Pietro Calamandrei considerava la Magna Charta dell'Italia post-fascista come una  delle migliori esistenti alla metà del XX secolo

LA COSTITUZIONE
NATA PRESBITE

di MARIA GRAZIA MAZZOCCHI
Roma 1948: la nuova Costituzione
viene consegnata a De Nicola

Scrive Alessandro Galante Garrone nell'introduzione al saggio di Pietro Calamandrei del 1955 Questa nostra Costituzione: "Egli concepiva e definiva il testo in vigore il 1° gennaio 1948 come una Costituzione aperta al futuro, una delle migliori costituzioni esistenti alla metà del secolo ventesimo. Non sono pochi, in Italia e nel mondo, coloro che tale anche oggi la considerano, e a ragione. In questo preciso senso Calamandrei argutamente parlò di una Costituzione "presbite": che scorgeva piuttosto maluccio le cose da vicino, ma che vedeva bene lontano. Ed è perciò che dobbiamo difenderla e conservarla." Il saggio di Calamandrei faceva originariamente parte di un volume con scritti di più autori edito da Laterza nel 1955 col titolo: Dieci anni dopo e Calamandrei avrebbe voluto intitolarlo più appropriatamente La Costituzione inattuata, o meglio ancora, l’ Incompiuta.  

L’Assemblea Costituente era stata infatti costretta dalla fretta alla necessità di rimettersi alla lealtà costituzionale delle successive assemblee legislative, che avrebbero dovuto porre in essere, con leggi adeguate, gli organi destinati a tradurre in realtà vivente le norme scritte della Costituzione: dare cioè vita alle Regioni a statuto ordinario; dare un minimo di consistenza al proclamato diritto al lavoro spettante a tutti i cittadini; creare il Consiglio Superiore della Magistratura; abolire obsolete giurisdizioni speciali e riformare quelle militari; fare tabula rasa di tanti congegni normativi del vecchio regime fascista, tra cui la esecrabile legge di pubblica sicurezza del 1931. Tutto ciò non era ancora avvenuto all’epoca, e per questo il bilancio che Calamandrei traccia della Repubblica italiana è disastroso. 

Dal 1956 in poi i diversi parlamenti succedutisi hanno dato vita agli organismi previsti dalla Costituzione e hanno cancellato le leggi più scandalose, ma molte pagine di critica alle nostre istituzioni scritte da Calamandrei nel 1955 sembrano adattarsi fin troppo bene alla situazione attuale. Il rinvio a miglior tempo del rinnovamento sociale, che la stessa Costituzione poneva come condizione essenziale per il funzionamento effettivo dell’apparato costituzionale, porta per forza a concludere che, fino a quando questa condizione non si sia avverata, il nuovo Stato non può avere tutti i caratteri voluti dall’articolo 1. La Costituzione, insomma, aveva preso a fondamento il principio secondo il quale la vera democrazia non può esistere se alle proclamazioni giuridiche della libertà e dell’eguaglianza non si accompagna un’effettiva perequazione economica della società, che valga a rendere profittevoli per tutti, e non soltanto per i ricchi, quelle proclamazioni.

E ancora: "il compito più urgente segnato dalla Costituzione al legislatore è quello della lotta a fondo contro la disoccupazione... compito altrettanto urgente è quello della scuola". Calamandrei nutre però ancora qualche speranza di salvezza: "In questo scivolamento della democrazia verso il paternalismo, due sono le istituzioni che finora hanno fatto, sia pure nei limiti molto ristretti delle loro possibilità, da freno: il Presidente della Repubblica e la magistratura". Un amore profondo per la Costituzione ispira Calamandrei nelle ultime pagine del suo saggio: "La Costituzione non è altro che lo spirito della Resistenza tradotto in formule giuridiche... Dai suoi articoli parlano a noi le voci familiari, auguste e venerande, del nostro Risorgimento... ma ci sono anche altre voci più recenti, rivive Carlo Rosselli, rivivono Antonio Gramsci e Piero Gobetti. E poi si odono nella Costituzione voci ancor più vicine a noi: quelle dei fratelli caduti nelle ultime battaglie della Resistenza, secondo Risorgimento d’Italia... dentro a ciascuno degli articoli della Costituzione è racchiusa una fiamma religiosa di solidarietà e di progresso sociale". Questo stesso amore per i valori della giustizia e della libertà traspare evidente anche dalle pagine del libro di Michele Del Gaudio, il magistrato impegnato in delicati processi negli anni Ottanta e già autore de La toga strappata (1992) e Il giudice di Berlino (1994). Don GIUSEPPE DOSSETTI, insigne giurista ritiratosi ormai da anni in monastero, riconosce nella sua prefazione al volume la forza poetica del testo di Del Gaudio, ma ne sottolinea anche la formale correttezza giuridica e il valore di certe proposte, destinate a sciogliere alcuni dei complicati nodi giuridici, sociali e culturali che hanno oggi un peso molto grande.

