SCHEDE BIOGRAFICHE
PERSONAGGI
ALESSANDRO MANZONI

STORIA E POESIA
IDEALISMO E REALISMO NEI PROMESSI SPOSI

C'è un reale e un ideale in antagonismo, l'uno rispondente all'ordine de' fatti, l'altro all'ordine delle idee; l'uno al mondo com'è, l'altro al mondo come deVe essere. E questo intende Manzoni, quando divide con tanta precisione storia e poesia. E questo intendevano pure i suoi contemporanei, ne' quali nota fondamentale era l'opposizione dei reale e dell'ideale. Storia è Carlomagno e Desiderio, il regno della violenza e della scaltrezza; poesia è Adelchi, il regno della verità e della giustizia in contraddizione con quello, e Adelchi è la coscienza di quella contraddizione, è la vittima della coscienza. Manzoni era idealista, come erano tutti in quei tempi di agitazione e ricomposizione sociale. E il problema di tutta la sua vita fu di sviluppare il suo ideale in un mondo storico, dandogli tutte le condizioni di una esistenza positiva, in opposizione agli ideali troppo nudi alfierani, e d'accordo con la tendenza generale del nuovo secolo, che ad un idealismo spinto fino al fantastico e al mistico, univa uno studio del reale spinto sino alla più scrupolosa esattezza storica. Conciliare queste tendenze, armonizzarle, calare la poesia nella storia, e alzare la storia a poesia, creare tra noi la tragedia storica e il romanzo storico, fare di modo che il lavoro abbia un doppio interesse, un interesse storico e un interesse poetico, un doppio interesse che pur sembri uno, una poesia che abbia tutte le apparenze della storia, e una storia che abbia tutta l'efficacia della poesia, fu il sogno di Manzoni. E giunge così a questo scopo, di divulgare e propagare il suo ideale con la doppia potenza della storia e dell'arte.

Ciò che salvò Manzoni dalle generalità rettoriche di un apostolato ideale, fu il suo squisito senso del reale sviluppato e fortificato da seri studi storici. Calato con la mente in un dato spazio di tempo e di luogo, vi acquista l'occhio scrupoloso e scrutatore dello storico, sicchè quel secolo ti è innanzi non solo nella sua esteriorità più minuta, ma ancora nel suo spirito e ne' suoi motivi interiori. Non c'era e non c'è ancora in Italia una storia come quella, scritta con tanta precisione di particolari, e insieme con tanta finezza di analisi, sicchè tutto e denso e tutto e trasparente. E la conclusione della storia è questa, che il mondo vi era regolato dalla forza, ciò che Renzo chiama la lega de' birboni, una forza incolta, aiutata dalla scaltrezza di una coltura mezzana e pedantesca, divenuta suo strumento, una forza, alla quale non era rimedio la legge scritta, o non curata, o rivolta spesso a furia di cavilli contro quei medesimi che doveva proteggere. Questa era la storia da Lecco a Milano; questo era il secolo in Lombardia, e un po' dappertutto in Italia; violenza e corruzione e servilità nelle regge, ne' castelli e nei conventi, tra preti e laici, tra nobili e borghesi.

Quella lega d'insolenza e di vigliaccheria, di violenza e di astuzia, ti rivela una società non nella rozzezza della sua origine, ma nella corruzione, era la decadenza. E decadenza vuol dire che le forze intellettuali e morali regolatrici della coscienza e ideale della società ci stanno sì ancora; ma solo in parole e in iscritto, senza più nessuna efficacia sulle volontà, e meccanizzate, senza più movimento in se stesse. C'era la nobiltà, ma il suo ideale viveva solo nelle immagini de' maggiori; c'era il convento, ma già guasto ne' suoi strati superiori; c'era la monaca, ma non c'era quasi più la serietà e la spontaneità della vocazione; c'era il frate, ma il suo ideale era solo nelle massime e nelle sue prediche; e il suono delle campane e il rumore delle processioni ti annunziava che questa società era cristiana e cattolica. La virtù era ipocrisia, la coltura era pedanteria. Tutti avevano imparato a scuola o in chiesa o ne' libri i comandamenti di Dio e le più belle sentenze morali, le quali servivano a decorare i periodi di don Ferrante e il cicaleccio di donna Prassede.

