49. LA MONARCHIA ASSOLUTA DIOCLEZIANEA-COSTANTINIANA


Diocleziano - Costantino

Mentre nello Stato pagano una nuova potenza andava a questo modo conquistando terreno, questo Stato raccolse ancora una volta tutte le sue forze per difendere la propria esistenza da tutti gli assalti esterni ed interni.
La prima esigenza che, di fronte alle dolorose esperienze di cinquanta anni di anarchia e di dimostrata impotenza contro i nemici esterni, si impose fu quella di una riorganizzazione dell'esercito e di una riforma degli ordinamenti militari.

E Diocleziano portò al quadruplo la forza dell'esercito e nel tempo stesso abbandonò il sistema sinora seguito di provvedere alla difesa dell'impero soltanto con guarnigioni di confine, le quali, domiciliate in massima parte sui luoghi con donne e bambini e dotate di terre, difettavano completamente della necessaria mobilità e per lo più non potevano essere impiegate altrove senza grave detrimento della difesa dei confini.
Perciò venne accanto ad esse organizzato un esercito campale mobile (exercitus praesentalis) da tenere a disposizione per mandarlo nei punti più minacciati; riforma questa che conferì ancora per lungo tempo all'impero la capacità di resistere agli attacchi dei barbari, sebbene non abbia potuto impedire che appunto per l'aumento del contingente dell'esercito facesse ulteriori progressi il suo imbarbarimento, e che in esso entrassero se possibile in numero ancor maggiore di prima coloni stranieri o barbari arruolati, a nord Britanni, Franchi, Sassoni, Vandali, in Oriente Persiani e Saraceni, in Africa Mauri.

Ugualmente urgente era il rinvigorimento del comando militare, la restaurazione della disciplina assai scaduta nell'esercito, la riorganizzazione delle finanze e di tutta l'amministrazione.
L'organismo amministrativo dioclezianeo-costantiniano, destinato ad assolvere questi
compiti, presenta un sistema ideato con raffinatezza per assoggettare tutti gli organi dello Stato ad una incondizionata subordinazione ad un potere centrale assoluto ed unico.
Come nei riguardi degli amministrativi, le singole circoscrizioni erano raggruppate in unità volta a volta superiori, come sulle circa cento province formate mediante lo spezzamento delle province antiche stavano le così dette diocesi e sulle diocesi le Prefetture, così sopra un complicato apparato di uffici e funzionari subalterni si ergeva tutta una gerarchia di cariche pubbliche accuratamente graduate per rango, titolo e competenza che andava dalle autorità provinciali ai vicari, vale a dire ai presidi delle diocesi, e da questi ai quattro prefetti del pretorio, i cancellieri delle quattro grandi circoscrizioni in cui si divideva l'impero, nelle cui mani era concentrata tutta la giurisdizione e l'amministrazione allo stesso modo che tutta l'autorità militare, mediante un apparato gerarchico completamente analogo, si concentrava tutta nelle mani del magister equitum.

E questo sistema di subordinazione assoluta naturalmente è anche più rigorosamente attuato nei gradi inferiori. Di fronte all'assolutismo burocratico di un simile esercito di funzionari che aveva raggiunto dimensioni inquietanti, e che per così dire con mille tentacoli si intrometteva in tutti i rapporti della vita sociale, non poteva più esser questione di autonomie comunali.
Anzi si arriva da ultimo al punto che gli antecedenti organi delle amministrazioni autonome si trasformano in istituzioni coattive subordinate allo Stato, di cui questo si vale per far pagare con tutti i mezzi ai sudditi le enormi spese del sistema.

I membri dei consigli municipali, i decurioni, che costituivano per esser tratti dalla classe più abbiente una aristocrazia locale, erano invero stati sempre sino ad un certo grado responsabili verso lo Stato del gettito dell'imposta fondiaria; ma questa responsabilità, per quanto gravosa, era tuttavia stata tollerabile sinché era durato il benessere e con questo lo spirito di interesse e di sacrificio per la cosa pubblica.

