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27. GENESI DELL'IMPERO OSMANO (TURCHI), FINO A SOLIMANO

Come abbiamo visto nei precedenti capitoli, gli Arabi (come aveano fatto a suo tempo i Romani con i "barbari") impegnati in altre attività lucrative, ma anche dediti ai piaceri che la ricchezza di queste regalava loro, non avevano più voglia di fare guerre; però non rinunciarono a fare altre conquiste; ma per ottenerle impiegarono i primi turchi che erano penetrati dentro i loro domini, prima come schiavi, poi in gruppo come mercenari, dopo facendoli entrare nei migliori ranghi dell'esercito, infine li nominarono anche generali. E i Turchi ne approfittarono, anche perchè le discordie tra califfi lo permisero; non proprio subito, aspettarono che si rovinassero del tutto da soli. E infatti questo accadde.

Sulle rovine del regno dei califfi, fondato dagli Arabi, abbattuto dai Persiani e distrutto dai Mongoli, lottavano ancora in cerca di preda, verso la metà del XIII secolo, numerose tribù turche. Questi figli delle steppe dell'Asia settentrionale erano entrati al servizio degli Abbassidi come schiavi e come liberi mercenari; ma invece di difenderne il trono, avevano contribuito a minarne le fondamenta. Alcuni condottieri di mercenari e capi di tribù erano riusciti, in diverse province, a crearsi dei principati indipendenti; e i Selg'ûki, aiutati da tradizioni amministrative persiane e bizantine, avevano persino fondato nell'Iran e in Asia minore degli stati di robusta vitalità.

Fra questi sorse, circa la metà del XIII secolo, la potenza che doveva non solo sopravvivere a tutti gli altri stati turchi, ma a raccogliere nelle proprie mani l'egemonia di tutto l'Islam.

La tribù dei Kaji del gruppo turco degli Oghuzi aveva dovuto ritirarsi dinanzi all'invasione mongola del Chorassan e si era messa sotto la protezione di G'elal adDin Mingbarti, sultano del Chwarizm, che aveva loro assegnato dei pascoli nel nord-ovest dell'Armenia. Dopo l'uccisione G'elal adDin (come abbiamo letto nel precedente capitolo), Sulaiman, loro nuovo duce, decise di ricondurre i suoi nelle steppe dell'Asia centrale, togliendoli dall'intricata lotta che i piccoli stati combattevano per la conquista delle antiche sedi di civiltà.

Ma avendo Sulaiman trovata la morte nel passaggio dell'Eufrate, all'altezza di Aleppo, il suo terzo figlio Ertogrul riuscì a ricondurre nell'Asia minore una piccola parte della tribù, circa 400 famiglie, con le quali entrò al servizio del sultano selg'ûkida di Ikonium. Questi gli diede in feudo la marca sul confine dei Romei chiusa dai monti Dumanic'-Dagh ed Ermeni-Dagh, perché si arricchisse a spese dei vicini cristiani.
OSMAN, il figlio maggiore, nato nel 1258, già nel 1288 trasferiva la sua residenza da Sógud a Melangenon, da lui conquistata e ribattezzata col nome di Karag'ahissar.
Di là diresse verso la Propontide e il Mar Nero l'espansione del suo popolo, continuamente rafforzato dall'affluire di altre tribù turche. Favorito anche dal fatto che le soldatesche indisciplinate dei Bizantini opponevano una debole resistenza. Nel 1300 egli lasciava Karag'ahissar in feudo a suo figlio URCHAN e l'anno dopo s'impadroniva di Nicomedia. Maggior libertà di movimenti acquistò quando il suo sovrano Ala'eddin di Ikonium fu sconfitto ed ucciso da Ghazan, chan dei Mongoli di Persia (1307), mentre l'energica azione di suo figlio allontanava da lui il pericolo dei resti di quell'esercito.

Nel 1326, mentre suo padre era moribondo a Sóguel, Urchan coronò l'opera con la espugnazione di Brussa. Nella chiesa del castello, ben presto trasformata in moschea, fece allora dare sepoltura solenne alla salma del padre; così Brussa divenne la città santa degli Osmani.
Qui, nella nuova capitale del regno, sorsero presto splendidi edifici, nei quali, come nelle opere degli architetti selg'ûki, si incrociavano le tradizioni dell'arte bizantina ed iranica.

Venuta anche Nicomedia in possesso di Urchan (1325), egli mostrò, da fedele seguace dell'Islam, il suo zelo per la scienza, massimo titolo di gloria per molti sovrani musulmani, fondando la prima scuola superiore (Medresse) osmana, ed affidandone la direzione al dotto Da'ûd al Kaissari, educato in Egitto.
Intanto si faceva sentire il bisogno di una più rigida organizzazione dello stato. Il diritto feudale ne costituiva il fondamento. A quel modo che gli emiri - così si chiamarono i principi osmani fino al 1473 - facevano risalire il loro diritto territoriale all'investitura da parte del sultano di Ikonium, così a loro volta assegnavano ai loro compagni di tribù di provato valore, terreni in feudo nelle regioni conquistate, contro l'obbligo di fornire cavalieri all'esercito.

Lo scopo militare degli infeudamenti si rispecchiava nel loro aggruppamento in Sang'ak (sangiaccato), cioé in bandiere. Di sang'ak ve ne furono all'inizio due: quello di Sultan-Oeni, comprendente sedi primitive degli Osmani nel sud-est, e quello di Chog'a•Ili, la regione costiera del nord-ovest, detta Aghg'e Chog'a dal nome del suo primo conquistatore e bey. Dopo la presa di Brussa, Aghg'e Chog'a divenne la capitale di un nuovo sang'ak, affidato al principe ereditario Murad e chiamato quindi Chudawendkiar (terra dei signori).
La legislazione dello stato doveva, in teoria, basarsi solo sul diritto divino, quale é fissato nel Corano e nella Sunna enunciata oralmente dal profeta. Ma non bastando più queste due fonti giuridiche a decidere di tutte le questioni della vita sempre più complicata e posta su basi economiche del tutto diverse, bisognò decidersi a riconoscere, accanto al diritto divino, nuove norme puramente laiche; dato che quello era ormai troppo irrigidito perché si potesse pensare ad adattarlo alle mutate condizioni di vita, come avevano potuto fare i giuristi nei primi secoli dell'Islâm.

Così sorse, accanto al Sher-i-sherif, il Kanûn (Canone), fin da principio riconosciuto modificabile e quindi infatti via via perfezionato dai sultani successivi.
I primi precetti laici si fanno risalire a un fratello del sultano Urchan, di nome Ala'eddin (ALADINO), che da giovane aveva rinunciato al mondo, ma poi era tornato a corte per mettere a disposizione le sue cognizioni giuridiche a servizio dello stato. Perciò egli vien pure considerato come il primo vizir del regno. Egli rivolse la sua attenzione a tre punti principali: il sistema monetario, le norme per le vesti e l'organizzazione dell'esercito.

Già da tempo nell'Islam valeva come segno di sovranità il diritto di incidere il proprio nome sulle monete, cos' anche la menzione di esso nella preghiera del venerdì. Quali vassalli dei sultani di Ikonium, gli emiri osmani dovettero per lungo tempo dare corso alle monete di quelli anche nel loro territorio, sebbene i loro storiografi cerchino di farli apparire in possesso del diritto di coniazione fin da tempo molto più antico.
Ma la notizia che Ala'eddin facesse coniare, per la prima volta nell'anno 1328. monete d'oro e d'argento col nome di Urchan, é certo la sola attendibile.
Più famose divennero poi quelle di Maometto II coniate nel 1481.



Può sembrare strano al sentimento nostro che fra le prime basi della vita civile osmana si comprendessero prescrizioni anche riguardo al modo di vestirsi. Ma nei più antichi stadi di civiltà l'abito non é solo una peculiarità anche se necessario ma pur soltanto esteriore, dipendente al più dal gusto di chi lo porta: esso é invece un attributo essenziale della sua personalità, come oggi ancora l'uniforme militare.
La foggia della veste distingue non solo le classi sociali ma anche le nazionalità; ed essendo i loro diritti, nello stato islamico, molto diversi, il legislatore non poteva fare a meno di provvedere che fossero distinti anche esteriormente. Come ancor oggi il fez distingue l'Osmanli dall'Europeo, così fin dal tempo più antico la copertura del capo formava il distintivo propriamente caratteristico. Per gli alti cappelli conici di feltro, usati tuttora in alcune regioni della Persia, Ala'eddin prescrisse il colore bianco come segno dell'appartenenza all'esercito ed alla corte. Il sultano, e in circostanze solenni anche i bey, avvolgevano questo feltro col turbante, il cui uso divenne generale solo più tardi. (Nell'immagine a fianco, il turbante di Maometto II).