Ora una società in decadenza la si può guarire meglio restaurandovi l'antico ideale smarrito, ma non perduto, che con ideali affatto nuovi. Questo e ciò che dicesi ideali di ritorno; ed e un ideale che ha la forza di ritornare, si rifà giovane, perche, gettando via la scoria, e riacquistando l'antica purezza, appare nuovo, e ricupera il suo movimento interno, la sua virtù evolutiva e trasformativa, sì che può ricevere in se elementi nuovi e moderni. Di tal natura è l'ideale manzoniano, il più puro e insieme il più moderno di tutti gl'ideali, non dirò della reazione, ma della restaurazione europea : un ideale vecchio, già smarrito tra le caricature e i sarcasmi, e che ora riappare come una vecchia conoscenza non mai del tutto dimenticata. E riappare come cosa nuova, che si fa via nella tua coscienza, perchè parla il tuo linguaggio e sente i tuoi sentimenti; onda, ancora che antico, produce nuova impressioni. Questo ideale non e dunque un semplice ritorno, ma una nuova formazione, è un passato che ha insieme tutte le qualità dal presente, e una nazione che ha ancora la forza di appropriarselo e di ringiovanirlo e trasformarlo, vuol dire che ha ancora la forza di guarire: ciò che sotto forma di restaurazione è un vero risorgimento. Queste erano le speranze di Manzoni e di molti nobili intelletti di quel tempo; queste erano la aspirazioni di una scuola illustrata da Rosmini, Grossi, Gino Capponi, Tommaseo, Gioberti, Balbo, Massimo d'Azeglio, una scuola, di cui la storia è ancora a fare, e che si può chiamare dal suo capo scuola manzoniana. Or questo ideale, che chiameremo di ritorno, ha sotto l'aspetto esteriore un gran vantaggio sugl'ideali nuovi: che questi, non avendo loro fondamento nella tradizione, rimangono nella regione delle idee, eti riescono in arte razionali, nudi, lirici, personali, coma nello
Iacopo Ortis, o anche calati nella storia, come ha fatto Alfieri, vi si mischiano, ma non vi si immedesimano, a rivelano più l'impronta dello scrittore che del tempo; dove l'altro è di sua natura storico e nazionale, e fa parte dal tempo, e si rivela più nel naturale movimento e antagonismo da' fatti, cha nelle astratte generalità dei ragionamenti e da' movimenti lirici.
E guardate come Manzoni ha potuto qui collocare questo ideale. Non è già idea venuta di fuori, una idea personale e moderna, che penetra fittiziamente nel processo storico; ma è l'idea del tempo e com'era nel tempo, viva ancora nella semplicità della credenza popolare, e anche presso la classi corrotta rimasta occulta e dimenticata in qualche nicchia dal cervello, e capace di muoversi a di svolgersi al tocco di commozioni straordinarie, -come nell'Innominato e in don Abbondio. E non deve parere strano che in tanta dissoluzione morale siano pure alcuni individui elevati, che realizzano in sé quell'ideale nella sua forma più pura, come sono Borromeo, Cristoforo e Padre Felice, i quali in società ancora sane sono il riflesso della vita generale, e qui ci debbono apparire uomini straordinari, o, come si dice, eroi. Onde sorge la naturale opposizione tra la società in cui quell'ideale e oscurato, e questi personaggi in cui brilla della sua più viva luce. I quali non sono già come Savonarola riformatori appassionati della società, ma ci vivono con semplicità di vita : predicando con la parola e con l'esempio, facendo quel po' di bene che loro è dato, con naturalezza di uomini dabbene e con ardore di credenti. L'opposizione è nelle cose, e non nelle intenzioni e non nelle azioni. Sono elementi in contrasto di uno stesso processo storico, le varie facce di uno stesso ideale in un tempo, che fra tanti tristi spiccava tanto più il Santo. Un' azione semplicissima mette in moto questi elementi, ti crea il conflitto drammatico, sviluppa l'opposizione. Lucia è promessa sposa a Renzo, e don Rodrigo ha scommesso che l'avrà lui. Sotto una lotta così ristretta s'intravvede una lotta più importante, il cozzo di questi elementi. Don Rodrigo è il primo anello di tutta la catena degli oppressori, che pesano nella bilancia in suo favore; Renzo e Lucia sono gli oppressi. Lucia non ha altra difesa che la sua purezza e semplicità; la forza di Renzo è nella coscienza netta e pronta del suo diritto; non gli può entrare in capo che la sua sposa non deve essere la sua sposa. E' chiaro che, animandosi la lotta, essi debbono incontrare nella loro via e in loro favore tutte le forze ideali di quella società.

