SCHEDE BIOGRAFICHE
PERSONAGGI
ALESSANDRO MANZONI

LA POTENZA ANALITICA
LA POTENZA DESCRITTIVA

Come i personaggi, così sono condotti gli avvenimenti. I quali, se hanno una relazione manifesta col mondo ideale ov'è l'obiettivo del romanzo, pure l'oltrepassano, e si sviluppano liberamente e largamente ciascuno nel giro della sua esistenza particolare. La monacazione di Gertrude, la carestia e la peste di Milano possono sembrare avvenimenti troppo sviluppati a quelli che concepiscono un romanzo come una logica artificiale con equilibrio di proporzioni. Questi ed altri avvenimenti, rimanendo nel loro senso generale uniti col tutto, vi stanno come parti organiche, dotate di attività propria, vere e compiute persone poetiche, che in quell'armonia universale hanno fini , interessi propri.

Così l'ideale religioso e morale, che è la finalità del romanzo, l'ultimo suo risultato, va a profondarsi nella infinita varietà della esistenza particolare, attingendo in recessi inesplorati del mondo reale novità e originalità di forme e di movenze, di cui non era esempio nella nostra letteratura, e ne esce misurato e limitato in modo che vi perde la sua purità logica e la sua perfezione mentale, internatosi e mescolatosi nel gran mare dell'essere con tutte le imperfezioni e gli accidenti della storia.

Lo strumento di questa misura dell'ideale è l'analisi. L'ideale nella sua purità è sintesi, esistenza abbreviata e condensata, che ti ruba i limiti, e ti dà un'immagine dell'infinito. Come lo spirito si fa più adulto, più decompone, limita e analizza, e più l'esistenza si squaderna. L'analisi è il genio del mondo moderno, la porta del reale. E quanto la nostra letteratura fosse rimasta estranea al mondo moderno, si può argomentare dalla sua grande povertà d'analisi. Ciò che ivi trovi sono vuote generalità, succedute alle sintesi pregne e vigorose di Dante, a quel suo veder da alto e da lungi, vedere in blocco. E come la sintesi di Dante vi è degenerata, così vi è degenerata l'analisi di Machiavelli, essendo succeduta ad essa l'acutezza, che è la caricatura.
Manzoni apre il nuovo secolo, cercando nuova base nel suo reale storico o positivo, e spiegandovi una potentissima forza di analisi.

L'analisi è il suo antidoto contro quell'onda di vecchi e nuovi ideali, che invadeva le letterature europee. È lei che lo premunisce contro le sue proprie tendenze idealiste, e lo tiene sempre nella giusta misura, nel vero. Quando sviluppa con tanta facondia e con tanto vigore i principi fondamentali del suo ideale evangelico, sentimenti di carità, di amore, di umiltà, di sacrifizio, di perdono, per bocca di padre Cristoforo o di Borromeo o di padre Felice; puoi trovarvi a ridire, senti qua e là non so che di enfatico e di polemico, non so che di preconcetto e di mentale introdotto artificialmente, e puoi giudicare il poeta di eloquenza e di unzione secondo a parecchi scrittori moderni; ma quando analizza, riesce sempre ammirabile, e a pari con i più grandi, primo, anzi unico in Italia.
La coscienza della sua straordinaria potenza di analisi genera nel poeta la tendenza o l'inclinazione a guardare le cose, anche più delicate e fuggevoli non nella loro esistenza: ciò che dicesi il senso o il genio del reale. Le sue analisi non sono mentali e dottrinali, decomposizione d'idee secondo una certa logica e una certa dottrina in veste poetica, come è spesso in Dante. Sono analisi naturali e psicologiche, che ti dànno la cosa vivente, come l'ha fatta la natura e la storia, introducendoti ne' più delicati misteri della vita. Ciascun personaggio ha un suo proprio modo di guardare il mondo, una sua propria posizione morale e intellettiva formata dal temperamento, dal carattere, dall'educazione, da un complesso di circostanze naturali, psicologiche e storiche, che costituisce la sua personalità, cioè a dire il suo ideale. Sicchè il vero interesse non è nella posizione che occupa ciascun personaggio dirimpetto al mondo religioso e morale preesistente nell'immaginazione del poeta, ma nella ricca originalità della sua esistenza individuale. Il lettore può ignorare che relazione tenga don Abbondio o don Rodrigo con quel mondo ideale, senza che scemi il suo interesse per queste creature immortali; anzi tanto più gusterà realtà così vivaci, così finamente analizzate, quanto meno si ricorderà di quelle relazioni astratte. Gli è come di quei peccatori di Dante, il cui interesse non è nella loro posizione di rincontro alla giustizia eterna, ma nella loro posizione storica e psicologica.

