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89. L'IMPERO TEDESCO SOTTO SIGISMONDO E FEDERICO III

 

Nel capitolo 84° abbiamo visto Venceslao già re di Boemia e poi di Germania ma nel 1440 deposto igiustamente dai principi elettori. Lui all'inizio non possedeva che la Boemia e la Slesia, ed anche qui egli vide sorgere dinanzi continue difficoltà, le trame di un suo cugino, il vile ed intrigante margravio Jobst di Moravia. Inoltre dovette curare gli interessi di suo fratello minore SIGISMONDO, il quale, dotato dal padre della Marca di Brandeburgo, aveva acquistato, in seguito al matrimonio con una delle figlie di Luigi d'Ungheria e di Polonia, titolo alla corona d'Ungheria rimasta vacante, ma non riuscì a venirne in possesso se non dopo molti anni di lotte.

SIGISMONDO (che vediamo sopra in una incisione, incoronato) nato a Norimberga nel 1368, re d'Ungheria divenne nel 1387, re di Germania nel 1410, re d'Italia nel 1411, imperatore germanico nel 1433. Fu lui, il zelante promotore del famoso concilio di Costanza apertosi nel 1414 e terminato nel 1418, che mise fine al "grande scisma" religioso (vedi in proposito il capitolo 87°).

Raramente tanti problemi così gravi si sono accumulate sul capo di un monarca come nel caso di re Sigismondo. Ingegnoso ed intelligente, di una attività instancabile, ma nel tempo stesso leggero, prodigo, dissoluto, e talora privo di dignità, questo re, l'ultimo dei Lussemburgo, non riuscì ad assolvere completamente neppur uno dei compiti che gli si pararono dinanzi, ma tuttavia seppe mantenersi sul trono, qualche buon risultato lo ottenne o per lo meno evitò il peggio.

Sigismondo, riconosciuto generalmente dopo la morte di Carlo di Durazzo re in Ungheria, la cui corona gli era stata recata dalla moglie, ebbe tuttavia ancora da lottare con la concorrenza del giovane Ladislao di Napoli, figlio di Carlo, il quale nel 1403 riuscì persino a farsi incoronare re a Zara e poi trascinò Sigismondo in una lunga e tediosa guerra con la repubblica di Venezia.

Contemporaneamente il re ebbe a lottare per arginare l'espansione dell'influenza polacca che già si estendeva sui principali vassalli ungheresi del nordest e dell'est della regione dei Carpazi. Anche i duchi Ernesto del Tirolo e Federico IV di Steiermark si lasciarono inviluppare dalla Polonia contro Sigismondo; ma questi a sua volta trovò appoggio contro di loro nel duca Alberto V d'Austria, che fidanzò con sua figlia Elisabetta, unico frutto delle sue nozze con Barbara, una austriaca della famiglia dei conti di Cilli.

E' da pensare poi che il titolare della corona di S. Stefano era anche il baluardo della cristianità occidentale contro gli Osmani, i quali, giunti fin dal 1337 a posar piede in Europa, nel 1365 avevano già posto la loro capitale ad Adrianopoli. Il sultano Baiazeth in seguito, conquistata che ebbe nel 1393 la Bulgaria, minacciò pure l'Ungheria, e nel 1396 inflisse presso Nicopoli una disastrosa sconfitta ad un esercito crociato. Ma l'irruzione dei Mongoli alle spalle degli Osmani arrestò per un certo tempo la loro avanzata.

Anche i torbidi interni da cui fu afflitta la Boemia durante il regno di suo fratello minore VENCESLAO tennero continuamente impegnata l'attività di Sigismondo mentre era ancora giovane questo principe ereditario. Invece con il regno tedesco egli non ebbe sino alla sua elezione (1410) rapporti molto frequenti. Fin dal 1388 aveva pignorato a favore del margravio Jobst di Moravia la marca di Brandiburgo, ricevuta in eredità da suo padre; ma nel 1411 vi mandò come suo vicario il burgravio Federico VI di Norimberga in ricompensa dell'opera prestata a favore della sua elezione re di Germania; questo perché nella marca si era reso necessario il diretto intervento della sua autorità contro la nobiltà indisciplinata.

Sigismondo poi il 30 aprile 1415 concesse in pegno la marca allo stesso Federico insieme con la dignità d'elettore e così pose le basi della futura grandezza del principato di Brandeburgo e di Prussia sotto gli Hohenzollern.
Anche l'Elettorato sassone, che nel 1423 in seguito all'estinzione della dinastia vacante la corona, fu da Sigismondo concessa alla casa di Wettin.
Egli, come si vede, rinunziò alla politica egoistica dei suoi predecessori, ma così facendo si creò pure con le sue stesse mani le più grandi difficoltà per consolidare la propria posizione in Germania.
Qui il re cercò all'inizio di appoggiarsi alle città che si propose di unire in una
forte lega sotto il suo protettorato. Ma mentre questi progetti destarono i sospetti dei principi elettori, le città, che godevano di grande floridezza materiale, si mostrarono piuttosto distaccate dai vasti progetti politici.

Anche un altro progetto di Sigismondo: la divisione del regno in quattro grandi circoscrizioni alla loro volta dipendenti da un funzionario superiore nominato dal re, fallì di fronte alla diffidenza dei principi ed all'avversione delle città che non volevano andare incontro alle spese di una simile organizzazione amministrativa. In seguito però il flagello degli Ussiti richiamò per forza l'attenzione del re e della nazione sulla necessità di riformare le istituzioni del regno e sopra tutto l'ordinamento militare.

In una dieta tenuta nel 1422 a Norimberga si cominciò con il ventilare l'introduzione allo scopo di una imposta sul patrimonio. Ma, siccome le città, e
quali non senza ragione temevano che, trattandosi di prestazione di denaro contante, il peso dell'imposta sarebbe sostanzialmente caduto sulle loro spalle; si opposero si finì con lo stabilire che i singoli stati del regno avrebbero dovuto prestare un determinato numero di armati (Gleven). Si compilò allo scopo un elenco, così detta matricola, la prima grande legge finanziaria tedesca, che ha pure molta importanza per la storia costituzionale della Germania perché fa vedere a quali elementi era riconosciuto il diritto di partecipare alle assemblee degli stati.

