arrivati) e la camera bassa irlandese (idem) operarono solo in questo senso.

Finalmente proruppe il sentimento di sdegno contro una simile mostruosità. A causa di una patente monetaria accordata ad un grande proprietario di ferriere, si sollevarono in Dublino governo, parlamento e stampa, così che il ministero «whig» giudicò opportuno di ritirare questa misura. Questo avvenimento ebbe una certa importanza per aver posto in vista uno scrittore di primissimo ordine, Gionata Swift, che si eresse a tribuno popolare nella lotta per il diritto della sua patria irlandese.
Nell'anno 1720 Swift mosse i primi assalti contro l'oppressione cui l'Irlanda era soggetta, per dipingere poi in sempre nuove immagini la miseria della sua gente. Ma in questa lotta aumentarono in lui talmente l'odio, l'irritazione e il disprezzo per gli uomini che il suo ricco spirito lentamente degenerò in demenza (morì il 19 ottobre 1745).

LA SPAGNA

Un secondo paese perseguitato dalla sfortuna era la Spagna. Caduto l'Alberoni, essa rimase il paradiso degli avventurieri stranieri, un focolare d'intrighi e di congiure inesauribili contro la pace d'Europa, in cui dissipò soltanto le sue forze, senza recare particolare danno all'Inghilterra, alla grande dominatrice del commercio mondiale. Erede del potente italiano fu un Olandese, Giovanni Guglielmo barone e poi duca di RIPPERDA.
Dopo la morte di Filippo d'Orléans era divenuto primo ministro di Francia il duca di Bourbon-Condé. Il giovane re Luigi XV il 25 ottobre 1722 era stato incoronato prima del tempo prescritto, ma era così sofferente di salute che nel febbraio del 1724 si temeva per la sua vita. Aspettandosi la sua fine il re Filippo sottoscrisse un atto di rinunzia al trono a favore del suo figlio maggiore e l'infante Luigi I il 15 gennaio assunse anche il governo. Si trattava di rendere libero per il trono francese il già re di Spagna.
Ma Luigi XV rimase in vita e morì in vece sua il giovane re di Spagna Luigi I. Subito Filippo V con la consorte ritornò al governo e Ripperda approfittò di questo per salire al potere, con un repentino cambiamento della politica spagnola.

Ripperda ottenne i pieni poteri per indurre l'imperatore già ostile a Filippo ad un trattato di pace, che doveva essere sigillato con il matrimonio dei due infanti. Don Carlos e Don Ferdinando con le due arciduchesse Maria Teresa e Maria Anna. Prima di partire tracciò un gran disegno per il rinascimento della monarchia spagnola, che doveva finire col togliere agli Inglesi la loro potenza mondiale a vantaggio della Spagna. Soprattutto si dovevano escludere dal contrabbando per le Indie occidentali e dalla tratta lucrosa dei negri e ravvivare poi il commercio e la pesca spagnola fino alle Filippine.
Nel Ferrol doveva sorgere un cantiere navale ben fortificato con arsenale, quale stazione per Ie squadre destinate ad incrociare sui mari le navi mercantili inglesi.

Ripperda consigliò di proibire i prodotti delle manifatture straniere in modo da provocare la loro fabbricazione nella Spagna. Per dare un sostegno opportuno al suo sistema propose la fondazione di una banca a Madrid. Tutto il disegno dipendeva dalla fortuna, che incontrerebbe a Vienna.
A questo punto gli venne in aiuto un incidente. Il primo ministro Bourbon-Condé e il re Filippo pensarono di ammogliare il giovane Luigi XV. Ma poiché l'infanta di Spagna, destinata a divenire regina di Francia, aveva soltanto sei anni, fu rimandata indietro a Madrid e gli fu preferita Maria Lesczinska, maggiore di età e figlia del re titolare di Polonia.

Alla corte spagnola erano estremamente sdegnati per lo smacco sofferto. Si volle guadagnarsi il favore dell'Inghilterra, ma si ebbe un rifiuto, quindi Ripperda ebbe ordine di concludere a qualunque costo il trattato con l'imperatore.
In questo modo il 20 aprile 1725 si stipulò il trattato austro-ispanico, che mise ben presto tutta l'Europa in movimento. Esso rinnovava la pace separata tra gli Asburgo e la Spagna, confermava il diritto di successione di questa in Parma e Piacenza e in Toscana. L'imperatore garantiva l'ordine di successione dei Borboni nella Spagna e il re la nuova legge di famiglia austriaca, la «prammatica sanzione», la quale non era stata ancora riconosciuta da alcuna potenza estera.

