SCHEDE BIOGRAFICHE
PERSONAGGI
ALESSANDRO MANZONI

LA BATTAGLIA DI MACLODIO

Che cosa è questo Coro del Carmagnola? é l'azione drammatica che succede ai due atti precedenti, e che l'autore non può mettere in teatro, come vi mette i capitani. È la battaglia : da una parte sono gli avventurieri di Filippo Visconti, dall'altra quelli del Conte di Carmagnola; non ci sono riflessioni sui fatti di cui si è parlato innanzi. L'autore sotto forma di Coro è presente alla battaglia, e ha ricuperata la sua coscienza, che aveva voluto far tacere nel resto della tragedia.
Egli ha innanzi quell'azione, e come essa cammina; così si sviluppano le impressioni nuove, personali, contemporanee nel poeta che le è di rincontro. Quanto movimento, quanta pienezza!
Dapprima egli guarda la battaglia come uno spettacolo interessante, per curiosità, e vede i preparativi della pugna
S'ode a destra uno squillo di tromba,
A sinistra risponde uno squillo;

e come si fa quando uno guarda un oggetto interessante, lo descrive finchè giunge a questo

Gronda il sangue, raddoppia il ferir.

Appena vede spuntar il sangue, la curiosità muore, sorge un altro sentimento. Il poeta, quantunque staccato dall'azione, non la considera come estranea interamente a lui : sorge qui l'uomo nuovo moderno, che ha la coscienza del sentimento nazionale, e perciò la contrada ove si combatte non è una contrada qualunque, interessa il poeta che ci è nato; perciò quegli uomini, quantunque uomini del secolo XV, gli appartengono, sono i suoi antichi, sono italiani come lui. Ecco la stessa azione guardata da un altro punto di vista.
Il poeta vede i due eserciti; egli, italiano, dice tra sè : uno è lo straniero che invade le nostre terre, l'altro dev'esser il popolo che combatte per la sua indipendenza:
Chi son essi? Alle belle contrade
Qual ne venne straniero a far guerra:?
Qual è quei che ha giurato, la terra
Ove nacque, far salva o morir?

Qui scoppia improvviso un nuovo sentimento, un nuovo pathos. C'è una frase assai espressiva per indicare la situazione di quest'uomo, che, guardando prima per mera curiosità, vede poi una cosa che non si attendeva resta di ghiaccio. Sentite il ghiaccio nella risposta a quella interrogazione, dove il verso decasillabo è ucciso pur rimanendo decasillabo, perchè non potete pronunziarlo nella sua unità. Quando dite: S'ode a destra uno squillo di tromba, a sinistra risponde uno squillo, vedete che tutto è movimento, il verso è un'onda continua. Ma qui, nella risposta, quando dite
D'una terra son tutti ;

dovete fermarvi a metà, e così negli altri

Un linguaggio
Parlan tutti: fratelli li dice
Lo straniero....

Questi versi spezzati dipingono un uomo che non crede ai propri occhi.
Ripiglia l'azione e l'autore la contempla; ma con altro occhio, con l'occhio dell'uomo che ha già avuto quella prima ferita. Col sistema de' ragionamenti, un poeta ordinario, ed anche Foscolo o Monti, avrebbe messo qui cinque o sei pensieri, una maledizione contro i combattenti e simili. Nel Coro non c'è una serie di ragionamenti; ma una serie di fatti. Il poeta non osa più guardare la battaglia, si guarda intorno; e tutto ciò che vuol esprimere, l'esprime mediante fatti. Perchè combattono? egli si domanda; qual è la cagione del conflitto ?
Non la sanno : a dar morte, a morire
Qui senz'ira ognun d'essi è venuto,
E, venduto ad un duce venduto,
Per lui pugna....

Egli guarda. E non c'è una madre, una sorella, un vegliardo che cerchi separare i combattenti; vede invece una folla stupida e indifferente, che se ne sta come in un circo a goder lo spettacolo, vede ognuno senza curarsene
Raccontar le migliaia de' morti
E la pièta dell'arse città.


