SCHEDE BIOGRAFICHE
PERSONAGGI
DON LUIGI STURZO (4 di 4)

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IL PROGRAMMA, LE FINALITA'


(suggeriamo, anche se ci ripetiamo in qualcosa,
di leggere i singoli periodi in RIASSUNTI STORIA D'ITALIA )


Gli scritti di Don Sturzo
( delle vere e proprie profezie )

E non aveva ancora visto nulla! (anni '70 e '80). Lui però aveva già diagnosticato la malattia e ne prescriveva la cura. Ma non fu ascoltato.
Ci voleva l'avvento e la sfida dell'economia globalizzata, perchè statalismo e garantismo (oggi e ancor più domani) fossero spazzati via. Per il futuro però saranno dolori. Salvo l'eliminazione
radicale
di quella "gramigna" che era abituata a chiedere e ottenere: disinvolte svalutazioni della Lira, personali piani di sviluppo, interventi di (falsi) salvataggi, pretestuose costruzioni di "cattedrali nel deserto"; aziende apparentemente libere ma che vivevano con i favori diretti o indiretti dello Stato.
Purtroppo se in quell'era detta liberista, fu lo Stato (spesso incompetente) a fare il monopolista, oggi con la globalizzazione è il privato liberista -spesso non si sa neppure il nome, se italiano o estero- a creare i monopoli; e sempre più spesso a rifornire il mercato interno con la loro produzione fatta all'estero da poveracci.

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GLI SCRITTI

"Statalismo" del 19 gennaio 1947 (da "Il Popolo")
"Maggioranza e opposizione" del 7 aprile 1951 (da "Il Mondo")
"Liberismo" del 6 ottobre 1951 (da "La Via")
"Sinistrismo economico" del 27 marzo 1955 (da "Il Giornale d'Italia")
"Mezzogiorno e industrializzazione" del 19 dicembre 1954 (da "Il Popolo")
"Libertà e autolimitazione" del 9 agosto 1955 ( da "Il giornale d'Italia")

Più che semplici interventi sono delle "profezie" di ciò che - con il "rompiscatole" sceso nella tomba - accadrà dopo, con le allegre "Partecipazioni Statali", e gli allegri "aiuti" con i soldi pubblici anche alle grandi industrie private. Un assistenzialismo che dalla fine degli anni Sessanta in poi andrà a creare lo spaventoso "buco nero" del debito pubblico; che non riusciranno a pagare i figli e neppure i nipoti di quella irresponsabile generazione.
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"Statalismo" del 19 gennaio 1947 (da "Il Popolo")


"Dopo ventidue anni di assenza, nel mio laborioso adattamento mentale alle condizioni presenti della nostra Italia, non posso sopportare l'aria greve e soffocante dello statalismo.
Una triste eredità che ci viene, è vero, dal periodo dell'unificazione, ma che è stata intensificata nel periodo fascista e che ora incombe su tutti come una necessità fatale.
Quel che più disturba chi è vissuto per sì lungo tempo in Paesi liberi, dove non è mai esistita la concezione di uno Stato (con la S maiuscola, ente anonimo sempre presente e sempre opprimente), è la constatazione che gli italiani si sono talmente adagiati all'idea di uno Stato-tutto, e che nessuno ha più ritegno di invocare provvedimenti e interventi statali per la più insignificante iniziativa".

"Quando ho sentito che per nominare un direttore musicale alla Fenice di Venezia si doveva interessare il sottosegretario di Stato alla presidenza, e che per aumentare il capitale a un ente cinematografico in crisi ci volevano gli aiuti del Tesoro, e che ci siano persino sale cinematografiche di Stato, mi sono domandato se gli italiani non abbiano perduto la testa e se lo statalismo non sia diventato una mania.
Mi è stato risposto che si tratta di residui dell'epoca fascista che dovrebbero essere liquidati al più presto. Ma di liquidazione sul serio se ne vede poca. Da per tutto ci sono commissari governativi-antifascisti al posto dei fascisti - ma sempre commissari - arbitri di enti statali parastatali, soprastatali... tutti con tanto di marchio di fabbrica: lo Stato".

( Per capire questa intricata tela di ragno vedi "LA GRANDE ABBUFFATA" Nda)

"Costoro ci stanno bene e non se ne vanno; le amministrazioni autonome di tali enti non vengono nominate (anche l'accademia di Santa Cecilia dopo più di tre anni dalla caduta del fascismo ha ancora il suo commissario); i ministri sono oppressi da affari personali (sì da aver poco tempo per quelli pubblici), perché tutto il mondo vuole un piccolo o grande commissariato, un posto nei gabinetti o nei sottoscala, ma un posto in qualcuno dei tanti uffici dipendenti dallo Stato, perché tutto il mondo italiano vuole dipendere dallo Stato".

"La colpa del fascismo è grande, ma la colpa dell'antifascismo non è meno grande. Socialisti e comunisti, essendo già dall'aprile 1944 al potere, si sentono (e perché no?) padroni dello Stato, e quindi il centralismo statale con loro e per loro fa passi da gigante. Ci voleva il ministero della post-bellica per fare pendant a quello della cultura popolare del fascismo. I milioni volano come l'acqua; non ci sono più controlli regolari, il ministro è arbitro assoluto. Si dice che l'on. Sereni favorisca le iniziative a tipo comunista; sarebbe sciocco se non le favorisse; così farebbe un ministro socialista, repubblicano o democristiano; con la piccola differenza che il primo si sente padrone, perché ha la piazza dietro le spalle, gli altri sarebbero un po' più timidi, perché avrebbero la piazza davanti agli occhi.
Ora sappiamo che il ministro della post-bellica va studiando un progetto monstre per trasformare un servizio occasionale che dovrebbe finire presto, in un ministero permanente, che abbia sotto di sé sanità, assistenza sociale, assicurazioni e chi più ne ha più ne metta, sì da statizzare completamente i servizi assistenziali".

"Altra statizzazione che si medita è quella dell'assistenza emigratoriale; altri controlli che si preparano sono diretti ad asservire le cooperative; fascismo, fascismo puro; statalismo soffocante, rosso invece che nero; ma statalismo. Tutto ciò non disturba i sonni dell'italiano medio, che sarebbe felice se lo Stato potesse togliergli le preoccupazioni della vita. Il fascismo passò allo Stato i segretari comunali; chi ha il coraggio oggi di farli rientrare nei ranghi propri? Lo Stato si prese tutti i maestri elementari, creando un accentramento invero simile e un grattacapo al ministero dell'istruzione, senza precedenti. Oggi nessun deputato azzarderebbe la proposta di far ritornare i maestri ai Comuni. Perderebbe la medaglietta; avrebbe le ire anche dei maestri cattolici che per non sembrare da meno dei loro colleghi, vogliono mantenere le "conquiste della classe".

"L'essere statale è una conquista di classe, perché lo Stato paga e i Comuni non pagavano; lo Stato classifica, sposta, decide ex cathedra; il Comune no, non poteva, perché viveva e vive la vita grama dei poveri, sottoposto anch'esso a una insopportabile ingerenza statale, che ne impedisce lo sviluppo e l'attività. E dire che siamo nel Paese delle "cento città", della vita municipale piena di grandezze e di ricordi, i cui monumenti "comunali" hanno l'impronta del genio, mentre quelli dello Stato burocratizzato hanno l'impronta della mediocrità e della insipienza".

"Per sopportare l'elefantiasi dell'accentramento, lo Stato ha preso in mano tutte le risorse del Paese; lo Stato ha gonfiato il suo Tesoro (oh! carta stampata che corrode il valore della nostra liretta, quando cesserai di inondare il Paese?); lo Stato getta milioni e miliardi dalla finestra per quella demagogia che è penetrata nelle ossa dei politicanti italiani. Così nulla si salva; né lo Stato, né gli enti statali e parastatali, moltiplicati all'infinito, né i Comuni, né i cittadini. E peggio di tutti stanno coloro che hanno "la fortuna" di essere impiegati dello Stato, di grado 2° o 7°, titolari o avventizi, generali o spazzini, insegnanti universitari o elementari, perché la loro lira è stabilizzata e i posti no. Infatti è così: nel vortice dell'accentramento e della statizzazione si perde il senso della realtà e del relativo per una specie di assorbimento nella potenza magica della politica e della economia unificate".