Ben diversamente andarono le cose ora che il fiscalismo esagerò il gravame delle imposte sino a farne un sistema di vera e propria spoliazione e, diminuendo sempre più con lo spopolamento del paese la popolazione e le terre da cui poteva trarsi l'imposta fondiaria, gli infelici decurioni furono chiamati con un procedere brutale a colmare del proprio il deficit che presentasse il quantitativo di imposta dovuto dal comune.
Si aggiunga che il numero di coloro cui potevano essere accollati gli oneri municipali andò continuamente decrescendo, perché da un lato gli idonei a sedere nel consiglio dei decurioni vennero a schiere ridotti nella miseria, e dall'altro lo Stato stesso contribuì a diminuirne il numero concedendo ai titolari delle più elevate cariche pubbliche ed ai loro figli l'esenzione dal decurionato; cose tutte che resero tanto più opprimente l'onere di quelli che ancora rimanevano idonei al decurionato.

Non desta pertanto meraviglia se la partecipazione ai consigli ed alle cariche municipali, originariamente così ambita, fu sempre più riguardata come un duro peso cui si cercò di sottrarsi il più possibile. Peraltro, invano; perché il fisco impose inesorabilmente che quelli che avevano i censori chiesto per il decurionato adempissero senz'altro agli obblighi dei decurioni, dai quali non poteva liberarli che la completa rovina economica, e non di rado pure solo quando l'ultimo mezzo del fisco, la tortura, non aveva dato risultati.

Anzi lo Stato andò ancora più in là. Per impedire lo spopolamento delle curie e garantirsi che fossero sempre a numero, distrusse l'ultimo residuo di libertà civica, rendendo ereditario il decurionato; trasformazione questa i cui inizi risalgono fino al secondo secolo, ma che ora fu attuata con sempre più rigide misure coattive. Nessun discendente di un decurione può ora sottrarsi più all'odioso ufficio; egli doveva assolutamente subentrare al luogo del proprio padre ed assumerne gli oneri.

Il cittadino vien così vincolato come uno schiavo alla corporazione (corpori obnexus). E questa tendenza a rendere ereditarie le professioni e la condizione sociale, in seguito dilaga in tutti gli altri indirizzi dell'attività sociale. Se i figli dei funzionari e degli ufficiali dell'esercito volevano non perdere i privilegi della loro classe ed evitare il terribile decurionato, se i figli dei veterani volevano non perdere gli stessi privilegi e per di più le terre assegnate ai loro padri, dovevano abbracciare la stessa professione di questi ultimi. Per conseguenza il servizio militare divenne di fatto obbligatorio per i figli di soldati e a datare da Alessandro Severo l'ereditarietà dell'obbligo al servizio militare ebbe addirittura sanzione giuridica.

Così l'esercito, reclutato sempre più in gran parte nello stesso suo ambiente tra i «figli degli accampamenti» (castrenses), assunse anche più di prima il carattere di una casta chiusa contrapposta alla popolazione civile. Anzi lo Stato reputò tanto di non poter più fare a meno di questa ereditarietà coattiva della condizione sociale che la applicò in senso amplissimo anche alle professioni urbane ed agricole.

Vennero soprattutto colpite da questa trasformazione in caste quelle professioni della cui cooperazione lo Stato aveva bisogno per il funzionamento del complicato sistema tributario in natura col quale provvedeva alle esigenze dell'esercito e dell'amministrazione civile. Così, ad es. la corporazione dei navicellai romani esercenti i trasporti di grano era obbligata al trasporto gratuito in servizio dello Stato rispondendo in proprio delle merci; e già sotto Massenzio la professione fu resa ereditaria; ereditarietà che poi egli estese anche alla corporazione dei panettieri e da leggi posteriori venne ancora aggravata, ad es. dalla legge di Costanzio, a senso della quale persino chi sposava la figlia di un panettiere era tenuto ad entrare nella corporazione e ad assoggettarsi ai suoi oneri verso lo Stato.
E lo stesso sistema fu esteso gradatamente a tutte le altre professioni e corporazioni la cui esistenza presentava un interesse qualunque per lo Stato.

Più importante ancora delle prestazioni di servigi delle corporazioni cittadine era per lo Stato il lavoro dei contadini, da cui dipendeva il gettito dell'imposta fondiaria e personale e il buon reclutamento dell'esercito; una classe peraltro le cui condizioni erano tutt'altro che prospere, giacchè le terre non erano in gran parte coltivate da proprietari agricoltori, ma dai coloni di grandi latifondisti.