L'onere complessivo imposto da questa matricola fu comunque assai modesto: da 6 a 7 mila uomini; ma neppure venne osservato completamente. Siccome era consentito, invece degli uomini, di prestare una congrua somma di denaro, molti dichiararono di voler fare uso di questa facoltà, ma poi rimasero morosi, senza che vi fosse possibilità di costringerli a pagare. Così si spiegano in parte gli insuccessi incontrati nella lotta contro gli Ussiti.

Si tornò perciò al progetto di una imposta generale, ma gli attriti fra il re ed i principi elettori lo mandarono a vuoto. Di fronte alle continue assenze del re, costoro cominciarono a considerarsi come i veri e propri rappresentanti dello Stato; anzi rendendosi solidali mediante la costituzione di leghe si affermarono come una autorità superiore cui spettasse il potere di sindacare gli atti della corona; essi dichiararono addirittura di ritenere loro diritto di opporsi ai decreti del re nel caso che potessero pregiudicare il regno. Per un certo tempo ciò paralizzò completamente Sigismondo nella sua attività governativa; alla fine però egli riuscì a scuotere la solidarietà dei due principi elettori orientali (Sassovia e Brandeburgo), con i loro colleghi renani, i cui interessi solo in parte armonizzavano con quelli dei primi, i quali perciò si riavvicinarono al re.

Ad onta di queste difficoltà Sigismondo non trascurò le cose d'Italia. La prima volta che passò le Alpi ottenne la professione di vassallaggio del ducato di Milano; la seconda volta Sigismondo scese in Italia nell'autunno del 1431 allo scopo di accordarsi con papa Eugenio IV per eliminare lo scisma boemo e sistemare gli affari del concilio di Basilea. Ma mentre il re era ancor trattenuto nell'Alta Italia avvenne il conflitto a suo tempo ricordato tra il papa ed il concilio. Sigismondo, data la sua posizione e le circostanze non poté che mettersi dalla parte del concilio, e quindi venne a dissidio col papa; dissidio che degenerò persino in guerra aperta. Tuttavia all'inizio del 1433 i due avversari riuscirono ad accordarsi; Sigismondo fu incoronato imperatore da papa Eugenio, e lui in compenso promise di farsi mediatore di pace tra il papa ed il concilio.

Infatti Sigismondo si recò personalmente a Basilea, e fece del suo meglio, benché non sia riuscito ad eliminare gli attriti esistenti.
A Basilea l'imperatore convocò pure gli stati del regno per discutere nuovamente delle riforme da introdursi negli ordinamenti interni, tema questo che, di fronte alla sempre più manifesta tendenza verso la decentralizzazione, appassionava allora gli animi. Infatti nel 1433 era apparsa la «Concordanza cattolica», uno scritto dovuto alla penna del dotto Nicola Eues, il quale proponeva di dividere il regno in dodici circoscrizioni, sottoposte ciascuna ad un tribunale imperiale; ognuno di questi tribunali doveva essere composto di tre giudici tratti uno dal clero, il secondo dalla nobiltà, ed il terzo dal popolo. Inoltre patrocinava la creazione di un diritto comune a tutta la Germania, la formazione di un esercito nazionale da mantenersi mediante l'introduzione di dazi e di imposte dirette; da ultimo sugli affari correnti avrebbe dovuto discutere e decidere una dieta da convocarsi annualmente a Francoforte.

Verso la stessa epoca vide la luce la così detta «Riforma dell'imperatore Sigismondo », opera privata di un autore anonimo, che si propone soprattutto di rimediare ai mali sociali del tempo; essa esige l'abolizione della servitù della gleba, misure dirette ad impedire l'alterazione delle monete ed il rincaro dei generi di prima necessità, per i quali il governo avrebbe dovuto fissare i prezzi massimi, facilitazioni all'acquisto del diritto di cittadinanza, abolizione delle corporazioni e dell'obbligo di farne parte.
Così questo rimarchevole scritto, che preannuncia i tempi moderni, proclama la sua condanna contro il clero ed i conventi, cui nega ogni facoltà di esercitare diritti sovrani, di possedere e di percepire censi fondiari, e contro i principi elettori che - non del tutto a torto - l'anonimo addita come la rovina del regno.

Lo stesso imperatore poi nel 1434 propose alla discussione della dieta di Basilea 16 articoli che concernevano la restaurazione della pace generale, la soluzione della questione ecclesiastica, l'ordinamento giudiziario del regno, la circolazione della moneta e la politica estera. Ma tutto si arrestò alle discussioni preliminari e non fu concluso nulla di concreto.

Negli ultimi anni di vita l'attività dell'imperatore fu principalmente assorbita dagli affari relativi alle regioni orientali del suo regno dove le cose presero una piega più favorevole a lui. Infatti la morte dell'energico re Vladislao (1434) mise un freno alle velleità espansioniste della Polonia, e la soluzione altrove esposta della questione boema consentì finalmente all'imperatore di prender finalmente possesso del regno di Boemia, a prezzo peraltro del riconoscimento dei patti di Praga e dell'assunzione di vagii impegni onerosi che si appuntavano specialmente contro l'elemento tedesco.

Ma neppur dopo questo tra il re ed i Boemi si ristabilirono buoni rapporti; entrato a Praga nell'estate del 1437, Sigismondo abbandonò di nuovo la città e la Boemia nel novembre dello stesso anno; ma arrivò appena a Znaim che lo colse la morte in età di 70 anni (9 dicembre 1437).

Se, oltre alla restaurazione dell'unità della chiesa occidentale, é merito di Sigismondo di essere riuscito ad impedire che i due regni slavi di Polonia e di Boemia divenissero eccessivamente potenti, lo stesso non può dirsi nei riguardi delle regioni occidentali della Germania, dove egli non poté invece impedire la sempre maggiore espansione nei paesi di confine dell'influenza francese. Di tutto l'antico regno arelatense la sola Savoia, eretta da Sigismondo a ducato nel 1416 conservava dei vincoli con l'impero tedesco.
Anche in Italia i diritti dell'impero, nonostante il duplice intervento di Sigismondo, non esistevano ormai più che di nome. E quanto alla vita politica interna della Germania, questo re non era riuscito né ad organizzare su nuove basi la monarchia, né ad ottenere risultati apprezzabili nei suoi tentativi di riforme.