"In questa atmosfera di statalismo greve e sconcertante, nasce la Regione italiana. I dolori del parto sono assai lunghi e spasmodici. Si spera che non venga fuori un mostriciattolo; se verrà fuori una creatura vitale, si ha ragione di temere che lo statalismo sia lì pronto per ingoiarlo.
Agli amici democratici cristiani e agli altri che si battono nella commissione della costituente per la Regione andrà la gratitudine degli italiani pensosi delle sorti del nostro Paese.
Per essi riporto dall'appello al Paese, lanciato ventotto anni fa dai popolari nel costituire il loro partito, il periodo seguente: «A uno Stato accentratore tendente a limitare e regolare ogni potere organico e ogni attività civica e individuale, vogliamo sul terreno costituzionale sostituire uno Stato veramente popolare, che riconosca i limiti delle sue attività, che rispetti i nuclei e gli organismi naturali - la famiglia, le classi, i Comuni - che rispetti la personalità individuale e incoraggi le iniziative private».

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"Maggioranza e opposizione" del 7 aprile 1951 (da "Il Mondo")

"Alla vigilia di crisi e di elezioni una revisione della situazione dei partiti è d'obbligo; tanto più che dall'una e dalle altre si prevedono spostamenti e indicazioni che saranno validi per altri due anni fino alle elezioni politiche del 1953.
Nessuno può contestare alla Democrazia cristiana la posizione di maggioranza numerica (a parte il piccolo scarto nel Senato) e di partito responsabile della coalizione governativa. Quel che manca in Italia è un partito o una coalizione di partiti che possano dirsi, con la formula inglese, opposizione di Sua Maestà; cioè una minoranza costituzionale che sia in posizione di alternarsi al potere con il partito (o coalizione di partiti) che nella legislazione in corso tiene la maggioranza.
Invero nessuno considera minoranza costituzionale il Partito comunista al quale è alleato in sottordine il Partito socialista italiano; e nessuno in Italia, tranne gli interessati, avanza l'ipotesi che i rossi possano ottenere la maggioranza e impadronirsi del governo; perché, a parte altre considerazioni, verrebbe meno tanto l'ordine costituzionale quanto l'alternanza dei partiti al potere. Ed è questo uno dei motivi, se
non il principale, perché quell'italiano medio, che preferirebbe altri uomini e altre bandiere, vota Democrazia cristiana come il solo partito in grado di impedire l'avvento del comunismo. Fino a che tale pericolo esiste, il comunismo è di per sé un fattore decisivo a favore dell'attuale maggioranza.

Ecco perché siamo in cerca (mi ci metto anch'io e ne dirò le ragioni) di una minoranza costituzionale che possa creare un'opposizione legale e determinare col tempo l'alternanza al potere, pur cooperando allo stesso tempo con la Democrazia cristiana a tenere il comunismo lontano dal potere.
Certuni hanno pensato a una coalizione laicista che possa fare allo stesso tempo pendant con la Democrazia cristiana per tenere in iscacco i comunisti e pendant con i comunisti per tenere in scacco la Democrazia cristiana. Essi non si accorgono che son fuori della realtà. Il gioco parlamentare di altalena, eventuale e quasi distaccato dalle premesse e dalle conseguenze politiche, può capitare ed è capitato tanto ai democristiani quanto ai laicisti. Cito due passi: il primo quello dell'articolo 7 della Costituzione circa il concordato (democristiani e comunisti); il secondo quello dell'articolo 72 riguardo i divorzi autorizzati da tribunali esteri (laicisti e comunisti). Se un simile gioco fosse ridotto a sistema, pari a quello del gruppo irlandese alla Camera dei comuni nel secolo scorso, non potrebbe essere effettivo che per una visione unica alla quale vengano subordinati tutti gli interessi e tutte le divergenze dei partiti. Il laicismo, sia quello blando e benevolo di Manlio Lupinacci, sia quello radicale dei vari scrittori del Mondo, non è capace di creare una posizione unica di battaglia che trovi consistenza e forza nel Paese.

Ma c'è di più: come può il laicismo essere il minimo comune denominatore dei vari piccoli partiti italiani, a parte le tre denominazioni di massa: democristiani, socialisti e comunisti? Non certo per i resti del vecchio liberalismo rinverdito nel Cln del dopoguerra e arrivato con l'esarchia al governo; non esiste un vero partito liberale; esistono varie correnti più o meno personali che non hanno trovato fra loro quel minimo comune denominatore che li unisca, nonostante che tutti si dicano laici. Se nel periodo dalla fine Ottocento al primo quarto del Novecento i liberali poterono affrontare il socialismo in ascesa, ciò fu per l'apporto elettorale dei cattolici e poi per l'appoggio dei popolari ai governi di coalizione; non mai perché i gruppi e gruppetti liberali e demoliberali e liberodemocratici del tempo formassero un vero partito organizzato. Il frammentarismo dei liberali di ieri non è cambiato neppure oggi, dopo trent'anni di estromissione dalla direzione politica del Paese; è cambiata solo la posizione, divenuta oggi di critica e di attesa, dato che essi non possono contare che su 15 deputati e 10 senatori.

I resti del radicalismo italiano, riapparso sotto il nome di Partito di azione, si sono dispersi nei partiti di sinistra. Le punte monarchiche e "missine" hanno una pregiudiziale costituzionale che rende loro difficile partecipare, anche se lo volessero, alla coalizione laicista di una certa consistenza e serietà.
I repubblicani hanno una loro fisionomia storica alla quale non rinunziano e, secondo me, fanno bene per quel poco che di storico sopravvive nella politica italiana.
Restano i socialisti: questi potrebbero fare un partito forte, un laburismo italiano, laico s'intende senza bisogno di dirlo, se fossero capaci di prendere una posizione non classista e non marxista, realmente innovatrice. Purtroppo in Italia le masse operaie, che hanno avuto inoculato nel sangue, in trent'anni di socialismo prefascista, un rivoluzionarismo bolso insieme alla casistica bizantina che le ha frazionate, oggi si trovano alle prese sia con il rivoluzionarismo dei compagni comunisti che con le nuove casistiche dei Psi, Psu e Psli; essi non sono in condizione psicologica e politica di cambiare rotta di punto in bianco; occorrono anni e anni e più che altro il declino politico del comunismo, lo sfaldamento della Cgil perché abbia luogo una revisione politica che oggi è impossibile. Saragat è un pioniere che si arresta avanti la porta e non la infila, perché ha paura, voltandosi, di trovare il vuoto dietro di sé. Da qui il travaglio di trovare quell'accordo fattivo, che non sia un handicap per l'avvenire del partito unitario. Da qui anche la impossibilità per il partito nenniano a romperla con il comunismo, e la posizione d'obbligo della Cgil a mantenere le masse operaie ferme alla politica di Mosca.

Il laicismo non ha coagulato né coagulerà nessuna terza forza o nessun partito o coalizione permanente di partiti, così da divenire l'opposizione costituzionale alla Democrazia cristiana, e da creare lo stato d'animo nazionale di aspettativa per l'alternanza dei partiti di governo, quando il pericolo comunista sarà attenuato o allontanato. Il laicismo può essere una posizione culturale per gli intellettuali; una posizione religiosa per coloro che si rifanno alla tradizione dei ghibellini, dei liberi pensatori, dei liberali agnostici o anche mezzo-credenti che aspiravano, nel passato, alla eliminazione dell'ingerenza ecclesiastica nella vita dello Stato moderno. Posizioni storiche queste che possono dirsi già superate, in quanto i residui attuali fissati nel concordato non hanno creato né creano situazioni antagonistiche fra Stato e Chiesa, e in quanto la stessa funzione religiosa della Chiesa in pace con lo Stato non solo è un bene morale per la società, ma un bene valutabile politicamente per il Paese.

