SCHEDE BIOGRAFICHE
PERSONAGGI
ALESSANDRO MANZONI



IL MONDO INTENZIONALE
DEI PROMESSI SPOSI

- Che fa Manzoni? - domandava Goethe, e Cousin : - Fa un romanzo, con l'intenzione di una maggiore esattezza storica che non è in Walter Scott, e di un'applicazione precise del vero metodo storico. - E qual è l'argomento? - Il sec. XVII e Milano !- Il sec. XVII e Milano ! Manzoni è milanese : avrà studiato bene questo secolo.
Nè altra era l'aspettazione in Italia. - Che fa Manzoni ? - Manzoni fa un romanzo storico, più storico che non sono i romanzi di Walter Scott. - E si ettendeva il parto del nuovo Walter Scott.
Nè altra era l'intenzione dell'autore. Si apparecchiò al lavoro con studi storici severissimi, come eveva fatto col
Carmagnola, e come più tardi fece con l'Adelchi. E di quella diligenze di studi rimase testimonio non dimenticabile la Colonna Infame.
Se volessimo esaminare i
Promessi Sposi col metodo di Goethe e dello stesso Manzoni, domandando cioè innanzi tutto, quel è l'intento dell'autore, ci troveremmo in un bell'impiccio. Quel metodo era un buon rimedio verso i critici, che partendo da concetti assoluti, facevano essi il lavoro, e in luogo di guardare ciò che vi era, fantasticavano su quello che avrebbe dovuto esserci secondo le regole delle poetica e delle rettoriche. Quel metodo era una buona arma di guerra contro quella critica. L'autore pareva dire : guardate, signori, ciò che ho voluto fare io, e, non ciò che vorreste voi; se volete essere buoni giudici, siate un po' meno voi, e un po' più l'autore. A una critica astratta quel metodo opponeva una critica intenzionale, "ciò che l'autore ha inteso di fare". E se un lavoro fosse sempre ciò che l'autore ha inteso di fare, se fosse sempre l'espressione esatta delle sue intenzioni e delle sue idee, quello sarebbe il metodo.

Ma dall'intenzione al fatto vi è un gran tratto. E il critico non può tener conto delle intenzioni, se non in quello solo che è penetrato nel libro ed è divenuto un fatto. Sicchè il metodo più sicuro e concludente è di guardare il libro in sè, e non nelle intenzioni dell'autore.
Nondimeno uno studio sulle intenzioni dell'autore non è mai superfluo; non è ancora la critica, ma è già una p r o p e d e u t i c a. Cogliere l'autore nel momento della concezione, scrutare i suoi fini, le sue idee, i suoi preconcetti, le sue preoccupazioni, è una conoscenza preziosa della natura e della intensità di quelle forze produttive, dalle quali esce il lavoro. Poi, volere o non volere, sempre alcun che di quel mondo intenzionale penetra nel libro, e ci giace al di sotto, come motivo o come ostacolo. Nè qui è necessario di fantasticare, perchè Manzoni è là con le sue confessioni. Noi sappiamo qual concetto si era formato del romanzo storico, qual fine voleva raggiungere, ed abbiamo la trista conclusione che quel fine, a parer suo, non è stato raggiunto, perchè assurdo e contraddittorio in se stesso. Stabilite le intenzioni dell'autore, la critica ha il diritto di discuterle, e mostrarle, quando sia il caso, irragionevoli; e se il libro è conforme a quelle intenzioni, tanto peggio per il libro.... A' posteri fa spesso compassione il vedere da quali storte preoccupazioni sia stato assediato un grand'uomo, nel porre mano al suo edificio. E la storia, alto giudice, cancella ogni vestigio di quelle preoccupazioni, che pure agitarono e variamente interessarono i contemporanei, e s'inchina riverente all'immortale opera. Chi ricorda più tutte le critiche e le regole e le intenzioni che tormentarono il povero Tasso?. Sono la parte pettegola e aneddotica della storia. E nessuno oggi più tien dietro a quelle questioni così ardenti, e pure così piccole, che interessarono tanto Manzoni e i suoi contemporanei, com'era la questione delle unità, e l'altra dei personaggi reali e ideali, e che cosa é il romanzo storico, e in che proporzione stanno storia e poesia, e se e come si può fondere insieme inventato e accaduto. È maraviglia, come uomo vissuto in quest'ambiente vi si possa elevare e respirare aria libera. E meraviglia è appunto il grand'uomo che fece questo miracolo.

