HOME PAGE
CRONOLOGIA
DA 20 MILIARDI
ALL' 1 A.C.
DALL'1 D.C. AL 2000
ANNO X ANNO
PERIODI STORICI
E TEMATICI
PERSONAGGI
E PAESI

52. INIZIO DELL'EPOCA NUOVA (MODERNA)


I commerci e la navigazione danno impulso ai cantieri navali.
(da un antico foglio fatto di stracci, lungo 6 metri alto 40 cm.
l'originale lo possiede l'autore di " Cronologia" )

L'anno 907, diede inizio veramente a un'epoca nuova! La dinastia Tang viene abbattuta, il grande impero cinese spezzato per non più risorgere come cinese, e col piede pesante della signoria straniera sul collo; appassito, disseccato ogni fiore di cultura, e una rigidezza invernale, che grava come piombo là, dove vi era poco prima una ridente primavera.
Così sorge l'epoca moderna e si presenta come un tutto con questi lineamenti principali; é l'epoca bizantina della Cina, se quella degli Han ne fu l'alessandrina e quella dei Tang l'augustea; è l'epoca del pieno irrigidimento del mondo cinese.

Ma come il mondo barbaro ha contribuito non poco a produrre questo irrigidimento, doveva lo stesso essere chiamato pure a mitigarlo ed anzi a rimuoverlo. Poiché esso appunto ha di nuovo introdotto nel paese la civilta straniera, esso sarà pure destinato a rompere l'incantesimo, a ridestare la vecchiezza ad una nuova gioventù e l'età nuova ad una nuova vita.

Perciò quello che deve apparire come l'ultimo atto, la catastrofe del gran dramma dell'evoluzione cinese, se gli diamo come tema soltanto l'antica lotta di civiltà fra il Settentrione e il Mezzogiorno, é soltanto una sua relativa complicazione, perchè ha il suo soggetto un fine superiore e d'importanza mondiale, cioè la tendenza verso l'unità di due incivilimenti, così lontani e così stranieri fra loro quanto la grandezza della terra lo consente.

Anche quest'atto è preceduto dall'antica sinfonia di appelli di trombe guerresche e di grida di stragi: un impero che cade ed é smembrato - l'impero dei Tang - mentre i suoi brandelli sono tirati qua e là nelle guerre civili.
Nel breve intervallo di meno di 80 anni (901-979) cinque dinastie e dieci piccoli regni sorti che sprofondano rapidamente, con principi discendenti dai Turchi su due dei loro troni, inoltre il Nord, compreso il bacino del Tarim, preda di nomadi Tungusi, dei Khitan (Khitai, da cui il nostro nome medioevale Catai e quello russo della Cina), che talora mandano ambasciatori alla dinastia cinese - tutto questo fa l'effetto di un intermezzo con l'epoca precedente.

Nonostante questo e forse proprio per questo il Nord e il Nord-ovest non saranno ora più liberi dal giogo e la chiave del commercio estero rimane in mano ai cosiddetti Barbari. Certo il rimanente territorio nel 960 (979) è di nuovo riunito sotto lo scettro degli energici Sung, così felicemente che la consapevolezza del proprio valore sa ispirare ancora una volta nuova vita nella politica, nella poesia e in ispecie nella pittura, principalmente di paesaggio; però é un impero nazionale, e non più d'importanza mondiale, né dura a lungo, poiché l'assalto degli Ju chen, affini ai Manciù, che (nel 1115) ha spazzato via i Khitan verso l'Asia centrale, respinge la potenza cinese fino ai confini naturali della Cina meridionale; il cuore dell'impero, la Cina propria, é ora per centocinquanta anni un possedimento barbaro e la Cina, ristretta come non era mai stata da lungo tempo, é limitata del tutto al Sud. E qui, poi in questo esilio, si é vigorosamente raccolta in se stessa e nello stesso Mezzogiorno ha soggiogato il Mezzogiorno.

Questa era in fondo una cosa semplicemente naturale. Poiché allora quando grazie ai Barbari, che dal secolo XI avevano già il monopolio del commercio terrestre da ponente a levante, fu quasi esaurita l'inondazione perturbatrice d'idee straniere e vi fu capacità sufficiente di riaversi in uno spazio umilmente angusto, allora si poté scorgere molto chiaramente come fosse generale la rilassatezza dei costumi quale effetto del disordine dei secoli trascorsi e come l'antico stato fosse stato scalzato dal Buddismo dissolvente e in fondo socialistico; allora, e solo allora, si poté invocare energicamente una riforma, che potesse ad un tempo essere uno scudo e un'arma contro i pericoli esterni.

La limitazione geografica esteriore doveva invitare a restringersi anche nel campo intellettuali a quello che vi era di piú domestico; e che questo si poteva trovare solamente nel Confucianesimo non era cosa da porre in dubbio, tenendo conto dell'evoluzione precedente. Ma d'altra parte quanto era stato accolto dal di fuori era già troppo grande e aveva messo troppo saldi radici per poter essere eliminato; inoltre si doveva usare riguardo anche al popolo, che (a quel che pare) da qualche tempo faceva nuovi sforzi per la propria elevazione e che, appunto alla fine del secolo XI, aveva trovato un nuovo difensore con le interessanti proposte di riforma dell'economista Uang (o Wang) Ngan-scih, riguardanti le anticipazioni dello Stato sui raccolti, il nuovo catasto per una piú giusta imposizioni di tributi, il servizio universale nella milizia e la riforma del sistema degli esami sopra una base pratica. Confucianesimo sì, ma non solo quello era necessario.

Si prese improvvisamente una decisioni, si tirò una riga sotto il passato, si sommarono i risultati e si tentò di erigere da tutto ciò un
nuovo sistema sul fondamento di quello antico, cioè Confucianesimo sì, ma nuovo.
Diversi uomini di valore vi si erano provati, ma ancora mancava quello adatto a compiere l'opera e a trasportarla dal salotto da studio in mezzo al popolo. Quest'uomo sorse nel secolo XII in Ciu Hi, l'«Unico», l'«Incomparabile», come lo chiama il Cinese ortodosso; dotato di un ingegno e di un'erudizione straordinaria riuscì a riassumere tutto il sapere, tutta la cultura, tutte le idee morali e politiche del suo tempo in una poderosa sintesi, che si fondava compiutamente sulle idee confuciane, sia pure interpretate e modificate, ed era congiunta inseparabilmente con esse.

Raccolse poi la quintessenza di questo Neo-confucianesimo in uno scritto popolare, la «Dottrina per i giovani», e questa divulgazione, sostenuta dal perfezionamento della stampa e ben presto anche dal potente mezzo di diffusione dell'edizione libraria, ha fatto quanto doveva, imprimendo nel cuore del maggior numero la dottrina del suo autore. La «Dottrina per i giovani» é d'allora in poi rimasta la base dei libri scolastici cinesi.