L'istanza laicista è posta da alcuni come limite precauzionale a una possibile attività clericale della Democrazia cristiana, cosa fin oggi più nella fantasia degli avversari che nelle istanze programmatiche del partito di maggioranza e nella condotta politica del governo. Del resto, nessun laicista ben pensante crede che oggi possa sferrarsi una campagna anticlericale, sia perché ne manca il substrato politico ed economico come quello che rese possibili le posizioni risorgimentali in merito: potere temporale, manomorta ecclesiastica, resti di giurisdizionalismo; sia perché da un lato non troverebbe reale appoggio nel Paese e dall'altro lato ne approfitterebbero solo i comunisti, per i quali l'apporto laicista sarebbe un'occasione favorevole per portare in Italia i metodi usati nei Paesi satelliti.

Tolto via il laicismo come minimo comune denominatore di un'opposizione costituzionale, resterebbe da formare un programma politico e parlamentare per creare la diga delle minoranze all'attività debordante di ogni maggioranza. Ma si dovrebbe puntare sulla rivalutazione della libertà di fronte al vincolismo e al dirigismo imperante; su una maggiore contrazione delle spese pubbliche dato lo sperpero che ne fanno sia lo Stato sia gli enti vecchi e nuovi nei quali imperano le burocrazie interessate; sopra una migliore disciplina parlamentare e una più sentita moralità nella vita pubblica.
Le minoranze hanno il diritto di prendere l'atteggiamento di Catone, solo quando anch'esse hanno le mani nette e il coraggio della verità; quando nulla hanno da perdere e nulla da guadagnare dal compito che loro deriva di controllo politico e parlamentare; quando non aspirano a partecipare a tutte le coalizioni governative per trarne vantaggi di partito e di persone.

Il principale, ma non l'unico, torto dei partiti di minoranza è che non hanno pazienza nell'attesa, perché non hanno fede nei loro ideali o non vogliono perdere i vantaggi del momento; così si spappolano e si dissolvono, o si contrastano e si frazionano. Il laburismo inglese attese quarant'anni per divenire partito di governo, incuneandosi fra i due colossi di allora: il conservatore e il liberale, e rigettando le esperienze delle coalizioni.
Forse i moderni ignorano che chi scrive fissò le linee del partito popolare in un discorso del 1905, pubblicato nell'anno seguente; e attese quattordici anni e lavorando sempre a tale scopo con fede e tenacemente, finché nel gennaio 1919 poté lanciare l'appello «ai liberi e ai forti» e condurre il partito alla vittoria del novembre 1919 (99 deputati al Parlamento).
Coloro che oggi credono che, il titolo di liberale valga a creare un alone di fiducia generale o che il laicismo possa destare gli entusiasmi degli italiani, sono degli illusi. Occorre una lunga preparazione, una chiara caratterizzazione politica; occorrono uomini che si sacrifichino per l'idea. Altrimenti, tutte le intese, anche elettorali, non faranno fare un passo alla chiarificazione della nostra vita pubblica.
E allora? La formula del 18 aprile, nata come formula anticomunista e applicata col metodo di un neo-giolittismo di maniera, creando una maggioranza senza opposizione costituzionale coerente ed efficiente, continuerà per altri due anni, e non potrà preparare nel parlamenta e nel Paese una soluzione atta a dare vitalità e robustezza alla democrazia della repubblica italiana.


"sul "Liberismo" del 6 ottobre 1951 (da "La Via")

"Secondo il prof. Ernesto Rossi io sarei un liberista manchesteriano di cento anni fa. Non c'è dubbio che io sia stato sempre coerente a un ideale temperatamente "liberista", fin da quando, sull'altra sponda, mi trovavo sulla medesima linea di Napoleone Colajanni, combattendo contro il dazio sul grano, e partecipando alla corrente guidata da Edoardo Giretti. Però, e prima e dopo il fascismo, in Italia e all'estero, ho sempre ammesso e, occorrendo, sostenuto apertamente, un equilibrato intervento statale a fini politici e sociali ben chiari e determinati.
Non c'è dubbio che l'azione statale, anche se volutamente limitata al solo regime fiscale, interferisca nel ritmo dell'economia privatista. Lo stesso effetto ha qualsiasi regime doganale, tanto a scopo fiscale che a scopo politico (nei rapporti con altri Stati). Quando poi sopraggiungono esigenze eccezionali per epidemie, terremoti, guerre, i provvedimenti statali incidono naturalmente in parte o anche in tutta la struttura economica del Paese; sta al governo e agli organi dello Stato temperare, regolare, correggere il corso degli affari, per dare ai cittadini il minore disturbo possibile.

Il liberismo puro è una concezione irrealistica, come è irrealistico il dirigismo puro, il comunismo puro e tutto quel che l'uomo idealizza al di fuori della realtà concreta.
Stando con i piedi sulla terra, possiamo parlare di indirizzo, di orientamento, di relatività; infatti la legge più adatta all'uomo politico, come all'uomo di affari e anche all'uomo comune, è quella di un sano relativismo. Quando lo Stato liberale era timido ad adottare leggi sociali, non solo noi democratici cristiani della fine Ottocento, ma anche molti altri di vario settore, a parte i socialisti, sostenevamo il diritto dello Stato a intervenire, per proteggere il lavoro contro lo sfruttamento, sostenevamo il diritto dell'operaio a organizzarsi e il dovere dello Stato a riconoscerne i sindacati e le leghe. Si trattava, è vero, di interventi di carattere giuridico-sociale. Ma, facendo un passo in avanti, accettavamo anche le municipalizzazioni, allo scopo di far diminuire i costi e calmierare i consumi.

Naturalmente l'esperienza "italiana", fatta spesso di facilonerie e di furberie, portò in molti casi, così nel campo della municipalizzazione come in quello della cooperazione, a elevare i costi e a fare sparire gli utili e i vantaggi che si speravano. Proprio come avvenne nel campo delle assicurazioni di Stato, che pur favorimmo nonostante certe riserve. Ma in teoria avevamo ragione e in pratica no.

Oggi il timido "intervenzionismo" della fine del secolo scorso è superato; il cosiddetto "dirigismo" di Stato è accettato da tutti, anche se si è arrivati a formare un migliaio di enti statali o parastatali. Lo Stato non si è limitato a regolare l'economia a mezzo degli interventi fiscali e doganali; ha prodotto con i suoi interventi due grossi monopoli intercomunicanti: il monopolio dello Stato, parte scoperto e parte sotto etichette varie, e il monopolio di grandi imprese apparentemente libere che vivono dei favori diretti o indiretti dello
Stato. Quando tali imprese vanno male, si annettono apertamente e subdolamente allo Stato, che così accresce il suo immenso "demanio" industriale, immobiliare e mobiliare. Di questo passo lo Stato, in forma caotica e incoerente, costituirà una nuova manomorta superiore a quella feudale dei monarchi o delle Chiese del Medio evo e quasi pari all'attuale manomorta sovietica.

La situazione italiana di oggi è di una incoerenza tale, che il prof. Rossi può denunziare la mala amministrazione statale, l'invadenza burocratica nella economia, il parassitismo a danno dello Stato, e allo stesso tempo scrivere contro i "baroni" o i "briganti" dell'elettricità o dello zucchero e in genere contro i "pirati" di terra e di mare della industria privata; con l'eccezione del cielo perché là non c'è nessun "pirata", dato che la nostra industria aviatoria non ha possibilità di contendere con quelle estere, che si aggiornano sempre di tutte le novità scientifiche succedentisi a ritmo accelerato.
L'assurdo dell'economia italiana sta nel fatto di essere apparentemente privatistica e di mercato, ma effettivamente controllata da uno Stato che pretende di dirigere e non dirige; mentre il privato cerca di farla al dirigente e al cliente e la fa a se stesso.

Fra gli elementi del caos economico che si è prodotto in Italia, il primo e il più grave è di natura psicologica. Gli operai, quelli che, lavorando o anche non lavorando, hanno la fortuna di un salario giornaliero assicurato, pensano che, se non paga l'imprenditore, pagherà lo Stato, sia direttamente sia sotto i fatidici nomi di Iri, Fim, Ilva, Ansaldo e simili; hanno così perduto il senso del rischio. Se sono licenziati, tentano le agitazioni sindacali, gli scioperi, l'occupazione delle fabbriche, sicuri che, novanta volte su cento, la spuntano. In tutti questi casi, casi di ogni giorno, il meno che si pensa è di rendere efficiente l'impresa e di evitare che l'impresa fallisca. Anche l'impresa in stato fallimentare deve vivere ed essere oggetto di salvataggio statale.

