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64. IL GIAPPONE - IL PAESE - L'ANTICHITA'

Willy Durant nella presentazione della sua poderosa opera Storia delle Civiltà, nel volume dedicato all'Oriente, uscita prima degli anni '40, è di una attualità sconcertante, direi profetica.

"Nell'attuale momento storico mentre la supremazia dell'Europa sta rapidamente volgendo alla fine, mentre l'Asia è turgida di una nuova vita e il tema del ventesimo secolo sembra debba essere il conflitto su ogni cosa tra Oriente e Occidente - il provincialismo delle nostre storie tradizionali, che cominciavano con la Grecia e riassumevano con disinvoltura la storia dell'Asia in pochissime righe, non è piú soltanto un errore accademico, ma può portare a una fatale mancanza di prospettiva e di comprensione.
Il futuro si volge al Pacifico e l'intelligenza deve seguirlo".
"Ma come una mente occidentale potrà comprendere l'Oriente? Otto anni di studio e di viaggi mi hanno ancor più convinto che neppure dedicandovi una intera vita di studio un Occidentale riuscirebbe a penetrare il carattere sottile e il segreto della cultura dell'Oriente".

Eppure Durant non solo aveva capito ma era stato come abbiamo detto anche profeta; quando inizia i suoi capitoli dedicati al Giappone è di una chiaroveggenza incredibile (ricordiamo che siamo prima degli anni '40 e l'Atomica è ancora lontana, e la immediata e straordinaria ripresa industriale nei primi anni '60 lontanissima).

Durand fa il modesto dicendo "l'autore affaticato sia concesso dire con Tai T'ung, che pubblicò nel XIII secolo la sua Storia della scrittura cinese: "Se avessi atteso d'aver raggiunto la perfezione, il mio libro non l'avrei mai finito".
Durant lo portò a termine! e come abbiamo detto fu anche chiaroveggente.

Ecco come lui inizia la storia del Giappone:

"La storia del Giappone è un dramma non ancora concluso di cui si sono rappresentati tre atti.
*** Il primo - esclusi i secoli primitivi e leggendari - è il Giappone classico e buddhista (522-1603 d. C.), rapidamente civilizzato dalla Cina e dalla Corea, raffinato e addolcito dalla religione, e che creò i capolavori storici della letteratura e dell'arte giapponese.
*** Il secondo è il Giappone feudale e pacifico dello shogunato dei Tokugawa (1603-1868), isolato e raccolto in se stesso, che non cerca territori stranieri e commerci con l'estero, che si accontenta dell'agricoltura, fedele alla sua arte e alla sua filosofia.
*** Il terzo atto è il Giappone moderno, che si apre nel 1853 davanti ad una flotta americana, spinto da condizioni interne ed esterne a lanciarsi nel commercio e nell'industria, che combatte guerre per soddisfare il suo irrefrenabile bisogno di espansione, che imita l'avidità e i metodi imperialistici dell'Occidente e minaccia la supremazia della razza bianca e la pace del mondo. In base a tutti i precedenti storici, il prossimo atto dovrà essere la guerra".

"Forse saremmo saggi se studiassimo la loro civiltà con la pazienza di cui essi hanno dato prova studiando la nostra, in modo che quando si verificherà la crisi che deve sfociare o in una guerra o nella comprensione, possiamo essere in grado di comprenderla".

 

Duran come abbiamo letto terminava così. Gli eventi drammatici successivi al '40 li conosciamo tutti, quelli attuali fanno parte oggi della cronaca, quelli futuri del Giappone e della Cina - se non abbiamo ancora "compreso" - sono ancora tutti da scrivere.

Lasciamo ora Durant (che però suggeriamo ai nostri lettori di leggere e approfondire - l'opera poderosa, completa fu stampata in Italia in un edizione della A. Mondadori nel 1956) e ricorriamo invece a un altro storico: O. Nachod, capitolo il "Giappone" in "Storia Universale, Lo sviluppo dell'Umanità".

Se poi qui commettiamo alcuni errori, su fatti, personaggi e date, speriamo che - scrivendoci - specialisti, critici e lettori ci diano la possibilità di apportarvi tutte le correzioni necessarie. Mentre per il cittadino giapponese speriamo sia esso benevolo e giudichi il tutto con cortese indulgenza se riscontrerà queste pagine esageratamente inferiore al nobilissimo argomento trattato: cioè il suo Paese.