Con questo fu allora decisa definitivamente la vittoria della cultura della Cina settentrionale. Difatti questo sistema, elaborato e rafforzato ancora dall'opera dei continuatori di Ciu-Hi, ha dominato fino ai nostri giorni in ogni campo e fino nei singoli particolari la scienza, il pensiero e il sentimento cinese.
Nessuna dissertazione, né la relazione più semplice poterono d'allora in poi contare sul plauso generale, se in esse il pensiero e l'espressione non si attenevano strettamente ai modelli classici e se la lingua non era almeno quella del periodo degli Han.
Poiché, sebbene la forma odierna della lingua cominciasse a mettere radici appunto al tempo di Ciu-Hi, e fosse poi da lui stesso adoperata come mezzo per la divulgazione, non conveniva ad una esposizione scientifica e in genere letteraria, non essendo quella dell'antichità.


Lo stesso nella poesia. Essa non dovette da allora in poi esprimere quello che commuoveva il cuore con parole schiette, intelligibili a tutti; dovette invece valersi di quei pensieri, di quelle forme e persino di quelle rime, che sarebbero state adottate nei secoli VII ed VIII.
Così, col variare gradatamente della pronuncia, un rimario, un «Gradus ad Parnassum», divenne l'indispensabile strumento di un poeta, e fu per lui miglior consiglio seguire la massima: «Leggi i 300 canti del tempo dei Tang; soltanto dopo potrai comporre versi».

A dire il vero, non doveva essere un servile imitatore, ma, come dice un poeta più moderno (del resto secondo Cinang-tze), doveva essere piuttosto «simile al pescatore, che si dimentica della rete, quando ha preso il pesce», ossia avere assimilato tanto gli antichi da essere in grado di formare dell'anima loro qualche cosa di nuovo. Quindi imitatore e creatore ad un tempo!
Non troppi ci sono riusciti. Ed anche la più libera delle arti, la pittura, comincia fin d'allora (già nel secolo XI) a divenire schematica, convenzionale, una scienza con formule fisse; nel luogo dell'ispirazione piene la maniera; anche qui, come nella lirica, l'intelligenza ha finto. E quasi così in tutti i campi; tutto assolutamente cerca e trova il suo ideale in quest'epoca. Lo spirito è ora strettamente allacciato in ceppi tormentosi; ciò che non trova alcuna eco nel sistema rimbalza impotente sopra esso.

É questo quello che si chiama l'irrigidimento della Cina. E il nome non è scelto male; - é proprio come nella fiaba tedesca di Rosaspina; tutto é irrigidito appunto nell'atteggiamento, che aveva al tempo dell'incanto, e tutto anche in questo caso è morte apparente, sonno nel quale si è sprofondati.

Come poi fu possibile un'azione simile e così estesa ? Il classicismo francese non basta a darcene la spiegazione. In realtà il paragone appartiene ad un campo diverso. Non si deve dimenticare che per il Cinese l'equivalente della religione, cioè la filosofia, la morale politica e quindi il Confucianesimo sono una specie di sistema religioso.
E Ciu Hi ha non solo solidamente formulato questo sistema religioso, ma forse sotto l'impressione dell'organizzazione buddistica, a cui egli stesso si vuole abbia un tempo appartenuto, lo ha dogmatizzato e in certo modo condotto a compimento come una Chiesa; questa poi per la sua identità con lo Stato e col mezzo potente di una lingua propria si è ben stabilita in modo del tutto speciale.

Se quindi il Confucianismo, come un'altra Muraglia cinese, non lasciava neppure passare facilmente l'aria e la luce; queste dovevano poi essere escluse totalmente dalla cupola di bronzo del dogma. Quale meraviglia quindi che i germogli giovani fossero soffocati e atrofizzati o nella migliore ipotesi pullulassero in bassi cespugli, abbastanza appunto per essere potati secondo angoli rettilinei, come in un giardino di stile rococò ? «La lettera uccide» - questo sarebbe il vero motto per l'epoca moderna cinese.

Questa apoteosi della forma, del campione, offrì un ricco nutrimento anche alla propensione cinese all'esteriorità e al formalismo, alla sua tendenza a prendere e a dare il parere per l'essere, e presso la massa della nazione provocò addirittura la mancanza della genuinità; tuttavia per la sua radice religiosa é una potenza morale indigena, e certo soltanto questo, insieme con la potente concentrazione di forze, da cui essa scaturisce, ha messo la Cina in stato di far fronte alla più violenta delle tempeste che mai l'abbiano colta, l'urto e l'irruzione dei Mongoli.

In una seconda trasmigrazione di popoli, questi al principio del secolo XIII sotto Cinghiz-chan (Gengis Khan - di cui abbiamo già parlato nel capitolo dei mongoli) in moltitudine irresistibile si erano riversati verso occidente attraverso le rovine fumanti di antichissime civiltà; alla morte di Gengis il suo regno si estendeva dal Mar Giallo al Mar Nero e i suoi figli vi aggiunsero sempre nuove conquiste, fra le quali anche il rimanente della Cina, il dominio della dinastia Sung; nel 1299 il suo ultimo rampollo, un fanciullo di otto anni, dall'ultimo palmo del suo regno, una piccola isola nell'estremo mezzogiorno, cadde in mare e la Cina fu tutta in mano dei Barbari.

Però appunto questo popolo selvaggio, distruttore di ogni civiltà, era stato prescelto secondo lo spirito della storia universale a rappresentarlo e ad essere attivissimo intermediario fra l'Occidente e la Cina.
Marco Polo fu il consigliere fidato dell'imperatore cinese, del mongolo Kublai - ecco una dozzina di parole, che equivalgono a un capitolo di storia universale: si può porre dinanzi agli occhi in modo più plastico il ritratto di questa grande epoca?
Nei fatti il gigantesco impero mongolo liberò da ogni ceppo e protesse un commercio mondiale, - l'empire c'est la paix -, col quale non può misurarsi quello del periodo più splendido dei Tang, quando il califfo di Bagdad Harun al Rascid, con una politica che stringeva in pugno, il mondo, mandava quasi nello stesso tempo ambasciatori a Carlo Magno e all'imperatore Teh-tsung; così nessun impero ha raggiunto, almeno fino ad oggi, l'estensione di quello mongolo.

Questo commercio cominciò con relazioni diplomatiche, poiché si voleva invocare contro i Saraceni l'aiuto dell'imperatore mongolo, creduto amico dei cristiani; alle ambasciate del Papa e di San Luigi, con a capo Plano Carpini, Ruysbroek ed altri, seguirono poi i mercanti. Questi Italiani dominavano il commercio terrestre, come quello marittimo.
Dalle loro fattorie sul Mar Nero inviavano verso la Cina carovane, ognuna con merci del valore medio di 30.000 lire; una guida commerciale, compilata nel secolo XIV da Balduzzi Pegolotti per l'intero commercio italiano, dà le spiegazioni più esatte sulle vie, i prezzi, i mezzi di trasporto, le spese di viaggio, i rapporti tra le monete e perfino le mance anche all'interno della Cina.