Questo ideale religioso-etico penetra dunque in tutto il materiale storico, non come una forza estranea, ma come parte esso pure di questo materiale, esso pure storico, del tempo e nel tempo, dove latente e teorico, dove operoso e militante. Chi vuol avere una immagine di questo ideale non aggiunto, non sovrapposto, ma compiutamente realizzato in un materiale storico, anzi parte di esso materiale, pensi che gli è come una bella storia tessuta in una tela e tessuta con le stesse fila e con gli stessi colori. Tutto che è qui inventato o poetico o ideale, come direbbe Manzoni critico, è così propriamente intessuto nella trama, che pare tutto un solo materiale variamente atteggiato, e non senti alcuna differenza tra ideale o reale, accaduto o inventato, storico o poetico, se non solo nelle preoccupazioni del critico. Il poeta ha tutto fuso in una stessa trama, e tutto ti pare storia, e tutto è poesia, nè ti sai rendere ragione perchè Renzo e Lucia debbano essere meno reali e meno positivi che i bravi o l'Innominato o Borromeo, tutti insieme, personaggi storici e inventati, cresciuti nello stesso ambiente. O piuttosto mai non ti accade che tu leggendo ti faccia la domanda : dov'e storia e dov'è poesia? Perche la storia ti pare poesia, e la poesia ti pare storia, o, per dirla in un altro modo, perchè tutto ti pare nato a un fiato e a uno stampo, e non te ne viene nessuna impressione dissonante. Io medesimo, uso alla critica, non mi son fatto questa domanda, se non perché se l'e fatta Manzoni; e non posso pensare di questo libro, se non lo chiudo; perchè, se sto con quel libro innanzi, non sono più buono a nulla, non osservo, non penso a nulla, e vivo là dentro, e ci godo e ci sto così bene, che mi sento più felice nella folla de' lettori ingenui, che nel piccol numero de' critici.