Nell'organizzazione dell'esercito, il sultano e suo fratello furono assistiti dal giudice militare di Bileg'ik, Kara Chalîl C'endereli, quale consigliere tecnico. Già da quando vivevano nelle steppe i Turchi si mostravano abili ed audacissimi cavalieri; però mancava loro interamente il senso dell'ordinamento tattico. In campo aperto erano certamente superiori alle degenerate soldatesche bizantine; ma la guerra di fortificazioni esigeva altre qualità militari.
Più di tutto premeva la costituzione di un corpo di fanteria: e all'inizio si tentò di costituirlo mediante i Turchi stessi. Ai possessori di investiture militari scelti per tale servizio si assegnò, per la durata di una campagna, una mercede quotidiana di un âkg'e (un quarto di (dirham) ; secondo l'esempio dei Bizantini, furono raggruppati in compagnie di 10, 100 e 1000 uomini. Ma questo sistema non diede buona prova. Il servizio inconsueto provocava in quei soldati esigenze eccessive; tanto che Urchan dovette presto decidersi a dichiararli sciolti.

Per consiglio di C'endereli cercò allora di sostituirli con i cristiani, già da tempo abituati al servizio di fanteria. Ma una delle leggi fondamentali e più importanti del diritto islamico prescrive che il mestiere delle armi sia esercitato da soli musulmani: dunque bisognava convertire a forza all'Islam i cristiani prescelti a formare la nuova truppa. Si cominciò con cento giovinetti cristiani, strappati a forza alle loro famiglie e costretti a rinnegare la loro fede, ma in compenso legati alla persona del sultano dalla prospettiva di una splendida carriera.
Ad esempio degli ordini cavallereschi cristiani fondati per la lotta contro gli infedeli, anche a questa «nuova milizia» (Jeni c'eri, donde giannizzeri) toccò un ordinamento semi-religioso.
Nell'Asia minore avevano sempre trovato terreno favorevole le corporazioni religiose di ogni sorta, sia che si volgessero a pratiche mistico-ascetiche, sia che si occupassero di beneficenza, ed in particolare dell'assistenza dei pellegrini stranieri; oltre ai rappresentanti ufficiali, accoglievano nel loro seno molti laici. Così i giannizzeri vennero a far parte dell'ordine dei Bektâshi; e la leggenda afferma che i loro pretesi fondatori impartissero la benedizione alla nuova milizia.

Già sotto Urchan, anche la cavalleria fu più saldamente organizzata. Il nocciolo di essa fu costituito da truppe scelte assoldate, formanti quattro squadroni (bólükiat erbea), forti dapprima di 2400 uomini, saliti poi fino a 16.000: era loro affidata la custodia del grande stendardo dell'impero; da Selim I in poi, della bandiera del profeta.
Accanto ad essi rimase però anche la cavalleria feudale, dei Mussallamûn o liberi da tassa, posti al comando dei bey del sang'ak.
Con queste truppe di nuova formazione Urchan si spinse sempre più energicamente contro la costa, sì che le città marittime più grandi e più importanti cercarono, sottomettendoglisi formalmente, di assicurare il loro commercio.

Però il suo attacco contro Bizanzio, intrapreso nel 1337 per punire l'imperatore di aver concluso con i Selg'ûki un'alleanza difensiva contro di lui, terminò con una sconfitta. Ma venti anni dopo gli Osmani riuscivano già a stabilirsi a Kallipolis (Gallipoli) sul Chersoneso.
MURAD, secondo figlio di Urchan, successogli nel 1358, impegnò ben presto tutta la sua forza nella penisola balcanica, dove numerosi signorotti si dilaniavano in lotte incessanti. Uno dopo l'altro, essi caddero vittime dell'Osmano che con mano sicura perseguiva alti scopi politici.

Nel 1363 i Bulgari perdettero Filippopoli; nel 1365 fu presa Adrianopoli, rimasta fino alla caduta di Costantinopoli la residenza degli emiri osmani. A questo tempo risalgono pure le prime relazioni di uno stato romano con gli Osmani. Con l'espressa approvazione del papa Urbano V la repubblica di Ragusa strinse con essi un trattato, col quale acquistava per sé il diritto di libero commercio nei loro stati mediante un tributo annuo di 500 ducati.

Le discordie degli Slavi balcanici resero più facile agli Osmani la loro sottomissione. Solo i Serbi, sotto il Njemanide Vukasln (Vocassino) tentarono (1371), mentre Murad si trovava in Asia, di sottrarsi con un attacco alla minacciata soggezione; ma furono sanguinosamente sconfitti da Hag'g'i Ilbeki presso C'irmèn sulla Marizza e perdettero i loro possessi di Macedonia.
Le crescenti difficoltà in cui si dibatteva Murad nell'Asia minore, infusero loro nuovo ardire. Il sultano di Karam ân lo aveva assalito non appena assunto al trono e ne era stato punito con la perdita di Angora. Benché Murad cercasse, sposandone la figliuola, di legarlo ai propri interessi, egli volle ugualmente approfittare di una circostanza favorevole per assalire i suoi possedimenti asiatici, nel frattempo accresciutisi: e fu quando un figlio giovanetto di Murad e vicario di lui in Europa, alleatosi con un principe bizantino, si sollevò contro il padre.

Ma il sultano di Karaman fu sconfitto presso Konia (1386). Mentre Murad era occupato in Asia, gli Slavi si agitarono tanto in Europa, che egli si vide costretto a prepararsi a un colpo decisivo, Nel giugno del 1389 venne a battaglia contro i Serbi, rinforzati da truppe bosniache, magiare, bulgare e albanesi, sul Campo Casova (Kossovo), presso il Lab. L'esito fu lungamente incerto, e la resistenza dei cristiani inflisse agli Osmani gravi perdite: Murad stesso cadde combattendo.
Suo figlio BAJEZID, che comandava l'ala sinistra, persuase le file de' suoi, già vacillanti, a resistere ed essendo indebolita la forza de' Serbi dopo la caduta del loro principe Lazzaro, li guidò alla vittoria.
Più ancora de' suoi generali, il nuovo emiro si impegnò tutto nel mestiere delle armi; e i suoi vicini ebbero presto a sentire quanto pesasse la sua mano. Nel 1390 i Bizantini perdettero il loro ultimo possedimento nell'Asia minore, la città di Filadelfia; quando essa si sottomise, il giovane imperatore Manuele dovette prestar servizio nell'esercito del sultano contro i suoi fedeli sudditi.

Tre anni più tardi anche i Bulgari furono definitivamente assoggettati, dopo che, caduto il loro principe Shishman, il patriarca Euthymios, nella capitale Tirnovo, li ebbe guidati all'ultima resistenza.

Questi successi bastavano già per mettere in pensiero l'Occidente. Il papa Bonifazio IX fece predicare la guerra contro gli infedeli nelle regioni alpine e nella Germania meridionale e l'idea delle crociate, che da tempo pareva dimenticata, raccolse nella primavera del 1396, intorno al re Sigismondo di Ungheria, a Buda, un nuovo e forte esercito di cavalieri dell'Europa occidentale. Ma l'entusiasmo di questi campioni della fede era pari alla loro indisciplina. Invano Sigismondo si sforzò di ordinarli tatticamente; Bajezid inflisse loro una grave sconfitta, presso Nicopoli (27 settembre). I signori romaici del Peloponneso, alleati, ebbero in punizione devastati i loro territori.
Ma l'impero osmano era già minacciato da oriente da un grave pericolo, che concesse ai Greci un po' di respiro.

Era sorto tra i Mongoli un altro grande guerriero, che sparse un'altra volta sul mondo islamita tutti gli orrori della devastazione barbarica. TIMUR, nato nel 1335 a Kesh della Transoxania, discendente di C'ingiz-chan ( Gengiskan), aveva nel 1369 detronizzato l'emiro c'agataico del Chorassan e della Transoxania, formandosi con i possedimenti suoi un regno con Samarcanda per capitale. Non contento di questo e volendo riconquistarsi tutta l'eredità del suo antenato C'ingiz-chan, portava di anno in anno la guerra in tutti i paesi fin verso il Gange. Bajezid prevedeva che non gli sarebbe stata risparmiata la lotta contro quel grande conquistatore; si preparò pertanto, fino dai primi anni del suo regno, a rafforzare in Asia la propria posizione contro di lui.
Nel 1391 strappò Konija a suo cognato l'emiro di Karaman, risparmiato da suo padre; perduta che ebbe costui, l'anno seguente, una battaglia contro il generale Timurtash, gli tolse il resto de' suoi possedimenti. Allora gli si sottomisero anche i Turcomanni di Kaissarîja, Tokad e Siwas; nel 1393 l'emiro di Kastamuni perdette il regno.

I principi detronizzati aizzavano, naturalmente, Timûr contro Bajezîd; ed avendo questi molestato anche il signore armeno Erseng'an, il Chan mongolo, che già teneva il turco come suo vassallo, comparve nell'Asia minore (1400), espugnò Siwas e fece massacrare la guarnigione, presso la quale si trovava Ertogrul, figlio maggiore di Bajezid.