Nota: Nei nomi propri giapponesi in molti casi si è posto sc (o sci) in luogo di sh; c (o ci) in luogo di ch; g (o gi in luogo di j; gh in luogo di g davanti a e ed i; u in luogo di w.

Da come vediamo nell'immagine di apertura, il Giappone (in una cartina storica del 1905, all'indomani della fine della guerra Russo-Ipponica) stende ad arco i suoi diversi arcipelaghi, i quali come una ghirlanda incorniciano il continente vastissimo ed elevatissimo dell'Asia, verso il più grande e il più profondo tra i mari, qual'è l'Oceano Pacifico.
Un elemento di questa ghirlanda, il gruppo insulare giapponese, dalla figura così slanciata, fra tutte quelle sinuosità a modo di archi che vediamo sulla carta geografica ci offre la curva più bella; esso inoltre con la sua configurazione svariata e con una ricca struttura si distingue quale una formazione sviluppatissima nel senso dato a questa parola nella geografia comparata.

Come nell'Europa occidentale lo Stato insulare britannico si stende dinanzi al continente, sede della civiltà occidentale, così fa nell'estremo Oriente il lato occidentale dell'arco insulare giapponese rispetto al continente, sede della civiltà asiatica.
La vicinanza fecondatrice dei centri della cultura continentale del centro Asia e dell'India, non poteva mancare di agire sullo svolgimento storico dei due Stati, come la vicinanza dell'oceano proteggeva dai nemici le spiagge opposte.
Il tratto del Mare Cinese Orientale, che separa i due imperi della Cina e del Giappone, non arriva a un'ampiezza di 500 miglia marine fra Nagasaki e Scianghai. Pure è senz'altro evidente che dovette riuscire molto più efficace per i commerci del Giappone l'essere ad esso così vicina la penisola della Corea e questo specialmente negli stadi iniziali della sua evoluzione.

Il lato interno dell'arco insulare giapponese con i mari relativamente poco profondi, che sono ad esso adiacenti, forma uno spiccato contrasto col lato esterno, bagnato da mari profondissimi. Un sollevamento della crosta terrestre di meno di 200 metri nello stretto, nel quale sorge l'isola di Tsuscima, divenuta storicamente così importante dopo la battaglia navale del 1905 (che narreremo più avanti) , basterebbe a stabilirvi una congiunzione terrestre fra la Corea e il Giappone.

Con l'acquisto dei possedimenti, già affittati alla Russia sulla penisola del Liaotung con Porto Arturo,-l'impero insulare giapponese nel 1905 aveva posto piede anche sul continente. Anche a nord da quel tempo in poi il confine non era più formato dallo stretto di La Perouse, angusta e nebbiosa comunicazione fra il Mare di Ochotsk e quello -del Giappone, ma dal parallelo di 50°, che taglia l'inospitale isola affine di Sachalin (in giapponese Karafuto). Per mezzo del contrafforte, formato a nord-ovest dal sottile arcipelago delle Curili, il Giappone toccava quasi la punta meridionale del Kamsciatka e si avvicinava all'arco insulare delle Aleutine, che pare stendergli la mano dal continente americano e che forse per le trasmigrazioni dei tempi preistorici è stato di grande importanza.

A oriente poi il Giappone in tutta la sua lunghezza si stende lungo il bacino del Pacifico settentrionale (seguendo il 40° p.) un vero e proprio deserto d'acqua atto a separare tra loro i popoli, che fino alle coste opposte della California non è animato nemmeno da una sola isola, mentre raggiunge un'estensione di 8000 km. in cifre rotonde e presenta quasi le depressioni più profonde (8500 m.) della superficie terrestre.
Anche la sua costa meridionale il Giappone la rivolge al Grande Oceano; le lontane isole dell'Arcipelago delle Bonin (in giapponese Ogasauara giura) a sud-est si avvicinano alle Marianne e il contrafforte, formato dall'arco delle Ryukyu con Formosa (in giapponese Taiwan - questo a partire dal 1895 - oggi Repubblica staccata ritornata alla Cina), si avvicina a sud ovest alle Filippine.

Per la sua area il «Dai Nihon » (anche « Nippon ») cioè Grande Giappone, senza l'accrescimento del 1905 (Karafuto e Kuantungi) e della Manciuria e Corea nel 1910 dopo essere uscito vincitore dal conflitto con i russi) corrispondeva quasi al territorio della Confederazione della Germania del Nord, con una superficie pari a 410.000 kmq.