Alla conclusione della pace seguì un trattato di commercio ed un'alleanza segreta, con la quale le due potenze nel caso di un attacco ostile si assicuravano il loro aiuto reciproco e l'imperatore assicurava inoltre i suoi buoni servizi per il riacquisto di Gibilterra e di Minorca ed anche l'appoggio ai pretendenti giacobiti inglesi.

Subito la Spagna richiese all'Inghilterra l'immediata restituzione di Gibilterra, ma incontrò un freddo rifiuto, al quale si unì anche la Francia. Seguirono presto la Prussia, l'Assia Cassel, l'Olanda, la Svezia e la Danimarca, mentre all'alleanza di Vienna aderiva soltanto la Russia, che aveva in serbo altri progetti.

Quando nel dicembre del 1725 Ripperda ritornò a Madrid, divenne un ministro onnipotente. Unito all'Austria sperava di potere affrontare ogni difficoltà. Ma l'Austria non era ancora pronta a combattere e dovunque gli si opponeva l'oro inglese.
Per procurarsi anche da parte sua dei mezzi, Ripperda procedette con violenza e senza riguardi nel proprio paese, ma vi destò delle ostilità, vi perdette ogni appoggio e il 14 maggio 1726 fu licenziato. Il suo successore continuò la politica seguita da Ripperda nella più intima unione con l'Austria. A quella recente generazione francese che aveva combattuto contro gli austriaci, gli ribolliva il sangue dall'indignazione. Ma non tennero conto di questo aspetto.

In Francia nel frattempo la caduta del duca di Bourbon-Condé e la sua sostituzione col vescovo Fleury, più tardi cardinale, destò per un istante la speranza di un cambiamento nella politica francese. La Spagna cominciò la guerra con l'Inghilterra e intraprese l'assedio di Gibilterra, ma si vide presto disillusa nelle sue speranze, rimanendo del tutto isolata.
L'imperatrice Caterina I di Russia morì e l'imperatore Carlo VI concluse il 31 maggio 1727 a Parigi i preliminari di una pace, che fece prevedere una piena vittoria degli alleati della casa di Annover.

Lasciata in asso dall'Austria, la Spagna dopo lungo temporeggiare il 9 novembre 1729 fu costretta a stipulare con l'Inghilterra e con la Francia la pace separata di Siviglia, che di nuovo significava la vittoria dell'odiato Stato insulare.

A questo trattato aderirono gli Stati generali e finalmente il 16 marzo 1731 anche l'Imperatore, l'Inghilterra e l'Olanda giunsero a concluderne uno. In questo secondo trattato di Vienna l'Asburgo rinunziò alla compagnia commerciale di Ostenda, permise l'ingresso di truppe spagnole in Parma, Piacenza e Toscana, e in cambio di ciò ottenne il riconoscimento della prammatica sanzione da parte delle potenze marittime.

AUSTRIA

Questa prammatica sanzione formava il perno di tutta la politica asburghese. Fin dall'anno 1711 Carlo VI sedeva sul trono austriaco. Questo principe non mancava di buone qualità. Era serio, buono, profondamente erudito nella numismatica, geniale musicista, ma intimamente insignificante; gli faceva difetto una chiara perspicacia politica, la capacità di una rapida e sicura decisione e di una condotta conseguente. I primi anni del suo regno furono buoni ma grazie al valore del suo principe Eugenio di Savoia (vedi qui la sua BIOGRAFIA )

Nel 1683 il giovanissimo Eugenio, già orfano di padre e con la madre esiliata a Bruxelles per intrighi di corte, aveva chiesto al re francese di poter entrare nell'esercito. Ricevuto uno sprezzante rifiuto (e Luigi XIV avrebbe poi avuto molte occasioni per pentirsene), Eugenio fuggì da Parigi con l'amico principe Conti che, raggiunto e minacciato dagli emissari del re, a Francoforte decise di tornare in Francia. Eugenio invece (e questa decisione avrà un peso determinante nella sua vita e nelle vicende d'Europa) , orgogliosamente, continuò la fuga. Andò a Passau e si presentò all'imperatore d'Austria Leopoldo I, che lo accolse volentieri nelle sue truppe aggregandolo a quelle del duca Carlo di Lorena.
Come ufficiale di quest'ultimo, il giovane Eugenio, arrivò nel momento giusto, Vienna era sotto l'assedio dei Turchi. Il giovane ventenne partecipò quindi alla battaglia per la liberazione di Vienna, distinguendosi per coraggio e intelligenza contro i Turchi assedianti. Fece in seguito molta strada.