Già prima i Cristiani avevano pensato di cercare nei Mongoli, tuttora pagani, degli alleati contro la potenza dell'Islam; così pure Giovanni VII di Bizanzio e Carlo VI di Francia aprirono trattative con Tîmûr, sebbene convertito alla fede islamica, per servirsene contro il pericolo che più da vicino li minacciava. Timûr si era per allora accontentato del castigo inflitto a Bajezîd ed aveva stimato meglio di assalire Barkûk, il sultano mammalucco di Egitto. Sulla pianura di Karabagh, dove aveva svernato (1401-02), si preparò alla lotta decisiva contro gli Osmani.

All'inizio della primavera del 1402 Timûr mosse all'assalto, sboccando da Erseng'an e Siwas nella pianura di Angora. Qui Bajezîd accettò subito battaglia, benché dissuaso dai suoi consiglieri per la sfiducia delle truppe dinanzi al nemico molto più superiore di forze. Agli Osmani faceva difetto, in questa lotta contro compagni di fede, l'entusiasmo fanatico che altre volte li aveva animati; e d'altra parte gli alleati cristiani aggregati seguivano con una certa ripugnanza le bandiere di Bajezîd.

Ciononostante la battaglia s'iniziò favorevolmente per lui, la mattina del 20 luglio 1402. I corazzieri serbi strinsero da vicino i Mongoli armati alla leggera; ma Bajezid, per timore di un accerchiamento, li richiamò indietro. I Mongoli li inseguirono, e quindi presso le linee turche, le truppe selg'ûkite, riconoscendo fra i nemici i loro antichi capi, si lasciarono persuadere a defezionare. Bajezîd resisté valorosamente fino a sera coi suoi 10.000 giannizzeri; ma ciò non poteva ormai più impedire la sconfitta. Al cadere della notte l'emiro prese la fuga; ma fu raggiunto e fatto prigioniero insieme al figlio Mûssa, mentre i fratelli di lui, Muhammed (Maometto II) ed Issa, riparavano nella Karamania.
Il vincitore trattò prima generosamente il sovrano prigioniero; solo dopo un fallito tentativo di fuga, la prigionia fu inasprita. Bajezîd morì l'8 marzo 1403 a Àkshehr nel Hamid e il vincitore lo fece seppellire nella moschea da lui stesso costruita a Brussa.

Timûr reintegrò nei loro diritti le dinastie selg'ûkide dell'Asia minore detronizzate da Bajezîd, lasciando però, come feudo, la Rumelia agli Osmani, con a capo Sulaiman figlio di Bajezid. Quindi rientrò nella sua residenza di Samarcanda.
Ma le creazioni politiche dei Mongoli non hanno mai esercitato effetti duraturi ; morto Timûr durante una spedizione contro la Cina (19 febbraio 1405), l'Asia minore rimase di nuovo abbandonata a sé stessa. La lotta per la successione si era già prima accesa tra i figli di Bajezid. Il più operoso, Muhammed, fuggito da Angora verso Oriente, si era stabilito nelle montagne di
Amasia e Tokad. Di là assalì (1403) il fratello maggiore Issa che, impadronitosi di Brussa, aveva respinto la proposta di dividere con lui i possedimenti asiatici; sconfittolo presso Ulubad, entrò in Brussa, mentre Ìssa fuggiva a Bizanzio.
Suo fratello Sulaiman, non accontentandosi della sola Rumelia, lo mandò con nuove truppe verso l'Asia minore; ma, dopo un'altra sconfitta, scomparve nella Karamania.
Verso la fine del 1404 Sulaiman stesso passò l'Ellesponto e cacciò Muhammed (Maometto II) da Brussa e l'anno seguente anche da Angora. Allora suo fratello Mûssa, fuggito in Valacchia, penetrò nella Rumelia coll'aiuto dei Serbi; ma sconfitto da Sulaimân al Corno d'Oro presso Costantinopoli, fu ricacciato verso i paesi danubiani.

Conducendo vita sregolata, Sulaiman si alienò sempre più le simpatie dei suoi; sicché, assalito di nuovo, tre anni dopo, da Mûssa, fu tradito ancor prima che si venisse a battaglia, ed ucciso da alcuni contadini mentre cercava scampo nella fuga (luglio 1410).
Mûssa non volle riconoscere come sovrano suo fratello Muhammed; e iniziò il suo regno con una spedizione a vendetta dei Serbi, al cui tradimento doveva la sconfitta sofferta tre anni prima.
Ma quando prese a molestare anche l'imperatore Manuele, questi, valendosi degli stessi ambasciatori di Mussa, strinse alleanza con Muhammed (Maometto II) contro di lui. Il loro primo attacco in comune terminò con la sconfitta di Jeg'igiz (1410).

Per altri due anni, Muhammed (Maometto II) fu trattenuto nell'Asia minore da combattimenti contro l'emiro di Smirne e di Angora. Solo nel 1412 poté rimettere le mani nelle faccende d'Europa. Evitando le truppe di suo fratello, intento all'assedio di Costantinopoli, si spinse presto verso nord-ovest fino a Nisch, per riunirsi coi Serbi qui accampati contro Mussa.
Nell'estate seguente mosse con loro verso il sud. Lo scontro con Mussa avvenne il 10 luglio 1413, nell'angusta pianura di C'amorlu, nell'alveo dell'Isker. Dopo valorosa resistenza, Mussa fu sconfitto, arrestato mentre fuggiva e strangolato nel campo del fratello. Il vincitore ricompensò i Serbi e i Greci mediante cessioni di terreno.

Dopo breve resistenza, anche la maggior parte dei vassalli di Europa ed Asia riconobbero MUHAMMED ( MAOMETTO II ) come sovrano. Ma avendo tentato di costringere all'omaggio anche i Veneziani nelle isole dell'Egeo, venne in conflitto con la loro repubblica e dovette, dopo la grave sconfitta sofferta dalla sua flotta presso Gallipoli (29 maggio 1416), rinunciare per intanto alle sue pretese.

Quanto le bufere mongoliche e le susseguenti guerre fratricide avessero scosso i fondamenti dello stato, apparve da un curioso moto settario, rivolto contro l'Islam stesso. L'ex-auditore di guerra e primo consigliere di Mussa, Badraddin Machmud di Simauna, dopo la sconfitta del suo sovrano, era stato internato a Nicea. Questo reputatissimo giurista, che ha documentato la sua profonda conoscenza del diritto islamico in un trattato oggi spesso consultato, si abbandonò qui ad una esaltazione di misticismo, che finì per allontanarlo del tutto dall'Islam.
La sua nuova dottrina, che prescriveva la comunanza dei beni e il riconoscimento ai cristiani degli stessi diritti di culto della divinità spettanti ai musulmani, trovò entusiastica accoglienza presso i contadini dell'Asia minore, in gran parte duramente oppressi dai loro feudatari. Il suo discepolo Bóreklüg'e Mustafa raccolse intorno a sé nuovi seguaci, sul monte Stylarios sulla punta meridionale del golfo di Smirne, dirimpetto all'isola di Chio. Le sue turbe, condotte da dervisci fanatici, giunsero fin nei pressi di Magnesia. Il governatore di Aidîn, il rinnegato serbo Slshman, ebbe l'ordine di soffocare quel pericoloso movimento; ma essendosi cacciato imprudentemente nelle gole dello Stylarios, fu sorpreso e ucciso con tutte le sue truppe.

Non migliore sorte toccò al suo successore Alibeg, anche se riusci a salvare la vita. Allora il figlio appena dodicenne di Muhammed, MURAD, governatore di Amasia e qui residente, dovette riunire le proprie truppe con quelle del rumeliota Beglerbeg Bajezid-pasha, per muovere contro i ribelli, che furono sconfitti presso il promontorio di Karaburun. Mustafa morì in croce, martire della sua fede. Il suo maestro Badraddin era già prima fuggito nella Valacchia; raccolto qui il resto dei suoi seguaci, si stabilì con loro in un valico dei Balcani. Muhammed (Maometto II) in persona mosse contro di lui; ma saputo della morte di Mustafa, le truppe di Badraddin lo abbandonarono e passarono al sultano. Cogli ultimi uomini rimastigli fedeli andò vagando ancora per un po' di tempo; finché anche questi lo diedero nelle mani de' persecutori; finì strangolato, per alto tradimento, a Seres.

Morto Muhammed (Maometto II) nel 1421, il suo successore MURAD II ebbe da difendere il trono dapprima contro un pretendente che si spacciava per Mustafa figlio di Bâjezid, caduto presso Angora, e che aveva fatto lega con l'imperatore Manuele di Bizanzio; poi, in Asia, contro il suo proprio fratello Mustafa, appena tredicenne. Sottomessi i ribelli, si preparava a punire Manuele togliendogli Tessalonica, quando i Veneziani gli tagliarono il passo, comprando quella città dall'imperatore. Per il momento Murâd li riconobbe come possessori, contro pagamento di un tributo; ma solo per guadagnar tempo per nuovi armamenti.

