LIBRI DA LEGGERE  


ATTENTI AI LAGER:

A VOLTE RITORNANO

 Un colpo alla nuca e va a raggiungere gli altri. E' un uomo!  Forse prima faceva il ragioniere, l'impiegato, l'operaio, il commerciante. Non pensava che sarebbe accaduto a lui. Forse era un uomo che aveva applaudito l'entrata in guerra. Forse credeva che l'avrebbero fatta gli altri. Che il suo benessere non sarebbe stato toccato. E anche l'altro -il carnefice- chissà chi era; forse un buon padre di famiglia, forse un insegnante, forse pensava  che lui con la sua cultura era immune dalla marea di violenza, dall'odio e dal fanatismo.
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A

Due scrittori sopravvissuti all'esperienza dei campi di sterminio nazisti e sovietici, hanno narrato la loro tragedia assillati dal problema della memoria, dal timore che il tempo,
passando, cancelli e renda incredibili quegli orrori


di MARIA GRAZIA MAZZOCCHI

Un tema comune è alla base dei libri di Solzenicyn e di Primo Levi, un tema che va al di là del racconto delle spaventose esperienze vissute dai due autori nei lager, della violenza mai giustificabile dell'uomo sull'uomo: il tema della memoria, del ricordo. 

"L'esperienza di cui siamo portatori noi superstiti dei lager nazisti è estranea alle nuove generazioni dell'occidente, e sempre più estranea si va facendo man mano che passano gli anni. Per i giovani degli anni Cinquanta e Sessanta erano cose dei loro padri: se ne parlava in famiglia, i ricordi conservavano ancora la freschezza delle cose viste. Per i giovani dei loro nonni: lontane, sfumate, storiche. Essi sono assillati dai problemi di oggi, diversi, urgenti...". 

E Solzenicyn va oltre ancora: "Si griderà che tutto questo elenco è mostruoso, inconseguente? Che non vi si può credere? Che l'Europa non ci crederà? Certamente no, l'Europa non ci crederà. Non ci crederà finché non sarà stata dentro lei stessa. L'Europa ha creduto alle nostre riviste stampate su carta lucida, e non le entra altro nella testa". Del resto, anche volendo, afferma con amarezza Levi, è difficile ricordare: la memoria umana è uno strumento meraviglioso ma fallace... il ricordo di un trauma, patito o inflitto, è esso stesso traumatico perché richiamarlo duole o almeno disturba: chi è stata ferito tende a rimuovere il ricordo per non rinnovare il dolore; chi ha ferito ricaccia il ricordo nel profondo per liberarsene, per alleggerire il suo senso di colpa. 

I sommersi e i salvati
di Levi è un libro che scava fino in fondo, con estremo coraggio, alla ricerca di tutte le responsabilità, sapendo che mantenere una memoria precisa di un passato doloroso può essere estremamente costoso: richiede un'assoluta sincerità con se stessi, esige uno sforzo continuo, intellettuale e morale. Oltre tutto è impossibile raccontare "fino in fondo", perché nessuno di quelli che hanno visto davvero il fondo è tornato per raccontare. "Noi sopravvissuti siamo una minoranza anomala oltre che esigua: siamo quelli che, per loro prevaricazione o abilità o fortuna, non hanno toccato il fondo. Chi lo ha fatto, chi ha visto la Gorgone, non è tornato per raccontare, o è tornato muto; ma solo loro, i "musulmani", i sommersi, i testimoni integrali, coloro la cui deposizione avrebbe avuto significato generale. 

L'ampia analisi di Solzenicyn sulla società russa dal 1917 al 1953 e oltre, ci rivela un mondo di menzogne, di delazioni e di tradimenti nel quale ci è difficile immaginare come potesse svolgersi una vita "normale": un mondo da incubo, dove il momento dell'arresto era a volte addirittura accolto con sollievo, in quanto poneva fine alla terribile angoscia dell'incerto.

