SCHEDE BIOGRAFICHE
PERSONAGGI
ALESSANDRO MANZONI

I SOLILOQUI DI DON ABBONDIO

Abbiamo lasciato don Abbondio con una frase in bocca., pronunciata in capo alla scala, dopo il dialogo con Perpetua : « Per amor del cielo ! ... ».
A chi ha letto attentamente quel dialogo non è dovuto sfuggire un salto che vi è qui tra queste e le parole pronunciate antecedentemente da don Abbondio : « Eh ! ci vuoi altro cerotto, ci vuol altro cerotto, ci vuol altro cerotto », e la frase : « per amor del cielo! » c'è evidentemente un salto; ma che cosa è successo di nuovo in quel frattempo? Non altro che don Abbondio ha voltato le spalle a Perpetua, e si è avviato per salire alla sua stanza da letto; (le case in quel tempo, così ora ne' villaggi, erano divise in piani, ed avevano il salotto da pranzo a pianterreno, e la stanza da letto sopra). Quando don Abbondio è giunto in capo alle scale dice dunque: « Per amor del cielo !... ». C'è un salto dalle ultime parole; c'è stato in lui in quel frattempo una storia intima, che bisogna rivelare per spiegarci quel salto.

Ecco l'analisi che io ne faccio, e sulla quale richiamo la vostra attenzione, affinché, leggendo un autore, siate nel caso di riconoscere e riempire simili lacune.
C'è dunque di nuovo in don Abbondio una interna espressione non espressa al di fuori, ma che ha prodotto quella frase. E qui notate che la differenza tra l'artista ed il critico è questa: l'artista non rivela il mondo interno se non nell'atto della vita, in quanto cioè esso ha una espressione; però la sostanza dell'artista è la forma: il critico al contrario prende per punto di partenza quella forma, quella frase, nella quale si è manifestato il sondo interno, e rifà il cassino, investigando tutti i moti psicologici che han prodotto quella espressione. E precisamente il lavoro dell'arte è come quello della natura; la natura vi mostra infatti la produzione, ma non le forze produttive; la produzione, che si può dire la forma di tutte quelle forze latenti che stanno al di dentro : e similmente l'artista ci dà solo ciò che è rappresentazione di movimenti intimi. Ma come il filosofo, pigliando per base il visibile, si getta nell'invisibile, e spiega così tutto ciò che non è forma, ma che è rappresentato dalla forma, così il critico, rispetto al lavoro di un artista, prende la forma in cui quello ha affermata un'immagine e cerca di riaffermare tutte quelle forze latenti, tutti i movimenti psicologici, contenuti in essa. In due parole: l'artista coglie il mondo interno in un di fuori, il critico nel di fuori il mondo interno : l'uno, il critico, lavora dalla forma a risalire al mondo interno, l'altro dal mondo interno risale alla forma.
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Applichiamo ora tutto questo alla frase: « Per amor del cielo! ».
Ci siamo domandati in principio : che cosa è accaduto di nuovo in don Abbondio ?
È accaduto che don Abbondio, salendo le scale, è fuori già delle impressioni esterne violente; è fuori delle pressioni di Perpetua, che gli ha cavato il segreto di bocca : l'immaginazione esaltata si è attutita, il bisogno di confidarsi è cessato, è sorta in lui nuovamente la prudenza, ed egli dice a se stesso: che ho fatto! che bestia sono stato di confidare tutto a Perpetua, quella cicalona, in un affare che, a divulgarlo, ci va la vita ! Don Abbondio si pente d'aver parlato. E notate che è naturale nelle persone timide il pentirsi d'aver fatto una cosa. L'uomo, che non subisce la pressione delle impressioni esterne, e che fa di tutto per spezzarle con la coscienza di quello che fa, alla fin dei conti, quando rimane solo, anche che non le avesse superate, dice: ho fatto quello che ho potuto; e non se ne pente. L'uomo al contrario che subisce le impressioni esterne, ed è regolato da esse, opera senza coscienza e quasi fuori di sè, ond' è che dopo nasce in lui il pentimento di quel che ha fatto senza il concorso della sua volontà, e dice: Che ho fatto I E voi sentite la verità di questa posizione.
Ecco dunque ciò che è avvenuto di nuovo in don Abbondio, e che lo ha fatto voltare indietro e dire quella frase: « Per amor del cielo !... » : egli si è pentito d'aver parlato.
E c'è un'altra osservazione; quelle parole furono dette « con tono lento e solenne»: parole che sono il complemento di quella frase; e voi sapete che l'uomo usa il tono lento e solenne quando vuol fare a chi lo ascolta una grave impressione.
Don Abbondio, dopo tutto questo, va a letto, ed è soltanto ora che incomincia a fare delle consultazioni, quello cioè che un uomo di polso avrebbe fatto prima- prendere cioè un partito. Qualche cosa doveva fare all'indomani, perchè era il giorno stabilito per il matrimonio; ond'è che tutto que' moti intimi, che prima si son presentati in lui come istinti, e non han potuto prendere forma perchè confusi nella paura sotto la violenza esterna, si presentano ora a don Abbondio sotto la forma chiara del pensiero.
« Non far caso della intimazione ribalda, nè delle minacce, e fare il matrimonio », fu un partito che non volle neppur mettere in deliberazione. « Confidare a Renzo l'occorrente, e cercar con lui qualche mezzo.... Dio liberi! » (ed è questa l'impressione, che spezza il ragionamento) : perchè «non si lasci scappar parola.... altrimenti.... ehm.... » aveva detto un di que' bravi; e, al sentirsi rimbombar quell' « ehm.... » nella mente, don Abbondio, non che pensare a trasgredire una tal legge, si pentiva anche dell'aver ciarlato con Perpetua.
Qui vedete, come ho detto, i moti istintivi prendere una forma conscia. Ma bisognava prendere una risoluzione; ora io domando, poteva don Abbondio prendere una risoluzione ?
Gli uomini timidi non ne sono capaci, perchè l'istinto porta a trovare i mezzi termini : il bisogno di don Abbondio era di sfuggire alla pressione del momento, e rimettere il resto al caso; bisogno che, come lui, sentono tutti gli uomini deboli. I proverbi vi rappresentano per lo più il carattere del popolo : guardate quel popolo virtuoso, ch'è il popolo inglese, la cui essenza è nell'attività e nel lavoro; quel popolo vi dice : il tempo è moneta: mentre v'ha un altro popolo, che ama la voluttà del dolce far niente, e dice : il tempo è galantuomo.

