SCHEDE BIOGRAFICHE
PERSONAGGI
ALESSANDRO MANZONI

IL "CINQUE MAGGIO"

Se il mondo, rappresentato come storia di Dio, fosse regolato da Dio come intelligenza o ragione accessibile all'uomo, poca differenza sarebbe tra questo concetto e il concetto moderno della storia; poichè Dio, comunque in diversa maniera ognuno se lo figuri, è il complesso delle leggi eterne, secondo cui cammina il mondo. Però, nel senso cristiano, Dio è volontà ragionevole, ma ragione imperscrutabile all'uomo, il quale non ha il diritto di domandare: perchè? Quando vuole spiegarsi i mali della vita, non può domandarne la ragione all'Onnipotente; i suoi fini sono imperscrutabili! Fondamento di questo mondo è, dunque, l'arbitrio divino; all'uomo rimane la rassegnazione, il « chinar la fronte », come vedremo nella poesia che ora esamineremo.

Ora tutti questi concetti, una volta che il poeta li ha fatti suoi, ed ha pensato prima di manifestarli indirettamente negli Inni, ed ha cercato di concretizzarli poi drammaticamente in Adelchi ed Ermengarda, non sono oziosi, diventano la forma del suo concepire e del suo sentire. Oramai, checchè tratti Manzoni, questi concetti vi devono entrare, egli deve concepire così, pensare così
Tale modo di concepire e di sentire di un uomo mette tra la realtà e lui una specie d'involucro a guisa del velo di Iside. Con questa differenza, che il velo non è intorno ad Iside, ma entro di noi, nel nostro cervello. Quei preconcetti formano qualcosa d'intermedio, che non ci fa attingere la realtà direttamente, ma sempre con quel concetto in mezzo tra essa e noi.

Capite ora come Manzoni ha potuto concepire il
Cinque Maggio. Non sono più qui avvenimenti cercati nelle cronache, nel Medioevo; ma avvenimenti contemporanei, che fecero la più grande impressione in tutti i popoli civili. Egli prende la penna sotto la ripercussione della impressione contemporanea. Ebbene, quando Manzoni concepisce Napoleone, tra lui e la realtà si presenta l'involucro, cioè quel concetto che or ora vi ho spiegato: il mondo provvidenziale, storia di Dio; l'uomo, strumento della Provvidenza; e ciò non può non esercitare influenza sul suo spirito. In quello che ho chiamato involucro o cornice, Manzoni inquadra il Cinque Maggio. Che cosa è Napoleone? Un uomo fatale, uno strumento della Provvidenza, l'orma più vasta dello spirito creatore
Del creator suo spirito
Più vasta orma stampar.

Che è la gloria ?
Ai posteri
L'ardua sentenza.

Noi dobbiamo riconoscere nella gloria un raggio di Dio; e senza osar dire se è vera o falsa, inchinarci al volere divino
Nui
Chiniam la fronte al massimo
Fattor.

Quando questa gloria giunge al cospetto del cielo, dell'altra vita, che diviene? Silenzio e tenebre:
Ov'è silenzio e tenebre
La gloria che passò.

E quando l'uomo è oppresso dal peso delle sue rimembranze, avviene un miracolo epico secondo il concetto cristiano; una mano scende dal cielo, lo scioglie dalla terra e lo trasporta « in più spirabil aere ». Tutte le vicissitudini di Napoleone, grandi gioie e grandi dolori, sono opera di Dio
Quel Dio che atterra e suscita,
Che affanna e che consola.

Ricompaiono innanzi a questa realtà il mondo epicolirico di Manzoni, che già vi è noto. Ma tutto ciò penetra la sostanza della poesia? Questa, che l'autore vi presenta, è veramente la storia di Dio? Sentite voi che Napoleone è lo strumento di Dio? Avete qui l'impressione religiosa e il sentimento del soprannaturale? Il Dio che atterra e suscita è invisibile in tutta questa storia umana; l'estro - che, all'ultimo, si manifesta in modo così commovente

Sulla deserta coltrice
Accanto a lui posò,

lo sentite voi in tutta la poesia? Il sostrato religioso si estende a tutta la poesia?.
Io vi domando se, dopo aver letta l'ode, sentite quel profondo raccoglimento, che se prova leggendo il libro de Giobbe, o Bossuet e i grandi scrittori cristiani. No; che sentite? quale impressioni avete leggendo il Cinque Maggio ? Voi sentite quella grande realtà, Napoleone !
E' il caso di cui ve ho parlato tante, altre volte. Non sempre quello che il poeta vuol fare, e' lo fa. Egli ha voluto formare un'epopea cristiana, la storia del mondo penetrata nella storia di Dio; e tutto ciò si riduce ad una semplice macchina poetica, e ve ne accorgete solo all'ultimo, quando viene la mano divina a prendere Napoleone e ad avviarlo
Ai campi eterni, al premio
Che i desideri avanza.