Dall'anno 1714 la Turchia faceva a Venezia una guerra, che nel 1716 si estese anche all'imperatore d'Austria. È vero che i Turchi conquistarono la Morea e limitarono i Veneziani al possesso di Corfù, ma subirono in Ungheria gravi perdite per opera di Eugenio. Nel 1716 questi li batté a Petervaradino, poi inaspettatamente passò il Danubio ed assediò la forte Belgrado. Il gran visir turco comparve però a liberarla ed accerchiò gli Austriaci in un vasto semicerchio. Repentinamente Eugenio espugnò i trinceramenti principali del nemico, lo sbaragliò, costrinse Belgrado ad arrendersi e penetrò profondamente nella Serbia. Già pensava a metter sottosopra tutta la penisola balcanica, quando avvenne l'attacco di Alberoni in Italia.

Abbiamo già accennato sopra, cosa aveva intenzione di fare l'Alberoni: incoraggiare la Turchia contro Carlo VI, perchè era intenzionato a cacciare gli Asburgo dall'Italia, e si era già messo in viaggio per invadere la Sicilia.

La corte di Vienna temette di perdere la sua posizione in Italia e quindi nel 1718 concluse la pace di Passarowitz, con la quale l'Austria ottenne Belgrado, il banato di Temesvar, una parte della Serbia e la piccola Valacchia. Quando poi l'imperatore stipulò la quadruplice alleanza, a cui dovette aderire nel 1720 la Spagna benché riluttante, Carlo VI d'Asburgo si trovò al colmo dei suoi buoni successi. Ma al sovrano di un impero così vasto, che si estendeva fino alla Sicilia, a Milano, al Belgio, mancava un erede.

L'impegno principale di Carlo VI durante tutto il suo regno fu di mantenere indiviso dopo la sua morte il complesso di territori posseduti dalla casa d'Austria. A questo scopo aveva pubblicato già il 19 aprile 1716 la così detta «prammatica sanzione». Era una legge di successione, la quale disponeva che tutti i paesi ereditari della casa arciducale d'Austria rimanessero insieme indivisi. Alla morte dell'imperatore questi passano secondo il diritto di primogenitura ai suoi legittimi eredi, e precisamente, se egli lascia dei figli, a questi innanzi tutto, altrimenti alle figlie. Se l'imperatore non ha figli ereditano le figlie dell'imperatore Giuseppe e i loro legittimi discendenti.

Da questa legge però le figlie di Giuseppe erano posposte a quelle di Carlo, e ciò poteva produrre delle difficoltà; nel suo formalismo l'imperatore volle avere un riconoscimento internazionale e documentato. Si gettò così in mezzo a difficoltà e preoccupazioni interminabili, paralizzò la sua politica e la rese poco sincera e malfida. Quando morì, interi mucchi di trattati, rimasti poi inutili, giacevano negli archivi. Non le pergamene hanno salvato l'Austria, ma la potente personalità di una giovanissima principessa, che aveva la fede, nel suo diritto e la convinzione di un'immancabile vittoria.

Quando il 10 agosto 1719 si maritò la figlia maggiore dell'imperatore Giuseppe dovette rinunziare solennemente ad ogni pretesa alla successione austriaca e lo stesso dovette fare sua sorella il 30 ottobre 1722, quando diede la sua mano di sposa all'elettore di Baviera.
Soltanto nel 1724 la sanzione fu riconosciuta dai paesi ereditari e poi nel 1725 si ottenne il primo assenso di una potenza europea, che fu, come abbiamo visto, la Spagna.

Alla convenzione di Vienna aderirono i tre elettori ecclesiastici, l'elettore di Baviera, quello palatino, la Russia e la Prussia; l'ultima il 23 dicembre 1729, essendosi ad essa ripetute le promesse del trattato di Wusterhausen del 20 ottobre 1726. Nell'anno 1731 seguì l'Inghilterra, nel 1732 l'impero tedesco, l'Olanda e la Danimarca. In altro modo si comportò la Francia, che dovunque agiva contro l'imperatore. Tuttavia in Vienna non si credeva di dover temere nulla di serio dal cardinale Fleury, poiché questo canuto principe della Chiesa in precedenza aveva mostrato una sola ambizione, quella di avere "quiete in casa e pace fuori".
A questo proposito si doveva però restare delusi.

