SCHEDE BIOGRAFICHE
PERSONAGGI
ALESSANDRO PAVOLINI (2 di 2 )

PAVOLINI  LA MINCULPOP  IL PROCESSO DI VERONA

Il colto e raffinato gerarca ....

 MISTER "BRIGATA NERA" 

di PAOLO DEOTTO

PAVOLINI AFFASCINATO DAL NAZISMO

8 SETTEMBRE 1943 - Nella confusione che seguirà (favorita anche dal primo infelicissimo proclama del nuovo capo del governo, con la famosa frase "la guerra continua"...) l'ordine di Badoglio di arrestare Pavolini non viene eseguito: e questi riesce a riparare in Germania. A Konigsberg si incontrerà col figlio del duce, Vittorio, e con gli altri gerarchi che avevano scelto la stessa via di fuga. Da una radio tedesca Pavolini e Vittorio Mussolini si affannano a spiegare al mondo che il fascismo non è morto, finché il 15 settembre 1943 gli italiani sentono di nuovo provenire dall'etere la voce inconfondibile del Duce, liberato dalla prigionia del Gran Sasso da un colpo di mano dei paracadutisti tedeschi. Ha così inizio l'ultima atto della rappresentazione: dalla commedia brillante degli anni 30, al dramma della guerra, ora siamo passati alla tragedia.

La Repubblica sociale Italiana non fu altro che uno dei vari protettorati tedeschi: come già hanno osservato molti storici, insieme agli avventurieri, ai profittatori, ed insieme alla grande massa di chi semplicemente non poteva scegliere, ci fu anche chi aderì alla Repubblica sociale per motivi ideali rispettabilissimi, o anche solo perché disgustato dalla penosa figura del Re in fuga e dai voltafaccia badogliani. Alessandro Pavolini aderì alla Repubblica Sociale con tutto se stesso e fu lui, neo segretario del neo costituito Pfr (Partito fascista repubblicano) a sollecitare un Mussolini stanco, riluttante, probabilmente più che cosciente della sconfitta totale, ad assumere la guida del nuovo regime, essendone "il capo naturale".

E' ormai la stagione del degrado definitivo dell'intellettuale Pavolini: come nel romanzo di Stevenson, il dottor Jeckyll ha perso ormai il controllo di mister Hyde: ma probabilmente ciò è accaduto perché mister Hide era il più forte. Ci sono fondamentalmente quattro eventi significativi in questo ultimo periodo della vita di Alessandro Pavolini: il congresso di Verona, costitutivo del Pfr, il processo di Verona contro i "traditori" del 25 luglio, la costituzione delle Brigate nere e il 25 aprile.

Il 14 novembre del 43, tra le mura di Castelvecchio, il già raffinato scrittore, l'uomo accusato a suo tempo di snobismo intellettuale, griderà ai congressisti: "lo squadrismo è stato la primavera della nostra vita... e chi è stato squadrista una volta lo è sempre!". Il congresso di Verona fu una disordinata assemblea in cui venne fuori di tutto. Mussolini non aveva voluto neanche parteciparvi.

NELLA SPIRALE DEL FANATISMO

Nell'accozzaglia di proposte politiche, che andavano dal veterofascismo fino ad aspirazioni confusamente comunistoidi, una promessa venne chiaramente espressa da Pavolini: "I traditori del 25 luglio dovranno pagare!". Un concetto, questo, che era già per altro espresso nei punti fondamentali del nuovo Stato, annunciati per radio da Mussolini due mesi prima. Forse il duce pensava di dare un contentino verbale ai più fanatici, confidando poi sulla sua capacità di "addormentare" il problema: sapeva bene che il 25 luglio, ora che Grandi era fuggito in Portogallo, si identificava soprattutto in Galeazzo Ciano, nel marito di Edda, la sua figlia amatissima. Pavolini invece la vendetta la voleva realmente, e lo dimostrerà coi fatti due mesi dopo, al processo. Durante il congresso di Verona vi fu anche il feroce intermezzo della spedizione punitiva a Ferrara, dove era stato assassinato il federale Ghisellini: undici antifascisti prelevati dalle carceri pagarono con la vita, fucilati per rappresaglia per un delitto di cui non si scoprì mai il colpevole.

Dalla sua posizione di potere (di fatto era secondo solo a Mussolini, ma soprattutto riscuoteva la fiducia dei veri padroni, i tedeschi) Pavolini frantumò subito le speranze di chi vagheggiava una Repubblica "Sociale" proprio per tentare una riconciliazione degli italiani. Il solco era scavato, era profondo, e andava riempito col sangue. Quel distacco dalla realtà, unito ad un sempre più chiaro desiderio di autodistruzione, di cui accennavamo sopra, si va palesando in tutte le successive scelte del segretario del Pfr. La vicenda del processo di Verona è significativa in tal senso.