Allora compare il Deux ex machina: tutto il resto è la realtà, che l'autore ha sentito e rappresentata.
Così sempre avviene all'uomo di genio. Il pedante, quando siè formato un involucro nella sua testa, vi rimane dentro : su lui non opera la grande fecondatrice degli ingegni, la realtà. Manzoni si trova sotto la impressione vera, contemporanea, è ispirato da essa; onde, mentre vuol fare la storia di Dio, che gli esce? la leggenda di Napoleone. Gli esce Napoleone, non com'era concepito dalle persone adulte, intelligenti, colte, ma come fu concepito dalle moltitudini, dal popolo.
Napoleone è uno dei personaggi più complessi, che ci presenta la storia. C'è in lui il lato poetico, perchè egli amava la Francia, amava la gloria, aveva il sentimento vivo dell'ordine, aveva anche il suo sentimento astratto della giustizia, era uomo moderno, e diffuse quelle idee colla spada. Ma c'è un'altra parte, che fa di lui una delle figure più difficili ad essere attinte, non dirò dal poeta, ma dallo scienziato e dallo storico.

Manzoni ha gettato via tutto questo; non c'è per lui il francese, non l'uomo contemporaneo, l'uomo dalle idee moderne, il rivoluzionario che pose fine alla rivoluzione e instaurò la reazione. Tutto questo contenuto svapora innanzi a Manzoni, come Napoleone era svaporato innanzi alle moltitudini. Che era Napoleone per il popolo ?
Il popolo non vede nelle cose umane, che ciò che può ammirare, ciò che desta il meraviglioso : ci vede il miracolo. Se fosse capace di vedere sotto al miracoloso le leggi severe dello spirito, avrebbe intelligenza adulta, forte, non sarebbe più popolo. Il grand'uomo innanzi al popolo è una forza vuota: nei tempi barbari, forza fisica, ed allora si hanno gli Orlandi e i Rinaldi; nei tempi più civili, forza intellettuale o morale. Che c'è dentro questa forza? Qual uso se ne è fatto? Che effetti storici ne sono usciti? Qual missione aveva Napoleone? L'ha egli compiuta? Tutte queste cose escono fuori dal concetto del popolo; il quale ammira la grandezza dell'uomo, la grandezza straordinaria degli avvenimenti, quella morte straordinaria. Il vedere quel grande, solo, silenzioso, confinato sullo scoglio di sant'Elena, ingrandisce il piedistallo su cui l'immaginazione del popolo mette Napoleone.

Manzoni, ritraendo il Napoleone delle moltitudini, ne ha tolto fuori tutti i particolari determinati, che ti dànno il Napoleone di Victor Hugo, o di Lamartine, o di Béranger; e non ti presenta innanzi se non gli effetti vuoti della forza, come è naturalmente, come la tempesta e il fulmine. Questo, lo vedete scoppiare, e non gli date alcun fine, non gli domandate perchè scoppia, perchè ha ucciso piuttosto uno che un altro.
Nel
Cinque Maggio, quindi, vibra una corda sola, c'è una sola corrente: è la rappresentazione del meraviglioso e dello straordinario, sia come forza generale dell'uomo, sia come lo straordinario delle vicissitudini storiche. C'è la sola storia del meraviglioso.
In che modo la ispirazione della realtà ha fatto suonare quella corda? Come il poeta ne ha saputo cavare gli effetti del meraviglioso? Entriamo ora in particolari di pura forma, per intendere gli effetti estetici della poesia.
La parola, la quale deve produrre gli effetti del meraviglioso, finchè rimane nella regione delle idee e dei concetti, può riuscire, perchè le basta un pensiero, che vi rappresenti innanzi qualcosa d'infinito, ad attingere il suo scopo. Quando Manzoni ci dice:.
Ai campi eterni, al premio
Che i desideri avanza,
Dov'è silenzio e tenebre
La gloria che passò....