L'11 giugno 1716 il duca di Bourbon-Condé fu licenziato. Il giovane re dichiarò che in seguito sarebbe primo ministro di sé stesso. Fleury apparentemente fu solo l'ausiliario del sovrano, ma in realtà diresse nel modo più assoluto tutta la politica della Francia. Con una buona amministrazione seppe quasi estinguere gl'immensi debiti dello Stato. Aumentò le entrate, diminuì le spese e promosse la vita economica. Non si parlava però di andare più a fondo o di fare delle serie riforme.
Ben presto si fecero avanti delle difficoltà negli affari esteri. Quando morì Augusto II di Polonia,
re Luigi XV dichiarò di voler proteggere con ogni suo potere la libertà di elezione dei Polacchi. Questo ebbe per conseguenza che il suocero di Luigi, Stanislao Lesczinsky, che era stato già re e poi cacciato, ottenne le maggiori speranze su quella corona priva di ogni potere. Ma l'Austria e la Russia si decisero per l'elettore di Sassonia. Tuttavia grazie alle corruzioni esercitate con l'oro francese il Lesczinsky fu eletto il 12 settembre 1733.

Immediatamente comparve un esercito russo, che il 5 ottobre fece proclamare re Augusto III. Stanislao fuggì fuori della Polonia. L'imperatore dovette pagare lo scotto: Francia, Spagna e Sardegna gli dichiararono la guerra ed invasero i paesi austriaci. Don Carlos sottomise il regno di Napoli e si fece prestare l'omaggio come re delle Due Sicilie. L'unico generale che l'Austria aveva, il principe Eugenio, era invecchiato e combattè senza fortuna sul Reno superiore, invocando l'aiuto delle potenze marittime, Olanda e Inghilterra.
Inutilmente; la decadenza militare dell'Austria si manifestò in modo addirittura spaventoso. Alla fine del 1734 Eugenio dichiarò che la situazione era semplicemente disperata. Quindi non restò altro partito che far la pace. Quando Fleury abilmente fece il primo passo verso l'imperatore, Francia ed Austria il 3 ottobre 1735 sottoscrissero i preliminari, ai quali dovettero aderire la Spagna, le Due Sicilie e la Sardegna.

Soltanto il 18 novembre 1738 fu condotto a termine il trattato definitivo di pace a Vienna. Per esso Lesczinsky rinunziò al trono polacco ed ottenne come indennizzo i ducati di Lorena e di Barche- alla sua morte -dovevano ricadere alla Francia. Il duca Francesco Stefano di Lorena ebbe come compenso la Toscana, l'imperatore rinunciò a Napoli e alla Sicilia, in cambio delle quali gli furono pro messe Parma e Piacenza, inoltre ottenne in massima parte la restituzione della Lombardia toccando il resto al re di Sardegna.

Finalmente la Francia riconobbe la sanzione nella forma più esplicita e si obbligò a difenderla contro chiunque. Già il 21 aprile 1736 era morto il principe Eugenio nel suo 73mo anno di età. Un eroe non era più da un pezzo, ma era rimasto comuqnue un consigliere disinteressato, ma senza altre forze.
Al declinare dell'Austria aveva molto contribuito il contegno egoistico degli Inglesi. Ma anche qui il primo ministro Walpole doveva a poco a poco soccombere di fronte agli spiriti, che egli stesso aveva evocati: lo spirito mercantile e le sue corte vedute.

Il nuova re Giorgio II odiava Walpole. Quando questi gli recò la notizia della morte del padre, si presentò come un uomo perduto, perchè il nuovo sovrano si sentiva già inglese, conosceva uomini e cose ed era stato reso favorevole all'opposizione dalla sua amante Lady Suffolk.
Walpole seppe tuttavia porsi di nuovo saldamente in sella e sicuramente perchè era anche considerato uomo indispensabile. Già dal principio dell'anno si fece avanti con un suo antico progetto che aveva a cuore, quello di render favorevole ai liberali la nobiltà campagnuola, in precedenza partigiana dei «tories». Diminuì quindi l'imposta fondiaria sui terreni, ma non osò introdurre in compenso una tassa progressiva sulla rendita, alla quale si opponevano ovviamente i capitalisti del suo partito.