Guarda e vede il fanciullo che apprende a distinguere il nemico con nomi di scherno; vede le donne che fan pompa dei monili e de' cinti rapiti alle donne de' vinti. Tutti questi non sono pensieri, ma fatti, sotto cui pullulano i pensieri che altri poeti metterebbero in forma di concetti e di raziocini.
Giunto qui, gli esce un lamento : «Ahi ! sventura l » e si rivolge alla battaglia, come un uomo che, dopo aver veduto una cosa orribile, la contempla a parte a parte, quasi volesse saziarsi di guardarla. La battaglia continua, si vedono alcuni cedere, sparpagliarsi, altri inseguirli; la fuga, la vittoria; infine un corriere al quale tutti vanno incontro. Questo è pieno movimento drammatico, che giunge sino a un punto ove l'azione cessa e scoppia l'indignazione, quando una folla stupida, accalcandosi intorno al corriere, domanda
Che gioconda novella recò?
Scoppia l'indignazione sotto una delle più belle forme drammatiche. Il poeta dimentica di essere spettatore, si scambia con quei personaggi, diventa lui l'araldo; ma quell'araldo è l'uomo moderno il quale grida
Donde ci venga, infelici, il sapete,
E sperate che gioia favelli?
Ii fratelli hanno ucciso i fratelli;
Quest'orrenda novella vi do!


Ricordo che ogni volta che si dicevano questi versi quando l' Italia non avea ancora raggiunta l'unità nazionale, quando a Napoli erano ancora i Borboni, un fremito correva nella sala : tanto è irresistibile l'effetto di questa strofa, così ben preparato.
Qui se il Coro continuasse ancora con queste impressioni, si esaurirebbe; andando più oltre, si cadrebbe nel seicentismo, nel gonfio, nell'esagerato.
Ma l'azione ripiglia, vengono il Te Deum, le feste, il tripudio, e l'autore diviene pensoso, e gli si presentano innanzi le conseguenze della battaglia fratricida, la calata degli stranieri da cui l'Italia fu oppressa. E tutto ciò non come pensieri, ma come azioni. Sono tutte immagini plastiche; lo straniero che si affaccia alle Alpi e vede i forti che mordono la polvere; lo straniero che poi discende in Italia, f a t a l t e r r a , e toglie il brando di mano a' suoi re senz'essere stato offeso; e poi in ultimo l'arma dei deboli, l'arma di quel tempo, di Manzoni, quando gl'italiani erano ridotti alla preghiera, a invocar Dio
Siam fratelli, siam stretti ad un patto !
L'azione oltrepassa la nazionalità; diviene azione umana, le nazioni sono considerate eguali come gli uomini, unite in un sol patto
Maledetto colui che l'infrange,
Che s'innalza sul fiacco che piange,
Che contrista uno spirto immortal !
Tutto è vita in questo Coro, movimento, azione, la quale cammina insieme colle impressioni del poeta: non v'è nulla di artificiale.

IL PRIMO CORO DELL'ADELCHI

Che cosa si muove in questo Coro? Si muovono popoli operosi, liberi : i Longobardi e i Franchi, tutti e due forti, quantunque il primo sia vinto, l'altro vincitore. Ed il Coro contiene appunto la descrizione di due popoli viventi, gettati in mezzo alle velleità di un popolo morto che, per un momento, crede di vedere cambiato il suo destino, ma ricade nella tomba.
Questo Coro non ha l'entusiasmo di quello del Carmagnola. In questo il movimento drammatico è sviluppato con più vive impressioni e il poeta non rimane nello spettacolo di quell'Italia divisa : l'avvenire gli si squarcia, e maledicendo lo straniero in nome dell'Italia, fa intravedere la futura riscossa. Nel Coro dell'Adelchi il popolo compare appena, per rinchiudersi subito nel sepolcro. Là l'accento lirico è Pindaro, è l'entusiasmo; qui l'abbattimento, non so che di triste....
Se volete intendere la differenza di questa ispirazione, alta in tutti e due i Cori, non avete che a guardare i tempi in cui furono concepiti. Quando Manzoni scrisse il Coro del Carmagnola, i carbonari erano potenti in Italia, tanto che perfino i prìncipi entravano in quelle associazioni e cospiravano; Francesco di Napoli, Carlo Alberto, allora principe di Carignano, erano carbonari. L'atmosfera era impregnata di quello spirito rivoluzionario che precede i grandi avvenimenti : infatti, qualche anno dopo scoppiò la rivoluzione a Napoli e a Torino. Manzoni stesso, trasportato da quella bufera, in un momento di esaltazione patriottica, scrisse un canto (
Marzo 1821) che, quantunque non pari ad altre sue poesie, quantunque un po' fiacco, pure annunziava la rigenerazione nazionale.
Ma il Coro dell'Adelchi fu concepito quando venne il disinganno, quando quello sforzo dell'Italia era stato soppresso dagli stranieri. Gli austriaci intervennero a Napoli e a Torino, il principe di Carignano per assicurarsi la corona abbandonò e denunziò i suoi compagni, Francesco primo tradì i suoi fratelli della setta ed aperse la via agli Austriaci. Rossetti e Berchet si avviavano all'esilio; Pellico, Oroboni e tanti altri allo Spielberg.
Ora comprendete ciò che di funereo e di triste è nella rappresentazione di quel popolo, che vede calarsi sul capo il coperchio della tomba