Sigismondo aveva designato a proprio successore nei suoi dominii personali il marito della unica sua figlia, il duca ALBERTO d'ABSBURGO, sotto il quale quindi continuarono per il momento a rimanere uniti i due regni di Boemia e di Ungheria. L'Absburgo ottenne poi anche la corona tedesca, malgrado la seria concorrenza fattagli dal principe Federico di Brandeburgo (18 marzo 1438). Alberto II, che non aveva accettato la corona senza qualche esitazione e si era altresì riservato di poter rimaner lontano dal regno nei due anni successivi, convocò tuttavia subito una dieta a Norimberga e propose uno schema di convenzione (« tregua »), in cui appare per la prima volta il concetto di eliminare completamente la guerra privata e di sostituirla con i giudizi o con delle leale trattative. Ma anche questo tentativo di riforma fallì di fronte alla non unanime accoglienza che gli fece l'assemblea.

D'altronde Alberto comprese che il suo primo dovere era di provvedere alla difesa contro i Turchi. Costoro, sotto il sultano Murad II, avevano invaso nel 1438 la Transilvania e nel 1439 posero l'assedio a Semendria, la chiave dell'Ungheria meridionale.
Alberto mosse contro di loro; ma, per quanto la situazione fosse per gli Ungheresi assai pericolosa, essi lo appoggiarono così male che il re non poté impedire la caduta della piazza (giugno 1439).
Frattanto la lunga permanenza in mezzo alle paludi fiancheggianti il Danubio e la Tisza fece scoppiare una dissenteria nel suo esercito; il male colse anche il re e gli riuscì fatale. Alberto morì il 27 ottobre 1439, in età di 43 anni, nel suo campo tra il Garam ed il Raab.

Ad Alberto II successe sul trono tedesco il cugino, duca FEDERICO V di Steiermark (febbraio 1440), che dopo la sua morte era rimasto il decano della famiglia d'Absburgo; egli tenne la corona per più di 50 anni. Al momento della sua elezione Federico aveva 25 anni, ma il suo temperamento non aveva nulla di giovanile. Imbelle, flemmatico, senilmente circospetto, senza slancio, egli assistette allo svolgersi degli eventi con una specie di fatalismo inerte, senza nulla tentare per imprimere loro una direttiva e sopportò le contrarietà e le offese con una pazienza confinante con l'insensibilità e la debolezza.
Quasi fatalistica fu la fede nella futura grandezza della casa d'Austria che lo accompagnò attraverso tutte le vicende della vita; sin dal 1437, incominciando il suo diario, vi prepose la formula A E I O U (Austriae est imperare orbi universo). Ed é rimarchevole, che, se gli eventi non sembrarono per lungo tempo giustificare la sua fede, questa alla fine non lo ingannò ed egli stesso poté vedere l'aurora di un grande avvenire per la sua casa.

Re Federico subordinò completamente gli interessi del regno ai suoi interessi dinastici. Fu, come sopra abbiamo visto, essenzialmente colpa sua se andò perduta l'occasione che il conflitto tra il concilio di Basilea ed il papa offrì di fondare una chiesa nazionale tedesca, ovvero almeno di sradicare i più scandalosi abusi del sistema curiale e mettere argine allo sfruttamento della Germania da parte del papato.

Federico preferì di procurarsi dal papa delle concessioni nei riguardi del governo della chiesa nei suoi dominii personali, e nel resto si impegnò di procedere d'accordo con la curia dalla quale nel 1453 ottenne la corona imperiale in seguito alla più pacifica delle discese dei re tedeschi in Italia.
Mentre, facendosi eco dei sentimenti della nazione tedesca, Gregorio di Heimburg con la parola e con gli scritti reclamava sempre più energicamente, ma invano, la liberazione della Germania dal giogo di Roma, il papato, sicuro dell'imperatore, osò nel 1460 emanare una bolla che dichiarava eretico ogni ricorso ad un nuovo concilio.

Questo atto della curia chiuse la via alla possibilità di una riforma non violenta ed ordinata della chiesa e costrinse le nazioni a prendere la via della rivoluzione. Curioso è, che il papa dal quale derivava la bolla ora accennata era stato un tempo proprio lui un acceso sostenitore delle riforme.
Questo papa era Enea Silvio dei Piccolomini di Siena, che, dopo aver fatto carriera al servizio del concilio di Basilea e dell'antipapa Felice V, era passato alla cancelleria di re Federico, dove aveva compiuto un voltafaccia, adoperandosi per spingere il re ad allearsi alla curia.
Divenne in seguito cardinale e nel 1458 ottenne la tiara col nome di PIO II. Il suo pontificato ci mostra l'impero ed il papato conviventi in un raro accordo, dovuto all'avversione di ambedue ad ogni mutamento della condizione di cose esistente nella Chiesa e nello Stato.

Per conseguenza anche nei riguardi interni della Germania, ad onta del bisogno di riforme degli ordinamenti pubblici, generalmente sentito e riconosciuto, le frequenti diete che se ne occuparono nei primi anni di regno di Federico non vennero a decisioni definitive e tanto meno presero seri provvedimenti. A cominciare poi dal 1444 Federico rimase per 27 anni lontano dal regno, che vide giorni assai tristi. I vecchi antagonismi di classe, che negli ultimi decenni erano rimasti sopiti, riarsero ovunque con maggiore veemenza. Le città della Germania meridionale ricominciarono, seguendo la loro antica tendenza, a riunirsi in leghe e così suscitarono immediatamente la reazione della nobiltà e dei principi.

Nel 1449 scoppiò una guerra in tutte le forme tra il margravio Alberto di Brandeburgo-Ansbach e la lega delle città della Franconia capitanate da Norimberga. Contemporaneamente il conte Ulrico di Wuttemberg scatenava anche lui una guerra con le città sveve. Per lo più le città coinvolte furono vittoriose, come Norimberga nel 1450 alla battaglia di Pillenreut; ma in definitiva la maggior parte non furono in grado di spuntarla contro i principi e dovettero dichiararsi fortunate se riuscirono a conservarsi indipendenti da loro. E neppure a tutte toccò questa fortuna; nel 1458 Ludovico di Baviera si impossessò di Donauworth, e nel 1462 l'arcivescovo Adolfo di Magonza si impadronì della città senza che le città alleate nemmeno tentassero seriamente di impedirglielo.

Le cose, è vero, andarono diversamente nel nord-ovest della Germania, dove l'arcivescovo Teodorico II di Colonia in lega coi vicini principi laici ed ecclesiastici tentò di ricondurre all'antico stato di dipendenza la città di Soest, ma nella così detta « faida di Soest » ebbe la peggio di fronte alla lega delle città vestfaliche appoggiate anche dal duca di Cleve; tuttavia in generale anche qui, come nel resto del regno, si affermò la preponderanza dei principi.