Si dovevano trovare altri mezzi per colmare il disavanzo. Introdusse di nuovo la gabella del sale e stornò dal suo vero scopo la cassa di ammortizzamento del debito pubblico. Quest'ultimo provvedimento fu preso perchè era andato fallito un grandioso disegno finanziario. Le tre fonti principali dell'entrate pubbliche erano dunque l'imposta fondiaria, le dogane e i dazi sul consumo o gabelle.
La legislazione doganale di Walpole con l'esclusione inesorabile delle manifatture straniere e l'importazione libera delle materie gregge riusciva vantaggiosa. Non così il suo sistema di gabelle, che andò svolgendo dal 1732. Questo essenzialmente andava a finire alla sostituzione di dazi sui consumi, ponendo quindi il carico delle imposte sulle materie prime dell'industria, sui consumi voluttuari, ma anche sui viveri, e quindi quest'ultima ricadeva soprattutto sulla popolazione proletaria.

Contro di esso si scatenò una tempesta d'indignazione, che condusse alla prima grande sconfitta del potente ministro «whig». Una seconda ne subì per la guerra con la Spagna a ragione del commercio di contrabbando nell'America centrale e meridionale.
L'Inghilterra lo aveva a poco a poco così esteso da occuparvi un'intera flotta nelle acque spagnuole. E poichè gli Spagnuoli ad esso si opponevano, come dovevano opporsi, ne risultò una guerra continua tra la polizia marittima spagnuola e i contrabbandieri inglesi. Ciò nonostante l'opposizione parlamentare alzò alte grida per le violenze degli Spagnuoli e Walpole fu abbastanza debole da dichiarare la guerra alla Spagna nel 1739 pur sconsigliato da tutti perfino dai suoi migliori amici.

Gli avvenimenti nelle Indie occidentali ebbero esito sfortunato e la Spagna conservò il suo diritto di visita. Walpole poi aveva perduto la considerazione, che gli serviva per trattenere il re Giorgio da una politica avventurosa durante la guerra di Slesia.


Come in Inghilterra così in Austria un regime logoro si avviava sempre più ad una fine ingloriosa. Con la morte del principe Eugenio si spezzò l'ultimo e ormai inefficace legame che aveva dato una specie di unità alla direzione politica dell'impero. Non vi era alcuno, che potesse occupare il suo posto; la sua passata influenza andò in frantumi; artefici d'intrighi e cortigiani parlavano a nome di tutti. L'unico uomo di solida autorità fra quelli che attorniavano l'imperatore era il consigliere von Bartenstein; era un uomo d'ingegno un buon giureconsulto, ruvido nelle forme, onesto, pratico negli affari, indipendente di mente, tenace nel suo procedere, ma non un vero uomo di Stato, senza una chiara visione delle connessioni non immediate dei fatti ed inoltre come antico protestante e di famiglia non patrizia era fino a un certo punto un intruso nell'arcifeudale cattolico castello imperiale di Vienna.

Con la mente ripiena della grandezza della casa cesarea degli Asburgo godeva tuttavia la piena fiducia e l'affezione del suo sovrano. In materia di politica imperiale e di prammatica sanzione egli dette manifestamente il voto decisivo.
La redazione del trattato del 16 marzo 1731 che impegnava le due potenze marittime e l'elettore di Annover fu scritta evidentemente da lui. Vi è detto che esse devono difendere con ogni loro potere non solo il diritto ereditario di Maria Teresa, ma anche tutti i paesi asburghesi contro chiunque li assalisse. Ma fin dal 1733 i ministri perdettero la fede nel potere dei trattati e rivolsero il loro pensiero ad una divisione della monarchia. A loro si opposero il principe Eugenio e il Bartenstein, e dopo la morte del primo, l'altro non si dette cura del vero mezzo capace di tenere in piedi l'unità dello Stato con la forza delle armi - Una forza che non era tale

Al contrario la potenza militare già deperita degli Asburgo ricevette pure come il colpo di grazia da una guerra con la Turchia.

L'imperatore sperava di potersi risarcire con la Sublime Porta quello che aveva perduto in Italia. Ma alla Sublime Porta nella primavera del 1736 dichiarò la guerra la Russia e pure questa aveva la speranza di acquistare nuovi territori in Turchia.