Nel 1428 la guerra fu riaperta e il 29 marzo Tessalonica presa d'assalto dagli Osmani. La città, orrendamente devastata e poi ripopolata dai musulmani, rifiorì solo a poco a poco, grazie al porto che doveva pur sempre assicurarle un notevole commercio.
La marcia trionfale di Murâd fu trattenuta al nord dai Magiari. I successi ottenuti contro i suoi eserciti da Giovanni Hunyad, rumeno della Transilvania, risuscitarono perfino l'idea di una crociata comune della cristianità contro gli infedeli. Un proclama del papa Eugenio I V trovò calorosa accoglienza nelle terre minacciate più da vicino, la Polonia e l'Ungheria; poi anche in Germania e in Francia.

Nel luglio del 1443 l'esercito crociato mosse da Buda e il 24 dicembre riportò una splendida vittoria in un passo sulla strada da Sofia a Belgrado; ma l'inverno impedì di sfruttarla. Quando anche Giorgio Castriota sollevò nell'Albania la vittoriosa bandiera della rivolta contro gli Osmani, Murâd dovette chiedere la pace, concessagli per dieci anni nella dieta di Szegedin (1444).

Il papa però, i cui disegni venivano così sventati, aizzò i Magiari a violare i patti, essendo - disse - "privi di valore i giuramenti prestati verso gli infedeli".
Col pretesto che i Turchi non avevano ancora sgombrato alcune fortezze serbe, invasero nel settembre dello stesso anno i paesi balcanici, per marciare lunga la costa del Mar Nero e riunirsi a Gallipoli con la flotta veneziana. Murâd li affrontò sotto le mura di Varna (9 novembre) e riportò una clamorosa vittoria, grazie all'avventatezza del ventenne Vladislao di Ungheria il quale, geloso dei primi successi di Hunyad, abbandonò il posto affidatogli e cadde in un attacco contro i giannizzeri.

Solo quattro anni dopo Hunyad, che governava l'Ungheria in luogo del figlio minorenne del re caduto, tentò di prendersi la rivincita di Varna. Alla fine del settembre del 1448 passò in Serbia e il 17 ottobre Murâd lo affrontò sul Campo Casova. Dopo due giorni, di fieri combattimenti, i Valacchi passarono dalla parte degli Osmani; Hunyad tentò di varcare il Danubio, ma cadde prigioniero dei Serbi a lui ostili e dovette infine adattarsi ad una pace assai sfavorevole.

Morto Murâd il 5 febbraio 1451, il primo ordine dato dal suo figlio e successore MUHAMMED fu la morte del proprio fratello Achmad; e da allora, in seguito alle tristi esperienze delle passate generazioni, il fratricidio divenne quasi una norma quasi familiare ad ogni assunzione al trono. A torto Muhammed (Maometto II) era ritenuto poco capace, avendogli il padre, nell'ora del pericolo, prima della battaglia di Varna, ripreso il governo che gli aveva affidato.
Mentre Muhammed (Maometto II) era occupato nell'Asia minore a sedare la rivolta dell'emiro di Karamân, ormai pressoché tradizionale ad ogni mutamento di sovrano, l'imperatore Costantino IX tentò, con molta imprudenza, di estorcergli il doppio della somma annua fissata per la custodia del principe Urchân, nipote di Sulaimân; minacciandolo, in caso di rifiuto, di non appoggiarlo più come pretendente.
In tal modo segnò egli stesso la sua sentenza. Appena terminata la campagna del Karamân, Muhammed (Maometto II) tornò in Europa ed alla fine del 1451 aveva già fatto costruire una potente fortezza di sbarramento ad appena sette chilometri dalle porte di Costantinopoli, sulla striscia più angusta del Bosforo, già dominata da un castello innalzato da Bâjezîd sulla sponda asiatica.
Gli ambasciatori, inviatigli dall'imperatore a protestare, furono decapitati. Questa fu la sua dichiarazione di guerra.

Dei Latini, solo la colonia genovese di Chio mandò truppe ausiliari a Bizanzio. Il papa offrì aiuto a condizione che si venisse all'unione delle due Chiese, romana e orientale; proposta mandata a vuoto dalla plebe fanatica della capitale, sebbene l'imperatore fosse disposto anche a quel sacrificio.

Sebbene le forze imperiali bastassero appena a coprire la linea delle mura che si distendono per più di cinque ore di cammino, le robuste fortificazioni della città resistettero per due mesi alla ancora inesperta artiglieria degli Osmani. Ma in un assalto generale, il 2 maggio 1453, i nemici penetrarono nella città, e l'imperatore trovò la morte combattendo per le vie.
Verso mezzogiorno Muhammed (Maometto II) in persona comparve in città e arrestando l'impeto omicida delle sue truppe, prese solennemente possesso della chiesa di Santa Sofia, in nome dell'Islâm.
Ai Genovesi di Galata fu concessa una capitolazione vantaggiosa: salva la vita e la proprietà contro consegna di tutte le armi, e libertà di commercio contro pagamento delle imposte e dazi legali.

Troppo tardi le potenze cristiane di Occidente si erano decise a inviare una flotta di soccorso: nel porto di Negroponte la raggiunse la notizia della caduta di Costantinopoli.
Prima di fissare la residenza a Costantinopoli, il centro naturale del suo impero, Muhammed tornò nel 1453 ancora una volta ad Adrianopoli, per assistere alle riparazioni delle opere di difesa danneggiate. Poi provvide subito a regolare la posizione dei Greci assoggettati. Sull'esempio de' suoi antenati, che avevano lasciato ai Bulgari la loro costituzione ecclesiastica, mantenne egli pure in tutta la sua estensione la gerarchia greca, in pieno accordo del resto con la tradizionale ragion di stato islamica. Anzi egli ne aumentò le attribuzioni, affidandole anche la giurisdizione civile sopra i propri credenti.

Dopo di che, Muhammed (Maometto II) pensò presto al ripopolamento della capitale. Avendo egli nominato a patriarca un noto rappresentante della chiesa nazionale, all'appello di questi ai numerosi Greci, che avevano abbandonato la città natale già prima della catastrofe, rimpatriarono, raggruppandosi intorno al patriarcato, nel Fanâr, sulla spiaggia occidentale del Corno d'Oro.
La loro ricchezza derivante dal commercio, ma anche la loro abilità negli affari politici, per la quale più tardi divennero indispensabili alla Porta nelle trattative con le potenze occidentali, assicurarono loro sempre una posizione privilegiata.
Con immigrazione forzata, Muhammed (Maometto II) aggiunse alla popolazione anche rappresentanti di altre nazioni del suo impero, e in gran quantità specialmente Slavi meridionali.
Ma anche Maomettani dell'Asia concorsero a frotte nel nuovo centro, cui via via affluivano, da un cerchio sempre maggiore, i credenti dell'Islâm, sia per approfittare dei vantaggi commerciali offerti dalla posizione, veramente unica di quella capitale, sia per godere delle fondazioni pie stabilitevi a pro delle scienze dalla generosità di Muhammed (Maometto II) e dei suoi successori. Ben presto Istambul divenne anche il centro intellettuale dell'Islâm.

La chiesa di Santa Sofia fu trasformata in moschea principale subito dopo la presa della città; e non ci volle molto per adattarla ai bisogni del culto islamita. Vietando l'Islâm ortodosso ogni rappresentazione di esseri viventi, i magnifici mosaici dorati delle volte, così caratteristici dell'arte bizantina, dovettero essere intonacati di calce.
Perché la chiesa orientata alla maniera cristiana lo fosse invece secondo la Kibla (il pregare voltati verso la Mecca), si trasportò il Michrâb, la nicchia indicatrice della Kibla, fra la finestra laterale del centro e del sud dell'abside. A destra, accanto al gran pilastro sud-est, fu innalzato il Minbar, il pulpito per la predica del venerdì; dirimpetto, la Makssûra, la loggia del sultano, con la grata dorata.
Solo sotto Murâd IV (1623-1640) si dipinsero, in enormi scudi rotondi sulle pareti e pilastri della chiesa, le gigantesche iscrizioni in lettere d'oro, lunghe fino a nove metri, su fondo verde; le quali contengono i nomi di dio, del profeta e dei primi califfi.
Al di fuori, la presa di possesso dell'Islâm venne segnata dalle torri per l'invito alla preghiera, i minareti; costruiti, il primo da Muhammed (Maometto II) stesso, altri tre da Selim II e dal suo successore Murâd III. Quest'ultimo fece anche sovrapporre alla cupola principale una mezzaluna in bronzo, del diametro di circa 30 metri. Come furono nel loro disegno primitivo i diversi duomi in occidente rovinato dalle aggiunte delle cappelle sepolcrali dei vescovi, nello stesso modo anche ad Aghia Sophia si addossarono, nel corso dei tempi, furbe (mausolei) e medresse (scuole) e sostegni di ogni sorta.