tutto qui è un meraviglioso di concetto, un gran pensiero-, che vi fa balenare innanzi qualcosa di non definito, che vi dà l'impressione dell'infinito, come quel « premio che avanza i desideri », come le gloria divenute silenzio e tenebre.
Avete qui un concetto sublime; me, se il
Cinque Maggio fosse così cucito di concetti sublimi, sarebbe una sconciatura. Manzoni non ricorre a questo mezzo facile del sublime se non verso l'ultimo, quando sparisce l'uomo e compare Dio: Dio, che è l'espressione estetica del concetto del sublime. Nel resto dell'ode, il poeta non ricorre punto e simili concetti.
Qui sta la principale differenza tra l'ode italiana e quelle di Lamartine, di Béranger, di Victor Hugo. Ivi il poeta, a proposito di Napoleone, esprime i suoi sentimenti, le sue aspirazioni, corre appresso ai concetti; qui il poeta sparisce, e avete innanzi le realtà storica nei suoi momenti successivi; perciò, in quelle domina il carattere lirico, queste del Manzoni è strettamente produzione epica.

Rinunziando, dunque, al sublime dei concetti, e pure volendo innalzare l'immaginazione nelle regione dell'infinito, la parola è insufficiente, rimane al di sotto rispetto alla pittura, quando non si ricorre ai concetti, ma ai fatti. Perché la parola è obbligata a mettervi successivamente innanzi i fatti meravigliosi; le pittura li raggruppa in un quadro solo e vi produce impressione immediata. Per sentire il meraviglioso in poesie, siete obbligati a percorrere successivamente tutte una serie, e poi l'immaginazione deve formarsene un quadro ideale; essa è obbligata ad un lavoro faticoso di ricostruzione. Quando invece avete un quadro innanzi, tutte le idee e i fatti, aggruppati nel quadro, vi dànno una impressione simultanea. Nell'arte le impressioni mediate sono seconde impressioni, après coup, come dicono i Francesi, e ci lasciano freddi; mentre niente è così irresistibile come l'impressione istantanea, che vi viene dalla vostra visione.
Come fa il poeta per rimediare a questo difetto non suo, ma dello strumento che adopera? Ricorre al s i s t e m a dei gruppi, che è un grande ed efficace strumento di poesia.

Che cosa è, direte, il sistema dei gruppi ? Si tratta di fare colla parola quello che fa il pittore : rompere le distanze, sopprimere i tempi, togliere la successione negli avvenimenti, fonderli, aggrupparli, e di tanti avvenimenti, diversi per tempi e per luoghi, formarne un solo, che produca impressione istantanea.
Per uscire dalle astrazioni, vi darò qualche esempio. Ripensate alle battaglie di Napoleone. Se il poeta rappresentasse successivamente le diverse battaglie, Marengo, Austerlitz, Waterloo, per quanto ciascuna sia interessante, sarebbe impossibile per voi di avere quell'impressione, che viene dal simultaneo e dall'insieme; avreste impressioni successive, lente, mediate. Che fa il poeta ? Vi deve dare un quadro, come il pittore; deve emulare costui. E in che modo ? Trovando un'immagine che faccia da centro, intorno alla quale irraggino avvenimenti, tempi e luoghi; togliendo ciò che è successivo nella realtà e presentando un effetto d'insieme. Quando, per esempio, egli dice
Di quel securo il fulmine
Tenea dietro al baleno;
Scoppiò....


vi presenta una grande immagine: appena si ha il baleno, cade il fulmine e scoppia. Intorno a questa immagine pittorica aggruppa tempi e luoghi diversi : colla stessa rapidità con cui al baleno succede il fulmine, vedete comparirvi innanzi il Manzanarre e il Reno, le Alpi e le Piramidi: si presentano infiniti spazi, che la vostra immaginazione riempirà subito degli avvenimenti che vi si riferiscono. Dopo l'immagine centrale pittorica, egli ripiglia subito avvenimenti, tempi e luoghi; compie l'effetto d'insieme, dicendo
Scoppiò da Scilla al Tanai,
Dall'uno all'altro mar.