L'un popolo e l'altro sul collo vi sta.
Dividono i servi, dividon gli armenti;
Si posano insieme sui campi cruenti
D'un volgo disperso che nome non ha.


Sono soprattutto le impressioni contemporanee quelle che ispirano il Poeta. Pure questo Coro produsse una grande impressione in Italia : quando tutto sembrava perduto, parve il primo rintocco del risveglio. Ci trovate altamente proclamata l'autonomia del popolo latino, che è oppresso, ma si sente distinto dai suoi oppressori. Questa affermazione della continuità della nazionalità italiana fin dal secolo ottavo, era una protesta in poesia, l'affermazione dell'indipendenza e della personalità del popolo italiano.

CRISTIANESIMO ELEGIACO E REALTA' BARBARICA NELL'ADELCHI

Fermiamoci alquanto sul carattere di Adelchi.
Chi è questo Adelchi ? È l'ideale degl'Inni, l'uomo dal carattere indeterminato, che Manzoni abbozzò e ci cominciò a mostrare in quelli, e che ora vuole realizzare. Immerso negli studi storici, obbligato dalla sua teorica a creare caratteri ideali, prende il figlio di Desiderio, Adalgiso, ne fa la sua creatura, il suo ideale realizzato, ne fa Adelchi.
Siamo in tempi barbari, tempi di violenze, tanto da parte di quelli che parlano in nome di Dio quanto da parte di quelli i quali son contro Dio, da parte di chi scomunica e da parte di chi è scomunicato. Ebbene, Manzoni, su questo mondo di violenze, getta l'ideale di un mondo morale più elevato, più civile, cristiano : questo ideale è Adelchi. Vediamolo in diversi tratti della tragedia.
La sorella di Adelchi, Ermengarda, reietta da Carlo, si presenta alla casa paterna : il primo pensiero del padre è : vendetta ! Adelchi pensa alla sorella, cerca di consolarla e di rianimarla. Vedete in mezzo a tempi di violenze barbariche sorgere un sentimento delicato : l'amore, la pietà verso la sorella.
Desiderio maturava grandi disegni, sentiva che fino a quando il papa fosse stato a Roma, egli avrebbe avuto i Franchi e Carlo sulle Spalle. Voleva che il papa fosse « re delle preci, signor del sacrificio », ed occupare egli il soglio temporale. Notate da quanto tempo la idea storica (Desiderio è un personaggio storico) dell'unità d'Italia si è presentata allo spirito. E poi quante vie, quanti modi si dovettero tentare perchè divenisse un fatto ! Il papa chiama Carlo, che viene in Italia con un esercito, dopo aver ripudiata la moglie, la figliuola di Desiderio, Ermengarda.
Desiderio ed Adelchi, padre e figlio, stanno in presenza. Cosa vuoi Desiderio? Egli non respira che vendetta per la figlia, vuol finirla con Roma, vuole consolidare il regno longobardo, estenderlo in tutta Italia: grandi progetti di re. Egli re, longobardo, ama la patria, la famiglia, ha di mira fini politici e domestici tutte cose che costituiscono l'uomo.
Adelchi consiglia a Desiderio di restituire le terre usurpate al papa, di stringersi a lui in amicizia.
Perire,
Perir sul trono, o nella polve, in pria
Che tanta onta soffrir....

risponde il padre.

Analizziamo questo tratto, perchè le linee costitutive di un carattere si devono rintracciare nei tratti speciali in cui il poeta lo ha rappresentato. Desiderio sente la vergogna in un senso mondano per lui l'aver occupato terre, piantatavi la propria bandiera, e poi ritirarsi, è vergogna : l'aver offeso il papa e poi chiedergli amicizia, è vergogna; no, piuttosto morire! - Adelchi ha il sentimento cristiano della vergogna: commetter torti, far violenza agl'inermi, occupare per forza le altrui terre, ecco dov'è la vergogna, non in ciò che al mondo sembra tale : si deve avere il coraggio di dire : ho mal fatto. E' questo un sentimento nuovo nel tipo eroico, di fronte alla letteratura del secolo XVIII.