Ma anche nelle file di questi ultimi non mancarono gli antagonismi, persino in seno alle singole dinastie. Lo stesso re Federico ebbe continuamente da lottare con le ostilità di suo fratello Alberto; e nella casa di Wettin infuriò per cinque anni la guerra tra il principe elettore Federico di Sassonia e suo fratello il duca Guglielmo (1446-51).
Anche in seno alla famiglia di Wittelsbach, fra i discendenti cioè dell'imperatore Ludovico, regnarono fiere inimicizie, sopra tutto fra Ludovico il Barbuto di Landshut ed Enrico il Ricco di Ingolstadt. Più vaste proporzioni assunse il conflitto originato dall'antagonismo tra il Palatinato bavarese ed il margravio Alberto Achille di Brandeburgo-Ansbach. Quest'ultimo, avendo nell'attuazione dei suoi progetti d'espansione urtato nella resistenza di Ludovico di Landshut, cercò di superarla con l'aiuto dell'autorità imperiale e si atteggiò a partigiano dell'imperatore. Ma a lui si contrappose l'elettore conte palatino Federico, parente di Ludovico il Barbuto, e capo a sua volta di un partito di principi che voleva ottenere dall'imperatore una riforma che sancisse legalmente la partecipazione dell'alta nobiltà, ed in prima linea dei principi elettori, al governo del regno.

Si pretendeva, appoggiandosi a un progetto formulato per primo dall'elettore di Treveri Giacomo di Sirk (1439-56), che si istituisse per l'amministrazione degli affari comuni del regno un organo di governo collegiale composto del re e dei principi elettori ed un tribunale permanente formato di giudici stipendiati. L'imperatore però non volle saperne di tali progetti e cercò di aver ragione del partito avversario con l'aiuto del margravio Alberto Achille.
L'accennata occupazione di Donauwórth da parte di Ludovico di Landshut gli offrì il pretesto per metterlo al bando ed affidare l'esecuzione del decreto all'Hohenzollern.
Naturalmente il conte palatino Federico coi suoi aderenti si pose dalla parte di Ludovico, e scoppiò una guerra durata parecchi anni e condotta con violenza selvaggia che funestò la Baviera ed i paesi renani. La fortuna assistette il partito di opposizione; i bavaresi costrinsero il margravio a scendere a patti, e contro i suoi alleati il conte palatino Federico « il Vittorioso » riportò presso Pfeddersheim una splendida vittoria (1460).

Immediatamente il movimento favorevole alle riforme si estese nel regno, e si concentrò non solo contro l'imperatore perchè intenzionato di deporre o per lo meno di neutralizzare eleggendo un nuovo re di Germania, ma anche contro il suo alleato, papa Pio II, che con la bolla sopra ricordata e con l'imposizione di nuove decime aveva suscitato grande indignazione nel regno.
Da parte sua il papa cercò di combattere l'opposizione, deponendo il suo principale membro ecclesiastico, l'arcivescovo Teodorico di Magonza ed aizzandogli contro il conte Adolfo di Nassau (1461). In seguito a ciò l'arcivescovado di Magonza divenne teatro di nuove lotte violenti, e nel tempo stesso si riaccese il conflitto tra i Wittelsbach e gli Hohenzollern.
Se non che Alberto, battuto una seconda volta a Giengen, dovette adattarsi ad una pace che pose termine alle sue velleità espansioniste; da parte sua Ludovico di Landshut restituì la città di Donauworth.

Nell'arcivescovado di Magonza Teodorico e l'elettore Federico riportarono nel giugno 1462 una splendida vittoria a Seckenheim, ma in ottobre Adolfo consolidò la sua posizione prendendo d'assalto Magonza. Alla fine si venne a patti; l'arcivescovo rinunziò al suo dominio finché viveva Adolfo, e di fatti lo riebbe alla morte del suo rivale (1475).

Malgrado tutto ciò la corrente riformatrice non poté essere arrestata. Anzi si fece sostenitore di queste idee anche il re di Boemia, Giorgio Podiebrad, il quale era allora all'apice della sua potenza, tanto che aveva concepito persino la speranza di arrivare alla corona tedesca con l'aiuto dell'imperatore o dell'opposizione. Egli ripropose l'istituzionedi un organo comune di governo e di un tribunale stabile composto di giudici da stipendiarsi mediante l'introduzione di una imposta generale per tutto il regno. Da parte sua il duca Ludovico di Baviera invece propose la formazione di una grande federazione: ma dopo lunghi contrasti non si arrivo in conclusione che ad accordarsi sulla emanazione di una tregua per quattro anni; essa fu pubblicata nel 1471 in una dieta (la prima dieta cui intervenne l'imperatore dopo il 1444) e nel 1474 fu rinnovata per altri sei anni.

Mentre fallì a questo modo ogni tentativo di accentramento, la sovranità dei principi territoriali divenne invece sempre più piena. Un passo importante su questa via era già stato fatto con la bolla d'oro del 1356, che aveva concesso ai principi elettori nei loro dominii le regalie sulle miniere, sul sale ed il diritto di batter moneta, ed aveva sancito che i sudditi di un territorio non potessero essere giudicati da un tribunale di un altro territorio, né potessero appellare da un tribunale interno ad un tribunale estraneo (il così detto privilegium de non evocando sive appellando).

Ma ciò che era stato concesso agli elettori non poté alla lunga essere negato anche alla rimanente aristocrazia ed alle città dipendenti immediatamente dall'impero. E così avvenne che ovunque le signorie territoriali si sottrassero sempre più all'ingerenza dell'autorità imperiale trasformandosi in organismi autonomi. D'altro canto all'interno di ciascuno di essi accanto ai principi ebbero una certa partecipazione al governo le assemblee degli stati. Già da tempo immemorabile era in uso che prelati, conti, nobili e ministeriali si radunassero attorno al comune sovrano territoriale per discutere tutti gli affari più importanti'. Ma ben presto questa partecipazione degli stati ci si presenta come un diritto; ne parla già una legge di Federico II del 1231. Questi stati provinciali cooperavano sempre alla legislazione, ed il loro consenso era necessario anche per l'imposizione di tributi, straordinari.