Certamente, chi fa la storia della critica deve tener conto delle questioni anche più piccole, perché sotto le forme più umili traluce sempre il pensiero umano nel suo cammino ascendente. Quelle questioni, divenute piccole a molti anni di distanza, hanno pure agitato i più nobili spiriti di quel tempo, che ci vedevano con più o meno di coscienza nuovi orizzonti aperti alla scienza ed all'arte. Era in fondo la lotta tra l'idealismo e il realismo, o, come diceva Manzoni, fra l'inventato e l'accaduto, e gli spiriti più elevati, e perciò spassionati e conciliativi, si affannavano alla soluzione di questo problema: sviluppare un mondo ideale in un mondo storico. Il problema era mal posto; pure la sincerità e l'ardore della ricerca e la serietà de' tentatevi, quella tensione dello spirito intorno a nuove fonti e a nuovi assetti dell'arte, sono sempre stimoli non ultimi e non deboli nelle produzioni geniali. L'opera mossa da certi preconcetti li oltrepassa, viola gli arbitrari limiti personali, che non erano nella mente dell'autore.

Manzoni voleva fare un romanzo, che avesse a un tempo un grande interesse religioso e morale; voleva quel medesimo che volle nel Carmagnola e nell'Adelchi. Ivi il mondo storico é di tale importanza, che ha i suoi fini in se medesimo, e non lascia che parti accessorie ed episodiche a Marco, Ermengarda, Adelchi, ideali passivi e queruli, fuori di posto in un mondo che non li comprende, perciò lirici, punto drammatici. Accanto a una storia terrena senti in questi ideali e nei Cori le voci di un mondo divino, impotente a trasformarla, rimasto staccato e malinconico. Non c'è intima fusione, e non c'è serio antagonismo, non c'è il dramma; e che importa? C'é appunto l'accento scisso de' tempi di Foscolo e di Leopardi, ideali patiti, predestinati martiri, fuori della storia e vittime della storia, presentimento di tempi più umani, più vicini a quello schema divino, e simili più alle aspirazioni solitarie dell'immaginazione individuale, che a fatti nazionali e storici. Sotto questo aspetto Marco, e soprattutto i due nati ad un parto, Adelchi ed Ermengarda, sono, in quella serie d'ideali che ispirarono molte fantasie negli inizi del secolo, tra le più fresche e originali concezioni della musa italiana.

Come sia nata in Manzoni l'idea dei
Promessi Sposi, lascio ai raccoglitori di aneddoti. Certo è ci si mise con una serietà di studi positivi e originali, quasi avesse in animo di fare una storia propria e vera. Ma ci si mise assediato sempre da quel suo ideale indocile, rimasto lirico, anche dove l'autore voleva fosse drammatico. Pure, ammaestrato dalla esperienza, questa volta si guardò di scegliere a materia del lavoro qualche gran personaggio o fatto della storia, che non avrebbe concesso libero e principale luogo al suo ideale, come é nel Carmagnola e nell'Adelchi. E scelse un fatto tolto da' più umili strati della società, materia libera di invenzione e d'immaginazione, di nessuna importanza storica in sè, anzi uno di quei tanti fatterelli curiosi, che sono la delizia delle cronache e sogliono solleticare l'immaginazione popolare. Questo fatterello, situato in un certo periodo storico, con tali condizioni di tempo e di luogo, in tale ambiente, fra tali costumi e opinioni, doveva porgere all'autore un modo naturale e facile di sviluppare attorno ad esso tutto un secolo. Questa era l'aspettazione pubblica; e questo era pure l'intendimento dell'autore. Renzo e Lucia avrebbero così poco immaginato di essere materia storica, come un pastore potrebbe immaginare di essere re. La storia non è mossa da loro; anzi è la storia che muove loro. Senza i grandi fattori della storia, Lucia e Renzo sarebbero stati sposi felici e contenti, predestinati all'oblio; l'ultima pagina del racconto sarebbe stata la prima e la sola della loro vita, e a volerla stirare, appena se ne sarebbe cavato un idillio.