I Veneziani avevano i loro banchi in Hang-ciou e in Ciuanciou erano stabilite invece le case commerciali genovesi. Questi due empori e Canton erano poi ad un tempo importanti piazze commerciali degli Arabi, che esportavano di là e da altri luoghi il raso di seta (satin dal cantonese sze-tün o dall'arabo zaitun per Ciuanciou?) ed ebbero la parte maggiore nell'esportazione dei primi vasellami «seladon» fino a Mozambico e nel Marocco.
Prendeva le mosse di là il commercio marittimo cinese, che allora, come un tempo nel secolo VI, si spingeva fino nel Mar Rosso ed inoltre ha trasportato la posta ed un numero non insignificante di passeggeri. Secondo una relazione del 1274 le sue navi maggiori erano da 500 a 600 passeggeri e quelle minori, le «fora vento» erano tuttavia adattate a trasportarne 100 e fino 200.

E così i due poli del mondo di quel tempo si scambiavano largamente il loro materiale umano. Ingegneri, astronomi e medici cinesi (questi ultimi celebri per le diagnosi ricavate dal polso) erano occupati nella Persia e nella Mesopotamia oltre ad operai cinesi, specialmente pirotecnici con la loro polvere, ricercati moltissimo in ogni contrada occidentale.
L'Occidente attraverso il «levissimus quisque Gallorum», con la truppa leggera, solita a seguire gli eserciti, mandava in Cina per es. medici lombardi, artefici persiani; Tedeschi, Francesi, Polacchi, Boemi, Ungheresi e Italiani trapiantarono là mestieri europei, fra essi erano probabilmente anche gli artisti, che condussero con sè il segreto dello smalto bizantino a cellette («émail cloisonné») e così chiamarono in vita un fiorente ramo di lavoro.

Principalmente nella nuova capitale, in Pechino, era un brulicare di popoli, più variopinto di quel che non sia oggi, una vita civile, alla quale tutti i popoli davano il loro obolo. Poiché il grande Kublai favoriva senza pregiudizio appunto l'abilità degli Occidentali, e così per es. troviamo l'orefice parigino Guillaume Boucher quale suo preferito gioielliere di corte, un Tedesco che gli costruiva macchine d'assedio e Persiani ed Arabi preposti all'osservatorio astronomico di nuova fondazione, dotato di copie degli strumenti di Kài feng-fu, più vecchi di due secoli.

Relazioni così intime dovevano naturalmente servire da ambo i lati, oltre che a una quantità di suggerimenti minori, anche a grandi, importanti, fondamentali beni della civiltà. Ed infatti si può ora considerare come dimostrato che allora la cognizione della polvere pirica oppure della forza esplosiva del salnitro, la quale diminuendo e abbreviando la guerra ha un valore indiretto non disprezzabile per la civiltà, sia stata portata dalla Cina per mezzo degli Arabi.

Difatti come i Cinesi dell'antichità meno remota facevano già guerra contro i demoni e gli autoctoni coi loro «crackers», - pezzi di bambù fresco lanciati nel fuoco, - così già nel 1232 e nel 1252 si sono difesi con armi da fuoco, fra le altre con la «lancia che sputava fuoco».
Si può un po meno seguire la sua storia,
ma è quasi sicura, l'introduzione dalla Cina in Occidente della stampa per mezzo di lastre incise, dell'arte della stampa dei libri, introduzione avvenuta allora (da non confondere con quella a caratteri mobili molto più tarda, ma che tuttavia in Cina già si utilizzava mettendo insieme varie figure dei loro caratteristici segni pittografici), alla cui importanza addirittura è enorme per l'intero sviluppo della nostra civiltà. L'Occidente dette in cambio il meglio che aveva: le sue religioni.

Nel 1293 un battello cinese per passeggeri condusse in Cina il primo messaggero del cattolicesimo, Giovanni da Montecorvino, il quale a dispetto di tutte le ostilità dei Nestoriani, da tempo presenti prima in Persia e poi in India e quindi in Cina, spiegò con l'aiuto del frate Arnoldo da Colonia una così fertile attività che nel 1307 poté da Roma essere istituito un arcivescovado a Cambaluc (Pechino) e dal 1342 al 1346 vi poté risiedere un legato pontificio.
Fu questo anche il tempo, nel quale l'Islam si stabiliva largamente nella Cina; del resto la tollerante dinastia mongola offrì una sede nel settentrione anche alla forma più recente del Buddismo, cioè al Lamaismo.

Per mezzo di testimoni oculari occidentali si son potute avere informazioni buone e quasi non interrotte sulle condizioni della Cina nell'epoca mongolica. Oltre l'incomparabile opera di Marco Polo, vera miniera per la cognizione dell'Asia orientale di quei tempi, noi possediamo la relazione del viaggio del monaco friulano Oderico da Pordenone (circa nel 1322), che con meraviglia parla dello splendore della Corte imperiale e delle condizioni delle città, brulicanti di una gaia popolazione affaccendata, le quali per molti aspetti ricordano le grandi città moderne; né dimentica anche dei particolari minuti, come i piedi strettamente allacciati delle signore e le unghie lunghe delle dita delle mani; possediamo inoltre la descrizione di Ibn Batuta (un vero globetrotter con centinaia di viaggi dall'Arabia in Cina), che nei suoi dettagliatissimi diari di affari e di cronaca, ci concede di vedere dentro, specialmente in ciò che riguarda il commercio e i mestieri del secolo XIV.
Poiché questo Arabo ha osservato con l'occhio acuto dell'uomo d'affari. Descrive infatti - però non del tutto esattamente - la produzione della porcellana nelle grandi fabbriche, esistenti allora da circa 300 anni e delle quali una (fondata nel 1005) esiste tuttora; egli si meraviglia molto dell'uso di pietre per fare del fuoco, - il carbon fossile, col quale fin d'allora si fabbricava una specie di coke.

Batuta vanta ed esalta il piacere di viaggiare attraverso il paese, che chiama il meglio coltivato di tutto il mondo, e l'assoluta sicurezza che vi si gode; difatti gli alberghi sulle strade maestre sono con tanta cura vigilati da pubblici funzionari, e di notte sono loro a chiudere le porte, dopo aver fatta la lista degli ospiti. Al pari di Marco Polo parla con molta stima dell'assoluta probità dei Cinesi; lo straniero consegna ad un mercante-banchiere o al suo padrone di casa il proprio denaro, perché gli sia tenuto in serbo e questo gli é conservato e messo in conto con la massima scrupolosità.
Riferisce anche intorno alle pie fondazioni, da lui visitate in Canton; qui da tempo in un gran tempio sono annessi uno ospedale per vecchi, per vedove od per orfani e perfino un asilo per ciechi e gli storpi.