Delle convenzioni precedenti obbligavano l'Austria ad aiutare il vicino alleato con 30.000 uomini. Ma non si accontentò di questo l'imperatore Carlo, ma decise d'intraprendere anche per conto suo una campagna di conquista. L'Austria stava ancora armandosi con grande lentezza, quando il maresciallo Münnich con più di 50.000 Russi invase nel 1736 la Crimea, espugnò i trinceramenti di Perekop, depredò e pose a sacco le residenze del kan dei Tartari, ma infine dovette ritirarsi a Perekop. Un altro esercito conquistò Azow, un terzo la fortezza di Kilburun. Parve che queste vittorie avessero rinfocolato l'ardore dell'imperatore.

Il 9 gennaio 1737 concluse un trattato con l'imperatrice Anna per una guerra comune da farsi contro la Turchia e nell'estate tre corpi d'esercito austriaci passarono i confini. Ma la stoltezza, i ripetuti cambiamenti nel comando supremo e l'inferiorità delle truppe condussero a combattimenti sfortunati, finchè gli Austriaci furono completamente battuti a Crozka e dinanzi a Belgrado si ritrassero precipitosamente oltre il Danubio.

La forte Belgrado cadde quasi senza resistenza in mano al gran visir. Anche le trattative che seguirono mostrarono il completo disordine della direzione della politica austriaca. Sebbene Münnich invadesse la Bessarabia e il 28 aprile riportasse una splendida vittoria a Choczim su Turchi e Tartari, sebbene passasse poi il Pruth ed occupasse Jassy, il negoziatore austriaco sottoscrisse con vera meschinità dei preliminari di pace, ai quali fece adesione come alleata anche la Russia.

Il 18 settembre 1739 in Belgrado si concluse una pace definitiva, straordinariamente umiliante per l'Austria, che cedette Belgrado, la Serbia e la piccola Valacchia, in breve tutto quello che si era acquistato dal tempo di Passarowitz, eccetto Temesvar, e la Russia dopo terribili sacrifici ottenne soltanto Azow.

Indebolita di considerazione e di fiducia in sè stessa usci l'Austria da questa guerra, nella quale si era avventuriosamente gettata senza un piano preciso, senza forze e senza un buon stratega al pari del valoroso Principe Eugenio.

Ma più fatale del duello con la Porta riuscì una mortale inimicizia sorta con la Prussia.

Il 3 gennaio 1739 l'Austria e la Francia conclusero un trattato segreto, in virtù del quale in caso di morte dell'elettore palatino tutti i territori di Julich e di Berg passerebbero provvisoriamente al principe Carlo Teodoro.
Questo equivaleva a rifiutare il valore delle pretese prussiane su quei territori. Questo dovette apparire al re Federico Guglielmo I addirittura come una mancanza di fede, poichè nel convegno del 23 dicembre 1728 lo stesso imperatore si era assunto l'obbligo di procurare alla Prussia il possesso del ducato di Berg

In quel trattato segreto c'era però anche la mano l'Inghilterra, poichè re Giorgio II era contrario ad ogni ingrandimento della Prussia. La gelosia della casa di Annover e quella della casa di Asburgo agivano insieme contro gli Hohenzollern; esse però resero agli Asburgo un cattivo servizio.

Senza alcun compenso, pieni di cieca fiducia nella Francia, nell'Inghilterra e nell'Olanda s'inimicarono con quello dei loro alleati, che era militarmente più potente.
Bartenstein di certo sognò una quadruplice alleanza, che doveva essere per l'imperatore un baluardo contro la Prussia. Nel 1738 si venne in Berlino a delle rimostranze comuni delle quattro potenze, ma essendo state respinte, l'Inghilterra e l'Olanda si tirarono indietro, e rimasero soltanto l'Austria e la Francia, che si collegarono anche più strettamente con il trattato segreto del 3 gennaio 1739.
Per la terza volta la Francia garantì in esso la prammatica sanzione.

Poi tutto cambiò per la morte di tre sovrani.
Nel successivo anno 1740, muore re Federico Guglielmo,
muore l'imperatore Carlo VI, muore l'imperatrice Anna.

Sulla scena europea compare la Prussia.

L'ASCESA E I PRIMI RE DELLA PRUSSIA > >

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