L'imprenditore, da parte sua, non solo entra in questo ordine di idee, ma usa dell'arma dei sindacati operai e delle deputazioni politiche di tutti i partiti per costringere ministeri e governo a intervenire.
La burocrazia non sta con le mani in mano, sia quella normalmente amica, pour cause, degli industriali, sia quella eventualmente interessata; sia anche quella impegnata dai ministri a trovare una soluzione temporanea che allontani il disturbo e rimandi la ricerca di rimedi più sostanziali. Se, ciò nonostante, non si riesce a salvare le imprese, le larghe braccia dello Stato sono là per rilevare tutte le Brede, tutte le Reggiane e tutte le Ducati di questo mondo, accrescendo la manomorta industriale statizzata.

Il prof.. Rossi domanda a bruciapelo se sia possibile il fallimento della Fiat. Io escludo l'ipotesi, non perché la Fiat non sia come tutte le cose umane, che possono andare bene o male, ma (a parte la solidità di quella impresa, che vorrei più contenuta e senza tante filiazioni), perché escludo che si debba a priori ipotizzare il caso di un salvataggio statale di un'impresa in fallimento. Fatta la ipotesi, viene creata di botto la psicologia del pubblico che lo Stato è obbligato a garantire tutte le imprese industriali che andranno male. Non ne resterà una in piedi. Se la Fiat, nonostante tutti gli aiuti e le protezioni avute, come ogni altra impresa industriale, andasse male, e io fossi qualcosa nel governo italiano (supposizione ieri irrealizzata e oggi irrealizzabile), sequestrerei tutti i beni degli azionisti della Fiat e di tutte le società alle quali partecipa la Fiat per fare fronte al disastro, manderei in galera tutti i responsabili del fallimento e metterei l'impresa in mano ad abili liquidatori. La nuova Fiat verrebbe su sana e valida, senza debiti e senza creditori. Quegli operai licenziati dovrebbero essere messi alla pari dei disoccupati, per i quali lo Stato provvede nei limiti delle sue possibilità, curando che nessuno muoia di fame, ma chiarendo che nessuno possa avanzare diritti contro lo Stato.

Questo atto di politica risanatrice porterebbe certo la ribellione dei sindacati, il voto di sfiducia dei deputati, la crisi ministeriale, ma sarebbe l'inizio dell'apertura degli occhi degli italiani che non vedono verso quale disastro si va incontro ammettendo a priori che nessuna impresa importante debba fallire.
E vero; Sturzo, l'organizzatore di contadini e di operai della prima gioventù, il sostenitore del sindacalismo giuridicamente riconosciuto, il sociologo storicista e spiritualista, l'uomo di azione sociale e cattolica, il politico democratico, sarebbe in questo caso dipinto quale nemico del popolo e sarebbe messo in stato di accusa.
Cinque anni fa, al mio ritorno dall'America, trovai l'improvviso provvedimento del blocco della mano d'opera nelle industrie. Proposi la creazione di una cassa autonoma per la disoccupazione con il concorso dello Stato, delle industrie e degli operai occupati, sicuro che, entro due o tre anni, tutta la mano d'opera licenziata sarebbe stata riassorbita, le industrie avrebbero prosperato della congiuntura, e avrebbero avuto maggiore possibilità per il riadattamento postbellico delle imprese. Forse ero ottimista nelle previsioni; ma l'altra strada, quella seguita, ci ha dato la perdita di cinque anni nella ripresa e ci ha portato al marasma presente.

Un'altra delle mie campagne (naturalmente senza risultati) tocca una delle piaghe più gravi: la nostra: economia nei rapporti con il sistema bancario. Quale economia, anche elementare, può stare in piedi con gli attuali interessi bancari attivi, che dal 7 per cento nominale vanno al 13 per cento normale, e arrivano a punte che superano il 18 per cento? Che dire poi se le banche pretendono (non si tratta di pochi casi) di associarsi ai profitti dell'impresa per quel 10, 20 o anche 30 per cento, che trasforma la banca in una compagnia di affari, e non si sa in certi casi se pubblici o privati? Mi fermo qui, perché gli organi dello Stato non ignorano questo e altro, dato che la gran parte delle banche sono statali o "irizzate" che è lo stesso.
La piaga italiana sta principalmente nella burocratizzazione generale: lo Stato, le aziende statali, le banche, gli enti statali o parastatali e perfino le grandi imprese industriali e agrarie sono tutte burocratizzate: la burocrazia vi comanda e vi impera.

L'impresa piccola e media, fisco permettendo, banca permettendo, sindacato permettendo, congiuntura permettendo, vive o vivacchia, secondo i casi, o va in malora con fallimenti risanatori. Ma il grosso, quello che Ernesto Rossi definisce dei "pirati", dei "briganti", dei "baroni", vive con l'aiuto diretto o indiretto dello Stato e con i favori della burocrazia, con il consenso non disinteressato dei partiti.
Quel poco che ci mette l'iniziativa privata da sola, al di fuori dei contatti, ibridi e torbidi con lo Stato, è merito di imprenditori intelligenti, di tecnici superiori, di mano d'opera qualificata, della vecchia libera tradizione italiana. Ma va scomparendo sotto l'ondata dirigista e monopolista.


Mi si domanda, perché, in tale situazione, continuo a perseguire idee e ricordi di un liberismo seppellito. Rispondo: il segreto della mia campagna non è strettamente economico. Io non ho nulla, non possiedo nulla, non desidero nulla. Ho lottato tutta la mia vita per una libertà politica completa, ma responsabile. La perdita della libertà economica, verso la quale si corre a gran passi in Italia, segnerà la perdita effettiva della libertà politica, anche se resteranno le forme elettive di un parlamento apparente che giorno per giorno segnerà la sua abdicazione di fronte alla burocrazia, ai sindacati e agli enti economici che formeranno la struttura del nuovo Stato più o meno bolscevizzato.
Che Dio disperda la profezia.

sul "Sinistrismo economico" del 27 marzo 1955 (da "Il Giornale d'Italia")

"L'apertura a sinistra, motto magico per non pochi della politica militante, parte dalla convinzione che solo a sinistra si trovi la soluzione dei mali sociali. Da qui gli altri motti: immobilismo del centro, reazione della destra, superamento della borghesia. Simile concezione del bene e del male nei rapporti sociali, così semplificata e così radicata nella mente e nel portamento politico dei socialisti tradizionali e del sindacalismo di sinistra, trova adesione in gran parte delle organizzazioni operaie a qualsiasi settore politico appartengano e in non pochi settori di quella classe politica che usa fare appello alla "base"; a parte coloro che, scrutando il vento che spira e non desiderando diminuire di popolarità, si orientano a sinistra, più a sinistra che è possibile, anche all'interno del proprio partito, per timore di essere scavalcati nel gioco delle preferenze elettorali. ,
Comunque sia, i centristi dell'epoca del Partito popolare e i difensori convinti delle posizioni di destra nella vita pubblica italiana di questo dopoguerra, sono ridotti al lumicino: oggi la corsa è a sinistra.
Ecco perché l'apertura a sinistra è per molti una frase di inusitate attrattive, mentre il centrismo non desta simpatia. La Dc, per definizione partito di centro, è stata più volte accusata di immobilismo e l'accusa è partita dagli stessi democristiani che, per convinzione e per occasione, sventolano la bandiera di sinistra. Non sarò io a fare l'elenco di quel che in dieci anni si è fatto in Italia sia nel campo della ricostruzione postbellica come in quello dei rapporti sociali e dell'assistenza. Le mie critiche sono state mosse dagli sbagli che il sinistrismo ha fatto fare ai governi, non dalle iniziative coraggiose dal dicembre 1945 in poi.
Non sono mancate giustificazioni alla collaborazione politica con il socialcomunismo per i due anni 1945-47 (la precedente collaborazione fu imposta dagli alleati); neppure sono mancate giustificazioni all'interventismo statale in settori che potevano essere facilmente lasciati all'iniziativa privata. L'errore, che si è andato sviluppando e al cui dilagare sembra non si possa opporre una diga efficace, è la cieca fede nello statalismo economico e la ostilità crescente all'iniziativa privata, ogni qualvolta tale alternativa venga presentata ai partiti e alle Camere.