La costruzione di nuovi edifici fu considerata già da Muhammed (Maometto II) come uno dei più importanti doveri del sovrano. Nel centro della città, sul terreno della chiesa degli Apostoli, che i Greci dovettero sgombrare, egli fece innalzare dall'architetto greco Christodulos, dal 1463 al 1469, il monumento più perfetto dell'architettura osmana, la moschea che porta il suo nome.
Accanto alla grandiosa cupola principale si schierano quattro semi cupole e numerose cupole minori, tutte dominate da due svelti minareti. Sei file di finestre inondano di luce l'interno. A destra della porta principale, una tavola di marmo recava, in lettere d'oro, la profezia ormai compiuta:
«Conquisteranno Costantinopoli; beato il principe, beato l'esercito che compirà l'impresa».

NOTA: Sul nome ISTAMBUL ex COSTANTINOPOLI e prima ancora BISANZIO.
Si vuole nella tradizione che tale citta' sia sempre stata considerata una "creatura" di Costantino, una citta' cristiana sorta dal nulla. Questo lo era fino a quando c'erano i panegirici che i vescovi cristiani di Bisanzio (un po' meno quelli di Roma) gli dedicavano, omettendo la storia precedente, ma dopo la perdita definitiva di questa citta' ad opera dei turchi guidati da Maometto II il Conquistatore, che provoco' la definitiva spaccatura tra la chiesa d'Oriente e quelle d'Occidente, le cose sappiamo non stavano esattamente cosi'.
Alla storia di Costantinopoli possiamo aggiungere la storia dell'antica Bisanzio che esisteva in precedenza.
L' 11 MAGGIO dell'anno 330 ( la decisione di farne una "Nuova Roma", e i primi lavori erano iniziati nel 324) COSTANTINO fece consacrare con solenni cerimonia la nuova capitale dell'impero che d'ora in avanti in occidente tutti chiameranno Costantinopoli, la citta' di Costantino (lui in effetti non ci abito' mai - la sua residenza era a Nicomedia, una citta' quasi di fronte a Costantinopoli)
Costantinopoli non fu dunque fondata da lui, ma era al suo arrivo già una grande citta' che affondava le origini a mille anni prima. Era la grande Bisanzio (la Miklagard = grande città) fondata da un navigatore greco, BIASANTHE (da lui prese appunto il nome) che qui approdo' nel 700 a.C. portandosi sempre dietro una profezia che non aveva mai capito cosa volesse dire. "Davanti ai ciechi" gli aveva detto l'oracolo di Delfi "tu fonderai la tua citta'".
In un viaggio in questi territori del Bosforo, sbarcando in un approdo naturale, non molto lontano dall'attuale Istambul ma dietro alla sua vista, mentre se ne stava tranquillo in attesa di riprendere il viaggio, quasi per caso, senti' dire dai suoi marinai che avevano fatto nel frattempo una perlustrazione sulla costa, che avevano scoperto, salendo e affacciandosi a un colle che stava alle spalle dell'approdo, un luogo così stupendo che "siamo rimasti quasi "ciechi" dalla magnificenza del luogo", tanto era la lussureggiante vegetazione e le incomparabili bellezze che vi avevano visto. Un porto naturale di incomparabile bellezza.
Biasanthe a sentire quella parola non ebbe piu' dubbi, era il destino di Delfi. Poi salendo anche lui la collina, quando si affacciò, constato' di persona che nessun luogo al mondo era piu' bello di quello oltre che essere un approdo fantastico. Vi si fermo' e fondo' prima una piccola base, poi quella che divenne la sua citta'.
In pochi anni la porto' ad essere degna di una Atene e, come la grande citta' greca, la rese praticabile con un porto eccezionale dentro una conca che era gia' un porto naturale di per se stesso e che proprio per questo produsse in seguito una prosperita' commerciale superiore a quello di Calcedonia che gli stava quasi di fronte sulla riva opposta. Talmente opulenta, prosperosa e strategica come luogo che tutti vollero in seguito conquistare questa citta', subito chiamata un "Porto D'Oro", poi Corno d' Oro, infine Miklagard, la "grande citta'".
Quando arrivo' Costantino vantava già una popolazione di 500.000 abitanti, che vivevano quasi tutti sul commercio e sull'indotto. Una citta' che ogni precedente condottiero, nel corso dei suoi mille anni, aveva tentato di conquistare, ma inutilmente. E anche lui e prima di lui avevano tentato in precedenza.

Ci provo' Dario il re persiano e tanti altri, poi ci provo' Filippo di Macedonia, e proprio a lui indirettamente dobbiamo la bimillenaria bandiera turca, la piu' antica bandiera del mondo, che mai nessuno volle piu' modificare.
Infatti il grande Filippo di Macedonia, padre di Alessandro Magno, per conquistarla, dai suo soldati la fece assediare nel massimo silenzio, nottetempo per cogliere di sorpresa la città con i suoi abitanti sprofondati nel sonno. La notte precedente era senza luna, ma purtroppo quella successiva che scelse per l'assedio, sbagliò i suoi calcoli. Impartito l'ordine ai suoi soldati di avvicinarsi, mentre erano già nei pressi delle mura della città, furono intravisti da alcune guardie con il favore di una fioca luce di una bella mezzaluna al suo primo quarto che era spuntata improvvisamente nel terso cielo stellato.

Nel massimo silenzio, capito lo stratagemma di Filippo, le due guardie diedero la sveglia a tutti gli abitanti che così non solo non furono colti di sorpresa, ma anzi prepararono una tremenda trappola: fecero la sorpresa della sorpresa; sempre nel massimo silenzio, si appostarono preparati tutti di armi e di ogni altro mezzo, in posti strategici facendo credere che tutti dormissero, poi quando i macedoni entrarono, li fecero a pezzi; fu un disastro per Filippo.
A ricordo di quella famosa notte il simbolo della Luna e della notte stellata, divento' l'emblema sul labaro della citta', poi in seguito con i Turchi della intera Turchia, che porta ancora oggi nella sua bandiera, il primo quarto di Luna con una stella vicina.


Una veduta di Istambul da una incisione veneziana ai tempi della conquista di Maometto II


Quanto al nome ISTAMBUL da COSTANTINOPOLI opera di Maometto II: il nuovo nome non fu inventato artificiosamente dal Sultano ottomano, ma non fece altro che ufficializzare un uso già da circa un secolo diffuso fra i turchi e cioè quello di chiamare Costantinopoli con una storpiatura della frase greco-medievale "is tin bolin" (corrispondente al greco antico "eis ten polin"). La frase significa "alla città" o "verso la citta" ed era spesso, allora come oggi (nel greco moderno), abbreviata in "stin bolin". L'abitudine di riferirsi alla capitale come "alla Città" era una caratteristica che i bizantini (e quindi i turchi) avevano ereditato dai romani che chiamavano Roma semplicemente "Urbs" (l'odierna "Urbe").

 

Oltre ad altre dieci moschee, Muhammed (Maometto II) eresse quella sulla tomba del martire Abû Aijûb al-Anssâri, caduto durante il primo assalto degli Arabi contro Costantinopoli (678); la tomba era stata «scoperta», al principio dell'assedio turco, nel sobborgo Kosmidion, dallo sceicco Ak Shemseddin, che se n'era avvalso per accendere l'entusiasmo religioso delle truppe. In questa moschea costruita tutta di marmo bianco e sovraccarica nell'interno di oggetti preziosi, i sultani, dopo la loro assunzione al trono, venivano a cingersi solenne mente della spada di Osmân ; e vicino ad essa vennero pur sepolti molti sovrani, coi loro parenti ed alti dignitari.
Alle singole moschee si aggregarono presto ricche biblioteche, nelle quali affluivano in quantità enorme i tesori delle tre letterature islamiche (araba, persiana e turca), edifici scolastici con alloggi per professori e studenti, ospedali, cucine economiche, alberghi, bagni e fontane; tutte fondazioni istituite a gara dai sultani e dai loro visiri.

Ma anche i più importanti edifici laici della capitale risalgono al conquistatore. Egli ricostruì le mura della città, insieme al Castello delle sette torri (Jedi Kulle), sulla punta di sud-ovest presso il Mar di Marmara, più tardi adoprato come prigione di stato.
Nel porto fondò cantieri e arsenali e il primo nucleo del bazar fu pure opera sua. Nel 1454 cominciò a costruire il suo palazzo, il Serâi (serraglio) sulla punta orientale della città bagnata dal Mar di Marmara, antica residenza degli imperatori greci, finchè Manuele Komnenos non la ebbe trasferita altrove. Il vecchio Serâi si ergeva a sud, il nuovo a nord; le fondamenta furono poste già sotto Muhammed, ed é poi rimasta la sede dei sultani fino alla metà del XIX secolo.