E il genio malefico della storia, nella persona di don Rodrigo, che li fa ballare contro voglia, e tira nello stesso ballo i più umili attori, avvezzi al prosaico «vivere e lascia vivere», come sono le Agnesi, le Perpetue e i don Abbondii, e non lasciati vivere, girati come burattini, da quell'ignoto capocomico, che dicesi spirito del secolo. E qui è appunto l'interesse di questo racconto, che le avventure non prodotte, ma patite da questi innocenti personaggi, non sono l'effetto del caso, o di combinazioni fantastiche, dette romanzesche, perche materia comune del romanzo, ma sono il risultato palpabile di cause storiche, rappresentate nel loro spirito e nella loro forma con una connessione così intima e così logica, che il racconto ti dà l'apparenza di una vera e propria storia. In questo senso elevato nessun romanzo merita al pari di questo il titolo di storico; se vero è che romanzo storico non é quello che dia di un secolo un concetto adeguato e pieno, come l'intendeva Manzoni e come l'aspettavano i contemporanei, ma é quello, la cui trama è tessuta da uno spirito osservatore e positivo, che dà all'immaginazione la base solida de' motivi e degli esenti storici.

Ma così non l'intendeva Manzoni; e gli parve a mente fredda e sotto il fascino dell'ispirazione, che quel suo fine non l'aveva ottenuto anzi, che il romanzo storico fosse in se un genere ibrido e assurdo, e dall'ammirazione de' contemporanei fece appello alla severità de' posteri. La posterità e cominciata, e non mi pare che quell'ammirazione si scemi, anzi mi pare che, se alcuna cosa di lui é dimenticata, è appunto quella sua magra definizione e quella sua crudele sentenza. In verità, se voleva il romanzo storico quale lo concepiva lui, quel fatterello sarebbe stato non il vero centro animato del racconto, ma il pretesto, un semplice filo intenzionale, col quale avrebbe piacevolmente tessuta la storia di quel tempo nella sua idea e nella sua realtà. Ma nel caldo della composizione si rivela artista, e quel fatterello gli desta un così potente interesse, e tanto vi s'impressiona e vi s'innamora, che l'interesse storico diventa un accessorio, e la storia altro non è se non un immenso materiale messo a' servigi della sua immaginazione. Pure, quelle sue definizioni e quelle sue intenzioni vogliono farsi valere; e se difetto è in questo lavoro, è appunto là, dove alcuna cosa penetra di quelle definizioni e di quelle intenzioni. Perché, intestarditosi in quel suo interesse storico, vuole proprio persuadere il lettore che tutto è storia pura, e come Ariosto, invoca anche lui il suo Turpino, e spesso apre lunghe parentesi e intramesse storiche, vere appendici e annotazioni e dissertazioni, da lui cucite col racconto, non senza rincrescimento del lettore, che per acquistare una pretesa illusione storica, alla quale non pensa, si vede guastare sul più bello la sua illusione estetica, alla quale tutto si abbandonava. L'autore se ne accorge, e talora invita il lettore a saltare tutto un capitolo. Il suo buon senso di poeta protesta contro le usurpazioni de' suoi preconcetti storici. Togliete tutte quelle appendici, e niente toglierete al valore storico del racconto; perchè la storia non è in tutta quella erudizione, ma in quel soffio occulto che anima e genera gli avvenimenti e dà a quelli l'impronta del secolo. Anzi dirò che più l'autore si affatica a suscitare in noi un interesse storico, e meno ci riesce; perchè niente più ci raffredda, quanto il vedere troppo scoperta e insistente la intenzione di uno scrittore, massime quando vediamo quella intenzione fittizia mettersi attraverso delle nostre naturali impressioni.

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