Talvolta dalle sue descrizioni si può mettere insieme un intero quadretto. Ordinariamente si crede di averlo dinanzi agli occhi gironzando nel trambusto del gran bazar; e qui considera le merci per es. le fine e indistruttibili scodelle e piatti intrecciati e coperti di lacca rossa - come se ne esportano anche oggi -, e là gli uomini, tutti vestiti di seta perfino il più povero, ma che veramente sono un poco sporchi.
Qui ha occasione di ammirare la straordinaria disposizione naturale dei Cinesi per l'arte e per i mestieri artistici e ha dovuto sperimentare sulla propria persona la loro prontezza nel ritratto, schizzato rapidamente e colto felicemente; difatti quando coi suoi compagni ritorna da una visita al bazar, vede stupito la propria e le loro immagini somiglianti disegnate sulla parete del bazar, dinanzi alla quale sono poco prima passati. Ed aggiunge, che per ordine dell'imperatore si appronta velocemente il ritratto di ogni straniero per poterlo usare all'occorrenza come carta di riconoscimento (una specie di telecamera odierna, che riprende e registra i visitatori onesti e disonesti).

In genere, a quanto pare, si prendevano sempre dei connotati e fin da quei tempi si poneva nel disegno-ritratto anche l'impronta dei polpastrelli delle dita- tutte cose alle quali noi siamo giunti soltanto molto più tardi.

La vita assai animata di quell'epoca notevole ha lasciato di sé un rilevante monumento nella letteratura, il romanzo e il dramma. Come abbiamo visto, quest'ultimo - e così probabilmente anche il romanzo - ha avuto in passato un lungo sviluppo, senza che a noi finora ne sia pervenuto alcuno; ora i drammi compaiono fuori ad un tratto, come Pallade dalla testa di Giove, compiuti e nel loro massimo fiore. Tuttavia - e questo é ben degno di nota - in sostanza sono scritti nel linguaggio usualmente parlato. Certo questo era necessario, se si voleva che fossero intesi da circoli più vasti ; ma appunto il rivolgersi a questi, il sorgere di una letteratura per il popolo, pare a me un sintomo dell'ulteriore innalzamento di questo, pare anzi una protesta contro l'esclusione sua dalla letteratura superiore, forse anche contro l'intero sistema regnante.

Questo aveva lasciato in certo modo sussistere il dramma come una valvola di sicurezza; poi riconoscendo saggiamente che appunto la scena rappresenta nell'educazione del popolo la parte più rilevante, quella di cui si può approfittare con la massima efficacia, le tiene gli occhi addosso con una rigorosa censura; così il dramma e il romanzo sono dettati pienamente nello spirito dei Confucianesimo e sono forse divenuti i più validi strumenti della sua propaganda.
Che sia stato questo che ha tolto vigore al loro fiorire, oppure l'averli sottratti al terreno nutriente, sul quale erano nati, - ad ogni modo svaniscono con la caduta della dinastia mongola, sopravvenuta dopo poche generazioni. La stirpe barbara non aveva retto di fronte a quella civiltà e a quella pienezza di potenza; prodigalità disordinata, sbrigliate bramosie e rozze usurpazioni l'avevano resa ben presto odiosa; le società segrete innalzarono liberamente la bandiera dell'insurrezione e da una serie di feroci lotte uscì vincitore il condottiero della rivolta più grossa tra quelle sorte nella Cina meridionale, nel nuovo baluardo della civiltà cinese.

Egli fondò nel 1358 la dinastia di imperatori nazionali dei MING.
La Cina allora appartenne di nuovo ai Cinesi. Poiché i Mongoli erano stati i patroni degli stranieri, la pubblica opinione si volse anche contro il commercio estero e i Ming poterono tanto meno resisterle, in quanto i torbidi interni e la rinnovata limitazione della Cina entro i suoi confini rendevano malsicuro il commercio con i paesi stranieri; questo cessò quasi del tutto, e la Cina, come una grande ostrica, chiuse ancora una volta il suo guscio.

Tuttavia lo sviluppo della sua cultura non ha languito come se avesse le ali spezzate. Al contrario, il rafforzarsi del sentimento nazionale, la lieta consapevolezza del proprio valore, che lo spirito cinese acquistò in seguito a questa vittoria, produssero l'effetto di spingerlo energicamente ad un grande sforzo in tutti i campi.
Come nelle condizioni simili sotto la dinastia dei Sung, sorse un nuovo e bel periodo di floridezza, soltanto però in quanto lo concesse l'irrigidimento, che appunto da questi avvenimenti fu naturalmente accresciuto di nuovo.
Ma l'arrestarsi non è necessariamente un regresso e l'irrigidimento non è la morte; anch'esso consente un certo sviluppo, che però, come negli alberi potati alla cima, devono mettere mettere nuovi rami produttivi in basso invece di allargarsi inutilmente solo in alto.

L'arte principalmente nella maggior parte dei suoi fruttiferi rami spiegò un'attività serena e feconda. Nel bronzo e nella nefrite, nel lavoro di smalto e nella ceramica furono allora creati dei veri capolavori; un gusto raffinato si unì con l'esecuzione delicata di una perfezionata tecnica. E nella ceramica fu specialmente la porcellana, che poté vantarsi di questo nuovo vigore. Già nel secolo XIII erano comparsi miglioramenti svariati e nuove forme --- per es. il «craquelé», ma soltanto la prima metà del secolo XV fu destinata a svolgere compiutamente la tecnica della porcellana; fu allora apprestata specialmente una sorta di vasi, rimasta insuperata per la purezza della tinta (un azzurro delicato) e per la grazia della forma.
La vivacità della scultura é attestata per es. dal famoso viale con figure di uomini di grandezza più che naturale e di animali, che conduce alle tombe dei Ming presso Pechino; esso fu aperto nei primi venti anni del secolo XV, quando i Ming trasferirono la loro residenza da Nanchino a Pechino per proteggere i confini contro i Mongoli - e poiché sembra essere stata una famiglia bramosa di edificare, anche l'architettura fu da loro intensamente promossa.

Nondimeno questo nuovo vigore della scultura e dell'architettura riguardava piuttosto la quantità delle opere prodotte. Non sorse nessun nuovo stile, nessuna forma nuova di arte; erano sempre i tipi dell'antichità, che ora si ripetevano; specialmente la scultura era rimasta a quel grado raggiunto nei secoli VII ed VIII. Né molto diversamente o piuttosto ancora peggio andavano le cose per la pittura. Se da principio dimostra anche un mediocre miglioramento del gusto e della tecnica, si trovano però già gl'indizi dell'inizio di una decadenza. I suoi ultimi capolavori compaiono nel secolo XV, sono certo di buona composizione e mostrano un fino sentimento dei colori, ma è scomparsa ogni originalità e ogni grandezza. Verso la fine del secolo XV comincia poi una manifesta decadenza già inaugurata dal secolo XIII.