Prossima mira della politica di Muhammed (Maometto II) fu l'assicurarsi il dominio nel nord della penisola balcanica, dove era pur sempre minacciato dalla pericolosa vicinanza dei valorosi Magiari. Per guadagnarsi una salda base di operazione contro di essi, dovette sopprimere l'indipendenza della Serbia. Gliene offrì il pretesto la sua parentela, derivante da un matrimonio forzato, con la dinastia antecedente dei Lacarevic'. Avendo egli chiesto, in conseguenza di questa unione, la cessione delle proprie terre al principe Giorgio Brankovic' (1454), questi fuggì in Ungheria, da Hunyad.
I Magiari ricacciarono gli Osmani dalla già conquistata fortezza di Semendria ed inflissero a Fîrûzbeg, luogotenente di Muhammed, una grave sconfitta presso Kruschevatz; ma essendo loro mancati i rinforzi attesi dall'Europa occidentale, dovettero accontentarsi di coprire la linea del Danubio. Nel 1456 MuMu con un potente esercito bloccò Belgrado dalla parte di terra. Ma Hunyad, con un esercito raccogliticcio di crociati, in massima parte di bassa estrazione, catechizzati dal frate Capistrano, passò il Danubio e si gettò sulla città assediata, respingendo in una sanguinosa battaglia (22 giugno) l'assalto principale degli Osmani.

Muhammed (Maometto II) stesso fu gravemente ferito e dovette ricondurre l'esercito a Sofia. Morti però nello stesso anno i due valorosi difensori di Belgrado, Hunyad l'11 agosto, Capistrano il 22 ottobre e due anni più tardi anche Giorgio Brankovic', le contese degli eredi per la successione resero facile a Muhammed (Maometto II) di assoggettare la Serbia; la forza del popolo s'infranse contro i massacri, la schiavitù e la deportazione in altre parti dell'impero.

Nel frattempo il sultano aveva dato addosso, nel Peloponneso, ai Paleologhi, che alleatisi coll'albanese Giorgio Castriota si era ribellati al suo dominio. La pace fu ristabilita mediante orribili massacri, dei quali Muhammed (Maometto II) mostrava compiacersi sempre di più. Ma del principe albanese non riuscì ad aver ragione; nel maggio del 1461 dové concludere con lui un armistizio per dieci anni, riconoscendone per il momento i possessi.

Nello stesso anno levò di mezzo anche l'ultima dinastia greca, quella dei Komneni di Trebisonda, che finora avevano sperato di resistere agli Osmani con l'appoggio del chân turcomanno Uzun-Hassan. Ma comparso Muhammed (Maometto II) nell'Asia minore (primavera del 1461), quegli non'osò di arrischiare le sue orde indisciplinate di cavalieri contro i giannizzeri abituati alla vittoria; comprò pertanto la pace.
L'ultimo re di Trebisonda fu deportato, insieme alla nobiltà, a Istambul; la maggior parte dei cittadini ridotti in schiavitù.

Coll'intervento nel Peloponneso, Muhammed (Maometto II) si era già più volte trovato in conflitto con Venezia, l'unica potenza in territorio greco che potesse ancora opporglisi. La guerra, da tempo inevitabile, scoppiò nell'autunno del 1462 per un frivolo motivo. Il peso principale della guerra dovette all'inizio sopportarlo Giorgio Castriota, che i Veneziani seppero persuadere a rompere l'armistizio. Muhammed (Maometto II) in persona gli mosse contro e lo rinchiuse in Kroja (1466).
Morto Giorgio due anni dopo, l'indipendenza albanese era finita. Allora toccò ai Veneziani a sentire quanto pesasse il pugno degli Osmani. Nell'estate del 1470 essi perdettero, dopo lungo assedio, la città di Negroponte.
Tuttavia riuscirono a procurarsi un'altra diversione, inducendo finalmente il chân turcomanno Uzuri-Hassan di Persia ad assalire gli Osmani. Essendosi egli sposato con una principessa Komnena, nel 1471 chiese la cessione di Trebisonda e della Cappadocia; ed essendogli state, com'era prevedibile rifiutate, invase il territorio osmano, sconfisse l'esercito di Muhammed (Maometto II) e distrusse Tokâd.

La flotta veneziana operava sulla costa della Cilicia per rimanere a contatto con i Turcomanni, che riforniva di materiale da guerra. Nell'estate del 1473 Muhammed (Maometto II) comparve di persona sul teatro della guerra e, attraversato l'Eufrate, affrontò i Turcomanni presso Terg'ân, nelle vicinanze di Baiburt (26 luglio).
Solo ai giannizzeri ed alla sua artiglieria pesante dovette la vittoria sui nemici, la cui cavalleria gli oppose lunga ed energica resistenza. Pur rinunziando ad inseguire i Turcomanni fin nell'interno dell'Asia, tenne in così alto conto la propria vittoria, che da allora in poi mutò il titolo modesto di emiro in quello di sultano.

Uzuri-Hassan morì nel 1478 e con lui tornò nel nulla anche il suo regno, al pari delle consimili formazioni statali.
Spezzata in Europa la resistenza degli Albanesi, le orde predatrici degli Osmani si riversarono dalla Bosnia nelle terre veneziane. Il 15 gennaio 1479 la Repubblica Serenissima finì per concludere una pace poco onorevole: rinunziò a tutti i suoi possedimenti in Albania eccetto Durazzo e Antivari, abbandonando al nemico Eubea e Lemno nonché gli abitanti del Taigeto nel Peloponneso. Contro pagamento di 100 mila ducati tutti in una volta, e di un tributo annuo, in blocco, di 10 mila, si assicurò libertà di commercio nel Levante e il diritto di tenere a Istambul un Bailo come rappresentante dei propri interessi.

Un qualche conforto poteva venire ai Veneziani dal fatto che già poco prima anche la posizione dei loro piú pericolosi concorrenti nel Levante, dei Genovesi, era divenuta quasi insostenibile. Il loro commercio si era fino allora soprattutto avvantaggiato dei loro possessi sulla riva settentrionale del Mar Nero, in specie a Kaffa nella Crimea. Ma qui si misero in urto con i capi Tatari; ed essendosi messo il loro chân, Mengli Girâi, dalla parte dei Genovesi, quelli chiesero aiuto agli Osmani (1474).
Muhammed (Maometto II) mandò subito la sua flotta e il 6 giugno Kaffa dovette arrendersi. La colonia genovese fu per sempre distrutta e gli abitanti o ridotti schiavi o trapiantati a Istambul. I Tatari però dovettero tenere le loro terre come feudo del sultano.

Fuori del dominio turco non rimanevano nell'arcipelago che i cavalieri di San Giovanni, a Rodi. Fallito nel 1480 un assalto contro la loro isola ben fortificata, Muhammed (Maometto II) iniziò l'anno seguente una seconda campagna contro di essi: durante la quale, nel campo di Gebisi nell'Asia minore, la morte lo colse, in età di cinquantadue anni (3 maggio 1481).

Muhammed (Maometto II) fu il più fedele rappresentante dell'antico spirito osmano, con tutti i suoi pregi e difetti. La sua inflessibile e instancabile energia, volta a sempre nuovi intenti, si accoppiava con una crudeltà che sorpassava perfino la rozzezza dei suoi tempi. Bisogna risalire ai grandi re assiri, per trovare modi analoghi nel trattamento dei prigionieri di guerra: il supplizio che più volentieri infliggeva consisteva nel farli segare per metà.
Ma lo stesso uomo, che in guerra ordinava tormenti così orribili da rifiutarsi talvolta i suoi stessi uomini ad eseguirli, riuniva in sé tutta la cultura del suo ambiente intellettuale.

Oltre a dimostrare il suo amore per la scienza e poesia islamica col proteggerne materialmente i cultori, tentò egli stesso l'arringo poetico ed alcuni suoi componimenti stimò degni di esser tramandati ai posteri. Certo la sua poesia, al pari di quella degli altri poeti turchi, non si scosta dalle vie segnate nei modelli persiani; ed anche il pensiero non abbandona lo stretto ambito segnatogli dal misticismo sensuale di Hâfiz. Ma egli sapeva pure intendere il passato di una spregiata gente di râjâ (infedeli) e quando, nell'estate del 1458, provvide al riordinamento della Grecia, lasciò la propria amministrazione alla stessa Atene, ammirando i resti, allora ancor più grandiosi, della classica antichità.

Dopo la morte di Muhammed, il suo impero tornò preda delle guerre fratricide. Pare che egli stesso pensasse al figlio minore G'EM come a suo successore; ad ogni modo il gran visir cercò di innalzarlo al trono subito, tenendo per intanto celata la morte del sultano. Ma i giannizzeri indovinarono i suoi disegni; forzato il castello di Scutari, uccisero il gran visir e, scatenatasi ormai la loro furia, saccheggiarono le case degli ebrei e dei mercanti stranieri.
Entrato il figlio maggiore, BAJEZID, a Scutari (20 maggio), non solo dovette perdonar loro gli eccessi commessi, ma accordare un aumento di soldo, da allora in poi preteso, come canone fisso, ad ogni cambiamento di sovrano.