Dopo la fine della Seconda guerra mondiale, il Giappone ha perso le isole Bonin, Ryukyu, oltre il dominio sulla Corea e sulla Manciuria. In sostanza il Giappone si è ridotto alle quattro isole principali con una superficie di 373.000 km. quadrati - con oggi circa 130 milioni di abitanti)

L'arcipelago molto disgregato (119°-156° long. ov. da Greenwich) si estendeva da sud-ovest a nord est per circa un terzo di tutta la latitudine dell'emisfero settentrionale (22° 51" lat. sett.). Anche nei luoghi dov'è più largo, la linea più breve tra il lato interno e quello esterno dell'arco insulare può raggiungere appena la lunghezza di 300 a 400 km.

Per il periodo storico possiamo però considerare soltanto un territorio molto più limitato (vedi cartina sopra), meglio connesso nelle sue parti (fra 30° e 46° di lat. sett. e 123 e 146° di long. ov. da Greenwick), la cui latitudine geografica corrisponde a quella dei paesi costieri del Mediterraneo, annoverati dai tempi più antichi fra i più belli, i piú ricchi e i più rilevanti del mondo.

Questo Giappone proprio è costituito da quattro isole maggiori, oltre ad un'infinità di isole piccole e di isolotti aggregati ad esse. Ne occupa in mezzo la maggiore e la più importante, chiamata felicemente dai Giapponesi «Hondo» od «Honshu» (terra o isola principale), dagli stranieri poi spesso denominata erroneamente «Nihon» (o Nippon), che é sempre stato il nome dell'intero impero.

A mezzogiorno di Hondo e da essa separata da un mare interno a buon diritto celebre per le sue bellezze naturali, é situata la più piccola delle quattro isole Shikoku, e a sud-ovest l'isola Kyushu, a coste frastagliate, rivolta verso la costa cinese, importante per i suoi commerci; Yezo (o Hokkaido) infine nell'estremo nord, nonostante la maggiore estensione appare poco rilevante e soltanto tardi nella storia.
Per la configurazione della sua superficie l'impero insulare appare distintamente come un paese montuoso; nemmeno la sesta parte di tutta la sua area poté nel Giappone propriamente detto essere resa adatta ad una coltura agricola (appena un 12%) . Un avvicendarsi continuo di monti e di valli caratterizza il suo ameno paesaggio, che presenta soltanto poche pianure di qualche importanza. La catena principale del Giappone, appartenente al sistema sinico, diretta da sud ovest a nord est, forma un gruppo di montagne a pieghe, costituito da un arco settentrionale ed uno meridionale, separati da un avvallamento lungo 200 km. Rispetto alle coste per lo più favorevoli al traffico, nonostante parecchi scogli scoscesi, vi sono nell'interno regioni di accesso piú difficile, con montagne spesso frastagliate, sebbene in genere le alture del suolo sotto l'influenza dell'erosione meteorica siano sempre amene, e anzi spesso altamente pittoresche; esse per lo più non s'innalzano sopra i 2000 m. e
poche soltanto oltrepassano i 3000 m.
La vetta più alta nel Giappone proprio, è il cono vulcanico del Fugi (Fuji-Yama), che si eleva maestosamente a 3776 m. con la sommità per lo più coperta di neve. È un sacro simbolo del Giappone;
considerato l'antica sede degli dei, suggerisce ancora oggi con la sua altezza e il bianco immacolato della neve sulla vetta, un'immagine di purezza, il ricordo di un mondo incontaminato dalle miserie umane. Espressione del Giappone, antico e immutabile nel tempo. E' anche oggi la meta di migliaia di pellegrini di ambo i sessi, che vi si recano ogni anno pieni di devozione da ogni parte dell'impero, ed essendo spesso rappresentato sopra oggetti di arte perfino industriale oggi è conosciuto ormai in tutto il mondo, è ormai il simbolo stesso del Giappone.