E perchè il poeta, gettando nello stesso fornello mondo ideale e mondo storico, sottoponendo tutto allo stesso processo di analisi, ha tutto unificato, dato a tutto gli stessi colori e le stesse forme, l'impressione generale che ti viene dal racconto è una, ed è quale ti viene dalla vita, scrutata ne' suoi più occulti strati di formazione e poi colta sul fatto, variata e mobile, nel suo libero gioco, nelle sue apparenze anche più accidentali e capricciose. L'autore suole, quando ha a mano un personaggio, un oggetto, un avvenimento, studiare la sua successiva formazione, le fonti della sua individualità, la sua natura, la sua educazione, le sue forze e i suoi mezzi, il suo carattere, la sua fisionomia, il suo ambiente; e quando te lo ha bene spiegato, sicchè tu l'abbia innanzi nel suo ideale, in ciò che gli è proprio e caratteristico, ecco, te lo mette in situazione, nell'atto della vita, e comincia la rappresentazione.

Talora prende la rappresentazione, talora è mescolata abilmente l'una e l'altra cosa. Il risultato è che tu hai innanzi una visione chiara e vivace, ben definita e limitata. I più sogliono farti balzare avanti una figura nella sua concitazione, fidano nell'improvviso, mirano al meraviglioso. Scrutare, analizzare, spiegare, sono in costoro procedimenti distruttivi dell'arte, che ti raffreddano, ti gettano in uno stato prosaico, ti strappano tutte le tue illusioni, ti traggono da quella sfera del vago e del misterioso, dove regna la poesia. Sono i critici del dritto divino che pongono a base dell'arte un ideale immobile e intrasformabile, e rimangono fuori della storia, fuori della società moderna. Il nostro poeta fa proprio a rovescio, quasi faccia a dispetto; l'improvviso e il meraviglioso, il miracolo è affatto estraneo al suo spirito, dove tutto è positivo, tutto è buio senso e misura; i più stanno a bocca aperta innanzi alla piramide, lui non l'ammira se non dopo di averla studiata e compresa; e ciò che ammira lui, non è quello che ammirano i più.

E non sono le piramidi che attirano la sua attenzione; non ci è cosa sì piccola che non l'interessi; tutto ciò che si presenta al suo spirito, ha lo stesso diritto alla vita ed è studiato ed analizzato con la stessa cura; anzi la sua inclinazione è di entrare nel più minuto della vita, d'intrattenersi nelle più basse sfere, sdegnate dalla poesia nobile e solenne. Là, in quelle sfere inesplorate, trova i suoi ritratti più originali; là vivono i suoi osti e le sue spie, i suoi bravi e i suoi monatti, i suoi cappuccini, le sue Agnesi e le sue Perpetue, la sua Lucia e la madre di Cecilia, là incontra Renzo e là don Abbondio; di là esce animata e parlante la plebe, messa in scena, o che suoni la campana a stormo, o la incalzi la fame, o la spaventi peste o guerra. Si veda con quanta finezza è descritta e con quanta verità è messa in azione l'insorta plebe di Milano, quando assale il vicario, e quando si fa giocare da Ferrer. Quel Capitano di giustizia, quel Vicario, quel Ferrer, chi li potrà dimenticare più? Come ti potrà uscire di vista quella moltitudine a onda, mobile, volubile, contraddittoria, terribile, grottesca, nella varietà inconsapevole e subitanea de' suoi istinti e delle sue impressioni? Sotto a così vivaci rappresentazioni indovini lo spirito osservatore di un Machiavelli. Potenza di stile, prodotta da potenza di analisi.

LA SUA POTENZA DESCRITTIVA E DRAMMATICA

Gli è che con una così straordinaria forza d'analisi il Manzoni congiunge un talento descrittivo e drammatico non meno straordinario. Mentre l'occhio sagace penetra in tutte le cavità e le pieghe e i ravvolgimenti d'un carattere, sta innanzi all'immaginazione la fisionomia, l'intera apparenza; e analisi e descrizione si alternano, si mescolano, si lumeggiano, si completano, fino a che fra osservazioni e descrizioni ti trovi nel bel mezzo di una situazione drammatica. Si alza il sipario, l'osservatore scompare; quel mondo, con tanto acume studiato, con tanta evidenza descritto, eccolo in scena, nell'atto della vita, e messo in tale situazione, che quelle qualità astratte, quelle forze in antagonismo, quell'ambiente, quel vario concorso e urto di cause naturali e psicologiche, paiono fuori e vengono alla luce, divenuti passioni, sentimenti, giudizi, parole e azioni, cioè a dire divenuti attori. Nessuno sa con più abilità trovarti una situazione, e metterla a posto nella variata trama del racconto, e cavarne tutt'i motivi e tutti gli effetti in un dialogo così rapido e così vivace, e talora in brevi discorsi, capolavori d'eloquenza popolare, come sono le parole del Griso ai suoi bravi, o l'arringa del Capitano di giustizia.