Nel frattempo G'em era stato riconosciuto come sultano a Brussa; e propose al fratello di dividere l'impero in due parti, una europea ed una asiatica. Bâjezid non acconsentì, ma lo assalì in Asia, sconfiggendolo presso Jenishehr (20 giugno). G'em fuggì in Egitto dal sultano mammalucco Kâithâi e quindi dai Sangiovanniti di Rodi, sperando di allearsi con essi e con le potenze dell'Occidente contro suo fratello.
Ma quei cavalieri conclusero invece la pace con Bâjezîd a buone condizioni: fu loro assegnata una rendita per la custodia di G'em, che internarono nella Francia meridionale. Nel 1488 lo consegnarono al papa Innocenzo VIII, il cui successore Alessandro VI dovette poi cederlo al re di Francia Carlo VIII, che aveva posto l'assedio a Roma (dalla fine del 1494 al principio del 1495).
Ma già prima, per istigazione di Bâjezîd, aveva propinato al pretendente un veleno, in seguito al quale G'em morì a Napoli il 24 febbraio 1495.

Può essere che il pegno per tanto tempo tenuto dalle potenze europee abbia influito sulla politica pacifica di Bâjezîd; certo che lui vi era anche portato dalla propria indole. Al pari di suo fratello, aveva ereditato dal padre l'attitudine alla poesia e il suo spirito meditabondo godeva anche nel coltivare le scienze.
Ai suoi doveri di reggente cercò di soddisfare in specie con la costruzione di edifici magnifici e di pubblica utilità. Da maestri greci e bulgari fece condurre a compimento la rete di strade e ponti già iniziata in tutto l'impero dai suoi predecessori, rete che, per quanto destinata in primo luogo a scopi militari, fu di immenso utilità anche alla vita civile e al commercio.

La sua opera principale fu la moschea che porta il suo nome, costruita dal 1497 al 1503 davanti al vecchio Serâi. Per la ricchezza del materiale e della decorazione in stile persiano si distingueva da tutti gli edifici della capitale. Arcate a sesto acuto di marmo alternativamente bianco e nero, su colonne di diaspro e verde antico con eleganti capitelli a stalattiti, circondano il vestibolo ombreggiato da alti cipressi e da platani, nel cui mezzo sorge il pozzo ottagonale, sostenuto da colonne; e portano volte a cupole a ricca membratura; si esce dall'edificio per quattro maestose porte in stile persiano. Caratteristica di questa moschea è pure la ubicazione dei minareti, costruiti non come di solito sugli angoli, ma separati, e su fiancate indipendenti.

Nemmeno questo principe pacifico poté impedire le lotte sul confine settentrionale dell'impero, sempre di per sé risorgenti dalla necessità di espansione del suo popolo e dalle incerte condizioni politiche degli stati limitrofi.
Le incursioni degli Osmani nella Transilvania furono respinte, ma la Bosnia fu interamente assoggettata e i tentativi dei Polacchi di asservirsi la Moldavia resi vani dalle rovinose invasioni nel loro paese (primavera del 1497).

Nei primi anni di regno Bâjezîd aveva mantenuto rapporti pacifici con i Veneziani, lasciando che prendessero possesso di Cipro e di Naxos. Ma le loro relazioni con la Francia lo misero in sospetto e nel 1499 si tornò a fare la guerra. Ma dopo tre campagne con alterne vicende, Bâjezîd concluse la pace con Venezia (1503), accontentandosi della cessione di Durazzo, Lepanto e della Messenia. Poiché già un nuovo pericolo minacciava nell'Asia il suo impero.

Sulle rovine del regno persiano di Uzun-Hassan e messosi a capo di tribù turche, si era fatto avanti come campione dello sciitismo un Ismâ'îl della tribù degli sceicchi di Ardabîl, mosso dapprima solo dalla sua propria sete di vendetta contro il principe di Shirwân e i Turcomanni del Montone bianco.
Dello sciitismo, la forma dell'Islâm più confacente allo spirito iranico, si giovò per fondare un regno persiano, privo però di ogni appoggio nazionale.
Proprio allora Bâjezîd aveva sottratto definitivamente ai Turcomanni il loro dominio con le vittorie di Nachg'ewân (1501) e di Hamadân (1502), e già minacciava l'impero osmano nell'Asia minore, dove la dottrina sciita contava pure molti seguaci.

Gli ultimi giorni di Bâjezîd furono turbati da lotte selvagge per la successione; i suoi figli non attesero nemmeno che fosse spirato. Egli avrebbe voluto per successore il suo prediletto ACHMED, a favore del quale era già pronto ad abdicare. Per impedir ciò, il figlio minore SELIM, più popolare dentro nell'esercito per le sue tendenze bellicose, chiese un vicereame in Europa. Negatogli, comparve nel 1511 dinanzi ad Adrianopoli con 25 mila uomini e col suo atteggiamento minaccioso estorse al padre i sangiaccati di Semendria e di Viddino; infatti il suo preteso disegno di conquistarsi un nuovo regno nel settentrione, era stato accolto con sommo favore dai giannizzeri.
Solo dopo che egli si fu impadronito a forza di Adrianopoli, il vecchio sultano si riscosse e le sue truppe lo costrinsero a fuggire in Crimea. Achmed credeva di poter ormai salire sul trono di Istambul; ma una sommossa dei giannizzeri lo costrinse a ritornare in Asia.

Selîm all'incontro, quando comparve dinanzi a Istambul nell'aprile 1512, fu accolto entusiasticamente dalla guarnigione ed obbligò il padre a rinunziare al trono. Mentre si recava al suo paese natale, Demotika, dove aveva intenzione di passare i suoi ultimi anni, Bâjezid fu colto dalla morte: si disse da tutti, e certo a ragione, per veleno fattogli propinare dal figlio.

Achmed si era stabilito a Brussa; ma già nel 1513 fu sconfitto ed ucciso. Suo figlio Murâd riparò in Persia. Avendo Selim, subito nel primo anno del suo regno, iniziato una persecuzione religiosa contro gli Sciiti viventi ne' suoi stati, lo shâch Ismâ'il presto li invase per vendicare quelle vittime. Selim chiamò allora i credenti alla guerra santa contro gli eretici e sconfittili nella valle del C'aldirân, entrò in Tebrîz, la capitale del suo avversario, donde cercò di estendere la propria potenza nell'Asia.

Qui però a Selim gli attraversò la via la seconda grande potenza islamica, quella dei Mammalucchi di Egitto. Come tutti i dominatori della valle del Nilo, i Circassi si erano già da tempo impadroniti della Siria e di là avevano esteso sempre più la loro influenza verso settentrione. Già sotto Maometto II c'erano stati attriti sui confini dell'Asia minore e della Siria; oltre a ciò i Mammalucchi erano amareggiati che il sultano degli Osmani facesse loro concorrenza nel mantenimento dei luoghi santi e nelle cure per i pellegrini della Mecca, fin da principio considerati come un privilegio del più potente sovrano islamita.

Il governo bellicoso di Bâjezid aveva poi permesso ai Mammalucchi di estendere la loro potenza non solo sull'Armenia minore ma anche sulla Cilicia.
In questa regione scoppiò il conflitto a proposito del principato turcomanno di Sulkadr, indipendente di nome ma in realtà del tutto dipendente dall'Egitto. Avendolo Selim occupato (1515) e venendo a urtare gli interessi dei Mammalucchi mediante l'infeudamento di vari principi minori, la guerra scoppiò.
Il vecchio sultano Kânssû-Ghauri mosse in persona contro gli Osmani, che già nell'estate del 1516 avevano invaso la Siria. Gli Egiziani furono sconfitti presso Aleppo (24 agosto) e il loro duce morì mentre fuggiva; tutta la Siria era in potere del vincitore, che il 12 ottobre entrava in Damasco.
Selim era all'inizio disposto a lasciare ai Mammalucchi il possesso dell'Egitto, purché lo riconoscessero come sovrano, e colla menzione del suo nome nelle preghiere e coniandolo sulle monete. Essendosi rifiutato il nuovo sultano Tûmânbeg, egli lo assalì nel suo proprio paese.

Il 21 gennaio compariva già davanti al Cairo e il giorno seguente infliggeva ai Mammalucchi una sanguinosa sconfitta. Però la capitale cadde in potere degli Osmani solo dopo che la battaglia ebbe infuriato nelle vie. Tûmân si era rifugiato nel territorio del Delta; ma tradito e consegnato ai nemici, il 13 agosto 1517 fu strangolato al Cairo.

Fra i prigionieri della capitale Selîm trovò anche l'ultimo rampollo dei califfi abbâssidi, ai cui discendenti i Mammalucchi, a legittimare la loro signoria, avevano, dal 1261 in poi, lasciato un'ombra di regalità; da lui si fece trasmettere il califfato e con esso almeno il dominio spirituale su tutti i seguaci ortodossi dell'Islâm. In tale qualità prese anche in custodia le chiavi della Ka'ba.

Però l'Egitto non fu mai strettamente unito all'impero osmano. I bey dei mammalucchi, sostenuti dai loro ricchi possessi fondiari, seppero in breve tempo riacquistare tanta influenza politica, che il governatore del sultane dovette accontentarsi solo della riscossione del tributo.