Un tratto spiccato del sistema montuoso del Giappone ci é offerto dal gran numero di vulcani, ce ne sono più di un centinaio spenti, ma una decina con crateri in attività attestano che i movimenti orogenetici non hanno ancora raggiunto la fase di equilibrio. Da tutto questo deriva anche la frequenza delle scosse sismiche, ogni giorno in media se ne registrano 4-5 leggere. I terremoti sono dunque di casa in Giappone, anche se ogni tanto i fenomeni assumono proporzioni disastroese. Tristemente famoso il terremoto del 1923 dal quale Tokyo fu quasi completamente rasa al suolo. Mentre l'ultima eruzione del Fugi avvenne nel 1717.
Alla frequenza dei terremoti corrisponde anche la frequenza di maremoti, talora anche più disastrosi dei primi, che minacciano continuamente l'opera della mano dell'uomo. Il contrasto fra il paese ameno e fertile e lo spavento dei frequenti fenomeni naturali distruttori si riflette nella tendenza duplice e contraddittoria del carattere popolare, nel quale un umore gaio e uno sregolato godimento della vita pare accoppiarsi nel modo più intimo la gravità solenne e il singolare sprezzo del pericolo.

Per quanto ricche di acque le isole giapponesi, essendo tuttavia troppo strette perché vi si formino grandi correnti fluviali, sono discretamente povere di fiumi. Quasi soltanto nei territori vicini alla costa i ruscelli, che rumoreggiano scendendo dai monti in molte e graziose cascate, raggiungono una qualche importanza. Un po' più diffusi a Yezo (is. di Hokkaido). Anche i numerosi laghi, disseminati sui monti e tra le foreste, non hanno molta importanza sotto questo aspetto, ne hanno invece per la loro pittoresca bellezza, come, p. e., l'ameno lago Hakioji al piede del Fugi. Ricopre una maggior superficie soltanto il lago Biwa, che come ampiezza eguaglia circa quello di Ginevra ed è situato abbastanza favorevolmente in mezzo all'isola principale, in vicinanza della penisola Yamato, la quale fu principale teatro di avvenimenti storici rilevanti e si protende assai a mezzogiorno nell'oceano.
Le sue rive, più volte illustrate dalla leggenda e dalla poesia ed anche amene, non sono però mai divenute il centro più importante dello Stato e della popolazione, sebbene a poche ore di distanza da essa sia stata fondata nell'anno 794 Kyoto, allora nuova capitale.

In quanto all'articolazione delle coste, che tanto influsso esercita sulla colonizzazione e sul traffico, il Giappone è dotato di un'abbondanza e di una varietà di insenature, di fiordi, di scogliere, di isole litorali e di penisole, che gli concede una linea di costa di straordinaria lunghezza - 27.646 km. per le quattro isole principali. Questo vantaggio diviene poi più rilevante, in quanto per la piccola larghezza dell'arco insulare é più facile raggiungere la costa da tutti i punti dell'interno del paese. Di questo vantaggio veramente la metà a nord est dell'impero gode in misura molto minore che non quella a sud-ovest, la quale infatti (anche perchè ha più zone pianeggianti) rappresenta il centro di gravità dell'intera evoluzione storica. Oggi industriale, turistica e non ultima l'industria navale mirata alla pesca; che è diventata così imponente che non esiste mare al mondo dove non sia presente una flottiglia di navi-fattorie giapponesi, dotate dei mezzi tecnici più moderni per l'immediata lavorazione, conservazione, refrigerazione del pescato. Ma anche la costruzione di altre navi e soprattutto le superpetroliere, danno ai cantieri navali un prestigioso primato, quasi il 50% di tutta la produzione navale del mondo.

Il clima, che d'inverno non é del tutto libero da geli e d'estate è quasi tropicale, è umidissimo; anche a prescindere dalle differenze, determinate dalla grande estensione della zona in latitudine, e limitandosi alle isole di Hondo, Kiushu e Shikoku, che formano il vero nucleo storico dell'impero, il clima offre notevoli contrasti con quello dei paesi costieri del Mediterraneo, situati ad uguale latitudine, fenomeno fondato sull'effetto considerevole della direzione dei venti e delle correnti marine.
Nell'inverno dominano per lo più venti forti ed asciutti di nord e di nord ovest, provenienti dall'interno delle terre, nell'estate venti di mare caldi ed umidi di sud e di sud-ovest. Vento apportatore di piogge é soprattutto il monsone di sud ovest. Troppo spesso tra i venti prendono una piega pericolosissima i cicloni, conosciuti e temuti già dai Portoghesi nel secolo XVI sotto il nome corrente di tifoni (taifun), sulla provenienza del quale molto si é discusso; di quando in quando essi cagionano devastazioni spaventose sulla terra e sul mare.