Una situazione delle più interessanti si ha quando Ludovico, divenuto padre Cristoforo, chiede perdono al gentiluomo, fratello di colui che ha ucciso.
il primo incontro e il primo trionfo dell'uomo ideale, cioè rispondente al mondo religioso e morale

del poeta, sopra l'uomo mondano, quale lo ha fatto la storia. I caratteri astratti di questi due mondi in urto sono, di qua l'orgoglio, l'amor proprio, di là l'umiltà e la sincera compunzione; di qua il gentiluomo, di là il povero frate; di qua l'uomo del secolo, di là l'uomo del Vangelo, e per dirla con l'energia del poeta, di qua la superba altezza, di là il disonore del Golgota.

Queste idee non rimangono nella loro astrattezza, e non compaiono tale, se non nella fine, come la morale del racconto. Ma sono vere forze sotterranee che operano senza coscienza de' personaggi, e determinano l'avvenimento nel suo sviluppo e nella sua crisi. Stando all'apparenza è il gentiluomo che trionfa. Eccolo lì, in mezzo alla sala, ritto, come un ritratto de' suoi antenati. Gli fa cerchio tutto il casato, gli fa corteggio tutta la nobiltà parata a festa, nelle sue divise storiche. Attendono una soddisfazione dovuta non alla giustizia, ma all'orgoglio di famiglia e di classe. Nel cortile e per le scale servidorame e plebe, con aria e animo di vassalli, pronti a batter le mani, e gridar viva al padrone. Giunge il frate, segno a cento sguardi curiosi. Ciascuno vuol vederlo, come si fa del condannato a morte. Non è il re della festa, è la vittima che va al supplizio. Questo è il mondo volgare, il mondo della folla, sia di plebe sia di signori. Il quadro è stupendamente disegnato e colorito, e vi abbondano circostanze locali, che gli dànno l'aria del tempo e del luogo. Ma ecco si muta la scena. E al mutamento è preludio uno de quegli sguardi profondi che il poeta getta nel cuore umano.

Tutta quella folla giudica come folla, e nel suo giudizio è sincera. Essi conoscono Ludovico, ignorano il nuovo uomo formatosi in lui, ignorano padre Cristoforo. E se si è fatto frate, gli è per salvare la pelle. E se viene a chieder perdono, gli è per riguardo umano, gli è perchè così ha voluto il padre guardiano. Aspettano di vederlo turbarsi sotto i loro sguardi ironici, di sentirlo balbettare. Vedrà che significa essersela presa con pezzi grossi. Questi sono i sentimenti della folla, de' quali non hanno coscienza chiara, ma che trapelano da tutti i loro atti. Ma la faccia sinceramente compunta del frate, e la sua aria sicura e tranquilla, deve rovesciare tutte queste prevenzioni volgari, e produrre sulla folla nuove impressioni, tanto più irresistibili, quanto ella è più sincera e più trasmutabile ne' suoi giudizi. Dunque, quest'uomo non ha paura. E si è fatto frate per davvero. E viene qui a fare una buon'azione. Le disposizioni sono altre; un mutamento è già avvenuto negli animi prima che si mostri al di fuori.

Con queste descrizioni, con queste analisi è preparata una incomparabile scena drammatica. Padre Cristoforo non fa le cose a mezzo: beve il calice sino alla feccia. Nessun segno di ripugnanza, di esitazione; nessun tentativo di un compromesso tra la sua naturale alterezza e la sua sottomissione. I suoi atti di contrizione e di umiliazione sono quali li vorrebbe l'offeso; la riparazione è intera, come intero fu lo scandalo. Mentre piega le ginocchia a terra, nel suo animo c'è questo pensiero, così netto quello fu scandalo, questa è riparazione. Nelle sue parole non perifrasi, non esordi, nessuna titubanza. Non cerca scuse; non va mendicando raddolcimenti e palliativi; va diritto e rapido; la sua parola rassomiglia al suo pentimento; è sicura e sincera. Le mutate disposizioni della folla ora prorompono; a quella impertinenza degli sguardi succede un mormorio di pietà e di rispetto. E il gentiluomo cosa era? e cosa è divenuto? Era lì, come il protagonista del quadro, con la mano sul pomo della spada, in atto di degnazione forzata e d'ira compressa.