Anche i poeti sanno dirci poco di nuovo. In questo periodo i componimenti poetici sono certamente molti, ma quelli che sono qualche cosa di più di una prova d'esame, mostrano tuttavia sotto un belletto vario i lineamenti noti da tanto tempo del periodo dei Tang; come la pittura da ora in poi dà sempre maggior peso alla finitezza nel piccolo e nel singolo, all'esattezza dei particolari, alle vite stilizzate ed alle figurine di genere finemente eseguite, così lo stesso possiamo ora osservare anche nella poesie.
Per la materia e le finezze delle forma essa si volge al minuto e ci offre poi all'occasione veri oggetti d'arte da gabinetto, - che ci ricordano nell'accuratezze e finezza dell'esecuzione i leggiadri lavori cinesi d'intaglio; - sono canzonette, nelle quali si accoppiano l'antico e fino buon gusto cinese dell'osservazione della natura con le propensione pure antica per i particolari, per la miniatura, propensione fondata su tutto il carattere cinese e che quindi si può rintracciare in ogni campo dell'arte.

Ma le une e le altre cose cominciano ad essere sviluppate al massimo grado ed é questo che si può interpretare come uno sviluppo in estensione. Nella pitture, nella sculture e nella lirica l'arte si sparpaglia in una produzione per rigattieri. Analogamente anche il dramma perde la sua compatta unità, e nella letterature erudite trionfa ora l'enciclopedismo, la compilazione per mezzo di lavoro in blocco, quale si mostra nel modo più evidente con le gigantesca enciclopedie Yung-lo-te-tien, composte nel 1404 - 1407 coi suoi 23.000 volumi e 2000 collaboratori.
Nessuna notizia dell'Occidente risuona più dentro il nostro orecchio, sebbene il commercio non fosse del tutto cessato, poiché perfino un nuovo colore cinese del secolo XV per la porcellana é chiamato «azzurro arabico » e Nicolò Conti, il quale deve avere allora visitato di persona il paese, ne pone la cortesia e la civiltà a pari con quella italiana ; e così pure in Europa una luce crepuscolare si diffondeva sulla cognizione della lontana Serica, perché troppo scarse e quasi sempre per via indiretta venivano le notizie di là, che poi a poco a poco perdevano i loro contorni e la loro realtà.

L'Europa e la Cina a quest'epoca erano più separate che due secoli prima, erano divenute l'una per l'altra una leggenda.
Ma dalle due parti agivano già silenziosamente le forze, che dovevano ristabilire la connessione perduta e rafforzarla per sempre. E' certo in Occidente vi erano appunto degli incitamenti partiti dall'Asia Orientale. Poiché proprio in questo interregno commerciale la Cina ha esercitato indirettamente sull'Europa un'influenza grande e decisiva: così col mitigare i colori accesi dei tappeti persiani, i cui ornamenti tanto chiaramente accennano a modelli cinesi, ha rianimato il diletto che viene dai colori e nelle scuole fiamminga e italiana ha prodotto addirittura una rivoluzione della pittura, come con la sua porcellana, introdotta nei paesi più vicini dell'Oriente ha fatto sorgere non solo una nuova tecnica delle maioliche, ma anche una nuova arte di adornarle.

Inoltre con la stampa dei libri ha cooperato a produrre quel vigoroso slancio del secolo XV, che non poco contribuì alla espansione mondiale europea; l'ardito viaggio di Colombo nacque direttamente dall'aspirazione a trovare una via più breve verso i ricchi paesi di Marco Polo, il Catai e il Cipangu (Giappone).
Egli mori nella credenza di avere scoperto la sponda orientale dell'Asia, e questa credenza era allora generale ed ha durato ancora lungo tempo dopo la sua morte. Al suo viaggio e incoraggiati da esso, seguirono poi, rapidamente succedendosi, gli altri, e nel 1514 il primo bastimento europeo, uno portoghese, approdò in un porto della Cina.
Dopo questo l'Europa vi aveva per sempre messo piede saldamente.

Ma anche là si era intanto preparato il crollo, che doveva farvi prosperare l'influenza e il commercio degli Occidentali. Anche i Ming ebbero a soggiacere alla vecchia maledizione delle dinastie asiatiche, alla mania del Cesarismo.
In una delirante dilapidazione, in ogni appetito e in ogni vizio, in una assurda ricerca della bevanda dell'immortalità dissiparono il frutto delle opprimenti imposte, che aggravavano il popolo, mentre gli eunuchi, che in precedenza non vi avevano mai rappresentato una parte prevalente e funesta, li incitavano sempre più in quella assurda via, per potersi loro arricchire indisturbati.

Le sollevazioni durante il secolo XVI avevano subito appena qualche interruzione; finalmente nel 1636 scoppiò la maggiore e la più terribile di tutte. Al suo capo Li Tze-céng riuscì di sottomettere nel corso di pochi anni un terzo della Cina e finalmente (nel 1644) di avanzarsi fin davanti a Pechino. L'imperatore si diede la morte, il suo generale Uu San.kui, che gli era rimasto fedele fino all'ultimo, provocato gravemente dal capo ribelle, strinse alleanza coi Manciù, che già da lungo tempo aspettavano di incamerarsi l'eredità dei Mongoli, degli Ju-chen e di altri figli della steppa.
Essi, a cui già aveva accennato Sung-sci in tono ammonitore «Non dimenticate che al di là della Muraglia arriva di galoppo il Tartaro affamato, simile all'avvoltoio, che descrive le sue ruote intorno alla preda desiderata!» - essi ora mossero in avanti, Pechino cadde, e così lo straniero fu di nuovo signore della Cina.

Veramente la nuova dinastia dei Ta-tsìng (Ching) ebbe ancora da fare per oltre una generazione, perché l'intero paese le fosse sottomesso; difatti nel Sud, avevano innalzato sugli scudi un rampollo dei Ming, ed in parte in suo favore, come il celebre pirata Coxinga (Kuohsing-ye), in parte nel proprio interesse erano sorti ancora altri nemici del nuovo ordine di cose; ma questo non impedì ai nuovi sovrani di darvi anche questa volta l'impronta della loro volontà.
Ed allora apparve che al pari dei Mongoli essi erano in generale benevoli agli stranieri. Trovarono come un fatto compiuto un traffico con gli Europei per quanto assai modesto: a Macao si erano stabiliti i Portoghesi, a Formosa gli Olandesi, finché ne furono cacciati da Coxinga, ed anche l'Inghilterra nel 1637 era una volta comparsa a Canton in modo passeggero.

Ma specialmente nella Cina stessa, in Pechino ed altrove, si erano stabiliti degli Europei tenuti in grande considerazione, cioè i missionari gesuiti. Già nel 1581 il primo Gesuita, Matteo Ricci, aveva calcato il suolo cinese; dopo non pochi pericoli fu accolto nel 1601 benevolmente in Pechino dall'imperatore; molti altri del suo ordine gli erano succeduti, avevano fondato chiese e comunità e tre di loro, i Tedeschi Faber, Martini e Schaal, avevano partecipato alle agitazioni e si erano uniti ai Manciù con accorta e opportunistica previsione degli eventi, prima che questi fossero decisi. Tradirono insomma i Ming che li avevano accolti benevolmente, dandogli la massima libertà.