Con il crescere dell'importanza del capitale mobiliare anche le più importanti città ottennero il diritto di intervenire alle diete provinciali. La potenza di questi stati provinciali era nel XIV secolo salita a tanto che essi, ad onta dei divieti delle leggi imperiali, conclusero fra loro delle leghe per salvaguardare i propri diritti e privilegi di fronte ai rispettivi sovrani territoriali. Tuttavia i principi, pur dovendo subire la compartecipazione al governo di queste diete, seppero per lo più raggiungere ugualmente i loro fini nei riguardi interni come all'estero.

Nella seconda metà del XV secolo si può dire che in complesso la Germania già presenta quella organizzazione territoriale interna che domina nelle epoche, successive ed é in parte durata sino alla dissoluzione dell'antico impero tedesco.
In Austria si estinsero allora due delle tre linee degli Absburgo: nel 1457 con Ladislao, il figlio postumo di re Alberto II, il ramo austriaco; nel 1496 il ramo tirolese con Sigismondo, figlio di Federico «dalle tasche vuote
», che aveva già dal 1490 abbandonato a suo zio, l'imperatore, i propri dominii sovraccarichi di debiti.

Così l'imperatore rimase l'unico rappresentante della famiglia e riunì nelle sue mani tutti i dominii della casa d'Absburgo.
La Baviera, dapprima fortemente sminuzzata per le continue divisioni tra i figli e nipoti dell'imperatore Ludovico, verso il 1450 per successivi raggruppamenti si suddivideva ancora in due signorie rette dai due rami di Monaco di Landshut. Nella prima governarono l'uno dopo l'altro due ottimi principi, amanti della pace: Alberto III il Pio (m. 1460) e suo figlio Alberto IV (m. 1508).
Quanto alla seconda, noi abbiamo già incontrato il duca Ludovico IX di Landshut (1450-79) come avversario di Alberto Achille e delle libertà cittadine; frutto però di successive tendenze più pacifiche di questo principe fu la fondazione dell'università di Ingolstadt (1472). Col figlio di Ludovico, Giorgio I, si estinse poi il ramo di Landshut (1505) e da allora la Baviera formò sempre uno Stato unico sotto i duchi di Monaco. Rimase invece staccato il Palatinato bavarese sotto un altro ramo della casa di Wittelsbach. A questo appartiene Federico il Vittorioso, il quale dopo la morte di suo fratello Ludovico IV (m. nel 1449) col consenso della vedova e degli stati del principato assunse il governo invece del nipote minorenne, cui peraltro, mantenendosi celibe, non lo restituì che alla sua morte (1476).

Tra i dinasti svevi assursero al primo posto in grazia del loro valore militare e della buona amministrazione i conti del Wurttemberg. Quasi ognuno di loro lasciò al suo successore la contea più grande e più forte. Nel 1419 il dominio andò diviso tra due fratelli, ma nel 1482 esso tornò a riunirsi nelle mani del conte Eberardo, il quale dichiarò la contea indivisibile stabilendo quale sistema di successione il seniorato che ben presto fu sostituito dalla primogenitura.
Lo stesso Eberardo, cui è dovuta la fondazione dell'Università di Tubinga, ottenne nel 1495 il titolo ducale; egli fu il primo duca del Wuttemberg (m. 1496).

Il Baden si elevò per la prima volta ad una certa importanza sotto il margravio Bernardo I « il Grande » (1372- 1431), il quale riunì nelle sue mani tutti i dominii della sua famiglia antecedentemente dispersi per le continue divisioni, li ampliò e promosse il loro progresso economico con una serie di saggi provvedimenti. In seguito però nuove divisioni paralizzarono ogni ulteriore sviluppo del paese.

Sul basso Reno cominciarono a formarsi alcuni Stati di maggiore entità mediante la riunione di più contee in una stessa mano. In tal modo sorse nel 1368 la signoria di KleveMark, che nel 1407 fu eretta a ducato, e nel 1423 quella di Julich-Berg.
Estensione considerevole acquistò la contea di Assia. Nella sua storia fa epoca l'anno 1373, nel quale il langravio Enrico II « il Ferreo » (m. 1376) ricevette in feudo tutta l'Assia dall'imperatore Carlo IV col rango di principe dell'impero. Il suo pronipote Ludovico I (1413-1458) acquistò poi la contea di Ziegenhain e di Nidda, il balivato di Corvey e la signoria feudale sul Waldeck; egli godette tra i suoi pari tanta autorità che alla morte di re Alberto si parlò di eleggerlo a suo successore. Il principato poi andò diviso tra i suoi due figli che ebbero la loro capitale a Kassel ed a Marburgo; Enrico Il di Marburg acquistò in seguito a matrimonio la contea di Katzenellenbogen, ma la sua linea si estinse nel 1500 e l'intero principato tornò nelle mani della linea primogenita; anche quest'ultima peraltro ben presto si trovò ridotta ad un solo ed ultimo rappresentante.

Nella vicina regione turingio-sassone dominava la casa di Wettin. Il fondatore della sua grandezza fu Federico IV (1381- 1428), il quale per le sue valorose ed impavide gesta, per quanto non sempre fortunate, contro gli Ussiti si meritò il nome di guerriero. Egli fu pure il fondatore dell'università di Lipsia (1409). In ricompensa dei servigi prestati all'impero egli ebbe nel 1423 l'elettorato di Sassonia, che in seguito abbracciò anche la Misnia. I successori di Federico, in seguito alla divisione del territorio avvenuta nel 1485, fondarono le due linee degli Ernestini, dominanti sulla Sassonia elettorale (Wittenberg) e sulla massima parte della Turingia, e degli Albertini, dominanti sulla Misnia e sull'estremità settentrionale della Turingia, compresa Lipsia.
Il fondatore del ramo secondogenito, Alberto « l'Intrepido » (1464-1500) ottenne dalla casa d'Absburgo il vicariato ereditario sulla Frisia, ma suo figlio poi vi rinunziò. In complesso questi principati sassoni potevano essere annoverati fra i più fiorenti e forti del regno.

Un più grande avvenire che non alla casa di Wettin era però riservato agli Hohenzollern, gli elettori del Brandeburgo, che con l'energia e l'oculatezza fecero rifiorire le marche rovinate dal lungo malgoverno, tennero in rispetto i vicini portati alle frequenti scorrerie devastatrici, riscattarono la Neumark dall'Ordine Teutonico cui era stata pignorata dai loro predecessori, ed all'interno seppero imporsi alla nobiltà indisciplinata ed all'ambiziosa borghesia della capitale.
Dopo la rinunzia del secondo elettore di casa Hohenzollern, Federico II, dominò sulle marche il fratello Alberto Achille, sinora titolare dei possedimenti della famiglia in Franconia. Nel Brandeburgo si conserva ancora grande memoria della legge di famiglia del 1473 con la quale le marche vennero per sempre dichiarate dominio indivisibile. Questa "Dispositio Achillea" costituì la pietra angolare della futura grandezza del Brandeburgo.