Il latifondo, che già a tempo della repubblica si era potentemente sviluppato in Italia ed in Sicilia, é nell'epoca imperiale divenuto tanto il sistema prevalente di economia agricola in pianura che anche nei riguardi amministrativi diviene addirittura tipica la suddivisione del territorio basata su di esso. Già Plinio infatti ci informa che la metà della provincia d'Africa era stata nelle mani di sole sei persone fino al momento in cui Nerone le aveva soppresse per incamerarne le terre al patrimonio imperiale: un commentario drastico al famoso motto di Plinio: «I latifondi hanno già rovinato l'Italia, ed ora stanno rovinando anche le province».

Coloro che lavoravano i possedimenti di questi latifondisti per lo più non erano ormai degli schiavi come prima, giacché col cessare delle guerre di conquista la sorgente della schiavitù si era così inaridita che si era dovuto rinunziare in massima parte all'antico sistema di coltivazione affidata all'opera di masse di schiavi accasermate e prive di famiglia e di proprietà, e adottare il sistema di concedere una grande porzione delle terre suddivisa in parcelle a piccoli affittuari (coloni) che le coltivavano per proprio conto pagando un canone e prestando servizi manuali o coi loro animali per la coltivazione della tenuta (villa) riservata a sé dal padrone, a fine di sopperire alla deficienza di braccia nei lavori di raccolta, nei lavori stradali, ecc.

Con ciò tuttavia nulla era mutato al carattere capitalistico del sistema di economia agricola. Anche il colono era un semplice oggetto di speculazione dal quale si cercava di mungere più che si poteva, cosicché le lagnanze per il sempre più grave sfruttamento, per l'aumento del numero dei servizi personali, ecc., cominciarono fin da principio e vennero diventando ognor più frequenti. Già sulla fine del primo secolo Marziale rispecchia ironicamente le misere condizioni degli agricoltori in una finta iscrizione sepolcrale di un colono: «Vi prego, non seppellitemi il piccolo colono. Non vedete che la terra, per quanto essa sia esigua, gli è troppo pesante !».

Ce ne offre un commento parlante il fatto che fin dalla stessa epoca i coloni furono sempre meno in grado di pagare il canone in denaro, e quindi divenne sempre più generale la colonia parziaria, vale a dire la prestazione al padrone di una determinata porzione del reddito lordo dei frutti, episodio del resto di quel regresso dall'economia monetaria all'economia in natura che in generale diviene sempre più caratteristica del tempo.
La condizione degli agricoltori poi peggiorò ancor più per il fatto che lo Stato trasformò in distretti amministrativi i latifondi e i loro padroni in autorità locali, tenute a riscuotere le imposte per conto dello Stato ed a prestare un determinato contingente di truppe reclutati fra i loro soggetti; condizione di cose che abbandonò completamente all'arbitrio dei padroni i coloni.

Non desta pertanto meraviglia se fra costoro dilagò sempre più la tendenza ad abbandonare l'aratro e sottrarsi per sempre allo sfruttamento dissanguatore dei padroni e del fisco, anche a costo di divenir mendicanti i vagabondi o addirittura masnadieri; uno dei sintomi più inquietanti della generale dissoluzione sociali ed economica, che si fece sempre più acutamente sentire anche a carico dell'imperatore, il massimo fra i latifondisti, con la crescente mancanza di braccia in servizio dell'agricoltura, ed a carico dello Stato col continuo diminuire del numero delle reclute e del reddito dell'imposta fondiaria.
Ed allora lo Stato ricorse anche qui all'unico mezzo chi aveva a sua disposizione di fronte a fenomeni di questa natura, al dispotismo politico. Se i decurioni, i funzionarii, i soldati, gli industriali erano divenuti classi ereditarie, perché non dovevano esser tali anche i contadini?

Ciò rientrava così perfettamente nel processo evolutivo compiutosi finora, chi fra il terzo e quarto secolo (fra il 247 e il 332) non si ebbe riguardo di spogliare centinaia di migliaia di liberi cittadini dei più elementari diritti inerenti alla libertà personale e di vincolare per sempre alla gleba tutti i coloni con la loro discendenza, allo stesso modo come si era fatto sino allora con i barbari presi prigionieri in guerra.
Così d'ora in avanti questi cittadini, che personalmente restavano liberi, se entravano in sospetto di voler abbandonare la terra, potevano esser persino messi in ceppi dal padrone e costretti a lavorare la gleba incatenati come schiavi.

