SCHEDE BIOGRAFICHE
PERSONAGGI
SALVEMINI GAETANO (3)

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I MAESTRI DELLA DEMOCRAZIA 
SALVEMINI
E IL PRIMO MANIFESTO
DEL LIBERAL SOCIALISMO

 

 

di GIAN LUIGI FALABRINO

In questo gran parlare che in Italia si fa oggi di liberalismo, liberismo e anti-statalismo, si dimenticano alcuni aspetti, teorici e pratici, del vivere sociale. Innanzi tutto, non c'è parte d'Europa nella quale liberalismo e socialismo, un tempo considerati termini antitetici, non convivano, sia pure in miscele diverse: liberalismo nel metodo democratico "borghese" (come dicono i marxisti puri) e socialismo nel welfare state dei socialisti scandinavi e dei laburisti britannici, prima, di quasi tutti i governi europei, dopo. 

In Italia, la solidarietà ha preso aspetti assistenziali, anche con sperperi per conquistare o mantenere l'elettorato di centro fedele ad alcuni partiti (per esempio, le pensioni fasulle d'invalidità, le pensioni baby ecc.) Da noi, lo Stato è vissuto come una mamma che deve aiutare i suoi figli, non importa se a torto o a ragione: affettuosa, ma senza legge.
 
A chi teme il dilagare del modello materno nell'educazione scolastica e, più in generale, nell'intero vivere civile, non dispiacerebbe che si tornasse al modello paterno, razionale e giusto fino alla severità. Ma come l'assistenzialismo non è vera solidarietà, così il rigore non coincide concettualmente con l'equità sociale. Si dimentica poi che la coesistenza della democrazia liberale con il welfare state, e quindi l'ammorbidimento del vecchio contrasto radicale fra liberalismo e marxismo, non è casuale, ma è stato preparato da politici ed economisti, anche in teoria: fra gli italiani, al tempo del fascismo, ne furono propugnatori i fratelli Rosselli con il partito d'azione: non a caso quest'ultimo ebbe per motto "Giustizia e libertà"; in Germania, ci furono gli studi dell'economista Wilhem Ropke, divulgati fra noi nel dopoguerra soprattutto dal gruppo de "Il Mondo". 

Ma gli uni e gli altri ebbero un precursore in Gaetano Salvemini, non soltanto perché fu il maestro politico dei Rosselli, ma anche perché la sua insofferenza verso i socialisti ufficiali, alla fine del secolo, e il meridionalismo lo portarono ai due articoli del 1920 sulla sua rivista "L'Unità", che sono il primo, vero manifesto del liberal-socialismo. 

Salvemini tentò di attuarlo prima col movimento dei combattenti; e lo "consegnò" poi ai giovani che avrebbero costituito "Giustizia e libertà". Tutta l'opera politica di Salvemini è stata liberal-socialista, dapprima implicitamente, da quando - già nel 1900 - benché da qualche anno fosse iscritto al partito socialista, meditava con Arcangelo Ghisleri di fondare un partito democratico, diverso sia dal socialista sia dal partito repubblicano massonico.

Dopo la Grande Guerra, l'adesione al movimento dei combattenti e l'elezione di Salvemini al Parlamento nelle liste di Rinnovamento, debbono essere visti come il tentativo di fondare un nuovo partito, insieme meridionalista, socialista e liberale: socialista nei fini di giustizia, liberale nel metodo. 

I biografi di Gaetano Salvemini, Massimo L. Salvadori e Gaspare de Caro, presentano tutto il periodo dell' "Unità" salveminiana (la rivista che Salvemini diresse dal dicembre 1911 al dicembre 1920) e l'adesione al movimento dei combattenti sotto la luce esclusiva e negativa del liberismo, e quindi come l'estremo approccio dell'involuzione conservatrice di Salvemini. Anche Giovanni Sabbatucci, autore de I combattenti del primo dopoguerra, definisce antistorico il liberismo che costituiva uno dei punti di convergenza fra la salveminiana "Unità" e la combattentistica "Volontà" di Vincenzo Torraca. Questi giudizi vanno riveduti, perché non tengono conto della particolare natura del "liberismo" salveminiano, supporto metodologico, nel primo dopoguerra, di un rinnovato riformismo.

In due articoli del 1920, Salvemini condanna sia il socialismo rivoluzionario del tempo, sia il socialismo di Stato o burocratico, "che tende ad asservire il movimento proletario al dispotismo di una classe sociale parassitaria - la burocrazia - infinitamente peggiore della borghesia". Il socialismo nel quale Salvemini credeva ancora era il riformista, il cui ideale e il cui metodo "non hanno ancora esaurito il loro compito nella storia": il movimento sociale ha elevato la dignità del lavoro, ha dato coscienza umana e politica a individui "che erano abbrutiti nel loro isolamento diffidente e servile".