In tutto il resto della Germania settentrionale non si formò alcun principato di qualche entità; l'antica famiglia dei Welfe (i discendenti di Enrico il Leone), fu così indebolita dalle continue divisioni d'eredità che nessuno dei membri di essa riuscì ad elevarsi.
Nelle regioni litoranee predominavano le città appartenenti alla lega anseatica. Quanto quest'ultima fosse potente lo abbiamo visto avanti. Essa sopravvisse al tramonto del MedioEvo, ma l'apogeo della sua grandezza cade nel XIV secolo. Immediatamente dopo la pace di Stralsunda del 1370 si produssero nelle città dei torbidi provocati dalle aspirazioni delle classi inferiori di partecipare al governo cittadino: nel 1374 a Braunschweig, nel 1384 nella stessa Lubecca, la capitale della lega. Qui il governo esistente uscì vittorioso dalla lotta, ma le tendenze rivoluzionarie perdurarono, e viceversa il "molle" patriziato dominante perdette autorità. È perciò che da ora la politica anseatica diretta da Lubecca non mostra più l'antico slancio e l'accorta previdenza di un tempo. E fin da ora l'unione dei regni scandinavi, la così detta unione di Kalmar del 1397, avrebbe potuto riuscire fatale alla lega, se sconvolgimenti interni non avessero paralizzato le forze di quei paesi.

Quando poi, poco dopo la metà del XV secolo, estintasi la famiglia dei conti dí Schauenburg che all'Holstein avevano aggiunto lo Schleswig, questi due territori elessero a sovrano il re di Danimarca CRISTIANO I (1448-1460) della casa di Oldenburg, sorse qui una potenza tanto più pericolosa per l'Hansa, in quanto non si poteva dubitare dei sentimenti ad essa ostili della Danimarca.
Da un pezzo infatti quest'ultima per danneggiare il commercio anseatico aveva aperto il Sund agli inglesi ed agli olandesi, tanto che ad esempio già nel 1428 era stata fondata una colonia mercantile inglese a Danzica. In seguito l'Inghilterra fece ogni sforzo per emanciparsi commercialmente dagli anseatici. Narrammo già che re Eduardo IV fece arbitrariamente chiudere il banco tedesco a Londra, il cosiddetto « Stahlhof » ; anche se nella guerra che ne seguì gli anseatici rimasero ancora una volta vincitori e con la pace di Utrecht del 1474 costrinsero il re a ripristinare lo stato di cose antecedente; ma fu quello l'ultimo grande trionfo dell'Hansa che era già minata profondamente dalle discordie intestine.

L'antagonismo tra le città orientali e le città occidentali si era già rivelato chiaramente durante il conflitto con l'Inghilterra, perché Colonia vi aveva fatto una politica completamente separata da quella della lega ed aveva tentato di ottenere degli speciali vantaggi dall' Inghilterra. Da parte loro le città occidentali si lagnarono non a torto che le sorelle orientali cercavano di escluderle dal commercio del Baltico.
Nei dominii dell'Ordine Teutonico poi il completo trionfo della Polonia provocò un certo distacco delle città prussiane dalla lega. E finalmente questa ricevette il colpo più grave ad opera della Russia. Lo zar Ivano III, il fondatore del nuovo impero russo, che nel 1478 aveva conquistato Nowgorod, vi distrusse nel 1494 il Peterhof, lo stabilimento tedesco; più tardi esso venne bensì riaperto, ma non tornò mai più all'antica importanza. Il rinvigorirsi degli Stati nazionali nell'Europa settentrionale ed orientale sbarrò la strada alla lega; la sua grande missione di pioniera dell'elemento tedesco nel nord-est era ormai tramontata.

Fra gli avversari della lega acquistò nel XV secolo un notevole sviluppo specialmente la Polonia. Con l'assoggettamento del territorio dell'Ordine Teutonico essa raggiunse il mare; ma la sua influenza si estese largamente anche verso il sud; già vedemmo come l'imperatore Sigismondo abbia dovuto lottare quasi tutta la vita per sottrarre la Boemia a questa influenza polacca. Inoltre poco dopo la morte di Sigismondo la corona d'Ungheria passò sul capo appunto d'un polacco. L'Ungheria era andata con la restante eredità della casa di Lussemburgo a re Alberto II. Questi, morendo nel 1438, lasciò la moglie incinta; ma la maggioranza degli Ungheresi non volle riconoscere il figlio nato pochi mesi dopo (il LADISLAO «Postumo») e preferì chiamare al trono il giovane re di Polonia VLADISLAVO (1440) per procurarsi un duce che li guidasse contro i Turchi, i quali dopo una sosta momentanea, avevano sotto il Sultano Murad I (1421-51) ripreso la loro marcia di conquista della penisola balcanica, e risalendo il Danubio minacciavano l'Ungheria.

Vladislavo sconfisse i Turchi nel 1443, ma nell'anno successivo perdette contro di essi a Varna la battaglia e la vita (1° novembre 1444). Dopo la sua morte gli Ungheresi riconobbero re il fanciullo Ladislao, ma chi governò effettivamente fu un magnate ungherese, Giovanni Uniade, che si era distinto nella guerra contro i Turchi. E, benché non sempre fortunato in guerra, l'Uniade conservò la sua posizione fino alla morte (1456). Un anno dopo morì prematuramente anche Ladislao senza figli, ed allora gli Ungheresi chiamarono al trono il figlio dell'Uniade, MATTIA CORVINO, un giovane ambizioso dotato di grande capacità politica e di una rara energia.