Una volta entrati nell'arcipelago del sistema carcerario sovietico, ci si ritrova fin dai primi interrogatori in una realtà kafkiana, priva di ogni logica comprensibile, dove dilaga la prepotenza dei più forti. Unico limite all'arbitrio assoluto dei campi di concentramento: la "tuchta", cioè la capacità, eccezionale in simili casi, di approfittare della disorganizzazione e dell'ignoranza dei capi per truffare nei conteggi dei lavori assegnati. "Così quei tronchi furono abbattuti, mangiati, cancellati, e si ergevano ancora fieramente coperti di aghi verdeggianti. Del resto lo
Stato non aveva pagato caro per quei metri cubi inesistenti: qualche centinaio di pagnotte di pane nero, appiccicoso, intriso d'acqua". "Sopravvivere" o "sopravvivere ad ogni costo" sono i due rami del terribile bivio davanti al quale si trova ogni persona caduta nel baratro del sistema carcerario, continua Solzenicyn.

 "E' il grande bivio della vita dei lager. Da qui si diramano due strade, una va verso destra e una verso sinistra, una sarà un'ascesa, l'altra scenderà sempre più in basso. Se vai a destra perderai la vita, se vai a sinistra perderai la coscienza. Sopravvivere è un guizzo naturale... ma solo sopravvivere non significa ancora sopravvivere. A qualunque costo, significa a costo di un altro. Diciamoci la verità: a quel grande bivio, a quello spartiacque delle anime, non è la maggioranza quella che volta a destra, ahimè, ma per fortuna non sono neppure sparute unità... Nel lager si corrompono coloro che prima di allora non avevano avuto né moralità né educazione spirituale. Si corrompono nel lager coloro che già lo erano da liberi, o erano preparati ad esserlo. Infatti anche in libertà ci si corrompe, a volte ancor meglio che nei lager". 

In mezzo alle situazioni spaventose descritte in Se questo è un Uomo, Levi a un certo punto cerca di recitare per un compagno i versi che, nella Divina Commedia, riportano le parole di Ulisse: "Considerate la vostra semenza: / fatti non foste a vivere come bruti, / ma per seguir virtute e conoscenza. Fu come se anch'io lo sentissi per la prima volta: come uno squillo di tromba, come la voce di Dio. Per un momento ho dimenticato chi sono e dove sono". E ricordando anni dopo quell'episodio ne I sommersi e i salvati, scrive: "Avrei dato veramente pane e zuppa, cioè sangue, per salvare dal nulla quei ricordi che allora mi sfuggivano, e che oggi col supporto sicuro della carta stampata, posso rinfrescare quando voglio e gratis, e che perciò sembrano valere poco". Ma potrebbero ripetersi atrocità simili a quelle qui descritte, nei nostri paesi ormai tanto civili? Levi non ha dubbi: 

"Pochi paesi possono essere garantiti immuni da una futura marea di violenza, generata da intolleranza, da libidine di potere, da ragioni economiche, da fanatismo religioso o politico, da attriti razziali. Occorre quindi affinare i nostri sensi, diffidare dai profeti, dagli incantatori, da quelli che dicono e scrivono belle parole non sostenute da buone ragioni... ". Molta attenzione deve anche essere posta ai sintomi premonitori, poiché tutti noi tendiamo a negare l'esistenza di quelle cose che non dovrebbero esistere. "Molte minacce di allora, che oggi ci sembrano evidenti, a quel tempo erano velate dall'incredibilità voluta, dalla rimozione, dalle verità consolatorie generosamente scambiate ed auto-catalitiche (auto-stimolanti: ndr) ... Dobbiamo essere ascoltati: al di sopra delle nostre esperienze individuali, siamo stati collettivamente testimoni di un evento fondamentale e inaspettato, non previsto da nessuno... 

E' avvenuto, quindi può accadere di nuovo: 
questo è il nocciolo di quanto abbiamo da dire".


di MARIA GRAZIA MAZZOCCHI

Riferimenti bibliografici

Arcipelago Gulag 1918-1956, di Aleksandr Solzenicyn - Editore Mondadori, Milano 1974
Se questo è un Uomo
, di Primo Levi - Editore Einaudi, Torino 1958
La Tregua, di Primo Levi - Editore Einaudi, Torino 1963
I sommersi e i salvati
, di Primo Levi - Editore Einaudi, Torino 1986


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