Ne consegue che lo Stato ha sempre bisogno di maggiori mezzi per fare fronte alle continue richieste di intervento; maggiori mezzi che vengono sottratti all'investimento privato. E mentre viene scoraggiata l'attività dei cittadini, viene inflazionata quella degli enti creati nel passato e moltiplicati nel presente.
Tale processo segna curve di maggiore o minore efficienza secondo le oscillazioni prodotte da interventi di eccezionale portata: piano Marshall, prestiti interni ed esteri, Cassa mezzogiorno, enti agrari di riforma, Eni. Nel complesso, l'aumento della spesa pubblica non si arresta; l'interventismo statale rafferma l'iniziale statalismo delle democrazie moderne e conduce, per vie equivoche, al socialismo di Stato.

Credono gli amici della sinistra Dc che sia questa la via per il benessere del nostro Paese? E che ciò risponda ai più sani criteri di politica democratica e agli ideali stessi del loro partito?
Terrore fondamentale dello statalismo è quello di affidare allo Stato attività a scopo produttivo connesse a un vincolismo economico, che soffoca la libertà dell' iniziativa privata.
Se nel mondo c'è stato effettivo incremento di produttività che ha superato i livelli delle epoche precedenti e ha fatto fronte all'incremento demografico, lo troviamo nei periodi e nei Paesi a regime economico libero basato sull'attività privata singola o associata. Non si riscontra simile prosperità, diffusa in tutta la popolazione, sotto i regimi vincolistici delle monarchie assolute dell'ancien régime, né sotto dittature militari e popolari del secolo scorso e del presente.
E se la prima industrializzazione, teorizzata dal liberalismo economico, ci si presentò in termini di libertà spregiudicata e sfruttatrice, bisogna tener conto sia della reazione al vincolismo che s'andava scuotendo (statale e corporativo), sia dell'euforia della produzione capitalista. Fu allora che si sostenne la teoria dello Stato indifferente ai problemi etici e sociali e la più completa fiducia nel gioco economico.

Periodo superato questo in tutti i Paesi civili, sia con le leggi sociali che gli stessi liberali laici, insieme alle rappresentanze dei partiti cattolici di allora, adottarono sotto la doppia spinta proletaria ed etico-religiosa; sia con la formazione contrastata prima, vittoriosa dopo, dei sindacati socialisti e cristiani.

In questo processo, si passò dall'accentramento e dalla sterilità della ricchezza nelle mani delle classi nobili e delle manomorte alla distribuzione e produttività delle classi medie; la proprietà individuale e cooperativa si diffuse e si diffuse l'artigianato, il livello della vita economica si andò elevando, anche per le classi operaie, come mai nel passato vincolistico, sia il medievale e il rinascimentale sia il moderno fino alla prima metà del secolo scorso.
L'accesso delle classi lavoratrici alla piccola proprietà non è da oggi: ma oggi viene accelerato in forme più adatte alla struttura moderna, anche se questo fatto attenua in certa guisa lo slancio produttivo della grande azienda.
Quel che preoccupa, nel rinnovamento sociale presente accelerato e pur deformato dagli effetti delle due grandi guerre, è l'esagerato interventismo statale, fino a rifare una nuova manomorta di beni urbani e rurali, a creare un capitalismo statale di partecipazioni dirette e indirette alle aziende produttive, e a tentare un'industria di Stato privilegiata e garantita.

L'Italia ha provato nel passato regime il dirigismo, l'autarchia e la creazione dell'Iri a titolo provvisorio di liquidazione. Ma nulla è più duraturo del provvisorio; nulla è fuori della liquidazione che quella fatta dallo Stato a scopi politici.
Quella parte della nostra industria, inflazionatasi per gli affari mal condotti nella prima guerra mondiale, doveva ridimensionarsi e liquidarsi; lo Stato poteva, dal di fuori, favorire l'una o l'altra operazione con meno scosse possibili. L'operazione Iri sembrò saggia, salvò buone e cattive imprese; inflazionò le partecipazioni statali e creò un cattivo esempio per l'avvenire.

Trasferire il capitale privato allo Stato, e farlo operare nei larghi settori dell'industria, agendo come azienda privatistica nei contratti con i terzi: clienti, fornitori e operai; ma amministrando con la sicurezza che l'azionista unico o maggioritario ingoierà tutti i rospi e finirà per saldare tutti i deficit, porta danno al Paese, alla sua economia e alla stessa classe operaia.
Continuare nel sistema, credendo che lo Stato, cioè la pubblica amministrazione, possa correggersi, è follia; proprio quella follia che comunisti e socialisti di marca portano come soluzione del problema economico moderno; ma della cui soluzione non abbiamo un solo esempio che sia probante, neppure nella "felicissima Russia", neppure nei Paesi satelliti, fra i quali la Cecoslovacchia che, come Paese libero, conobbe i progressi agrari e industriali del primo dopoguerra, la Polonia e ancora più i Paesi baltici, che dopo la liberazione dal giogo degli zar di Pietroburgo si avviarono, in clima di libertà, verso una prosperità mai prima conosciuta.
Del resto, gli esempi di Paesi come l'Olanda, il Belgio, la Svizzera, il Lussemburgo, a non parlare dei maggiori: Stati Uniti d'America, Canada, Australia, Nuova Zelanda, e aggiungo anche l'Inghilterra e la Francia, pur tormentati come sono dal dirigismo del dopoguerra, e meglio ancora la Germania occidentale che in cinque anni ha ripreso vigore e forza, danno la prova di che cosa sia, nella prevalente economia privatistica, il benessere e lo sviluppo della classe lavoratrice, in collaborazione da pari a pari con i datori di lavoro.
Non manca l'intervento dello Stato in tali Paesi, intervento razionale nel campo fiscale, opportuno in quello creditizio, e anche, sotto forma dirigista, in certi settori di particolare difficoltà. Ma quando si arriva alle statizzazioni o nazionalizzazioni industriali (miniere di carbone in Inghilterra, elettricità in Francia e simili) se ne lamentano gli effetti deleteri, anche se possono registrarsi certi vantaggi immediati che si scontano strada facendo.
Ma altro è il tentativo di risolvere un dato problema con la statizzazione (noi abbiamo le ferrovie di Stato e la statizzazione o demanializzazione del sottosuolo); altro è andare soffocando le attività dell'economia privata attraverso l'inflazione degli enti sorretti da finanziamenti di Stato, da partecipazioni azionarie di Stato, da privilegi e monopoli di Stato.
Tali enti sono in balia delle fluttuazioni politiche. Non è il governo che gestisce: il governo influisce politicamente; non sono i partiti che gestiscono: i partiti influiscono politicamente; sono, è vero, i funzionari che gestiscono ma senza effettiva responsabilità, perché dietro di loro c'è il ministero competente per definizione ma spesso incompetente; non sono i privati chiamati alla gestione di tali enti ad assumerne le responsabilità, perché a ogni momento possono ricevere ordini palesi o segreti, dei quali nessuno risponde. Così si crea un capitalismo irresponsabile, poco e niente redditizio, che oggi va assurgendo a dirigente effettivo della vita economica del Paese.

I vantaggi dello Stato? nulli; anche nel settore fiscale lo Stato riceve meno di quanto dovrebbe, perché gli enti pubblici sono, fino al momento in cui scrivo, o privilegiati o evasori, e sempre evasori per la parte non privilegiata. Nessuna entrata attiva va allo Stato, tranne qualche briciola per ubbidire a certe percentuali fissate da leggi; in compenso le passività sono coperte al 100 per cento; e più passività si fanno (anche illegalmente e perfino dolosamente) e più lo Stato interviene. Non ho visto un solo amministratore portato avanti la Corte dei conti al redde rationem.