Non meno importanti per le proprietà del clima, ma in senso favorevole, si dimostrano le correnti marine. Alla corrente marina calda, detta Kuroscíuo (corrente nera) per la sua colorazione cupa, il Giappone é debitore della fisionomia del suo paesaggio, che ricorda anche nelle latitudini medie quella dei tropici. Questa «corrente del Golfo» dell'Oceano Pacifico, diretta verso il nord, è importante anche per la difficile questione dell'origine delle stirpi, collegata con la colonizzazione antica del Giappone. Una corrente polare fredda, l'Oyasciuo, si fa sentire principalmente sull'aspra costa orientale di Yezo (is. di Hokkaido).
Fa riscontro nel paesaggio giapponese ai numerosi vulcani la frequenza di sorgenti calde, di fumarole, di solfatare. In diversi luoghi dell'impero si trasse profitto anche nell'antichità dei loro effetti salutiferi, come anche oggi il bagno giornaliero e molto caldo forma una specialità caratteristica della vita popolare giapponese.

Anche nel mondo delle piante le condizioni climatiche così caratteristiche del Giappone determinano fenomeni sorprendenti. Qui si avvera il sogno cantato dall'Heine con tanta ricchezza di sentimento dell'abete solitario, acceso dal desiderio di una palma lontana, e vicino il pino settentrionale prospera anche il bambù e il leccio. Fra le numerose conifere spicca la magnifica crittomeria, il tipico ornamento dei boschetti dei templi. Rispetto alla fioritura dei ciliegi e dei susini, come allo splendore dei fiori delle glicinie, delle azalee e dei crisantemi il Giappone é certo senza rivali.
Più significanti per la prosperità economica-agricola del paese sono il riso (4° posto nel mondo, che occupa quasi la metà del suolo coltivato), che é l'alimento molto più importante degli altri cereali, poi il té, infine il gelso che però ultimamente ha perso terreno per la diffusione delle fibre sintetiche.


Il regno animale è rappresentato copiosamente in specie da abitatori delle acque, che mostrano spesso forme e colori meravigliosi; data l'importanza della pesca, nelle antichissime preghiere rituali («Norito») hanno una parte notevolissima gli «esseri a larghe pinne e quelli a pinne strette». Degli animali domestici sono rappresentati il cavallo, il bue, il maiale, il cane, il gatto, il pollo, ecc. La volpe rappresenta una parte importante nelle superstizioni dell'anima popolare (è la protettrice delle risaie). Di animali selvatici sono ancora da menzionare la lepre, il cervo, il cinghiale e l'orso, in alcuni distretti si aggirano branchi di scimmie; non mancano nemmeno serpenti, per lo più non velenosi. Il mondo degli uccelli ha un aspetto molto svariato; la rappresentazione fedele di uno stormo di fagiani, di oche selvatiche e di aironi, così spesso cantati anche dai poeti, è uno dei soggetti preferiti dall'arte, Fra gli animali più importanti sono da annoverare i bachi da seta, introdotti probabilmente circa 1500 anni or sono. Ma come già detto sopra, da anni in forte calo per la concorrenza delle fibre sintetiche.

Notiamo inoltre nel mondo, degli insetti farfalle superbamente splendenti e fino a non molti anni fa largamente diffuse erano le zanzare, che sono state un tempo una vera e propria piaga del paese (come in tutti i paesi dove esistono acque stagnanti, lagune, ecc.)

Non abbiamo qui parlato dell'industria, che ha avuto negli ultimi cinquant'anni una affermazione incredibile. All'inizio successi nel campo siderurgico, nella metallugia, nell'industria automobilistica, in quella delle macchine utensili e dell'elettromeccanica. Poi dagli anni '70 in poi i prodigiosi passi fatti nel campo dell'elettronica, nell'ottica, negli strumenti di precisione, nelle telecomunicazioni.
E se consideriamo che è un paese quasi del tutto privo di materie prime il risultato appare non solo prodigioso ma quasi incredibile . Ma il segreto di tutto questo non è poi tanto segreto se conosciamo meglio la cultura di un popolo. L'immagine del giapponese che lavora con alacrità come una formica anche se è un luogo comune che appartiene a un passato e anche a una realtà piuttosto recente, è tuttavia una immagine che rappresenta ancora oggi una buona parte di verità ed è la chiave per comprendere un successo non altrimenti spiegabile. Consideriamo innanzitutto che il Giappone non è solo Tokyo (con oltre 10 milioni di abitanti), la progredita metropoli, occidentalizzata, americanizzata, impasto di civiltà moderna consumistica e edonistica.