In breve, il colono è permanentemente confinato in quel determinato possedimento cui appartiene, è «ascritto alla gleba»; la differenza tra lui e il possessore fondiario è divenuta una differenza di classe. È quindi perfettamente giusta l'osservazione in proposito fatta, che cioè nel colonato della tarda età imperiale si riscontra già il tipo della servitù della gleba medioevale e che esso rappresenta i primi passi verso lo sviluppo della società feudale. Si sente infatti già il tono tutto proprio dell'alterigia feudale a leggere nei posteriori codici di leggi detto dell'infelice colono: «È uno schiavo di quel tratto di terra in servizio del quali è nato ed al quale resta legato eternamente».

L'immane organizzazione coattiva dei lavoro non sarebbe peraltro stata completa se si fosse lasciato libero ai singoli di stabilire a proprio arbitrio il pezzo del loro lavoro. Perciò già Diocleziano con l'editto del 301 fissò una tariffa dei salari e dei prezzi delle merci che intese stabilire senz'altro d'autorità pubblica il valore di scambio, rispetto alle merci ed alle opere, della moneta allora straordinariamente deprezzata per il suo enorme svalutamento intrinseco; regolamento questo del valore del denaro per arbitrio imperiale che era naturalmente destinato a tornare a vantaggio non tanto del pubblico e della causa della giustizia quanto del massimo fra gli acquirenti, lo Stato e la sua amministrazione.

Soprattutto si mirò in questo modo a proteggere dagli inconvenienti della crisi monetaria ed accontentare i soldati, gli ufficiali e la massa burocratica; ma senza ottenere l'esito desiderato, perché i venditori nascosero la loro merce piuttosto che darla via al di sotto del suo valore. Peraltro, benché in seguito a ciò il governo si sia indotto a modificare le tariffe e più tardi a tenere maggior conto per lo meno delle circostanze eventuali, come la mancanza del raccolto, ecc., resta tuttavia che d'ora in poi il mercato del lavoro e delle merci seguitò ad essere largamente vincolato a tariffe di salari e di prezzi.

Di fronte a tutto lo svolgimento descritto si può dire che in questo stato dispotico organizzato per caste il cittadino é in genere divenuto un servo, se non sempre della terra come il colono, almeno di colui che come «padrone e dio» dominava sul paese.
Quella sostituzione al diritto costituzionale romano tradizionale di una costituzione del tipo persiano-orientale, che già un imperatore anteriore a Diocleziano aveva proclamato principio fondamentale dell'ultima fase di evoluzione del cesarismo, la vediamo ora attuata in forma classica nella costituzione dioclezianeo-costantiniana, o per meglio dire condotta a compimento.

Il monarca, come indica il titolo suo di dominus, è divenuto padrone dello Stato nel pieno senso del termine. Egli ha un assoluto ed illimitato diritto di disporre a suo arbitrio dei beni e delle persone dei sudditi. La pompa orientale dell'abbigliamento imperiale, il cerimoniale assolutamente orientale, che attribuisce ai preposti delle stanze da letto imperiale un rango superiore alle più elevate cariche dello Stato, l'uso degli eunuchi nel servizio di corte, l'adorazione divina del monarca vivente, cui non si può avvicinarsi che in ginocchio per baciargli il lembo della porpora, l'adulazione servile che calcola le sue «sacre, celesti, divine» volontà come infallibili sentenze d'un dio e proscrive quindi come un sacrilegio ogni opposizione, tutto ciò designa il raggiungimento di un grado di onnipotenza del monarca e di asservimento dello Stato difficilmente superabile.

E Diocleziano ebbe realmente ogni ragione di attribuirsi, pienamente convinto come era del capolavoro d'arte dispotica che aveva compiuto, l'appellativo di Iovius (pari a Giove).
Né Diocleziano aveva minor motivo di essere orgoglioso e soddisfatto di sé per il riguardo che con l'aiuto di tutto il suo immenso apparato dispotico era riuscito realmente a trarre dal decrepito organismo dell'impero l'ultima dose di energie materiali che gli permisero di tenersi esteriormente in piedi ancora per lungo tempo. Vero è che non si trattava più che di un colosso coi piedi di argilla!