Quale maggior contributo politico della democrazia alla realizzazione del socialismo di Stato? e quale più efficace mezzo per lo slittamento verso il comunismo? Ci pensino i sinistroidi della Dc a tale prospettiva. Quando sento i Pella, i Campilli, i Fanfani e perfino i Vanoni parlare a favore dell'iniziativa privata, mi domando se le loro parole sono ancora valide, e se essi si rendono conto della rotta che si è andata prendendo in Italia attraverso lo statalismo economico sempre più invadente e alla fine irrefrenabile".
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sul "Mezzogiorno e industrializzazione" del 19 dicembre 1954 (da "Il Popolo")

"Il decennio dicembre 1944-'54 segna, nella storia del Mezzogiorno, la più marcata tendenza verso la industrializzazione. Non sono mancate in precedenza qua e là industrie nel Mezzogiorno e nelle isole, e, nel tipo del tempo, anche sotto i Borboni; neppure sono mancate iniziative a largo respiro e di importanza notevole; i nomi di pionieri quali Florio in Sicilia e Capuano a Napoli non vanno dimenticati; ma una vera politica diretta alla industrializzazione del Mezzogiorno non vi e stata mai.

La guerra seminò rovine dappertutto; i danni nel Mezzogiorno, specie nel settore industriale, furono relativamente maggiori di quelli del settentrione. I primi provvedimenti della ricostruzione industriale del 1943 e 1944 furono diretti principalmente al Mezzogiorno, perché dalla linea Sigfrido prima e dalla linea gotica in seguito, il resto del territorio era occupato dai tedeschi e dipendente dalla, più o meno nominale, repubblica di Salò.
La industrializzazione cominciò in Sicilia con la creazione della sezione industriale del Banco di Sicilia (28 dicembre 1944). Seguì a distanza di quasi un anno e mezzo la sezione industriale del Banco di Napoli (maggio 1946) che operò anche per la Sardegna fino alla costituzione di un banco proprio per quell'isola. Le varie leggi susseguitesi aumentarono i fondi, ampliarono le agevolazioni fiscali, costituirono gestioni speciali per le piccole e medie industrie, fino a che, sul fondo-lire dell'Erp, furono attribuiti altri miliardi sia direttamente sia a mezzo di obbligazioni.

In totale, nel decennio il Banco di Napoli direttamente e a mezzo dell'Isveimer prima della trasformazione, ha impiegato nel Mezzogiorno continentale 60 miliardi e 700 milioni; il Banco di Sicilia nell'isola 22 miliardi e 500 milioni; il Banco della Sardegna direttamente o a mezzo del Banco di Napoli 6 miliardi e 753 milioni. In totale oltre 90 miliardi.
Con la creazione della cassa del Mezzogiorno, si temette (e chi scrive ne fece speciali rilievi sulla stampa) un arresto alla industrializzazione, perché nella legge del 1950 si volle limitare l'intervento della cassa solo agli impianti di utilizzazione dei prodotti agrari, utilizzazione che nella pratica è stata anch'essa scarsa, non ritenendo che le centrali del latte e le centrali ortofrutticole realizzate in quattro anni possano dirsi un apporto efficiente nel campo della industrializzazione.

Però con la legge del luglio 1952 fu fondato l'Istituto del medio credito, fu resa possibile la trasformazione dell'istituto per lo sviluppo economico dell'Italia meridionale (Isveimer) e la creazione dell'istituto regionale per il finanziamento delle medie e piccole imprese in Sicilia (Irfis) e del Credito industriale sardo (Cis) con l'apporto di capitali e la partecipazione amministrativa della cassa del Mezzogiorno.
Il contributo della cassa alla industrializzazione non si è fermato qui, perché si è fatta intermediaria di prestiti esteri (Banca internazionale di Washington) sia a scopo industriale (vedi Akragas in Sicilia) sia per impianti idroelettrici collegati con la bonifica agraria. Anche le strade, le bonifiche integrali, gli acquedotti e le sistemazioni montane, scopi principali della cassa, servono a creare nel Mezzogiorno il clima per la industrializzazione. La sistemazione delle ferrovie meridionali, alla quale per la legge del luglio 1952 sono stati destinati 80 miliardi, è necessaria allo sviluppo dei trasporti senza i quali la industrializzazione resterebbe paralizzata.

Ciò nonostante vi sono tuttora pregiudizi da vincere, sia al sud che al nord di Roma, nonché nella stessa Roma della burocrazia e della politica. In primo luogo, il pregiudizio di una presunta concorrenza che, in un futuro imprecisabile, le imprese industriali meridionali farebbero a quelle del nord; pregiudizio che in un primo tempo ritardò e limitò i provvedimenti adottati dal governo e poi fece ripiegare sul tema delle piccole e medie industrie da agevolare e sviluppare nel sud, con esclusione delle altre (ci volle del bello e del buono a far mettere nella legge del 1950 un "prevalentemente" avanti a "piccole e medie industrie").

Ci troviamo ancora su questa linea, cominciata da leggi e ripetuta nell'ultimo provvedimento per il quale sono stati destinati a un fondo di rotazione per crediti di favore alle industrie del Mezzogiorno undici miliardi presi dal fondo-lire. Nel fatto varie industrie superiori alle medie sono sorte senza alcuna opposizione. La vera industrializzazione di determinati territori crea una rete di grandi, medie e piccole industrie, che vivono e si sviluppano nella reciproca cooperazione, diretta o indiretta, e nell'urto dinamico di interessi che dà la spinta alla naturale selezione e porta a una efficiente saturazione. Senza la grande industria, intisichisce la media (a meno che non divenga essa stessa grande per propizie continenze), e vivacchia la piccola.
E da notare che "piccola media e grande" sono qualifiche relative: potrà dirsi grande un'industria di Calabria o di Sicilia, che sarà detta media in Piemonte o in Lombardia, e sarà qualificata per media industria in America quella che in Italia si ritiene sia una grande industria.
I comunisti hanno fatto tale propaganda contro grandi complessi italiani, presentati come sfruttatori del Paese e del popolo, che a molti fa un certo senso tutte le volte che nei centri meridionali sorge una industria di non usuale dimensione. Perdipiù, si ha una specie di xenofobia non solo verso gli investimenti esteri, in prevalenza americani, ma perfino verso le imprese del nord che, si dice, calano per sfruttare il sud; e non si avverte che non si attua mai una vera industrializzazione, in zone ancora agricole e artigiane, senza l'apporto di industrie di altre zone e di altri Paesi, senza i pionieri estranei che ambientano i pionieri locali, senza i coraggiosi, gli intraprendenti, con tutti i vantaggi e gli svantaggi che comportano (nessuno rischia senza speranza di guadagnare).

Così fu industrializzata l'alta Italia con apporti e con uomini venuti dalla Germania, dal Belgio, dalla Francia, dalla Svizzera; così deve avvenire per il Mezzogiorno; e non vi è nulla di anormale, nulla di dannoso, nei limiti s'intende di quella politica vigilante e seria che non deve mancare, specie nei rapporti con l'estero.
Vi è un altro pregiudizio assai diffuso: il mancato concorso del capitale privato meridionale. Non illudiamoci che il Mezzogiorno abbia larghi risparmi da impiegare nelle industrie. L'agricoltura non solo è ancora arretrata, ma esige molti capitali, come del resto ne esige anche quella progredita; e l'agricoltura non dà usualmente larghi profitti. La piccola industria locale ha pochi margini, che servono all'ammodernamento, alla rinnovazione, all'ampliamento degli impianti. E vero, parecchio del denaro liquido del Mezzogiorno va a titoli di Stato, ma non si tratta in tale settore di cifre superiori al normale afflusso di altre regioni. Ciò nonostante, vi è una quota di risparmio che va timidamente alle industrie perché il meridionale ha timore del rischio industriale.