Ecco come il poeta può raggiungere l'effetto del simultaneo, come il pittore nel quadro. Questo, nel Cinque Maggio, è il sistema generale del Manzoni. Egli non ha presente la storia di Napoleone, esposta successivamente, come in un poema epico, ha innanzi tre o quattro situazioni drammatiche di Napoleone, che insieme dànno l' idea di tutta la vita dell' eroe; e ciascuna di esse situazioni ha per centro una immagine pittorica, che si fissa nella fantasia, e intorno alla quale si avvolgono tempi, luoghi e avvenimenti, attirati e mossi da quella.
Guardate, per esempio, al principio: la prima immagine colossale: la spoglia di Napoleone; e di rimpetto, la terra, immobile come la spoglia. Andate innanzi e trovate l'esempio citato del fulmine che scoppia dietro al baleno; poi quel
Due volte nella polvere,
Due volte sull'altar:


conclusione che vi spaventa per la novità delle parole e la grandezza dell'immagine intorno a cui girano tutti gli avvenimenti della vita di Napoleone. Procedete ancora innanzi; trovate un'altra grande immagine, Napoleone assiso tra due secoli; e poi il Napoleone tradizionale, con gli occhi bassi e le mani conserte sul petto, come si vede in tutte le statue; e, all'ultimo, l'immagine di Napoleone sulla coltrice, con Dio che gli è accanto. Ecco, in tante immagini, tanti centri li vita e di azione.
Che ne nasce? La vastità della prospettiva e dell'orizzonte. Quando si è saputo raggruppare con questo sistema fatti distanti per tempi e per luoghi, e presentarli come simultanei, voi sentite l'infinito, avete innanzi l'immenso. Permettetemi che io vi ricordi quelle strofe
La procellosa e trepida
Gioia d'un gran disegno,
L'ansia d'un cor che indocile
Serve, pensando al regno;
E il giunge, e tiene un premio
Ch'era follia sperar;
Tutto ei provò: la gloria
Maggior dopo il periglio,
La fuga e la vittoria,
La reggia e il tristo esiglio...


Vi domando: quale effetto sentite, vedendo tutti questi fatti, tutta la storia di Napoleone, così raggruppata insieme? Appunto un immenso orizzonte, che comincia dalla procella e va a finire a quella grande immagine pittorica
Due volte nella polvere,
Due volte sull'altar:


Ma non basta che i gruppi siano ben fatti e gli orizzonti vasti. Occorre che tutto ciò sia bene sviluppato. Se avete innanzi un vasto cielo e non potete fermare lo sguardo in qualche punto, avrete vuota generalità un sublime di concetti come in quell'
Ove è silenzio e tenebre
La gloria che passò;


non il sublime pittorico. Questi gruppi hanno un proprio sistema di sviluppo, che sarebbe sconveniente quando si trattasse di rappresentare il successivo.
Presentando una serie di fatti aggruppati, l'effetto che si vuole indurre nel lettore non è tratto da questo o quel fatto, ma da tutta la serie, che opera con forza concentrica e condensata. Lo sviluppo nasce dai rapporti, ravvicinamenti o contrasti di fatti, tempi e luoghi diversi, costretti dall'immaginazione a riunirsi intorno ad una sola immagine.
Prendete il preludio. Esso comincia con suono di gran cassa, il quale continua sino alla fine: perchè qui, ho detto, c'è un solo motivo, una corda unica, che vi tira fino all'ultimo, senza lasciarvi un momento di riposo; e già vedete subito il sistema dei ravvicinamenti. Napoleone è morto:
« Ei fu ! ».
Ma, a proposito ! Tra le altre nostre umiliazioni ricordo questa: un critico nostro volle fare un esame del Cinque Maggio, dimostrando esservi molti errori di grammatica. E diceva: « Ei fu. - Chi Ei ? Secondo la grammatica il pronome si riferisce ad un nome detto innanzi: ora innanzi ad Ei è Il Cinque Maggio; dunque, Il Cinque Maggio fu ! ».
Lo stesso critico diceva, a proposito della strofa
E ripensò le mobili
Tende, e i percossi valli....