Ricordiamo che Dossetti, in un discorso tenuto a Milano il venti gennaio di (1995; ndr), e ripreso da Avvenimenti come introduzione alla Costituzione allegata al numero di febbraio, affermava con grande decisione che non è affatto vero che stiamo già entrando nella seconda Repubblica, poiché finora non si è ancora verificato nessuno di quei cambiamenti storici, giuridici, politici che avrebbero reso possibile l’uso di questo termine; affermava altresì che è in atto una manovra, legata anche all’uso eccessivo dei referendum, tesa a ridurre il consenso del popolo sovrano a un mero applauso al sovrano del popolo. Vi racconto la Costituzione di Del Gaudio è una lunga conversazione tra l’autore e un gruppo di giovani, studenti in legge, nel corso della quale vengono presi in esame tutti gli articoli della nostra Costituzione, e commentati, toccando i temi più importanti che travagliano la società italiana dei nostri giorni. 
Del Gaudio dimostra nel suo libro che la Costituzione non è obsoleta né superata, ma che anzi può ancora essere letta come un testo vivo, aderente ai problemi di tutti noi.

Scritto per i giovani, integra la spiegazione dei singoli articoli con una interpretazione etica e con consigli di vita. A partire dall’articolo 1, che suona come un monito dal rischio di molte forzature della democrazia, quali si sono verificate nel nostro Paese, dove di volta in volta si potrebbe pensare di essere in una repubblica partitocratica, tangentocratica o criminalcratica... all’articolo 3, che viene interpretato come l’affermazione del diritto di tutti ad essere informati tempestivamente e correttamente sui fatti pubblici, così da poter davvero partecipare alla vita democratica del Paese, perché "solo la conoscenza dei fatti politici, economici, sociali e culturali può permettere di pensare con consapevolezza e agire di conseguenza, anche nelle votazioni locali e nazionali".

Del Gaudio rigetta decisamente la distinzione all’interno della Costituzione, tra norme programmatiche e norme precettive, e in particolare rifiuta di credere che possa essere ritenuto meramente programmatico l’articolo 4, quello dove la Costituzione riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e demanda alla Repubblica il compito di promuovere le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Partendo dagli articoli che trattano dei diritti e doveri dei magistrati, Del Gaudio afferma l’importanza di mantenere la propria totale indipendenza, e offre ai giovani regole di comportamento valide nella vita quotidiana: "Talvolta il carabiniere o il poliziotto mi hanno offerto dei favori. Ho preferito non accettarli, e mai ne ho chiesti, perché ho sempre avuto chiaro nella mente il concetto di indipendenza... indipendenza vuol dire ammettere i nostri errori e ripararli, non già coprirli per non farli venir fuori... indipendenza da tutti: dai potenti, dai superiori, dagli amici, dai colleghi, dai parenti, dai familiari".

E il concetto si allarga, non riguarda più solo il comportamento dei magistrati: "Rifiutate i compromessi; siate intransigenti sui valori; convincete con amore chi sbaglia; rifiutate il metodo del saperci fare; non chiedete mai favori e raccomandazioni; votate in modo consapevole, non per ottenere dei vantaggi". Il dialogo a volte rallenta, si svia per fermarsi a contemplare un sentimento che sboccia tra i ragazzi che lo ascoltano; si apre ad accogliere i testi di famose canzoni o poesie; si sofferma su brani di lettere scritte da Don Milani, fino a effondersi a livello lirico in due belle lettere dello stesso autore, una rivolta ai camorristi, l’altra ai sacerdoti che operano nelle zone di mafia e camorra. 

La Costituzione è qui presente come una luce che ci aiuta a navigare nella notte: leggendola con spirito aperto alla verità vi possiamo trovare tutte le indicazioni per mantenere la nostra barca lontano dalle secche. Anche Antonio Di Pietro, nel suo volume Costituzione Italiana: diritti e doveri, si rivolge ai giovani, per spiegare loro in modo preciso, chiaro e con un linguaggio semplice, i primi 54 articoli, quelli che riguardano in particolare "i nostri diritti e doveri fondamentali, per volerli meglio rispettare e più incisivamente farli rispettare a tutela della nostra dignità. Infatti: non sta scritto da nessuna parte che dobbiamo per forza rassegnarci ad essere al servizio dei furbi e dei prepotenti, in quanto le regole della nostra Costituzione sono uguali per tutti". Nel corso della sua precisa disamina, Di Pietro affronta i temi della detenzione cautelare, della libertà di stampa e del potere dei nuovi media, dei rapporti tra pubblici ministeri e Gip, tratta inoltre delle accuse rivolte ai magistrati del pool "Mani Pulite" e riprende la sua ormai ben nota proposta di Cernobbio.

di MARIA GRAZIA MAZZOCCHI


RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
Questa nostra Costituzione
, di Piero Calamandrei, 
introduzione di Alessandro Galante Garrone - Bompiani Editore, Milano 1995.
Vi racconto la Costituzione
, di Michele Del Gaudio, un magistrato
 e un gruppo di giovani. Prefazione di Giuseppe Dossetti - Editori Riuniti, Roma 1995.
Costituzione Italiana
, diritti e doveri, di Antonio Di Pietro, presentazione di Francesco Cossiga -
 Edizioni Larus, Bergamo 1994. (Articolo pubblicato da Il Mondo Nuovo, nel n° 10 di luglio-agosto 1995, pag. 29)

Ringrazio per l'articolo
il direttore di


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