Tutto è mutato intorno a lui; egli è ancora lo stesso. Ciò che lo muove non è tanto l'uccisione del fratello, quanto l'offesa recata alla famiglia. E il fratello è innanzi a lui soprattutto un cavaliere. L'orgoglio di classe era di sotto a quella degnazione forzata e a quell'ira compressa. E si può indovinare quali idee dovevano entrare nel suo discorso. Avrebbe fatto sentire a quell'uomo tutta l'indignazione dell'offesa fattagli. Avrebbe respinte le sue scuse; nessuna scusa può rendere scusabile l'audacia di essersela pigliata con tal cavaliere, con tale famiglia. E se non avesse quell'abito.... ma in contemplazione dell'abito si degnava di perdonargli. Questo era il sugo del discorso; ma gli atti e le parole del frate e il mormorio della folla gli rovesciano tutto il discorso. E colto lì all'improvviso tra le idee apparecchiate e le idee sopravvenute, toltogli spazio di raccogliersi, di calmarsi, l'alterazione interna gli altera la voce, e balbetta tronconi di frasi, dove entrano le antiche impressioni corrette dalle nuove. Voleva dire: l'offesa veramente è stata tale che non ammette scusa.

Ma « offesa » non è più la parola della nuova situazione, e si corregge, e dice « fatto », parola generica e senza colore, suggeritagli da un sentimento nuovo di delicatezza, da cui si sente dominato senza sapere perchè. «L'offesa.... il fatto veramente.... ». E si arresta, e non osa compiere la frase, per tema di dir cosa spiacevole, e perchè quel fatto che voleva dimostrare inescusabile, è già in cuor suo e di tutti non solo scusato, ma perdonato. Egli parla sotto l'impressione della folla, e ne sente il contraccolpo e si fa la sua eco. Colui è già perdonato, e la frase cominciata resta in aria, e spunta la nuova da una idea già preparata e subito corretta, perchè le sue nuova situazione gliene fa sentire la sconvenienza. « Ma l'abito che portate.... non solo questo, ma anche per voi.... ». E oh meraviglia ! L'uomo preparato a ricevere scuse è lui che le fa, è lui che prende aria di accusato, trascinato da quel nuovo sentimento che si è impadronito di lui, balbettando, correggendosi, smozzicando frasi, quasi toccasse a lui mettersi in ginocchio, mentre prende per le braccia e solleva l'inginocchiato. E in verità l'inginocchiato è lui, è lui che sente innanzi a quello la sua inferiorità morale, con una coscienza confusa che gli trae per primo grido di bocca un : « Alzatevi ! ».

Si può ora indovinare come finisce questa scena. La vittima ha la sua trasfigurazione; innanzi alla folla diviene un santo, e gli baciano il lembo dell'abito. Trasmutazioni così estreme negli animi non passano senza una tinta ironica, che ci fa un po' sorridere a spese della folla, de' signori e del gentiluomo. Il poeta è così poco disposto a rimanere nell'ideale, che compie la scena con un tratto comico, il quale ci cava da quell'atmosfera momentanea e ci conduce nello stato normale dell'esistenza. « Diavolo d'un frate !», borbotta tra' denti il gentiluomo, rimasto solo « Se rimaneva ancor lì per qualche momento in ginocchio, quasi quasi gli domandava io scusa ch'egli mi abbia ammazzato il fratello ».

Rotto il fascino, ripiglia suo uso e suo linguaggio. E a quella esaltazione succede in noi il sentimento abituale della vita. Gli è come avessimo sognato, o come, lasciando una pomposa festa, fossimo tornati nella nostra modesta stanza. Il poeta mostra qui tutte le sue forze, di rado unite in uno stesso uomo: quella sua vivace apprensione della natura esteriore, quel suo acume di analisi, quel vigore drammatico, quella sua misura in situazioni tanto esaltate.
E perchè il poeta è così disposto, che quando un personaggio gli si presenta, lo arresta subito e gli domanda: chi sei? perchè sottopone tutto, uomini e cose, a processo di analisi, anche gli avvenimenti più prodigiosi, come la conversione dell'Innominato, anche gli uomini più straordinari, come Federigo Borromeo, perchè non c'è meraviglia e non c'è grandezza che sfugga alla sua curiosità, perchè non c'è emozione e non solennità che lo turbi e lo esalti, perchè egli tutto decompone, tutto si spiega e tutto spiega, perchè infine è lui che evoca quelle ombre e quegl'ideali e dà loro un'esistenza naturale e psicologica, della quale egli possiede e mostra la chiave; si comprende la sua tranquillità dirimpetto all'opera sua, come di uno spirito superiore che non vi si lascia assorbire e trascinare, anzi vi rimane al disopra, e guarda con occhio critico anche nel maggior caldo della produzione.

E si comprende pure come dentro al racconto si senta aleggiare non so che ironico, che è appunto una reazione del reale e del positivo contro ogni esaltazione ed ogni esagerazione.

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