La Repubblica sociale con una mostruosità giuridica (il decreto 11/11/43, di fatto una norma penale con effetti retroattivi) aveva voluto dare la formalizzazione giuridica alla vendetta, costituendo per l'occasione anche un tribunale destinato solamente a giudicare coloro che avevano approvato l'ordine del giorno di Dino Grandi, i "traditori" del 25 luglio 43.

PADRONE DELLA REPUBBLICA DI SALO’

Peraltro solo sei dei diciannove ricercati erano stati arrestati: gli altri era riusciti a sottrarsi alla polizia fascista, che aveva però potuto mettere le mani sul personaggio più ambìto, Galeazzo Ciano, che non aveva esitato a cercare rifugio in Germania, convinto com'era che la sua parentela col Duce gli avrebbe assicurato l’impunità. Pavolini aveva personalmente compilato la lista dei giudici per sottoporla all'approvazione del Duce: e già questa lista era significativa perché i giudici, come del resto era previsto dalle norme istitutive del Tribunale Speciale, dovevano essere "fascisti di provata fede" e in particolare erano da scegliersi fra quanti "avessero avuto a patire per la loro fedeltà all'idea". L'esito del processo era dunque scontato, nè ci interessano le tre giornate di dibattimento, vuote dal punto di vista giuridico e anche sotto il profilo sostanziale. Cinque condanne a morte, per Ciano, Marinelli, Gottardi, De Bono e Pareschi e una condanna a trent'anni per Cianetti (che salvò la pelle per aver ritrattato il giorno successivo la sua adesione all'ordine del giorno Grandi) conclusero una cupa farsa giudiziaria.

E' piuttosto interessante vedere cosa successe dopo, la notte del 10 gennaio del 1944, quando le autorità della Repubblica Sociale si trovarono tra i piedi un ostacolo che non avevano previsto: le domande di grazia. Mancava, nel decreto istitutivo del Tribunale Speciale, la stessa previsione delle domande di grazia: a chi andavano dunque rivolte, qual'era l'autorità che poteva ancora decidere della sorte dei cinque condannati? L'avvocato Cersosimo, istruttore del processo, suggerì" a Pavolini, per analogia con le norme che regolavano il funzionamento del vecchio Tribunale Speciale per la difesa dello Stato, di sottoporre le domande di grazia alla massima autorità militare territoriale, il generale Piatti del Pozzo, comandante dell'esercito a Padova. Questi però, con l'appoggio di un consulente legale, respinse seccamente l'incombenza e Pavolini, che aveva con sè le domande di grazia, iniziò una strana peregrinazione in compagnia di Cosmin, prefetto di Verona, di Fortunato, p.m. al processo e del capo della polizia Tamburini.

VENDETTA FEROCE: CIANO AL MURO

Andò dapprima da Pisenti, ministro della Giustizia, che disse che avrebbe subito sottoposto le domande a Mussolini: esattamente ciò che Pavolini non voleva. Disse che della faccenda si era occupato esclusivamente il partito, e che il Duce non doveva essere posto di fronte ad una alternativa così dolorosa.

Ma proprio lui, Pavolini, come massima autorità del partito, si dichiarò incompetente a respingere le domande di grazia. Fu interpellato allora anche il Ministro dell'Interno, Buffarini Guidi, il quale a sua volta ebbe la pensata di scovare un comandante militare disposto ad assumersi la responsabilità dell'esame delle domande. Dopo varie telefonate ed altre peregrinazioni, Pavolini riuscì a mettere le domande in mano al console della milizia Italo Vianini, ispettore della V Zona, e quindi competente per territorio. Così, con una procedura contorta (le domande non furono espressamente respinte ma semplicemente "non inoltrate", e con lo stesso provvedimento Vianini ordinava l'esecuzione della sentenza) i cinque condannati furono avviati alla morte. Pavolini avrebbe potuto salvarli: nessuno, nella Repubblica sociale, sapeva di preciso dove risiedesse l’autorità. Soprattutto avrebbe potuto salvare il suo grande amico, Ciano (gli altri imputati, con l'eccezione di De Bono, erano degli sconosciuti al grande pubblico), l'uomo contro il quale era di fatto celebrato il processo. Non si può certo ipotizzare che Pavolini nutrisse per Ciano l'odio, mai nascosto, che avevano tanti altri fascisti: il genero del Duce era considerato infatti un arrampicatore, un profittatore, tanto più meritevole di punizione ora, per i fascisti "puri e duri" della Repubblica Sociale. Assumendosi la responsabilità di accogliere le domande di grazia (era stato lui stesso a obiettare a Pisenti che "la faccenda era di competenza del partito") Pavolini avrebbe potuto mostrare che il nuovo stato fascista era in grado di punire, con la gravità della sentenza, ma anche di essere magnanimo.