Tornato Selîm ad Adrianopoli (1518), cominciò ad effettuare i progetti di conquista dell'Occidente armandosi contro i Sangiovanniti di Rodi. Ma la peste, dalla quale cercava scampo, lo uccise mentre si recava da Istambul a Adrianopoli (21 settembre 1520).

Suo figlio SULAIMAN (in turco, italianizzato SOLIMANO) poté salire al trono senza contrasti. Rimasto nell'ombra da principe ereditario, per la sfiducia del padre tutto intento ai suoi propri successi, solo ora ebbe modo di sviluppare le sue preziose qualità. Per prima cosa affrontò il compito più importante lasciatogli dai suoi antenati: la sicurezza dei confini settentrionali.
Dal 1516 regnava in Ungheria il minorenne Lodovico e i Magiari, tutti intenti alle lotte interne, difendevano così male i confini, che gli Osmani, guidati dal sultano, poterono espugnare Belgrado (1521).

Dopo questo successo, Sulaimân interruppe la campagna del settentrione per compiere l'ultimo disegno di suo padre, la conquista di Rodi, donde, a vergogna del nome osmano, i Sangiovanniti continuavano nella loro attività di corsari.

L'assedio della fortezza fu iniziato sul finire del luglio del 1522; solo il 22 dicembre, dopo terribili perdite da ambo le parti, il Gran Maestro dell'Ordine capitolò, con i seguenti patti: libera uscita di tutti i cavalieri, sicurezza delle persone e dei beni, esenzione dalle tasse, per cinque anni, per la popolazione cristiana dell'isola. I disegni di Sulaimân contro il suo vicino settentrionale trovarono ottimo impulso nella politica francese ostile alla casa di Absburgo. Si svolsero allora quelle relazioni amichevoli fra la corte di Parigi e di Istambul, che per secoli assicurarono ai Francesi il primo posto tra le grandi potenze nella politica orientale.

Nel 1526 Sulaimân riprese la guerra contro i Magiari. Nella disgraziata battaglia di Mohâcs (29 agosto) perì il loro re, l'appena ventenne Lodovico, insieme ai migliori guerrieri. Agognavano la sua corona Ferdinando d'Austria e il voivoda Giovanni Zapolya di Transilvania. Sulaimân prese le parti di quest'ultimo, ed espugnata Buda (1529), ve Io fece incoronare.
Si spinse quindi fin sotto Vienna, ma il 15 ottobre dovette togliere l'assedio per mancanza di vettovaglie. Né più fortunata fu la campagna del 1532; immobilizzato per tutto l'agosto dalla piccola fortezza ungherese di Guns, dovette accontentarsi di saccheggiare il paese; ma gli rese la pariglia la flotta dell'imperatore Carlo, combattente con successo, sotto il comando dell'ammiraglio genovese Andrea Doria, lungo le coste della Morea.

L'anno successivo Sulaimân acconsentì a trattative di pace, in seguito alle quali le due parti riconobbero reciprocamente i loro attuali possedimenti. Gli affari dell'Asia esigevano l'attenzione del sultano.

Fin dal 1524 regnava in Persia Tahmâsp, figlio di Ismâ'îl; al pari del padre, egli non aveva tenuto conto delle pretese del sultano al califfato. Il pretesto di aprire la guerra contro la Persia fu offerto a Sulaimân dal fatto che il governatore di Bagdad, passato dalla sua parte, era stato poi di nuovo sottomesso dal re persiano. Sconfitto lo shâch da uno dei generali turchi, Sulaimân poté entrare nella capitale Tebriz (estate del 1534) e quindi impossessarsi di Bagdad senza colpo ferire. Riordinati gli affari di queste province di confine, che intendeva conservarsi, tornò a Istambul sul principio del 1536.
Qui si occupò con molta cura della marina, per riparare ai danni dell'ultima guerra. In tale opera si servì del corsaro Chairaddin Barbarossa, che aveva conquistato Algeri per incarico del principe di Tunisi, ponendosi poi sotto la protezione del sultano. Come Begler-beg del mare ("signore dei signori" qui ammiraglioa) espugnò nel 1534 anche Tunisi, che però gli fu ripresa l'anno dopo da Carlo V.
Sollecitato da Barbarossa, Sulaimân dichiarò guerra ai Veneziani (1537), i quali in tre anni perdettero tutti i loro possedimenti nell'Egeo, eccetto Creta, Tino e Mykonos.

Morto nel 1543 Giovanni Zapolya, Sulaimân rientrò in Ungheria per impedire che Ferdinando fosse riconosciuto re. Il 2 settembre entrava in Buda; la chiesa principale della città fu ridotta a moschea e l'amministrazione provinciale osmana introdotta in Ungheria. Espugnate ancora Gran ed Albareale, concluse nuovamente la pace con Ferdinando (1547), per cinque anni.

All'apice della potenza, Sulaimân cominciò nel 1550 la costruzione di una splendida moschea, uno dei più bei monumenti dell'architettura osmana, e che doveva offuscare Aghia Sophia stessa. Assegnò a tale scopo un vasto terreno a nord del vecchio Serraglio e mise a diposizione dell'architetto varie vecchie chiese nonché materiale antico. Anche in questa il vestibolo fu trattato con maggior magnificenza: insigne soprattutto la grande porta persiana sulla quarta ala nell'asse principale della moschea: agli angoli del vestibolo si innalzarono quattro minareti. L'edificio principale, a tre navate, é coronato da una maestosa cupola sorretta da quattro massicci pilastri quadrati; la cupola é alta cinque metri più di quella di Santa Sofia.
Tutti i muri e pilastri nell'interno della moschea sono intarsiati di marmo variopinto; magnifiche lastre di maiolica persiana adornano la parete posteriore e il Michrâb. Le nove finestre di questa parete furori dipinte a colori accesi dal più celebre decoratore di vetri di quel tempo, Serkosh Ibrâhim. L'architetto Sinân - secondo la sua autobiografia, stampata a Istambul nel 1865 - arruolato sotto Selim I come censuario nel corpo dei giannizzeri, aveva fatto come soldato le campagne di Belgrado, Rodi e Mohâcs e come comandante del genio aveva preso parte all'assedio di Vienna. Dopo un lungo soggiorno a Bagdad, era entrato direttamente al servizio del Serraglio, ottenendovi presto la nomina ad architetto-capo.
Come tale egli spiegò una mirabile attività: 75 grandi e 49 piccole moschee, 49 accademie e 7 scuole di Corano, 17 cucine economiche, 3 ospedali, 7 acquedotti, 7 ponti, 27 palazzi, 18 caravanserragli, 5 tesorerie, 31 stabilimenti di bagni e 18 cappelle sepolcrali furono da lui costruite per incarico del suo imperiale signore.

Ma già si apprestava alla casa di Sulaimân il fato cui, per colpa degli intrighi di harem, quasi nessuno dei sovrani turchi poté sottrarsi: la discordia dei figli. Una favorita di razza russa, Roxolane Churrâm e il genero di lei, il gran visir Rustam, gli misero in sospetto il primogenito Mustafa, il suo beniamino; tanto che lo fece strangolare nella sua tenda a Eregli, durante una spedizione in Persia (1553).
Ma anche tra i figli di Roxolane scoppiò in seguito guerra aperta. Il figlio minore più ingegnoso, Bâjezid, sconfitto presso Konia dal fratello Selim, fuggì in Persia, dove, col consenso dello shâch, fu ucciso dai carnefici del sultano. Al figlio più inetto, Selim, dissoluto ed ubriacone, rimaneva incontrastato il trono.

Anche nella politica estera, la stella di Sulaimân impallidì negli ultimi tempi. Già nel 1551 la guerra era di nuovo scoppiata in Ungheria. Contro gli Osmani lottava sul mari la flotta spagnola, alleata coi Sangiovanniti stabilitisi fin dal 1530 a Malta. Né a Sulaimân riuscì, nonostante tutti gli sforzi, a cacciarli anche di là. In compenso volle affrettare la fine della campagna d'Ungheria, da troppo tempo trascinantisi per le lunghe. Con un potente esercito partì il primo maggio del 1566 da Istambul, già ammalato. Ma non andò oltre Szigeth raggiunta in luglio, che però resistette all'assedio per oltre un mese sotto il comando di Zrinyi. Qui Sulaimân morì nella notte dal 5 al 6 settembre 1566; solo due giorni dopo la fortezza di Szigeth cadde in potere dei giannizzeri.

La storia ha onorato Sulaimân col titolo di "Grande", "Magnifico", il "Legislatore". E veramente egli diede una dimostrazione di una potenza superiore a quella di tutti i suoi antenati ed è tanto più contrastante questa potenza con la decadenza che poi inizia sotto i suoi successori.

La data della sua morte - il 1566
é quindi l'anno più giusto per soffermarsi
sullo sviluppo che era avvenuto nel governo del suo popolo.

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