Oltre una buona parte anche all'interno della grande metropoli, tutto il resto del Paese, le città e i centri minori sono ancorati alla secolari tradizioni, hanno un attaccamento ai valori del passato, ritenuti ancora validi e insostituibili; hanno una filosofia morale e un costume nazionale profondamente sentito. Inoltre hanno esigenze di vita infinitamente più modeste delle nostre. La parsimonia (intesa come moderazione), l'avversione per il superfluo, lasciano spazio al gusto della vita semplice, alle raffinatezze della stessa (intesa come godimento della vita).

Se il paesaggio in ogni luogo è già spettacolare, l'ambiente è reso ancor più suggestivo dall'amore che i Giapponesi hanno per la natura: così giardini, parchi, aiuole, fiori e alberi fioriti sono dovunque coltivati con cura sapiente, perchè la natura con il suo verde riposante e con la policromia di mille fiori, è una esigenza dello spirito giapponese e non viene mai trascurata, neppure nelle grigie e fumose città industriali. La fioritura degli alberi, che segna il risveglio della primavera, è celebrata con feste particolari. (che solo da pochi decenni anche l'occidente ha cominciato a imitare; prima e per secoli, l'amore per le piante, gli animali (ma così anche l'arte, la musica, la scienza, la cura del corpo ecc. ecc.) era considerato tutto "paganesimo", peccaminosa "idolatria", l'epicureismo (piacere della vita) "edonismo".
Il Cristianesimo insomma non voleva concorrenti !!! I cani venivano trattati da cani, i fiori si falciavano per i ruminanti, la scienza era eresia, l'arte paganesimo; e l'uomo anch'esso sempre in peccato fin dalla nascita, e se deviava da quella "civilta" del "terrore" finiva sul rogo, o - vedi la storia - faceva la fine degli albigesi, dei catari, degli ugonotti ecc. ecc.)

Piacere delle vita è anche la semplice bevanda del The. Forse l'atto di bere questa famosa bevanda è legato a una questione scaramantica di vita e di morte, e divenne un rito, sempre più; sentito anche interiormente con grande partecipazione dei convitati.
L'uso di bere questa bevanda nasce in Cina e si estese ben presto in Giappone. Il paese molte volte era percorso da drammatiche epidemie tifoidee, che gli annali cinesi riportano meticolosamente in quale zone si erano verificate e quante erano state le vittime. La medicina in Cina da secoli era già abilmente praticata, e i medici dovevano aver scoperto (2000 anni prima di Pasteur) che uno dei maggior responsabile della diffusione del morbo pestifero erano le acque contaminate da piccoli microrganismi; ma avevano anche scoperto che bollendo l'acqua essa tornava ad essere potabile senza altra conseguenza per l'organismo. Ovviamente la prevenzione ben presto si diffuse, o forse fu severamente imposta a tutti i cittadini e soprattutto anche ai contadini, perchè questi allora erano importanti, la maggior parte di loro lavoravano nell'agricoltura per gli ammassi statali, ed erano i più esposti. Ma bere acqua bollita non era molto piacevole, qualcuno volle renderla gradevole e l'unico modo era quello di fare un infuso con uno dei tanti vegetali. Chissà dopo quante prove e quante varietà, furono scelte le foglie di una pianta orginiaria di Assam, il cui nome scientifico è "Camellia sinensis" o "Thea sinensis", che ha foglie ricche di "teina" (eccitante simile alla caffeina), tannino, sostanze aromatiche, e che essiccate e poi usate nel preparare un infuso forniscono la famosa bevanda: il The.
Come abbiamo detto all'inizio, forse l'atto del bere il The, essendo legato a una questione scaramantica (ma in effetti era piuttosto realistica) di vita e di morte, divenne un rito, sempre più sentito anche interiormente con grande partecipazione dei convitati. La salute insomma proiettata in una bevanda. E il rito divenne ben presto un'arte rituale, perfino meticolosissima; e la coltivazione intensiva pure.


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Fatta questa brevissima presentazione del Paese
(non certo completa, ma basta al lettore un buon Atlante per approfondire)
andiamo a conoscere il popolo giapponese


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