Ora chi ha volontà forte attende al suo destino da se stesso, e chi ha mezza volontà destina in sua vece il tempo e dice: il tempo è galantuomo; ciò che vuol dire confidare nella fortuna. Questo è il sentimento de' mezzi caratteri, delle mezze volontà.
Don Abbondio, dopo di aver agitato vari partiti, e averli tutti rifiutati, si fermò appunto ad una mezza risoluzione; I' importante, egli pensò, è di guadagnar tempo, menando Renzo per le lunghe: si rammentò a proposito che mancavano pochi giorni al tempo proibito per le nozze; e se posso, pensava, tenere a bada per questi pochi giorni, quel ragazzone, ho poi due mesi di respiro; e, fra due mesi, può nascer di gran cose.
Il Manzoni non esprime, ma accenna appena, e per sommi capi tutto questo lavoro interno di don Abbondio. Ma noi dobbiamo cercare di vedere in esso il motivo comico, e qui richiamo la vostra attenzione. Dopo di aver pensato, don Abbondio parla solo; finge che Renzo gli sia dirimpetto e dice : « Tu pensi alla morosa, ma io penso alla pelle: il più interessato son io, lasciando stare che sono il più accorto. Figliuol caro, se tu ti senti il bruciore addosso, non so che dire; ma io non voglio andarne di mezzo ». Questa è la frase o l'espressione artistica; ma analizziamo un poco che cosa è questa frase, che cosa c'è in quella espressione.