Perciò il primo imperatore di questa dinastia straniera manciù accordò loro il suo speciale favore; poterono costruire in Pechino una seconda cappella e Schaal divenne perfino presidente dell'ufficio astronomico imperiale.
La loro influenza aumentò di molto ancora sotto il secondo imperatore di quella dinastia, sotto Kàng-hi (1662-1723) uno dei grandi sovrani della Cina manciù.

I Gesuiti, conoscendo bene il carattere cinese, erano stati all'inizio così accorti da cercare di far impressione sui Cinesi e innanzi tutto sulla Corte e sui dotti meno con la loro fede che col loro sapere, in realtà notevole e più di ogni altro, principalmente nelle discipline pratiche.
Prova ne sia che il Ricci - per primo - aveva tradotto in cinese non già la Bibbia, ma la geometria di Euclide. Questo sapere guadagnava loro la stima dell'imperatore, il quale come per le sue mire e per le sue vittorie, così anche per le disposizioni naturali e specialmente per il desiderio d'imparare può essere paragonato al Kublai descritto da Marco Polo.
Kàng-hi si recava di persona nella loro scuola; il francese Gerbillon dovette istruirlo nell'uso degli strumenti matematici, divenne poi il suo costante compagno e fu perfino utilizzato in trattative politiche, per es. con la Russia.

Tuttavia anche agli altri concesse vasto campo, dove esercitare la loro attività; così divennero direttori dell'osservatorio di Pechino e furono preposti all'ufficio matematico; ad essi fu commessa l'opera gigantesca di rilevare la carta geografica della Cina; essi fusero dei cannoni ed ebbero la direzione dei laboratori per 17 differenti rami della tecnica e della meccanica, come fusione del bronzo, orologeria, fabbricazione di strumenti ottici, lavorazione del vetro, produzione di fiori artificiali, ecc. che nel 1680 l'imperatore aveva fatto impiantare nel proprio palazzo.

Tuttavia, per quanto accogliesse cortesemente loro e il progresso in generale, egli al pari del suo successore, apprezzando giustamente quello che necessitava al suo governo e alla sua dinastia, ha favorito e promosso il Confucianesimo e per così dire ha attaccato con le proprie mani al carro dello Stato questo antico freno.
Difatti dalla sua penna deriva il così detto «Sacro editto» (del 1671), che in 16 notevoli sentenze di sette parole inculca 16 precetti, cioè i doveri del cittadino, dall'esercizio della pietà e dalla cura della convenienza fino al puntuale pagamento delle imposte - un catechismo della morale di Stato, che é stato chiamato con ragione l'apoteosi del Confucianesimo.
Due dei suoi successori vi hanno poi aggiunto intorno a ciascuna sentenza delle spiegazioni o istruzioni facili a comprendersi, una specie insomma di prediche razionalistiche. Come, in base a quanto si apprende, già nel secolo XII a. C. si era soliti istruire il popolo con un insegnamento regolare, così questo «Sacro editto» veniva letto al popolo al primo e al quindici di ogni rese.

Con quanta efficacia appunto una simile predicazione quasi meccanica dovesse promuovere il consolidamento delle dottrine é evidente; e ad ogni modo la cosa era fatta in modo da eccitare del tutto l'odio contro i Cristiani; difatti nel settimo precetto è scritto:
«rigettate le dottrine erronee e mantenete in onore la dottrina vera»
si proclamò ex cathedra e le sue sentenze si insinuarono nell’animo anche all'uomo comune - e si noti che ciò avvenne allora per la prima volta - la vecchia e comprensibile intolleranza del Confucianesimo, al quale ogni sistema che lo contradicesse doveva apparire un delitto di alto tradimento; fra queste dottrine erronee la spiegazione dell'editto comprende espressamente anche la «setta occidentale», che era impiegata dal governo soltanto per la sua cognizione di ciò che concerneva il calendario.

Nonostante questa forte controcorrente i Gesuiti avrebbero forse ottenuto grandiosi successi con le loro missioni, poiché essi con accortezza politica e nel modo più delicato avevano ogni riguardo alla fede dei Cinesi, anzi dichiaravano il culto degli antenati conciliabile col Cristianesimo. Però sopravvenne a contrariarli lo zelo - e forse anche la gelosia - dei Domenicani e dei Francescani, i quali stabilitisi pure loro in Cina fino dall'inizio del secolo XVII, con ogni loro potere e ovviamente appoggiati dal Papa si opponevano ai loro sforzi.

Questo malaugurato dissenso interno (che c'era anche in Europa e certi Stati i gesuiti li cacciavano pure loro dal loro Paese) ha del tutto alienato l'animo dei Cinesi dalla religione dell'amore e ha finito col provocare diversi severi editti di espulsione, che hanno gravemente danneggiato i progressi del Cristianesimo in quella Cina fino allora molto tollerante.
Forse qualcuno aveva pensato che la Cina avesse la stessa natura dell'Africa!!

Nel frattempo andava avanti lo sviluppo commerciale, per terra con la Russia a partire dalla pace di Nevtschinsk (1689) e specialmente per mare, dopo che a Canton ebbe diminuiti i diritti di ancoraggio il nipote di Kàng-hi, quell'imperatore KIen lung (1736- 96), al quale la Cina deve insieme ad altri ampliamenti di confini anche il nuovo acquisto del bacino del Tarym; in luogo di un bastimento giunto nel 1734, ne arrivarono già dieci nel 1736 e fra questi perfino uno svedese e uno danese.
Per quanto stretto seguace e promotore delle fede patria, Kìen-lung guardava nello stesso tempo con occhio non ostile i paesi stranieri ed era personalmente un protettore dei Gesuiti. Poterono questi riaprire nel palazzo imperiale i laboratori e furono perfino incaricati di adornare nello stile del rinascimento italiano la residenza estiva di Yuan ring yuan e di mettervi in ordine le fontane, anzi l'imperatore con tutta la sua famiglia si fece ritrarre da loro.
Diverse ambascerie europee furono amichevolmente accolte, e lo stesso imperatore ha celebrato in versi uno dei loro doni - un orologio da muro; era difatti un poeta straordinariamente fecondo e il cortigiano Voltaire lo ha riconosciuto come tale in un'epistola poetica, a lui indirizzata, e questa è una bella testimonianza dell'intimità dei rapporti col Nord-ovest in quel tempo.

Da questi rapporti così in Europa come in Cina ebbero durante questo periodo molteplici impulsi dell'attività umana, e questi impulsi trovarono questa volta in Europa un campo fertilissimo.
Allora infatti la Cina ha restituito tutto il vecchio debito, ad essa imposto un tempo dall'arte greca e dal commercio romano. Poiché l'inondazione del mercato europeo con tutti i prodotti della sua arte minuta (e di quella del Giappone, da essa dipendente) non solo ha dato vita a una florida manifattura, cioè all'industria in Europa della porcellana, che dopo i tentativi dei sec. XV e XVI con le loro maioliche veneziane del 1470 e la così detta porcellana dei Medici del 1580, finalmente ebbe nel 1709 la sua effettiva origine per opera del Bottger, ma ha promosso la fabbricazione di svariate altre imitazioni, le «chinoiseries», che hanno avuto un solo significato, un passatempo dei benestanti imposto dalla moda.