Ma se tutto é qui un solo materiale storico, tutto vi é guardato da un solo punto di vista. C'è qui certamente il secolo XVII in Lombardia, ma guardato da un uomo situato in modo che non può abbracciarlo tutto con l'occhio, e non te lo dà se non quanto e come gli viene innanzi. Chi vuol trovare il secolo in tutta la sua verità, cioé in tutto il suo spirito, smetta, che questa non è storia, e di storia non vi è che il semplice materiale! Il poeta lo guarda da dentro il suo mondo ideale, e attraverso quello. E gli oggetti acquistano quel valore che ad essi viene di là, e sono più o meno interessanti secondo la luce che su loro piove da quel mondo. L'ideale è come il sole che illumina gli oggetti senza snaturarli. Gli oggetti rimangono storici; ma è il mondo morale, dove sta collocato il poeta, che li rende visibili, e distribuisce variamente la luce e i colori, e dà a ciascuno il suo luogo della nostra attenzione. Così avviene che una povera contadina, ultima nella scala dell'interesse storico, e che appena potrebbe pretendere a un posticino in una cronaca aneddotica, irradia qui vivissima luce, e desta tutto il nostro interesse, perchè è la prima nella scala del mondo morale, da cui prendono gli oggetti misura e valore. E appunto perchè c'interessiamo grandemente alla sua sorte, nasce un antagonismo serio tra il mondo morale, mosso non da lei, ma per lei, e il ferreo secolo, dove le sue pari sono vittime nate. La storia è preordinata a questa lotta, perchè distribuita in due gruppi decisi nella loro opposizione, dei quali portano la bandiera sino all'ultimo padre Cristoforo e don Rodrigo. E in mezzo sta l'eterno ventre del genere umano, esseri passivi, che sono con i più forti, amanti del quieto vivere e tirati per i capelli all'azione da esterna necessità, esseri buoni e innocui, che, senza saperlo, decidono spesso degli avvenimenti e producono gravissimi danni, com'è di don Abbondio.
Padre Cristoforo, don Rodrigo e don Abbondio sono i tre personaggi principali nella lotta che si combatte intorno all'innocente Lucia: sono le tre forme in cui vien fuori il mondo morale, vero centro e anima del racconto.
E cosa è questo mondo morale ? Ma è l'antitesi di quel secolo di violenza, di corruzione e di servilità, com'è stato descritto. È il diritto opposto alla forza, la purità opposta alla corruzione, il sacrificio opposto alla servilità, e per dirlo in una parola sublime che lo compendia tutto, è la carità : qualità che prese insieme fanno l'eroe cristiano, e che più o meno risplendono nei personaggi ideali, con qualche faccia più speciale in ciascuno. Così in Renzo si affaccia più specialmente la coscienza del diritto, in Lucia la purità di una Madonna, in padre Cristoforo il sacrificio di un martire, e in Borromeo la carità di un apostolo; e tutto insieme questo è il mondo, come l'ha pensato Manzoni e predicato padre Felice. Collocati in questo mondo, i don Rodrigo e i don Abbondio, l'Innominato, il conte Attilio, il Conte-zio, il Provinciale, don Egidio, non hanno altro valore che per rispetto a quello : sono la sua opposizione, e il suo rilievo. Che questo mondo morale abbia a vincere materialmente, sarebbe una esagerazione, e quasi una caricatura della storia; e se Lucia riesce a salute, si deve in parte ad un concorso di casi straordinari, com'è questo che l'Innominato si converta, e che la peste uccida don Rodrigo, e risparmi lei e Renzo. Ma, quale che sia la sorte di Lucia, il mondo morale vince, non per la certezza de' suoi risultati nella vita pratica, ma per la sua efficacia sulle coscienze e sulle volontà sicchè là dove l'opposizione si sviluppa e i contrari sono in presenza, e visibile la sua superiorità, come si vede nell'incontro di padre Cristoforo prima col fratello di colui che ha ucciso, e dopo con don Rodrígo, e nell'incontro di Borromeo con l'Innominato, e più tardi con don Abbondio. Questi incontri sono le varie stazioni o, per dir meglio, i quattro atti di questo ideale, a cui succede il quinto, un atto più divino che umano, la catastrofe della peste.

Non si può dire che il successo materiale sempre ci sia, perchè Borromeo riesce così a convertire don Abbondio, come padre Cristoforo a convertire don Rodrigo, e ci spendono invano tutta la fiamma della loro eloquenza; ma la vittoria c'è sempre, e don Abbondio, se non è convertito, è sinceramente commosso, e don Rodrigo può bene svillaneggiare il frate e cacciarlo via, ma non può cancellare dalla perversa immaginazione quel vindice : « Verrà un giorno », che vi riapparirà nel dì dell'espiazione. Si può dire che queste famose vittorie sono in fondo gare di eloquenza e lotte di parole; che il movimento e di discorsi più che di azioni; che vi si odora un certo fare predicatorio e di panegirista; e che troppo vi si scopre una intenzione propagandista apostolica, un bandire ad alta voce il proprio mondo morale nella maggior gravità e solennità degli avvenimenti. Tutto questo si può dire, e si può concludere che, come l'intenzione storica ha introdotto nel corpo stesso del racconto note e appendici e spiegazioni erudite, così l'intenzione etico-religiosa ha dato all'intonazione talora un accento e un'enfasi troppo oratoria e quasi da un pulpito. Sono gli avanzi di un mondo intenzionale, domato dall'arte, e pure qua e là resistente.

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