Quell'espressione è l'apologia che fa don Abbondio di se stesso: egli ha presa quella mezza risoluzione, ed ora cerca di difenderla, e la scusa a se stesso, mentre non è tenuto nessuno ad accusarlo; ma lo fa, sapete perchè? Per persuadere a se stesso che quel che ha fatto, lo ha fatto bene. Ma che bisogno c'è di questa scusa, che bisogno c'è di questa persuasione? Miei cari, c'è in fondo alla nostra coscienza un principio di giustizia; e don Abbondio in fondo non è traviato : egli sente che l'indomani avrebbe fatto un torto a Renzo. Un torto, perchè se gli uomini forti fanno torto con la violenza, i deboli lo fanno col raggiro e con i pretesti. Don Abbondio aveva voglia di pensare che Renzo era un ignorante e non sapeva di latino, e che era facile imbrogliarlo; ma non poteva impedire che una voce dal di dentro gli dicesse: e tutto ciò sta bene? Ora avviene che quando nel fondo di una coscienza c'è quel principio di rettitudine, il quale deve lottare con la paura, avviene, dicevo, che non si dà forma precisa a quella voce della coscienza, anzi si cerca di soffocarla, e si lascia parlare, e si dà ascolto soltanto all'altra voce più lusinghiera che emerge dal bisogno attuale. Ma la vendetta della coscienza non si lascia aspettare, perchè sempre quella seconda voce contiene la prima, e infatti don Abbondio ha bisogno di giustificarsi, e questo giustificarsi è appunto la risposta a quella voce, di cui egli non ha chiara coscienza.

Epperò la frase ultima di don Abbondio è di forma complessa: mezza espediente, e mezza giustificazione. Ma perchè quella frase fa ridere?
Perchè in quella frase don Abbondio dice quello che con latino maccaronico si direbbe: Prima caritas principiat ab ego; e questa persuasione che gli è dettata dalla paura, fa ridere coloro che son fuori ed al di sopra della sua temperatura. Quindi il riso benigno che è eccitato da quelle parole: « Tu pensi alla morosa, ma io penso alla pelle. Figliuol caro, se tu ti senti il bruciore addosso, non so che dire; ma io non voglio andarne di mezzo ».
Don' Abbondio finalmente chiude gli occhi al sonno ma l'autore non lo lascia ancora senza dargli l'ultima pennellata. « Dorme, ma che sonno! che sogni! ». Tutti gli avvenimenti gli si ripresentano ingranditi dalla paura. Ora, che cosa ha di particolare il sogno ? Nella veglia ci sono certi movimenti intimi, che noi non osiamo di rivelare a noi stessi per un certo pudore naturale; abbiamo vergogna di dar loro forma di pensiero, perchè avremmo vergogna nel pensare d' aver commesso tali vigliaccherie. Ora avviene che una volta che l' immaginazione rimane libera, nel sogno vengono innanzi que' tali moti che nella veglia non riveliamo a noi stessi. Certamente, don Abbondio non è stato inseguito dai bravi, nè da alcuno : nessuno gli ha detto ti tiro una schioppettata: ma perchè egli, dopo il dialogo con i bravi, tornato a casa sua apre la porta di casa frettolosamente e chiude presto e diligentemente, come se fosse inseguito? perchè dice a Perpetua, quando questa gli consiglia di confidare il tutto all'arcivescovo : « Quando mi fosse toccata una schioppettata nella schiena, Dio liberi ! l'arcivescovo me la leverebbe ? ». Sono tutti sentimenti interni che scappano qua e là nel discorso, e vi fanno intendere che nell'animo di don Abbondio ve ne sono molti, e che nel parlare sono appena accennati. Ora nel sogno di don Abbondio v'è tutta l'esagerazione della paura; tutti que' moti intimi sono rivelati in modo sconnesso ed accavallato, come avviene sempre quando una fantasia è esaltata : e l'autore vi dice tutto questo mirabilmente, in poche parole « che sonno! Che sogni! Bravi, don Rodrigo, Renzo, viottole, rupi, fughe, inseguimenti, grida, schioppettate ».
Qui finisce lo sviluppo del comico di don Abbondio.
Mi direte: don Abbondio riesce ad ingannare Renzo? Cesso dal farvi quest'analisi minuta che ho fatto finora, perchè si trattava dei primo ritratto di don Abbondio; vi dirò soltanto il motivo comico. Don Abbondio riesce a fare quello che gli ha dettato la sua intelligenza; ma per riuscire poi ad ingannare un altro, la prima qualità è di aver sangue freddo, faccia tosta, e soprattutto rendersi padrone dell'uomo col quale si parla, e' che si cerca d'ingannare. Per far tutto questo e per riuscirvi, don Abbondio avrebbe dovuto snaturare se stesso: egli, noi lo sappiamo, non è dei forti, ma de' mezzi caratteri; egli è debole, e però capace di ricevere, ma non di fare impressione; chè anzi non ha forza di padroneggiare se stesso, perchè, parlando, avviene che c' è contraddizione tra le parole che dice e tutto l'accompagnamento di esse. Egli capisce che non può cacciar da sè l'impressione, ed il mistero scappa dalla faccia, dai suoi occhi grigi, che mentre parla vanno scappando qua e là, come se avesser paura d'incontrarsi con le parole che gli escono di bocca; da tutto il suo parlare insomma erompe il sentimento del segreto che, invece di calmare Renzo, lo rende vieppiù sospettoso. Vi ricordate quando Renzo in gran gala, in abito da sposo comparee davanti al curato e dice « Signor curato, a che ora le comoda che ci troviamo in chiesa? ». Ed egli risponde : « Di che giorno volete parlare? ». Questo far lo gnorri, come dicono i fiorentini, par proprio fatto per mettere in sospetto Renzo; don Abbondio scopre così le sue batterie fin dal principio. E c'è un momento quando il mistero è quasi svelato, quando Renzo par che si rabbonisca, e don Abbondio pigliando un po' d'animo dice
« Eh!... quando penso che stavate così bene; cosa vi mancava ? V'è saltato il grillo di maritarvi.... ».