Metodo liberale (o democratico-borghese, come lo chiama Salvadori) e fede socialista si ritrovano esplicitamente in quei due articoli del 1920. Sull' "Unità" del 19 agosto, Salvemini negava il preteso liberismo della rivista che, accettato come strumento, veniva rifiutato come filosofia politica: "Il nostro movimento, iniziatosi come una reazione alla degenerazione socialista, che andava asservendo un'idea di giustizia universale agli interessi di pochi gruppi previlegiati (gli operai del Nord e le cooperative, n.d.r.) ha dovuto necessariamente richiamarsi, contro tutte le forme di protezionismo e di parassitismo politicante, alle idee della libertà economica.  Ma deriva da questo, come necessaria conseguenza, che il nostro movimento debba identificarsi col liberismo economico e col liberismo politico, e che la logica c'imponga di combattere non solo le degenerazioni socialiste, ma lo stesso socialismo?". 

Certo, se per socialismo s'intende la dittatura dell'organizzazione, Salvemini è anti-socialista. Ma se per socialismo si considera il reale movimento dei lavoratori teso a trasformare i rapporti di produzione, allora in questo socialismo egli continua a riporre la sua fede e le sue speranze. Salvemini giunge così alla prima esplicita sintesi liberal-socialista:
"Noi riteniamo ancora che libertà economica e movimento socialista debbano e possano, almeno in questo periodo di transizione, integrarsi a vicenda e funzionare reciprocamente da correttivo, in modo da impedire che tanto la libertà illimitata dei capitalisti, quando l'azione egoistica di categoria degli operai organizzati possano per vie diverse condurre a previlegi e monopoli d'individui e di gruppi".

 Il 14 ottobre dello stesso anno, Salvemini ritornò sull'argomento, distinguendo nuovamente l'economia socialista, che è un'utopia, dal movimento proletario, "che è il fatto più grandioso della società contemporanea".
Dichiarandosi avversario "dell'accertamento e dell'intervenzionismo statale, del funzionalismo, di ogni privilegio e di tutti i parassitismi di gruppi, di categorie", egli si trova vicino ai riformisti "per la loro fede nella gradualità del divenire sociale", ma li combatte per la "tendenza a risolvere le questioni economiche con l'opera legislativa e con l'intervento della burocrazia". Poiché ogni nuova forma economica non ha mai distrutto ciò che vi era di utile nelle antiche, egli prevede che l'avvenire vedrà coesistere la piccola proprietà, la piccolissima industria e l'artigianato, accanto alle grandi socializzazioni e nazionalizzazioni. Quanto a sé, Salvemini si dichiara conscio di derivare sia da Smith, "in quanto crea una teoria economica scientificamente sicura", sia da Marx, "in quanto ha costruito una teoria del movimento operaio e della lotta di classe".

Ma è consapevole dei limiti dell'uno e dell'altro: l'incapacità smithiana di prevedere l'organizzazione del proletariato, l'errore marxiano consistente nella teoria economica del sopralavoro. Nello stesso articolo, mentre - col consueto empirismo - dichiara di non dare eccessiva importanza alle teorie astratte delle diverse scuole socialiste, riafferma la sua fede, la sua adesione ideale al socialismo: "Per quanto possano essere grandi i difetti e i pericoli del movimento proletario e socialista, lo spettacolo di viltà, di cecità, di egoismo, che ci presenta il movimento dei partiti borghesi, è così ripugnante, che nessuna teoria economica scientificamente perfetta, che fosse da essi professata, potrebbe vincere in noi il disgusto per la loro pratica di ogni giorno".

di GIAN LUIGI FALABRINO

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

GAETANO SALVEMINI, Che fare? Postilla, in L'Unità, 19 agosto 1920, in G.S. "Scritti vari", Feltrinelli, 1978, pag. 560 e segg.
GAETANO SALVEMINI, "Liberalismo e socialismo. Postilla", ne "L'Unità", del 14 ottobre 1920, in G.S.,
"Scritti vari", Feltrinelli, 1978, pag. 565 e segg.
GAETANO DE CARO, Salvemini, UTET, 1970
GIOVANNI SABBATUCCI, I combattenti del primo dopoguerra, Laterza, 1974
MASSIMO L. SALVADORI, Gaetano Salvemini, Einaudi, 1963
ANGELO VENTURA, Gaetano Salvemini e il Partito socialista, in "G.S.: tra politica e storia", Laterza, 1986

Ringraziamo per l'articolo
(concesso gratuitamente) 
il direttore di
 

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