Analogamente andarono le cose in Boemia. Qui, sotto il governo nominale di Ladislao Postumo, la somma delle cose dal 1448 si era concentrata nelle mani del capo del partito utraquista, GIORGIO PODIEBRAD; nel 1451 gli stati del regno lo elessero a governatore del paese. E dopo la morte di Ladislao fu anch'egli chiamato al trono boemo. Così la casa d'Absburgo perdette le due corone orientali.
Re Federico tentò invano di opporsi a questi avvenimenti; ed alla fine dovette appagarsi della promessa fattagli nel trattato di pace di Neustadt da Mattia Corvino di lasciargli la corona d'Ungheria se moriva senza eredi legittimi (1463). Viceversa Giorgio Podiebrad poté persino sperare per un certo tempo di succedere all'imperatore; egli assunse tra Federico e l'opposizione dei principi elettori quasi la posizione di un arbitro; ma in seguito la curia romana, che in lui odiava l'ussita, trovò modo di impigliarlo in gravi lotte con Mattia Corvino, questo principe altrettanto ambizioso quanto sleale, che pose in pericolo la sua corona; ma ciò non ostante Giorgio Podiebrad si mantenne sul trono boemo sino alla morte (22 marzo 1471), benché Mattia d'altra parte fosse riuscito a strappargli la Moravia, la Slesia ed il Lausitz, territori che erano prevalentemente cattolici e perciò avversi al re ussita. Ed il re d'Ungheria nel trattato di pace di Olmutz del 1479 conservò questi territori anche in confronto di re Vladislavo cui Giorgio aveva trasmesso in eredità il suo regno.

Il cammino ascensionale della Boemia era così troncato; la grande epoca dell'ussitismo era tramontata. Ma d'altro canto la curia romana non era riuscita ad abbattere completamente questo nemico; anche Vladislavo nel salire al trono aveva dovuto giurare fedeltà ai patti di Basilea. In seguito tuttavia in una dieta tenuta nel 1485 ai cattolici venne accordata la parificazione agli utraquisti.
A datare dal 1471 l'egemonia dell'oriente europeo spettò all'Ungheria che lo sottrasse completamente ad ogni influenza della Germania e del suo capo, l'imperatore; anzi quest'ultimo doveva in seguito sentire anche peggio il peso della preponderanza ungherese.
Considerevoli perdite subì la casa d'Absburgo, e con essa il regno tedesco, anche a sud-ovest a causa dell'espansione della Confederazione svizzera. Ad essa subito dopo la battaglia di Sempach si erano unite Appenzell e S. Gallo; nel XV secolo poi la Confederazione si estese notevolmente così a nord come a sud, occupò la regione attorno a
Bellinzona (territorio milanese) e approfittò del bando inflitto da re Sigismondo a Federico del Tirolo per sottrarre l'Argovia agli Absburgo.
Le cose volsero più favorevoli agli Absburgo quando Schwyz, la capitale della Confederazione, e Zurigo vennero a contesa per il retaggio del conte di Toggenburg (m. 1436) che abbracciava la regione dal lago di Zurigo e la valle del Pràtigau (Val pratens), e Zurigo si alleò contro la sua rivale con re Federico. Questi però con poco tatto politico provocò l'intervento della Francia, la quale, libera dalla guerra con l'Inghilterra, scatenò attraverso l'Alsazia contro la Svizzera i suoi mercenari congedati, i cosiddetti Armagnacchi, quarantamila uomini che si diedero ad orribili devastazioni.
A Sankt Jakob sulla Birs fu sopraffato l'esiguo esercito svizzero (26 agosto 1444), ma fecero una difesa così disperata che gli Armagnacchi perdettero la voglia di mietere ulteriori allori così sanguinosi; essi tornarono in Alsazia, e di là nell'anno successivo passarono in Italia. Re Federico però non ne ricavò che la grave onta di avere abbandonato senza difesa a quelle orde sterminatrici dei territori tedeschi, senza avervi guadagnato nulla. Anzi, dopo che nel 1446 un esercito austriaco ebbe subìto a Ragatz una nuova disfatta dagli Svizzeri e Zurigo si fu rappacificata con la Confederazione, in cui entrò anche Sciaffusa, andarono perduti ben presto gli ultimi possedimenti austriaci dell'altopiano svizzero: nel 1458 Rapperswyl, nel 1460 Thurgau, nel 1467 Winterthur.

Né basta, perché i confederati minacciavano così seriamente i domini absburghesi in Alsazia e nel Breisgau, che il duca Sigismondo del Tirolo loro signore, per salvarli dal pericolo di cadere in mano degli Svizzeri, li diede in pegno nel 1469 ad un dinasta più potente, Carlo il Temerario di Borgogna.

Già sopra abbiamo accennato al modo come si era formato il nuovo ducato di Borgogna mediante la riunione di feudi francesi e tedeschi. Esso per la Germania e per il germanismo costituiva un non lieve pericolo. Siccome la dinastia che lo governava era di origine francese, vi era da temere che i territori tedeschi ad esso appartenenti fossero francesizzati e completamente sottratti politicamente all'influenza dell'impero germanico. Inoltre era prevedibile e naturale l'aspirazione dei duchi di Borgogna ad estendere la propria signoria sopra un altro feudo tedesco, il ducato di Lorena, che teneva separate le due parti del nuovo ducato, la Borgogna e i Paesi Bassi.

All'inizio il duca Filippo, il padre di Carlo, aveva accarezzato il disegno di fare di tutti i suoi dominii un regno vassallo dell'impero tedesco; con questa idea entrò in trattative con re Federico, ma l'accordo non fu raggiunto per quanto Filippo avesse tentato di allettare Federico col progetto di un matrimonio tra sua nipote, unica figlia di Carlo, e Massimiliano, il giovane figlio del re tedesco.
Ma i progetti della Borgogna entrarono in una fase nuova dal momento che assunse il governo Carlo il Temerario (1467). Egli ridusse alla dipendenza della Borgogna il vescovado di Luttich, si impadronì di Geldern e della contea di Zutphen e si preparò a subentrare in Lorena dove vi era una dinastia prossima all'estinzione. Anzi le sue mire si appuntarono assai più in alto; egli si propose di arrivare alla corona tedesca ed alla corona imperiale con il consenso di Federico che sperava di guadagnare ai suoi progetti mediante il già accennato matrimonio.

Ma un convegno in tal senso che il duca ebbe nel 1473 con Federico e Massimiliano a Treveri non portò ad alcun risultato; offesi dalle maniere altezzose di Carlo il Temerario, i due Absburgo, padre e figlio, lasciarono la città di nascosto, senza neppur congedarsi. Irritato da tutto ciò, Carlo il Temerario si alleò con i vecchi nemici dell'imperatore, il conte palatino e suo fratello l'arcivescovo Ruperto di Colonia. Ma quando Carlo, come alleato di costoro, pose l'assedio alla città ribelle di Neuss, la sua stella cominciò ad impallidire. Mentre non gli riuscì dopo dieci mesi di assedio di spuntarla contro i valorosi cittadini (1475), vide formarsi contro di lui una forte coalizione tra l'imperatore, re Luigi XI di Francia, gli Svizzeri ed il duca Sigismondo del Tirolo.