Ecco perchè don Abbondio non riesce : per difetto di sangue freddo.
Renzo infatti, che ha osservato la contraddizione tra le parole del curato, esce, tira da Perpetua de' mozziconi di frasi, per le quali si riconferma che c'è un mistero, torna e strappa dalla bocca di don Abbondio, come un cavadenti che gli strappasse un dente, il nome di don Rodrigo. E allora se ne va, e don Abbondio rimane gridando « Perpetua, Perpetua! ... ».
Qui finisce quel che riguarda don Abbondio. Vi dico ora rapidamente i passaggi dei capitoli seguenti, per riafferrare questo personaggio al capitolo VIII.

LA SORPRESA NOTTURNA DI DON ABBONDIO

Renzo, dopo il consiglio di Agnese, va da quel tale dottore Azzeccagarbugli colle galline, e torna, come sapete, senza aver concluso nulla. Il padre Cristoforo si reca da don Rodrigo, e non conclude niente nemmeno lui; ond' è che Agnese pensa, ed insieme con Renzo risolvono di fare quel tale matrimonio di sorpresa. Tutto ciò, portato largamente, è materia di parecchi capitoli fino all'VIII, nel quale ritroviamo don Abbondio che leggeva un panegirico di Carlo Borromeo, e diceva: « Carneade ! Chi era costui? ». Don Abbondio dunque rientra in scena per la cospirazione di Renzo ed Agnese.
Questo capitolo VIII è comico per eccellenza; ma il motivo comico è differente da quello sviluppato finora.
La prima commedia (permettetemi che la chiami così), la prima commedia di don Abbondio è commedia di carattere, perchè tutto quello che avviene deve avvenire come conseguenza, poste quelle tali inclinazioni, posti quei tali caratteri individuali. Il capitolo VIII al contrario è commedia d' intrigo, perchè in esso entra il caso o l' accidente, per il quale il corso ordinario delle cose è interrotto e mutato.