Le energie politiche vive, l'interesse per il bene comune, il sentimento civico, l'iniziativa, rimasero sistematicamente soffocati nella generale assuefazione al servilismo. Direi quasi che l'anima dello Stato si era dileguata. È vero che il despota assoluto che siede al centro della colossale macchina dello Stato pretende di essere egli stesso quest'anima dello Stato, di essere «la legge vivente», come dice Giustiniano; ma questa forza centrale non è più capace di infondere un alito di vita vera al meccanismo inanimato dello Stato. Essa non può più tenerlo che col ferreo vincolo dell'obbedienza.

D'altro canto lo straordinario accentramento accumulò tal massa di compiti nelle mani del titolare del potere centrale che il sistema non si sarebbe potuto alla lunga reggere senza una certa distribuzione di funzioni. Perciò Diocleziano nel 285 si decise ad associarsi al governo il suo amico Massimiliano in qualità di «Cesare» per l'Occidente, e nel 293 lo promosse addirittura al grado di «Augusto»; ai due Augusti, ossia veri imperatori, si aggiunsero ora due «Cesari» nelle persone di due altri sperimentati generali, Costanzo Cloro e Galerio. Il territorio dell'impero venne diviso in modo che Diocleziano tenne per sé l'Oriente con la Tracia e l'Egitto, Galerio ebbe il rimanente della penisola balcanica e le province danubiane, Costanzo la Gallia e la Brittannia, Massimiliano l'Italia con la Rezia, l'Africa e la Spagna.

Questa divisione amministrativa non toccava l'unità dell'impero, e Roma rimase in certo senso tuttavia la sua capitale ideale; ad essa con le sue «regioni suburbane» venne conservata una posizione a parte ed una amministrazione propria.
Ma in realtà sin da quest'epoca Roma si può dire spossessata della sua qualità di capitale dell'impero. Diocleziano risiedette a preferenza a Nicomedia, città assai più importante dal punto di vista militare e politico per la sua posizione al confine fra l'Oriente e l'Occidente, e che per sua opera fu dotata di splendidi edifici e prese completamente il carattere di una capitale. Uguale importanza assunse per le province illiriche Tessalonica, per l'Occidente Augusta Trevirorum (Treveri, Trier) quale capitale della Gallia, e Milano, la nuova sede del governo d'Italia. In Italia il centro di gravità politico si sposta verso il nord, perché a fare argine agli assalti dei Germani era soprattutto necessario organizzare la difesa dell'Italia superiore e perché di qui si poteva più rapidamente e più efficacemente intervenire sul Reno e sul Danubio.

Ed appunto per queste considerazioni, più tardi, a datare dal principio del V secolo, la sede del governo dell'impero d'Occidente fu trasferita da Milano a Ravenna, facile a difendersi e quasi imprendibile. Naturalmente ora cessò pure definitivamente la posizione privilegiata dell'Italia, ad es. la sua immunità dalle imposte, Come essa era stata unita ad una provincia, l'Africa, a formare una sola circoscrizione amministrativa, così fu pure parificata alle province sotto il riguardo delle imposte.

Peraltro questa organizzazione dell'impero compiuta da Diocleziano subì dei mutamenti per l'influenza di aspirazioni personali. Ritiratisi nel 305 volontariamente a vita privata i due Augusti, Diocleziano nelle sua patria, Salona, Massimiliano nella bassa Italia, e morto poco dopo (306) uno dei due nuovi Augusti, Costanzo, ad Eboracum (York), suo figlio Costantino ed il figlio del vecchio Massimiliano, Massenzio, che erano stati trascurati entrambi nella nomina dei nuovi Cesari, insorsero contro l'ordine di cose esistente.

Costantino si fece proclamare imperatore dalle sue truppe e Massenzio dai pretoriani e dal popolo a Roma. Ne risultò una situazione così complicata, che nemmeno un convegno dei monarchi a Carnuntum, il principale campo delle legioni germaniche, cui prese parte anche il vecchio Diocleziano, venne a capo di risolverla in modo soddisfacente.