LE BRIGATE NERE, ARMATA SUICIDA

Decretando di fatto la morte del suo più caro amico, Pavolini inizia a uccidere anche se stesso. Ma la sua era ormai una logica di morte, di una morte che doveva "purificare". Era la stessa logica che fu alla base della costituzione e dell’attività delle "Brigate nere". Da parte di alcuni storici si è detto che Pavolini volle costituire le Brigate nere per sete di potere, per contrapporre all'esercito di Graziani e alla milizia di Ricci il "suo" esercito personale. Francamente ci sembra una spiegazione che non calza col personaggio. Le Brigate nere sorsero, col decreto num. 446 del 30-6-44, come trasformazione del Partito in unità militari: i commissari federali diventano comandanti di brigata. Tutti gli iscritti al Pfr, di età compresa tra i 18 e i 60 anni, possono arruolarsi nelle Brigate nere. Da subito la totale inconsistenza militare di queste formazioni fu chiara: era del resto impensabile che fosse sufficiente stabilire con decreto che "i commissari federali assumono la carica di comandanti di brigata" per trasformare in combattenti burocrati, ex-squadristi delusi che mordevano il freno, impiegati. E tanto più questo era impensabile per un uomo intelligente come Pavolini, già ufficiale dell’Aeronautica, di sicuro conscio del fatto che la situazione militare era al collasso e che di fronte all'avanzata alleata nella Penisola le ultime tenui speranze potevano essere riposte, al più, nelle quattro divisioni italiane che stavano terminando il durissimo addestramento in Germania, e non certo in guerrieri improvvisati, dichiarati tali solo perché di sicura fede fascista.

Gli stessi compiti istituzionali delle Brigate nere erano poco chiari: in teoria dovevano essere unità combattenti, e ne veniva escluso l'impiego per azioni di polizia.

ALLE B.N. AZIONI DI BASSA MACELLERIA

Di fatto i tedeschi non le vollero mai al fronte e i combattimenti si svolsero solo contro le formazioni partigiane. Ma soprattutto le Brigate Nere divennero il punto di incontro di tutto quell'universo represso di vecchi squadristi delusi, di giovani sbandati inquieti, nonché (cosa che non deve stupire nel caos organizzativo della Repubblica sociale) anche di militari di altri corpi, che in alcuni casi erano addirittura disertori. Poiché in ogni città dove esisteva una federazione del Pfr poteva sorgere una Brigata nera, e questo avveniva sulla base di iniziative dei vari "capi" locali, si ebbero le cose più strane: caporali che si autonominavano colonnelli, o (come avvenne ad esempio a Verona) un maresciallo di marina al comando di un reggimento. Del resto ciò avveniva in modo "legale" perché la norma istitutiva del nuovo corpo armato prevedeva che i gradi fossero attribuiti per "assimilazione", ossia in base alle funzioni rivestite. Come dire: se ti trovi a comandare un migliaio di uomini, sei automaticamente almeno tenente colonnello.

Questo guazzabuglio, che ricorda più che altro il formarsi di bande di guerriglieri alla Pancho Villa, era malvisto, come dicevamo sopra, dai tedeschi, che peraltro non impedirono la nascita delle formazioni nere, convinti che servissero comunque a mantenere sotto il controllo della paura una popolazione sempre più insofferente. Le controllavano e le utilizzavano nelle operazioni di rastrellamento. Ma le Brigate nere ben presto furono malviste anche dalla popolazione, per i troppi abusi commessi da queste formazioni in cui la disciplina militare era spesso pura teoria e la cui indeterminatezza di compiti lasciava troppo spazio all'inventiva di comandanti che ricoprivano gradi ai quali erano del tutto impreparati.

Tornando quindi al loro "comandante generale", Alessandro Pavolini, ci sorge spontaneo chiederci: perché un uomo del suo livello volle costituire questa specie di caos armato, in cui si trovò a trattare con comandanti locali che spesso rappresentavano quella parte peggiore di società che il giovane letterato fiorentino aveva sempre accuratamente evitato? L'uomo che nei tempi del fascismo trionfante era capace di dare spazio agli antifascisti, purché dotati di cultura e di doti intellettuali, ora che il fascismo crollava, perché dava spazio a ciurmaglie spesso assetate solo di vendetta e di rapina? La risposta ci sembra che sia una sola. Pavolini era già fuori dalla realtà, nè gli interessava più di tanto la vittoria militare, sulla quale non soffermava la sua riflessione.