Non intendete però l' intrigo delle antiche commedie dove l'accidente o il Deus ex machina sta come fatto straordinario capace di svegliar le meraviglia degli spettatori, e tener deste così la loro attenzione. Commedie da balie e da ragazzi.
Venne poscia come reazione a quella la commedia di carattere, ch'è il mondo spiegato non come effetto dell'accidente, ma come conseguenza immediata dello sviluppo delle passioni umane. E il Molière va nelle schiera degli autori di queste scuole. Il progresso fatto da questa commedie si è che gli eventi si spiegano non con l'intervento del caso, bensì, come vi dicevo, quale effetto delle passioni umane.
Il XIX secolo è anche in certo senso reazione alle commedie di carattere, perchè i lavori de' moderni scrittori tendono a conciliare l'una e l'altra forma. Ed è vero che ne' fatti umani c'è spesso l'accidente che dà un indirizzo differente alle passioni, e da esso il corso ordinario delle cose è cambiato.
In Germania, in conformità delle tendenza del secolo, ed anche come reazione, sono giunti a creare tutto un mondo fantastico, come fa Goethe. Ma gl'italiani non si son messi per queste via, perchè il nostro cielo è troppo puro e le nostre menti rifuggono da quelle nebulosità. Così, invece del fantastico, nella letteratura italiana è ricomparso il caso per circoscrivere quel che v'ha d'assoluto nelle commedie di carattere.
Anche il Manzoni nel suo romanzo ha cercato d'intrecciare le due forme; ma è curioso che il romanzo fino ad un certo punto è di carattere, dopo è d' intreccio. E di fatti fino e che l' Innominato non si converte, il romanzo si può dire di carattere: fin dopo il rapimento di Lucia, quando esse è venuta sotto le protezione del Borromeo, e ch'è stata restituita alle madre, fin là l'azione viene dalle iniziativa umana. Me quando poi l'Innominato si converte, e Lucia è in salvo e più o meno si sa come quell'azione deve finire, l'iniziativa umana finisce, sorge quasi un nuovo romanzo, nel quale il movimento storico nasce da certi a c c i d e n t i s t o r i c i , come la peste, la carestia, l'insurrezione di Milano; ed i personaggi del Manzoni si trovano in essi, e la storia ch'era incominciata col carattere, finisce con l'intrigo.

Vi sono dunque nel romanzo del Manzoni le due forme o i due generi della commedia; ma si può dire che in genere l'autore li ha fatti successivi, mentre essi andavano intrecciati; difetto del Manzoni, che esamineremo a suo tempo.
Nel capitolo VIII dunque v'ha tre azioni nascenti da tre gruppi di persone; azioni che riescono contrarie all'intento de' personaggi per un accidente. Da una parte abbiamo don Rodrigo scoperto dal padre Cristoforo in quel colloquio avuto nel suo palazzotto, e che, messo in puntiglio maggiormente per la resistenza del frate, ricorre alla violenza, e pensa di far rapire Lucia da' suoi bravi. Dall'altra, abbiamo il padre Cristoforo che nel palazzotto stesso di don Rodrigo s'incontra con quel vecchio servitore, suo conoscente, e che, viste le sue buone intenzioni, lo prega di tener d'occhio a quel che si faceva, e tenerlo avvisato; ed il servitore saputo del ratto, che si preparava, spicca un fanciulletto per avvisare il Padre. E finalmente abbiamo Agnese, Renzo e Lucia che pensano di fare quella tale sorpresa a don Abbondio. Sono tre imprese queste, calcolate con tutti gli estremi della prudenza umana. Il ratto di Lucia è combinato da don Rodrigo col Griso. Il Griso travestito da pellegrino esplora la posizione della casa, ed altri bravi sotto la sua direzione vanno razzolando tutto il giorno per il paese, ed a quel fine. Si prevede tutto. Il padre Cristoforo, che s'era messo d'accordo col servitore, ed era stato avvertito da lui, manda in fretta per avvertire Lucia ed Agnese. Lucia, Renzo ed Agnese hanno anch'essi prevveduto tutto quello che la prudenza poteva dettare, e con quell'idea immaginata da Renzo, di far onore ad un giureconsulto.

Tutto pareva andare a seconda, ma ecco che interviene il c a s o . I bravi vanno a rapir Lucia, quando questa con Renzo ed Agnese va a sorprendere don Abbondio : Menico giunge quando Lucia s'era già incamminata, e trova invece il diavolo in casa; e sapete chi è il Deus ex machina ? Il Deus ex machina è il sagrestano Ambrogio, il quale al grido di don Abbondio che chiama aiuto, con le brache sotto il braccio corre al campanile, ed afferrata la corda della più grossa campana, tira giù e suona a martello finchè non vede un buon numero di gente accorsa.
Ed il comico è che quella campana si ripercuote ai due estremi del paese, ed è sentita con terrore ugualmente da' bravi da una parte e da Lucia, Renzo ed Agnese dall'altra: avviene un timor panico generale, e tutti scappano; sicchè un accidente naturale, vista la qualità d'Ambrogio ch'era sagrestano, viene ad aggiungere una tinta comica all'insuccesso delle tre azioni.