La Cina può anzi vantare una spiccata influenza sul nostro stile artistico; difatti l'ornamento cinese con le sue dominanti fasce di nuvole ha avuto una parte essenziale sull'origine dello stile rococò; la nostra epoca delle parrucche col codino deriva effettivamente in grande parte dal "paese del codino".
E in notevole contrasto con questo i modelli cinesi hanno pure provocato quel ritorno alla naturalezza, che nei giardini inglesi, arieggianti un paesaggio, fece abbandonare lo stile contro natura (così rigorosamente simmetrico, così scenografico), che li aveva preceduti; d'altra parte anche la considerazione sentimentale della natura, tutta l'impressionabilità dello scorcio del secolo XVIII, può esser collegata con la antica sentimentalità della lirica cinese, che compare già qua e là nei canti più recenti dello Sci-king e poi come lineamento caratteristico fino dal periodo degli Han.

L'Europa appunto fin dal secolo XVIII acquistò conoscenza per la prima volta anche della vita spirituale cinese, e questa é un grande merito innegabile dei Gesuiti; già il Leibniz....
(vedi qui i rapporti con padre gesuita Bouvet, riguardo ai famosi I-Ching > > )


...rimarrete sconcertati !!!

... e il Mencken si erano occupati della filosofia cinese, mentre Voltaire nel suo «Orphelin de la Chine» ha perfino trattato in un dramma un soggetto cinese.
É certo questo il maggiore acquisto di quella grande epoca; con la conquista della Cina per mezzo della scienza, mentre a noi era svelata la sua anima, essa fu allora soltanto conquistata definitivamente e per sempre.

Del tutto diversa é l'immagine, che ci offre la Cina. Ha certo accettato di regola con riconoscenza le innovazioni pratiche, ma appunto nel campo dello spirito domina in complesso l'antica quiete che qualche occidentale ha paragonato al cimitero. Vi è appena nella letteratura una eco di tutto ciò che giungeva dal di fuori. I dotti seguitano imperturbati a commentare i loro classici, si uniscono di nuovo per una compilazione gigantesca ed anche dotte signore (chiamate in Cina «cinture verdi») delle quali del resto ve ne sono sempre state, prendono parte assidua agli studi classici; i poetastri continuano bravamente a sciorinare versi secondo famosi antichi modelli.

Soltanto alcuni spiccano da quel grande gruppo, più d'ogni altro Yuan Tze-tsài (1716-97). Anch'egli é maestro dell'arte minuta, e ci pone davanti le sue poesie come figurine di genere, come ninnoli delicati, ma è pur sempre un maestro e appunto in lui dalla nebbia delle grossolanità prorompe talora un sentimento schietto e commovente. Tuttavia suscita ancora dei suoni soltanto dalla vecchia lira, e non è un segno poco chiaro di quel tempo che egli sia debitore di una parte della sua gloria ad un libro di cucina, sebbene in realtà scritto con grande spirito.
Ed allora comparvero libri di cucina, ci si passi l'espressione, anche per la pittura. Poiché dei suggerimenti dei Gesuiti, che dall'inizio parvero effettivamente voler fare scuola, nulla rimase oltre la maniera europea della prospettiva, la quale si può già osservare in alcuni disegni del tempo di Kàng-hi; nel resto invece apparve sempre di più la decadenza.


La pittura allora consisteva soltanto in una « combinazione più o meno felice di formule fisse» ed anche per questo si faceva una specie di «mallexica» nelle quali si trovava la ricetta di tutto quello che appunto occorreva, ritratto, paesaggio, pittura di genere, ecc. - proprio come il poeta nel suo rimario.

Con tutto questo era posto il sigillo all'irrigidimento anche in questo ramo. E quanto poco avesse contribuito ogni altra cognizione introdotta dal di fuori, lo mostra con grande evidenza un libretto scolastico del 1784 col suo capitolo intorno alla «etnografia».

 

Poiché tra i popoli, che abitano molto oltre i confini cinesi, noi vi troviamo per es. uomini con gambe lunghe 9 metri o con gambe ad X, o coperti di penne o di squame, oppure con un braccio solo, o con tre teste, un popolo di uomini col viso nel petto e finalmente anche un paese dove tutti gli abitanti hanno un foro in mezzo al petto e dove le persone ricche si fanno trasportare come una portantina per mezzo di un'asta di bambù cacciata attraverso quel foro.
La maggior parte di questi esseri favolosi compaiono già nei racconti dei primi secoli avanti Cristo, molti tra essi, per es. quelli con un foro attraverso il petto anche nelle antiche sculture dello Sciantung. A chi non vengono in mente la cosmografia del Munster o i viaggi di Gulliver?

Ma che questo fosse adottato come testo e base dell'insegnamento di quel tempo - é cosa che ci sconcerta, e ci fa vedere anche oltre! Erano il sapere e le credenze del secolo XII !! nelle quali il Cinese viveva e moriva ancora nel secolo XVIII !!!
Ora invece è un libro scolastico del 1906 approvato dal ministero dei culti, quello da cui fu tolta quasi a caso la pagina qui offerta al lettore!

Quale enorme differenza ! Soltanto qua e là vi è ancora un ultimo e pallido ricordo delle antiche fiabe - del resto é tutto il sapere dell'Europa che viene servito comodamente al fanciullo cinese. A dire il vero si tratti soltanto di un tentativo della Cina meridionale, che del resto fra le altre cose inizia persino una emancipazione della donna, con un'associazione che inizia a disporre perfino di un giornale proprio. Significa che il frutto occidentale matura più rapidamente in quelle latitudini.

Riportiamo qui un passo di A. Conrady, scritto nel 1908" Quindi poco prima della Cina Repubblicana. (co-Autore dei sei grandi volumi "Lo sviluppo dell'Umanità")

"Nel Settentrione poi il movimento è appena meno intenso. Sono state istituite là in diversi luoghi, anche con rapidità quasi eccessiva, delle scuole superiori secondo i modelli europei e (come io stesso potei persuadermi, quale insegnante nell'università di Pechino) la nostra scienza desta un vivace interesse in una buona parte degli uditori; si mandano studenti all'estero; il numero delle altre innovazioni è considerevole e delle nuove si sono prese di mira da lungo tempo, come per es. l'istituzione rivoluzionaria di un parlamento.

E se il partito dei «letterati», dei confuciani ortodossi, nel suo complesso se ne sta ancora in disparte, astenendosi dalle novità o dimostrandosi ad esse ostile, si va destando nel popolo, per quanto ne so, il desiderio di una rottura col passato irrigidimento.
Almeno mi sembrano sintomi di questo desiderio la piena introduzione nel dramma della lingua parlata comunemente e in specie la fondazione di giornali. Di questo spirito ha voluto forse tener conto anche il governo con l'abolizione dello stile arcaizzante dei suoi atti e col mutare l'ordinamento degli esami.