« Ma questa è situazione da caporale, non da generale in capo ! Giacchè il caporale bada a tutti questi movimenti ».
Dunque: Ei fu. Chi Ei? Ma non è solo l'Ei del poeta, è quello di cui tutti parlavano, per cui tutti erano commossi.
Fin dal principio avete un ravvicinamento gigantesco; qui il cadavere, là la terra, così muta ed immobile che rassomiglia al cadavere. Questo potrebbe parere qualcosa che oltrepassa il vero. Ma vediam : ci sono statue in scultura, che, viste da vicino, a noi sembrano sconciature, e da lontano acquistano proporzioni naturali, come a Napoli le statue della Piazza del Plebiscito e i due cavalli di bronzo della Reggia. In poesia accade lo stesso. Certe colossali concezioni, esaminate a freddo, dopo l'impressione immediata dei fatti, vedute con seconda impressione, sembrano grottesche, innaturali, come sembravano a quel critico, che non sentiva più l'impressione immediata. Ma le concezioni colossali della poesia, vedute da lontano, sembrano vere e naturali. La lontananza in poesia, la vista in immaginazione, il guardare le cose con l'immaginazione; e quando questa si è saputa concitarla, toglierla dal mondo ordinario delle misure e trasportarla in una regione superiore, tutto s'ingrandisce. Supponete qui l'immagine sola, e che tutto il resto rimanesse freddo; allora si avrebbe uno sconcio ravvicinamento fatto a freddo, sottilizzando, lavorando più con l'intelligenza che con l'immaginazione. Ma qui il poeta, stando sotto una possente impressione immediata, fa un'ode così rapida, calda, corrente con tanta uniformità fino all'ultimo sullo stesso tono, che le proporzioni naturali cambiano, ed il gigante pare naturale.
Ricorderò quei versi
E sparve, e i dì nell'ozio
Chiuse in sì breve sponda,
Segno d'immensa invidia
E di pietà profonda,
D'inestinguibil odio
E d'indomato amor.

Qui il ravvicinamento è così intrinseco alla realtà, ha l'aria così naturale, che pochi di voi ci avranno badato. Qui vedete la statua colossale rimpicciolirsi esternamente innanzi agli occhi. Quell'uomo tanto operoso, eccolo in ozio; quell'uomo a cui l'Europa pareva piccola e abbracciava colla immaginazione tutto il mondo, eccolo chiuso in sì breve sponda ! Vedetelo nella miseria, quell'uomo; ecco il grande caduto ! Ebbene, ei diventa ancora più grande; vedete come il verso subito ripigliar
Segno d'immensa invidia,
E di pietà profonda.


E di lui che tutti si occupano: egli è ancor grande nell'invidia degli uni e nella pietà degli altri. La grandezza, l'infinito, il meraviglioso, risultano dal ravvicinamento improvviso dello stato di abiezione, al quale quell'uomo sembra ridotto, e dell'impressione grande che ancor produce sul mondo. Non solo il meraviglioso è coordinato al sistema di gruppi, ai larghi orizzonti, ma anche al modo di sviluppo particolare.
Togliete questo e avrete le antitesi di Victor Hugo. Leggete l'ode del poeta francese e vi troverete non più sistemi di gruppi, ma concetti isolati, soggettivi, la sua maniera particolare di considerare Napoleone. Allora l'antitesi diviene qualche cosa di cercato, di sovrapposto, diviene vizio. Qui l'antitesi non appartiene allo spirito del poeta; Manzoni è il poeta più semplice d'Italia ma è la natura stessa della cosa, è il naturale sviluppo di ogni sistema di gruppi. Dove sono gruppi, là avete rapporti, somiglianze, raffronti, antitesi, contraddizioni.

Continuiamo ancora ad analizzare. In un genere tale di poesia, che corre sopra una sola corda, e si sviluppa per via di raffronti, antitesi, ecc., che cosa dev'essere la parola? Qui, se la parola descrivesse o narrasse, se rappresentasse qualche idea accessoria, qualche ornamento sovrapposto, non inerente alle cose, sarebbe la traditrice della concezione fondamentale. Avremmo dissonanza compiuta tra la parte elegante o pomposa o descrittiva o narrativa, e una concezione trasportata in regioni sì alte e fondata su di un sistema così speciale. Ma qui trovate una virtù, che impressionò specialmente i critici francesi. Charles Didier
(Poètes el Romanciers de l'Italie, nella Revue des deus mondes, 1° settembre 1834, pagg. 572-601) mette quest'ode al di sopra di tutte le poesie fatte in Francia, e, non sapendo o non potendo andare addentro, la parola lo colpisce. Per mostrarvi che sia questa parola densa, concentrata come la immagine, perchè tutto è qui lavoro di concentrazione, ricorderò i versi
Oh quante volte, al tacito
Morir d'un giorno inerte,
Chinati i rai fulminei,
Le braccia al sen conserte...,