PRIGIONIERO DI UN’ALLUCINAZIONE

Era ormai all'esito della sua avventura, prigioniero di un sogno che gli faceva scrivere: "Le Brigate nere allineano - dai vecchi ai ragazzi - gli uomini di ogni età. O meglio: gli uomini che non hanno età, se non quella del proprio spirito."; "Le Brigate nere anelano al combattimento contro il nemico esterno, ma sanno che in una guerra come l'attuale, guerra di religione, non c’è differenza fra nemico di fuori e di dentro..."; "Le Brigate nere sono una famiglia, questa famiglia ha un antenato: lo Squadrismo, un blasone: il sacrificio di sangue, una genitrice: l'Idea fascista, una guida, un esempio, una dedizione assoluta e un affetto supremo: MUSSOLINI." (Queste parole venivano scritte alla fine del 44, quando ormai gli alleati erano vicini al Po). Sulla base di questi presupposti era indifferente che le Brigate Nere avessero o no un'efficienza militare. Come ogni verità fanatica, si giustificavano da se stesse. Erano in fondo l'esito logico della Guerra come fatto estetico e purificatore.

E Pavolini seppe essere coerente fino in fondo. Non si preoccupò di se stesso: organizzò la fuga in Svizzera della sua amante, e poi andò incontro al suo destino. Vaneggiò di raccogliere ventimila fedelissimi per costituire l'ultima resistenza in Valtellina: là voleva far trasportare anche le ossa di Dante, simbolo dell’italianità.

SIPARIO NERO. PAVOLINI FU

Ne trovò, di fedelissimi, solo duecento (il più illustre dei quali, il generale Graziani, seppe abbandonare la compagnia al momento buono, consegnandosi agli alleati e salvando così la pelle) e si avviò con il Duce, il 25 aprile del 45, per l'ultimo viaggio, dalla Prefettura di Milano al lungolago di Dongo, dove venne fucilato dai partigiani della 52a brigata garibaldina, dopo un inutile tentativo di fuga a nuoto nel lago.

Aveva 42 anni: troppo pochi per morire, ma era un tempo in cui la vita poteva bruciarsi rapidamente. E quante vite, anche più giovani della sua, si erano bruciate, trascinate in una guerra senza speranze e senza senso, se non quello di scavare solchi di odio sempre più profondo? Qualche giorno dopo, il 1° maggio, il suo omologo tedesco, il dottor Joseph Goebbels, Ministro della propaganda del Reich, anch'egli scrittore, anch'egli uomo di cultura raffinata divenuto Grande Ingannatore di tutto un popolo, si uccideva nel bunker di Berlino, insieme con la moglie e i sei figli. Lasciava scritto: "... preferendo terminare al fianco del Führer una vita che non potrebbe più avere alcun valore, dal momento che non potrei spenderla al suo servizio e al suo fianco".

Paolo Deotto

Ringraziamo per l'articolo
(concesso gratuitamente) 
il direttore di

---------------------------------

PAVOLINI fu catturato anche lui a Dongo dopo una rocambolesca fuga con alcuni colleghi. I partigiani diedero l'alt a un auto sospetta, questa invece di fermarsi, invertì la marcia fuggendo verso Como. La vettura fu raggiunta da una scarica di mitra, proseguì per alcune centinaia di metri lungo il lago, poi fu abbandonata precipitosamente dai due occupanti che si diedero alla fuga.  Nelle ricerche fatte subito dopo, fu catturato il primo occupante (il prefetto Porta), mentre Pavolini pur ferito aveva trovato scampo gettandosi nel lago.  Rimase semisommerso nell'acqua dietro una roccia. Rastrellando minuziosamente la zona, fu catturato solo verso sera, quasi mezzo assiderato. Il giorno dopo, il 28, febbricitante, zoppicando per le ferite, dopo il noto sbrigativo processo sommario, assieme agli altri gerarchi,  fu portato sul lungolago e davanti al parapetto, e alle ore  17.48, fucilato.  Fu uno dei primi a cadere, e in base a una testimonianza sembra che abbia gridato Viva l'Italia. - Ndr.). 


  ALLA PAGINA PRECEDENTE

TORNA A CRONOLOGIA