Trasformare la psicologia del risparmiatore è opera di decenni; solo da poco l'uomo medio del sud ha conoscenza di industrie grandi, medie e piccole che vivono e prosperano. Di fronte ha anche prove di piccole industrie che avendo utilizzato i prestiti di favore delle ultime leggi per ampliamento o per nuovi impianti si son trovate senza sufficiente circolante per portarli avanti. Fra vita prospera e vita stentata di imprese sotto occhio pochi si decidono a impegnarsi a fondo; ciò nonostante, il risparmiatore meridionale oggi rischia nell'industria più di prima, è un passo. Se si risolvesse, con legge apposita (pare che debba venire) il problema dei credito di esercizio industriale, estendendo il timido inizio della legge n. 135 di quest'anno (detta "legge Sturzo"), si farebbero ancora dei passi in avanti. E se si accettasse la mia proposta sulle esenzioni delle imposte di ricchezza mobile e sulle società per una quota di utili annuali da reimpiegare in impianti nuovi (specie nel Mezzogiorno), si svilupperebbe ancora di più l'attesa industrializzazione. E se il piano decennale Vanoni si realizzerà per l'apporto di investimenti esteri, nonostante la carica comunista e loro alleati (compresi gli immancabili utili idioti di Roma e fuori), se ne vedranno i vantaggi non solo per il Mezzogiorno ma per tutto il Paese.

Bisogna avere il coraggio di risolvere anche il problema della energia elettrica; e a ciò contribuisce la cassa per il Mezzogiorno con i prestiti internazionali; ma non basta. Anche il Mezzogiorno continentale e (se possibile) la Sardegna devono poter contare sul metano e sul petrolio come oggi vi conta la Sicilia e come domani sembra ci conterà l'Abruzzo, che già attende l'esito dei primi pozzi in corso di trivellazione.
Tutto ciò è merito del nuovo clima sviluppatosi nel dopoguerra e favorito dai democratici cristiani, da soli o insieme ai partiti coalizzati, decisi da un decennio a realizzare una politica meridionale nuova e confidente dell'avvenire, fatta attraverso difficoltà, opposizioni, malintesi, che si vanno superando, anche quando la propaganda avversa vi getta contro il discredito e fa leva sull'ignoranza e sui pregiudizi."

su "Libertà e autolimitazione" del 9 agosto 1955 ( da "Il giornale d'Italia")

"Non è la prima volta che il segretario del Partito interviene pubblicamente, e quasi di autorità, negli affari che spettano al governo; e a me, bigotto del parlamento, al quale pervia di interrogazioni, interpellanze, mozioni e voti di fiducia spetta il controllo politico del governo, fa una non gradevole impressione. Le fasi della crisi siciliana hanno dato occasione ad affermazioni addirittura incredibili sull'ingerenza direttiva e ordinativa dei partito nella formazione del Governo regionale.
Mai, prima di oggi, era comparsa la direzione del partito in simili fasi politiche, assumendo responsabilità e impegni che né lo statuto del partito prevede, né la posizione di un'assemblea eletta dal popolo e un governo che rappresenta l'intera regione potrebbero tollerare.
Si tratta di limiti invalicabili fra partito e governo, fra partito e parlamento, fra partito e amministrazioni pubbliche, fra partito ed enti statali, parastatali e simili. Non può concepirsi una pubblica amministrazione come l'opera dei pupi, dove ci siano i paladini che combattono contro i saraceni tenuti e tirati con i fili da sopra le quinte; e neppure come un convitto di corrigendi, messi in fila o messi in castigo dai prefettini, secondo gli ordini di un direttore.

La malattia non è da oggi; la malattia, come dissi al Senato, rimonta ai comitati di liberazione, i quali avevano il compito, in mancanza di organi parlamentari, di rappresentare politicamente il corpo elettorale. Ma, data la composizione eteroclita di quei comitati, invece di creare governi organici, crearono rappresentanze (delegazioni) di partito a cominciare dal governo centrale e finire alle più piccole amministrazioni locali.
Ciò doveva cessare appena costituite le rappresentanze popolari e, per i primi, i Consigli e le giunte comunali. Ma quale la mia sorpresa, e il mio disappunto, quando, al ritorno in patria, un giovane dc svelto e intelligente, nell'espormi le manchevolezze della amministrazione comunale del suo paese (un grosso comune), aggiunse che quel sindaco non ubbidiva alle ingiunzioni della direzione della sezione comunale della Dc. Non mi fu possibile persuaderlo che quel che egli chiedeva non era legittimo, né serio, né onesto.

Quel giovane non era stato mai fascista, neppure la sua famiglia era stata fascista; ma il virus fascista era penetrato nelle ossa anche della fresca gioventù italiana del 1946. Che dire degli altri? Non c'era più il partito unico; vi erano i comitati ciellenisti; oggi vi sono i partiti collegati, domani vi saranno le aperture perché altri partiti partecipino al comando (non lo chiamo potere, perché il potere legislativo e direttivo è del parlamento; il potere esecutivo e attivo è del governo); lo chiamo "comando", l'intrusione nel potere, quello che si riferisce ai partiti, che fanno di volta in volta da mosca cocchiera, da terzo incomodo e da padrone del vapore.
Naturalmente, dietro i partiti, tutti i partiti, ci sono gruppi di spinta e interessi personali. Ve ne sono anche dietro i governi, tutti i governi, ma con la differenza che il governo è un potere responsabile, e risponde al Paese e risponde anzitutto al parlamento; il partito è un potere non responsabile; non risponde nemmeno agli elettori che gli danno il voto, né ai sostenitori che gli danno i mezzi: un partito, per definizione, non ha mezzi propri.
E allora? C'è il rimedio: il dirigente del partito, (di tutti i partiti, nessuno escluso) godendo della libertà democratica la più illimitata, al punto da potere sfiorare il codice, deve sapersi autolimitare. L'autolimitazione è la contropartita della libertà illimitata. Lautolimitazione in regime di libertà è la regola generale per tutti gli organi della vita pubblica e per tutte le associazioni private che si occupano di pubbliche attività.

Che dire se il parlamento invade i poteri dell'amministrazione attiva? E se il governo invade il parlamento? Se la magistratura si sente superiore alla legge o se il parlamento rende inoperanti le sentenze del magistrato? Se il capo dello Stato tende a sostituire il governo o se il governo tende a ingerirsi nelle funzioni del capo dello Stato? Quale Babilonia!
Ma questi sarebbero peccadillos in confronto alla mancanza di senso di limite dei partiti al punto da qualificare come delegazione la partecipazione ai governi di "coalizione".

Due sono le soluzioni: o le direzioni dei partiti si rendono conto di lasciare ai propri deputati e senatori la responsabilità parlamentare e governativa che loro spetta, e si limitano a intervenire con opportuno senso di misura a ricordare loro i vincoli di partito e i deliberati dei congressi (di tutti i congressi, onorevole Fanfani, e non solo del congresso di Napoli); ovvero si promuove una legge che attribuisce ai partiti personalità giuridica e politica e responsabilità governativa.
È perciò che io, e con me gli italiani pensosi delle sorti del Paese, vogliamo riaffermato e rafforzato lo Stato di diritto in democrazia parlamentare, e non vogliamo affatto lo "Stato della partitocrazia".
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sul "Fiscalismo, statalismo, pauperismo" del 9 aprile 1959 (da "Il Giornale d'Italia")

"Prego il lettore di non meravigliarsi del "trittico"; il vero significato di statalismo, messo nel mezzo dei due malfattori: fiscalismo e pauperismo, è quello della «illegittima ingerenza statale violatrice delle libertà civili e politiche nelle quali sono incluse le libertà culturali (nel senso più ampio della parola; perciò anche religiose, educative, artistiche) e quelle economiche». Se si continua a confondere statalismo con intervento statale legittimo e anche doveroso, (come fanno ora tutti i polemisti di marca matteiana) non ci intenderemo più: parleremo due lingue polemizzando sul vuoto.

Ciò premesso, questo articolo ha lo scopo di portare un contributo al problema della disoccupazione; problema non solo di attualità e premente, ma del quale le opinioni e gli atti, contrastanti fra di loro, sono centro di controversie politiche e di speculazioni di partito.