Ogni epiteto, quale condensamento di cose presenta, come è pregno di sottintesi! « Al tacito morir di un giorno inerte » non è descrizione di un tramonto: quell'uomo, che prima finiva la giornata sua così piena, in mezzo a tanto frastuono, a tanti avvenimenti, tra le grida di gloria, vede lì, per la prima volta, morire il giorno tacitamente: vede il tramonto taciturno di un giorno inerte, mentre per lui l'inerzia, un tempo, non esisteva. Ecco il suo martirio l

Chinati i rai fulminei....

Guardate alla scelta degli epiteti: quegli occhi, che fulminavano, ora sono chinati; c'é l'antitesi, non cercata, ma propria delle cose.
Non vi parlo dell'onda di memorie che lo assale tutta una battaglia rappresentata per via di sostantivi e di aggettivi. Tutto è succo in questa poesia.
Andiamo ancora un po' innanzi. Quando una poesia è indovinata, tutto è indovinato. Il metro del Cinque Maggio è già italiano, ma ricreato, rifatto dal Manzoni. Che cosa sono queste strofette di sei versi? È in sei versi sempre condensata una serie di avvenimenti, che dà l'effetto di un quadro. È il verso alessandrino, il verso francese, il doppio settenario, il verso di quattordici sillabe, divenuto italiano e chiamato martelliano. Ma il verso francese si scrive intero e qui è diviso in due. Qual'è la differenza? Il verso alessandrino è stucchevole per la sua uniformità e cantilena e cascaggine; in Italia è riuscito solo nel genere comico, come l'ha usato Goldoni; i Francesi lo adoperano nella poesia seria, anche nell'epopea.

Manzoni nell'alessandrino getta uno sdrucciolo che passa rapidamente sopra il suo complemento per dar la mano all'altro verso sdrucciolo: non potete fermarvi in questo accavallarsi di sdruccioli, dovete andare sino alla fine. Vedete:
E ripensò le mobili
Tende e i percossi valli....


Appena viene quel a "mobili", tutto il resto lo divorate, e correte all'altro verso. Perciò avete nell'ode una corrente continua, la rapidità, il calore, che vi mostrano la rapidità, il calore con cui il poeta ha dovuto concepirla.
Ora, ripigliando il cammino, e ritornando là d'onde ci eravamo mossi, che cosa è il Cinque Maggio? C'è un contenuto religioso? C'è il sentimento del soprannaturale? Tutto ciò che di religioso vi ha messo Manzoni, è la sostanza della poesia? No; è un semplice involucro, la cornice del quadro. Sapete che i santi sono rappresentati con intorno un'aureola; ebbene, che cosa è questo Cinque Maggio? È la statua di Napoleone con quell'aureola postavi dal poeta: quell'aureola è la cornice, il quadro è Napoleone. E che cosa è questa immagine di Napoleone? E Napoleone come vien concepito dal popolo: la forza come forza, che produce l'effetto del meraviglioso.

Capite ora perchè il Cinque Maggio sia riuscito la poesia più popolare in Italia, non solo rispetto alla lirica arcadica ed accademica, ma anche rispetto alla lirica di Foscolo e di Parini, la quale s'indirizzava ad un circolo ristretto di lettori, non penetrava negli strati inferiori della società. È la prima poesia popolare dell'Italia moderna, ed è stata tale anche fuori: in Germania se ne fecero cinque traduzioni. Goethe ne fece la prima.
Alfieri, Parini, Foscolo, vi rappresentano un mondo non intimamente collegato con le tradizioni e coi sentimenti popolari, un mondo che richiede un sentimento sviluppato, un'abitudine di pensare molto svolta, per essere gustato. Ecco perchè in Italia non avevamo ancora letteratura popolare nè in prosa nè in poesia. Pregio di Manzoni è l'aver trovato il modo di rendere popolare la poesia lirica.
Così egli è il vero creatore della poesia popolare, come sarà il creatore della prosa popolare.

IL CINQUE MAGGIO

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