Soltanto dopo la morte dell'Augusto Galerio (311) la situazione cominciò a rischiararsi, quando cioè di fronte a Costantino ed a Massenzio che avevano in mano l'Occidente, in Oriente non rimasero che due imperatori: Licinio per le province illiriche e Massimino per le province orientali, il primo dei quali si alleò con Costantino, mentre il secondo si alleava con Massenzio.
Nella guerra generale che ne derivò, Costantino riportò al ponte Milvio una decisiva vittoria su Massenzio che trovò la morte nel Tevere mentre fuggiva (312), e da parte sua in Oriente Massimino fu sopraffatto da Licinio nel 313, l'anno stesso in cui morì Diocleziano.

Ma anche i vincitori non poterono alla lunga andare d'accordo e gli attriti non finirono se non quando Costantino, vinto Licinio, riunì nelle sue mani tutto l'impero (324).
Se non che anche tutto questo svolgimento posteriore non fece che riconfermare il più importante risultato del sistema dioclezianeo, lo spodestamento di Roma e la separazione tra l'Occidente ellenistico e l'Oriente romano. Fu infatti proprio Costantino che nell'anno 330 creò dov'era l'antica Bisanzio una seconda capitale dell'impero, Costantinopoli, destinata come una nuova Roma a stare a parità di grado con l'antica, e che venne in parte edificata addirittura a spese dell'antica. Così pure Costantino restò fermo del tutto al sistema dioclezianeo del governo separato delle quattro prefetture, a capo delle quali pose ripetutamente i suoi figli col titolo di Cesari.

Perciò dopo la morte di Costantino (337) l'unità dell'impero, rimasta spezzata per lungo tempo fin da allora a causa di nuove divisioni fra i suoi figli, non potè essere ripristinata se non transitoriamente: sotto il breve unico regno di suo figlio Costanzo (353-361) e sotto il suo cugino e successore Giuliano (361-363).

Estintasi con la morte di Giuliano la casa di Costantino, e salito al trono una nuova dinastia con Valentiniano, eletto nel 364 a Nicea dagli alti funzionari ed ufficiali presenti al quel quartier generale imperiale, la separazione dell'impero in una parte orientale ed una occidentale divenne permanente, avendo Valentiniano tenuto per sé l'Occidente, e nominato un secondo Augusto per l'Oriente nella persona di suo fratello Valente.

Anche ora tuttavia si tenne fermo ufficialmente al concetto dell'imperium romanum quale una unità politica, ma la necessità di una divisione delle funzioni imperiali non fece che imporsi sempre maggiormente, sopra tutto perché la crescente onda dei barbari ai confini rese inevitabile che il comando militare supremo fosse tenuto così in Oriente come in Occidente da un titolare della potestà imperiale.
Morto Valente ad Adrianopoli in una grande battaglia contro i Goti (378), fu nominato Augusto per l'Oriente lo sperimentato generale Teodosio, mentre in Occidente il successore di Valentiniano I (375), suo figlio Graziano, dovendo lottare per difender l'impero contro i Germani occidentali, specialmente contro gli Alemanni, lasciò a suo fratello minore Valentiniano II, proclamato Augusto dall'esercito, l'Italia e l'Africa.

E benché in seguito, caduti vittime di congiure militari Graziano (383) e Valentiniano (392), l'Augusto dell'impero orientale Teodosio abbia ricostituito ancora una volta con l'assoggettamento dell'Occidente l'unità dell'impero (394), non si trattò che di un brevissimo episodio. Dopo la sua morte avvenuta poco dopo, i suoi figli, Arcadio ed Onorio si divisero nuovamente il governo (395), divisione che, in seguito agli attriti fra i primi ministri dei due imperatori, il gallo Rufino in Oriente e il magister militum di Onorio, il vandalo Stilicone, a causa della delimitazione territoriale dei due imperi, si aggravò sino a produrre un certo distacco, per quanto non si sia tuttavia arrivati ad una vera e propria separazione formale.
Anche ora infatti si intendeva che l'impero fosse considerato al di fuori come una unità e che la coesione fosse mantenuta anche nel l'interno mediante una certa comunanza di leggi e il reciproco diritto di successione al trono.

Ma a lungo andare nemmeno questo ha potuto impedire lo sfascio dell'unità, tanto più che nel frattempo un nuovo elemento di dissoluzione si era impadronito completamente dell'organismo dell'impero, il cristianesimo e la chiesa cristiana.


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