Fiscalismo: nessuno può negare che l'Italia abbia il privilegio di essere ridotta a un cumulo di leggi, di diversa origine e regime, spesso sorpassate e incoerenti. Per correggerne gli effetti si ricorre alle esenzioni occasionali, a quelle permanenti per redditi o per categorie; ai privilegi fiscali a enti pubblici. Abbiamo una legislazione complicata e succinta; spesso del caso per caso; non poche volte, del caso demagogico e di profitto più o meno individuato, così da mancare un punto di orientamento per guardare dentro la voluminosa raccolta delle leggi, dei regolamenti e delle circolari (anche queste) riguardanti esenzioni.
Il ministro Taviani, se durerà in quel dicastero come è augurabile, potrà rendere un grande servigio al Paese, cercando fra l'altro di riordinare, semplicizzare e ridurre il settore delle esenzioni in rapporto ai criteri adatti alla situazione attuale dell'economia interna e di quella del mercato comune e degli scambi internazionali.

Il punto centrale della finanza statale non è e non può essere quello di ottenere dal contribuente quanto più gettito è possibile; perché lo Stato moderno tende a divenire il Moloch del mondo: più ha e più spende; più spende e più ha bisogno di avere; aumentando di anno in anno bilanci di spesa, debito pubblico, oneri di tesoreria, contributi e dotazioni per innumerevoli enti quasi sempre in bolletta.

Dall'altro lato, come è comoda la vita del cittadino quando si può rivolgere allo Stato, domandando posti, stipendi, sussidi, concorsi, pensioni, indennità, partecipazioni a imprese, costruzioni di fabbriche, saldi di deficit, accollo di fallimenti, e così di seguito! Come fa lo Stato, ora fanno anche le Regioni esistenti e faranno le Regioni da creare; nessuna meraviglia se molte Province e Comuni con le loro municipalizzazioni e i loro deficit fanno lo stesso.

Non è forse scandaloso che Milano pretenda dallo Stato miliardi per il Teatro della Scala? Nessuno nega che la Scala sia gloria italiana; ma i milanesi potrebbero amministrare da sé il loro teatro, senza ingerenze statali di nomine e di interventi finanziari, i quali servono solo a ingrossare le spese, a dare il capogiro ad amministratore e a impiegati: c'è lo Stato? ebbene, che paghi lo Stato.
Un ragionamento da spensierati, o peggio da profittatori. Avere mantenuto alla presidenza del Consiglio la sezione speciale spettacolo, teatro, cinematografia quale stralcio dal celebre Minculpas è stato un errore. Palermo e Napoli, Roma e Venezia, Genova e Milano, e così di seguito, vogliono il contributo statale altrimenti non possono pagare macchinisti e musicisti, ballerini e impiegati. Non parliamo di tutto l'insieme del servizio, ora affidato all'onorevole Magrì. Chiudo la parentesi scaligera augurando che i milanesi pensino a trovare sul posto i fondi necessari per tenere su una Scala meno costosa e più artistica, con la speranza che vecchi e nuovi musicisti italiani rinnovino a Milano e altrove i miracoli dei Bellini e dei Verdi.

Dunque statalismo da combattere: ecco un esempio fresco: una commissione presieduta dal prof. Mirabella deve precisare la natura, le dimensioni e la località di un impianto siderurgico da farsi dall'Iri nel Mezzogiorno d'Italia sulla base di un preventivo a orecchio di centoventi miliardi. Quando si pensa che l'impianto Agip di Ravenna cominciò con la previsione di trenta miliardi, da me validamente contestati; e poi; passando ai quaranta e ai sessanta, è arrivato agli ottanta miliardi, (e non è ancora fermato), mi dicano i Mirabella e C. se i centoventi del 1959 non saranno i duecento del 1962, anno fissato come inizio di probabile funzionamento a vantaggio di circa duemila o anche tremila operai del Mezzogiorno.

Come contributo alla disoccupazione di oggi assomiglia al "campa cavallo"; il contributo effettivo del 1962 lo sa solo Dio; la tecnica e l'economia internazionale avranno fatto tanto progresso da poter capitare all'impianto dei 120 miliardi quel che si dice stia succedendo a Ravenna per l'impianto Agip: settore gomma tecnicamente superato; settore fertilizzanti cessione di prodotti sottocosto. Speriamo che dopo la circolare Ferrari Aggradi, avremo bilanci e rendiconti chiari e comprensibili.

Certo, se potessimo conoscere i costi delle imprese Eni nostrane ed estere, impianto per impianto, senza passaggi di entrate e di uscite da un settore all'altro attraverso la finanziaria, e senza passaggi sottomano di cifre volatilizzate, si avrebbero dati più sicuri per comprendere quanto lo Stato ci rimetta sia per mancate entrate di gestione e tributarie, a parte i mancati incassi per esenzioni legislative e regolamentari, e per chiusura di occhi. Si è parlato di certi trafugamenti di gasoli e simili, nei quali sembra siano implicati concessionari Agip; dopo i primi accenni di stampa, non se ne parla più, non essendo affare giornalistico interessante, come il caso Montesi o il processo Pupetta Maresca.

Il punto centrale della mia richiesta è proprio questo: conoscere il rapporto fra imprese statali o statizzate e FiscoTesoro, per accertare quel che di vantaggioso pervenga o possa pervenire ai servizi pubblici dentro i limiti di spesa normale (paragonata a quella consimile fatta da privati) e quanto vada a carico ingiustificato del contribuente, e perciò da eliminare.
Purtroppo, non è questo solo il fattore che pesa sul contribuente e ne ostacola le iniziative; altri fattori economico-statalistici contrastano fortemente la nostra produttività, primo tra tutti il costo del denaro. Le banche sono in grandissima parte enti statizzati o addirittura statali o con partecipazione statale e per giunta, agli effetti dei tassi attivi e passivi, legati a un cartello politicamente imposto. Conseguenza: alto costo del denaro anche quando la liquidità bancaria sia arrivata come oggi a un livello preoccupante.
Certi giornali filo Dc hanno accusato gli industriali di lasciare giacere il denaro invece di prendere iniziative produttive; è facile fare della demagogia, quando fin oggi la politica italiana filosocialista ha scoraggiato l'iniziativa privata. Non ripeto quello che scrissi nel mio articolo «Ridare fiducia». Vi è rapporto obbligato tra fiducia nell'avvenire e maggiore iniziativa; tra libertà economica e maggiore iniziativa; tra fiscalità e maggiore iniziativa; certe regole non possono essere violate impunemente.

Spero che l'attuale ministro alle Finanze risolva una buona volta il problema della nominatività dei titoli, (già per conto loro risolta abbastanza bene dalle Regioni di Sicilia e di Sardegna) e cerchi di adottare, per quanto è possibile, il sistema americano che mi sembra garantisca abbastanza bene sia il privato che lo Stato. Non si preoccupi dello schedario in corso di compilazione oramai da un decennio, né della tradizione Vanoni, che oggi si ripristina (perché non dirlo?) un po' per la facciata. Dal canto loro, i dc di sinistra non se la prendano calda con la loro avversione verso "il capitale", come se vivessero un secolo addietro; si persuadano che l'economia moderna, comunque sia congegnata, non può attuarsi senza capitale; questo esiste ed esisterà come esiste ed esisterà il capitalista; al plurale, capitalisti saranno i privati o gli enti privati o misti; al singolare, invece unico capitalista sarà lo Stato, non importa se quello di Mosca o amici, ed è nelle nostre mani: ma il capitale, quello che fa l'economia moderna, tecnica e conquistatrice, è necessario perfino nella Roma governata da democristiani ovvero governata da socialcomunisti. Se il capitale frutta, se la produttività aumenta, se la industrializzazione si sviluppa, se la tecnica si impone, se la massa operaia è abile, istruita, coraggiosa, intraprendente, atta a comprendere quando potrebbe esigere aumenti e quando dovrebbe privarsene (come la classe operaia svizzera), la disoccupazione sarà vinta e il pauperismo debellato; al contrario, quando si vuole l'impossibile, alti salari, alti stipendi, alti costi, interventi statali a getto continuo, provvedimenti fiscali senza tregua; le campagne continueranno a essere abbandonate, la disoccupazione aumenterà e con essa il pauperismo endemico nelle zone depresse e nella periferia delle grandi città.

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fine

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