Questo è l'intrigo del capitolo VIII, e se vi dovessi dire il mio avviso, vi direi che Manzoni non è stato felice nel rappresentare la conclusione, come egli è felice, e maestro, nel rappresentare i dettagli. Gli manca la forza sintetica per farne scaturire il comico. Essendo il c a s o un mezzo per togliere al corso della vita la sua forma abituale, avrebbe dovuto l'autore in quella situazione straordinaria farci vedere la contemporaneità dei movimenti de' diversi personaggi. Ebbene, quello che noto in quel capitolo è appunto un certo che di sparpagliato, sicchè, quando si è sentita la campana a martello, l'autore ci dice prima quello che succede in casa di Lucia e poi quello che succede in casa di don Abbondio; ci dice insomma gli effetti particolari dei comico, e ci ruba l'effetto generale di esso. Supponete per poco un quadro, nel quale fosse dipinta interamente quella scena. Ci sarebbero da una parte i bravi in confusione, dall'altra don Abbondio chiuso nella camera spaventato, Renzo che remiga con le mani in cerca del curato, Lucia atterrita, Tonio carpone che spazza con le mani il pavimento per raccapezzare la sua ricevuta, Gervaso che grida e saltella spiritato. Il pittore vi avrebbe rappresentato tutto questo: da una parte la fuga degli uni, dall'altra la scena che avveniva in casa del curato, ed in mezzo del quadro il popolo accorso.

Ebbene tutto questo insieme vi sfugge nel capitolo VIII, l'effetto generale del comico è perduto.
Ma per dirvi qualche cosa di quel che riguarda don Abbondio, torniamo al principio del capitolo VIII.
Don Abbondio, già guarito dalla febbre dello spavento, seduto sul suo seggiolone, ruminava: «Carneade ! Chi era costui? ». E l'autore vi dà il grottesco di quella figura quando dice che stava sopra una vecchia seggiola, ravvolto in una vecchia zimarra, con in capo una vecchia papalina, che gli faceva cornice intorno alla faccia, con due folte ciocche di capelli che gli scappavano fuori della papalina, due folti sopraccigli, due folti baffi, un folto pizzo, tutti canuti, e sparsi su quella faccia bruna e rugosa, e che potevano assomigliarsi a cespugli coperti di neve, sporgenti da un dirupo, al chiaro di luna..., ed il chiaro di luna era il lume scarso di una piccola lucerna. Si vede che Manzoni ha visto quella figura prima di descriverla. E - quando viene il momento della sorpresa, vi è una frase che va esaminata. Quando Renzo dice: « Signor curato, in presenza di questi testimoni, quest'è mia moglie » e Lucia sta per dire : « e questo.... » l'autore interrompe: « don Abbondio vide, si spaventò, si stupì, s'infuriò, pensò, prese una risoluzione ». Tutto questo è ben rapido ed accenna alle impressioni interne che avevano luogo in don Abbondio. Quando voi sorprendete un uomo, certamente le impressioni interne non pigliano forma di pensieri, nè si rivelano che sulla faccia. Se don Abbondio parlasse lui, e dicesse : vidi, mi stupii, mi spaventai, ecc., tutto ciò sarebbe sciocco, perchè egli non ha avuto tempo di pensare, innanzi a lui non v'è altro che l'azione. Ma qui è l'autore che parla e fa da critico; e il Manzoni è critico a modo suo, e cerca di vedere le impressioni che si succedono nell'animo di don Abbondio. E quando l'autore fa il critico, allora al critico resta di andare più indietro e vedere da che sono prodotti que' sentimenti, quelle impressioni che l'autore ha notate. Don Abbondio dunque vide e si spaventò, ma nel sentire Renzo che dice: « Signor curato, in presenza di questi testimoni, quest'è mia moglie » s'infuria, e quell'infuriarsi è come dire: - per Dio ! ed i bravi? e don Rodrigo?... - Ma se tutto questo finisse qui, il matrimonio si sarebbe fatto; ed è appunto questo pensiero che il matrimonio si faceva, e tutto ciò che la paura gli suggeriva di terribili conseguenze, che gli fa montare il sangue alla testa; e qui c'è una osservazione profonda: che non vi è, cioè, uomo più pericoloso dell'uomo che ha paura.
Quando un uomo pauroso è messo, come si dice, con le spalle al muro, è insolente, è feroce, diventa l'espressione di ogni sentimento plebeo. Ebbene, don Abbondio oltrepassa appunto quello che un uomo freddo avrebbe fatto; quindi non si contenta di lanciar via tavolo, libri e lucerna, ma, afferrato il tappeto che copriva la tavola, lo butta sgarbatamente sulla testa di Lucia, e quasi la soffoca per impedirle di pronunziare intera la formula. Poi si ritira e, nel coraggio della sua paura, grida « Perpetua ! tradimento ! aiuto ! ». È questo un motivo comico, che mette chiaramente in vista il carattere di don Abbondio.