Carlo il Temerario si lasciò tanto poco intimidire da questa minaccia che per l'appunto allora pensò ad attuare il suo progetto di annessione della Lorena, la cui dinastia si era estinta nel 1473. Trovò modo pertanto di persuadere il re di Francia a promettergli di tenersi quieto e si riconciliò anche con la casa d'Absburgo al prezzo del già accennato fidanzamento di sua figlia Marea con Massimiliano, che ora venne realmente combinato.
Ottenuto tutto ciò, Carlo si fece proclamare duca di Lorena, e poi volle regolare i conti con gli Svizzeri, i quale, mentre egli era impegnato all'assedio di Neuss, avevano fatto irruzione nei suoi dominii. Se non che nel corso dell'anno 1476 i suoi eserciti persero due volte, a Granson ed a Murten, ai colpi dei confederati; una terza volta ancora volle misurarsi con gli svizzeri il 5 gennaio 1477 sotto Nancy, ed anche questa battaglia non solo finì con la completa disfatta dei suoi; ma tra i caduti vi era anche il duca, il cui cadavere sfigurato venne però trovato soltanto due giorni dopo.

La morte di Carlo il Temerario fu un avvenimento di enorme gravità, perché aprì la vitale questione della sorte che sarebbe toccata ai suoi domini, date gli opposti interesse della Germania e della Francia. Ed il conflitto infatti scoppiò, perché re Luigi XI si pose immediatamente all'opera per aggregare alla Francia l'intero ducato, mentre Federico e suo figlio Massimiliano non indugiarono un attimo per tutelare i diritti propri e quelli dell'impero.

Un primo grande successo lo ottenne Massimiliano riuscendo ad effettuare il suo matrimonio con Maria di Borgogna, ad onta di tutti i tentativi fatti dalla Francia per mandarlo a vuoto (19 agosto 1477), ed un secondo successo anche maggiore lo conseguì poi sconfiggendo con l'aiuto dei fiamminghi i francesi nella battaglia di Guinegate non lontano da Thérouenne (7 agosto 1479).
Non fu invece fortunato nel perdere poco dopo (nel 1482) la moglie che gli aveva già donato un figlio, FILIPPO , ed una figlia, MARGHERITA.
Massimiliano tutelò subito i diritti di questi due figli nel concludere l'anno stesso la pace con la Francia, cui abbandonò il solo ducato francese di Borgogna. Inoltre la Franca Contea venne destinata in dote a Margherita che fu fidanzata col delfino CARLO (VIII); in seguito Carlo VIII ruppe il fidanzamento e dovette restituire la regione che intanto era stata concessa alla Francia.

Dopo il trattato del 1482 però scoppiarono nuove contese, durante le quali Massimiliano giunse pure ad aspra rottura con le città fiamminghe; nel 1488 egli rimase persino prigioniero dei fiamminghi per un certo tempo a Bruges. Finalmente nel 1493 si raggiunse una intesa definitiva con la Francia mediante il trattato di Senlis, che concesse ai francesi oltre il ducato di Borgogna alcune piazze dell'Artois; il resto del retaggio di Carlo il Temerario, non esclusa la parte francese delle Fiandre, come pure la Franca Contea, andarono a Massimiliano e quindi al regno tedesco.

Il vecchio imperatore Federico che poté assistere allo svolgimento di questi eventi vide anche altrove tramontare la stella della sua famiglia. In seguito al conflitto avuto con lui per la Boemia, il re d'Ungheria Mattia Corvino si era trasformato nel suo peggior nemico.
Nel 1485 gli tolse l'Austria e pose la sua capitale a Vienna; negli anni successivi conquistò la Carinzia, la Stiria e la Bassa Austria. L'imperatore fu costretto a fuggire in Germania dove visse in condizioni meschine, pari ad un esiliato. Solo con la morte di Mattia (1490) le cose presero altra piega; la corona ungherese passò, é ben vero, a Vladislavo di Boemia, della casa polacca dei Jagelloni, i cui Stati così si estesero dal Baltico fin quasi all'Adriatico; ma almeno l'Austria tedesca si sottrasse a questo dominio magiaro-slavo, perché Massimiliano poi la riconquistò, anzi nel trattato di pace di Presburgo del 1491 indusse Vladislavo a promettere che, in caso ch'egli morisse senza eredi, la Boemia e l'Ungheria sarebbero passate alla casa d'Absburgo. Nel fare questo tutelò i diritti degli Absburgo sulle regioni orientali.

Anche nel regno tedesco la dinastia absburghese si consolidò con l'elezione a re di Massimiliano (1486), benché la gelosia del vecchio imperatore Federico non abbia permesso con lui vivo (morì il 19 agosto 1493) il figlio partecipasse al governo.
Benefici effetti per la restaurazione della pace interna ebbe la costituzione della cosi detta «lega sveva» (1488), la quale, all'inizio diretta a difendersi contro le mire espansioniste della Baviera, acquistò in seguito carattere più generale per l'adesione di numerose città e principi. Contemporaneamente le città libere riportarono un grande trionfo; legandosi in stretta solidarietà ottennero il diritto di essere regolarmente rappresentate nelle diete dell'impero.

Dal tempo della dieta di Francoforte del 1489 divenne uso che gli stati del regno, dopo avere ascoltate le proposte, si dividessero per discuterle in tre collegi o curie: il collegio dei principi elettori, quello dei principi (in cui avevano alcuni rappresentanti anche i conti ed i prelati) e quello delle città.
La curia dei principi elettori formulava in nome delle altre la risposta all'imperatore e la sottoponeva poi alle altre due. Questa organizzazione si é conservata sino alla caduta del vecchio impero con la rappresentanza delle città autonome.
All'introduzione di ulteriori riforme organiche dello Stato il vecchio imperatore Federico - da cinquant'anni sul trono - si rifiutò assolutamente. Come abbiamo detto morirà il 19 agosto 1493. Salirà finalmente sul trono il 34enne figlio Massimiliano; sarà lui ad unificare i suoi Stati ereditari e a dotarli di istituzioni centralizzate. Ma di questo parleremo in un altro capitolo, più avanti.

Diamo invece ora un intero sguardo
agli Stati Europei alla fine del Medio Evo.

GLI STATI ALLA FINE DEL MEDIO-EVO > >

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