E questo rivolgimento si è compiuto con notevole rapidità. Da quale causa proviene esso? Ha riportato forse questa vittoria il missionario, questo grande apportatore di civiltà nel mondo?
Soltanto in minima parte, e sebbene abbia fatto moltissimi errori non gli si può contestare delle belle vittorie.

Ma il Cinese non intende la nostra religione; chi cura l'«al di qua», non può essere convertito a curarsi dell'«al di là».
Il Cinese probabilmente non abbraccerà mai una religione, - e in questo non avrebbe torto - che lo separa dai suoi antenati e che sovverte i fondamenti politici e morali del suo ordinamento statale. Quello, che il missionario può del resto arrecargli, il così detto «Cristianesimo pratico», il Cinese lo ha già.

Difatti nel 1868 é stata pubblicata una raccolta di regolamenti per istituzioni di pubblica utilità. Da questi possiamo scorgere che la beneficenza privata nella Cina assume un ordinamento appena appena presenti in un altro paese del mondo.
Essa comprende fra le altre cose complete prescrizioni per le case dei trovatelli e per gli ospizi infantili, norme per le società di protezione dei fanciulli abbandonati a loro stessi e soprattutto le fanciulle, perchè vogliono combattere la mala usanza (nella Roma imperiale li esponevano!) di annegare i lattanti di sesso femminile; regola ospizi per i vecchi, asili per i senza tetto, asili invernali per i fanciulli abbandonati e per mendicanti, farmacie per i poveri, che somministrano loro medicine, se chi le riceve si obbliga ad osservare certi articoli, per es. quello di non disubbidire ai genitori, di non gabbare alcuno, ecc.; poi le società per i battelli di salvataggio, quelle di pompieri volontari, di soccorso in caso di carestie e per distribuire zuppe ai poveri, le casse di risparmio, le società protettrici degli animali, ecc.

Noi v'incontriamo già tutte le conquiste della nostra civiltà, che però in Cina hanno tutte un'origine remotissima (lo abbiamo già visto negli altri capitoli). Nella pratica vi saranno pure molti abusi, ma davanti a tutto ciò noi potremmo quasi esclamare con Lessing: «Natan, voi siete un cristiano! Non vi fu mai un cristiano migliore!».

Veramente ci potremmo quasi domandare se la religione dell'avvenire non si debba andare a cercare presso i Cinesi.

Le missioni quindi nulla hanno fatto e nulla fanno per l'avvenire. Un popolo intelligente non si accontenta della fede; non vuole navigare nell'astratto; la Cina non vuole essere convertita, ma istruita, la Cina vuol essere persuasa.

E persuasa l'hanno gli avvenimenti degli ultimi cinquanta anni, i quali per amore o per forza, o lo desiderasse o no, le hanno posto dinanzi agli occhi la superiorità della "cultura materiale" (questa sì !) dell'Occidente; l'ha persuasa e non per ultimo il nuovo Giappone, che per la più rara fatalità storica da scolaro docile, quale fu un tempo, è divenuto il maestro del suo maestro e lo rende partecipe della cultura europea, formulata in modo più intelligibile, anche se per avventura con troppo zelo e con troppa larghezza. Motivo? si sono svegliati prima !

Il fatto poi che tutto questo sia avvenuto e che in genere sia potuto avvenire, che un popolo di civiltà così vetusta e che pure é ancora per metà allo stato di natura che con tutte le fibre del suo essere è ancora impigliato nell'antichità ed é inoltre da secoli legato strettamente ad un sistema d'idee così anguste, per quanto cresciute naturalmente - che tuttavia abbia la volontà di adattarsi ad un sistema così diametralmente opposto e che ne sia capace, tutto questo mi pare che sia segno di una sanità e di un vigore così primitivo, di una elasticità così giovanile da potersi assegnare una prognosi favorevole a questo progresso, nonostante ogni imprevedibile oscillazione o regresso, che possa ancora avvenire.
Questo progresso sarà poi certo anche più promettente se noi ci decideremo ad imparare a comprendere effettivamente i Cinesi invece di guardarli dall'alto al basso con un sorriso di superiorità o alzando le spalle in segno di compassione, o inventadoci mille inesattezze sul loro conto. Non dobbiamo commettere l'errore che in precedenza (come abbiamo visto, con l'irrigidimento confuciano) ha commesso il Cinese.

E questo non è proprio difficile, poiché essi hanno in comune con noi più del necessario. Anche dall'altra parte batte un cuore umano con le sue gioie e le sue pene. Questo ci mostra l'intero sviluppo del Cinese nella storia e ci mostra anche e in modo significativo che egli, uomo di gran vigore, che ha alle spalle una grande civiltà, non merita minimamente di essere nè disprezzato nè compianto.

La Cina possiede una civiltà antica e illustre almeno quanto quella europea, soprattutto una coscienza altissima di se stessa, d'altronde ben motivata.
Non soffermiamoci sugli errori di un singolo o di un gruppo per poi estendere questi errori a tutto un popolo. L'egocentrismo di alcuni popoli nella storia ha sempre giocato dei brutti scherzi!

Non dimentichiamo che i Cinesi hanno studiato attentamente la nostra civiltà per assorbirne ciò che ha di positivo e di superarla. Forse noi occidentali saremmo saggi se studiassimo la loro civiltà con la pazienza di cui essi hanno dato prova studiando la nostra, in modo che quando si verificherà la crisi che deve sfociare o in guerra o nella comprensione, possiamo essere in grado di comprenderla.

Siamo dunque arrivati alla conclusione delle lunga storia
che terminiamo con gli ultimi fatti, quelli del '900
(vedi l'indice o meglio la TABELLA CINA > > )

Mentre quelli attuali (sensazionali) sono ormai fatti di cronaca quotidiana.
Commiserandoli, volevamo a tutti i costi che entrassero nell'economia di mercato ?
Ci sono entrati !!!!
Nel momento giusto per loro !!
Nel momento sbagliato per noi !!

E non è vero che fanno solo imitazioni, ma investono anche in tecnologia e innovazione. Dovremmo semmai ora copiare noi !!
Ma qualche industriale non copia nemmeno più, importa già i prodotti finiti, magari con una fabbrica impiantata in Cina.
Invece di produrre in Italia, sfrutta più solo la sua struttura commerciale.


Per copiare "ci servono soldi" !!!
E a chi andranno? Non certo al negozietto sotto casa. Ma al grande affarista.

Ma se andiamo indietro nel tempo non abbiamo fatto qualcosa di diverso?!: noi scoprimmo la carta e invece di importarla realizzammo le cartiere; scoprimmo i caratteri mobili allestimmo tipografie; scoprimmo la seta = setifici; il riso = le risaie; la carta moneta = abbiamo inondato l'occidente con essa; la polvera da sparo (che usavano da mille anni per i fuochi d'artificio) = noi le fabbriche d'armi, e con queste ci presentammo a fine Ottocento con le cannoniere nei loro porti !!!

_______________________________________________________

TABELLA CINA > >

PAGINA INIZIO - PAGINA INDICE