Ma qui finisce don Abbondio in quanto rappresenta una parte principale; la sua Iliade finisce col capitolo VIII. Renzo e Lucia vanno lontani; egli si è liberato e scompare dall' azione per ricomparire in seguito quando il Borromeo si ritrova in quei dintorni a far la visita delle parrocchie: ond'è che don Abbondio, senza che se lo pensasse, si trova di nuovo mescolato negli avvenimenti.
Ma qui il nostro curato è un accessorio oscuro e volgare, che sta sempre rannicchiato all'ultimo posto. E qual è da quel punto in poi l'ufficio di don Abbondio? È un elemento comico ed allegro, che accompagna le altre figure del romanzo, come Sancio Panza accompagna don Chisciotte nel Cervantes.
È l'uomo volgare che guarda sempre il mondo con la sua lente, ed applica la sua filosofia a qualsiasi avvenimento: e talora l'applica all'Innominato e dice « Costui, dopo aver messo sottosopra il mondo con le scelleratezze, ora lo mette sottosopra con la conversione.... E' finito; quando son nati con quella smania in corpo, bisogna che faccian sempre fracasso. Ci vuol tanto a fare il galantuomo tutta la vita, come ho fatto io ? No, signore.... »; tal'altra guarda il Borromeo con la sua lente e dice: " E quest'altro che vuol fare il santo.... subito, subito, a braccia aperte, caro amico, amico caro, come se l'avesse visto far miracoli.... a casa mia si chiama precipitazione. E senza avere una minima caparra, dargli in mano un povero curato! Questo si chiama giocare un uomo a pari e caffo!». È insomma il mondo esaminato dal punto di vista volgare, e tutto è fatto dall'autore per ridurre in proporzioni più convenienti ai lettori l'ambiente troppo elevato in cui vivono gli altri personaggi.
Il comico in don Abbondio finisce quando finisce la paura. Quando egli ha la notizia della morte di don Rodrigo, quando se n'è proprio accertato, allora la paura cessa, e vengono fuori le qualità amabili del suo animo : egli parla con Renzo, Lucia ed Agnese sugli stessi avvenimenti passati, e che furono cagione della sua paura, e ne parla scherzando; anzi diviene spiritoso con le donne; il fondo buono di don Abbondio è venuto fuori ! Dove si scorge il fine del comico di don Abbondio come individuo; non però il fine del comico, ch'egli rappresenta dirimpetto all'arte, poichè egli significa anche la borghesia fiacca ed ipocrita messa in caricatura.

Il romanzo del Manzoni è la rappresentazione di un ordine morale-religioso, accanto al quale sta la sua corruzione, ch'è il comico rappresentato da don Abbondio; ed è la rappresentazione d'un mondo malvagio, negazione di quell'ordine e rappresentato dall'Innominato e da don Rodrigo. La conclusione artistica del romanzo è che questi gruppi si armonizzino, e la contraddizione cessi, risolvendosi nel mondo armonico della morale e dell'arte, perchè il fondo del romanzo è la perfetta armonia morale ed artistica. E la soluzione de' due gruppi, comico e malvagio, avviene in un uomo rappresentante il mondo morale e religioso, e ch'è il cardinale Federigo Borromeo. Dalla parte dell'Innominato, avviene la vittoria dell'ottimo sul cattivo; e dall'altra parte, si ha la vittoria della carità che agisce, della bontà efficace che consiste nel fare il bene, contro la bontà negativa che consiste nel non far male. Questo è oggetto di due scene, una fra il Borromeo e l'Innominato, l'altra fra il Borromeo e don Abbondio.

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