Avviene ciò che Adelchi aveva presentito. Carlomagno cerca di passare le Alpi colle sue genti, il diacono Martino indica ai Franchi un passaggio nascosto e non difeso, traditori longobardi cospirano per consegnare Desiderio vivo nelle mani di Carlo. Questa tragedia politica, questo mondo si svolge innanzi ad Adelchi. Che farà egli? Egli non vuol guerra, vuole vendicare la sorella, ma da cavaliere di quei tempi, con un giudizio di Dio, con un duello a corpo a corpo, senza spargimento di sangue innocente. Innanzi a quel mondo della barbarie Adelchi diviene ciò che diviene un uomo il quale non vede il suo ideale realizzato : elegiaco, contemplativo, pensoso, triste. E si sfoga con lamenti. Sentite lo sfogo che Adelchi fa con un amico intimo, perchè son parole caratteristiche. Il core, dice egli ad Anfrido
.... mi comanda
Alte e nobili cose; e la fortuna
Mi condanna ad inique: e strascinato
Vo per la via ch'io non mi scelsi, oscura,
Senza scopo : e il mio cor s'inaridisce,
Come il germe caduto in rio terreno,
E balzato dal vento.


Ecco, dunque, un uomo che ha l'istinto delle grandi cose, che ha l'istinto della generosità, della giustizia, della vera gloria, il quale si sdegna se vede combattere contro gl'imbelli, si adira della ferocia dei soldati contro donne e fanciulli; e che finisce réveur, come dicono i francesi, si apparta dalla vita e cerca sfogarsi col suo amico.
Intanto, il fato si affretta: i Longobardi sono vinti, Pavia è presa, Desiderio fatto prigione, Adelchi si è chiuso in Verona, Verona stessa è dai traditori consegnata a Carlo : è il momento della catastrofe. Come finirà Adelchi ?
Vedete Saul, che è il vero protagonista della tragedia di Alfieri, Saul, segnacolo all'ira divina, che, vedendosi sconfitto, perduto, esclama
Empia Filiste,
Me troverai, ma almen da re, qui morto!


L'idea del suicidio s'impossessa di Adelchi, egli vuole uccidersi. E, notate, perchè non si uccide? La
ragione é di molta finezza, assai delicata, suppone una gran forza morale. - Tu vuoi ucciderti, dice a se stesso, perchè non ti senti la forza di guardare in faccia il vincitore! E questa è falsa vergogna, è lo spirito mondano: ciò che sembra coraggio è viltà, il coraggio sta nel presentarsi vinto, incatenato, al nemico della tua famiglia, a colui che ha oltraggiato tua sorella. - Questa è forza di un mondo morale più elevato.
Quando si vede vinto, ferito e preso, che cosa domanda Adelchi ? Domanda di esser presentato al vincitore, vuole aver la forza di rimaner calmo innanzi a lui, di sentirsi più alto, più felice di lui. Quella scena è di un grande effetto nella lettura. Vedete Adelchi ferito, trascinato nella sala dov'è il vincitore freddo e rigido -. il barbaro rappresentato in tutta la sua rozzezza - dove è anche il padre prigioniero, venuto da Carlo a chieder grazia per il figlio, non sapendolo ferito a morte.

Adelchi edifica il suo piedistallo. Sapete che quando l'uomo muore, quando l'eroe della tragedia si avvicina alla morte, il modo come muore è il suo piedistallo. Adelchi, morendo, guarda ciò che gli sta intorno con gli occhi della morte: intende sè, suo padre, il mondo. Egli gode di morire, perchè non ha mai saputo che cosa sia venuto a fare in un mondo d'ingiustizie e di violenze, egli che ha un sentimento così alto della giustizia. Muore, e dice al vincitore : - Tu, felice, tu pure devi morire. -
Si rallegra col padre perchè non sia più re

Godi che re non sei; godi che chiusa
All'oprar t'è ogni via; loco a gentile,
Ad innocente opra non v'è....

Essendo prigione, non potrai più operare : la maledizione per Adelchi non è nell'operare male, ma nell'operare. Non ci è nessun mezzo di fare cosa gentile, consona al suo mondo ideale; e gli esce di bocca un'ultima parola contro quel secolo
.... non resta
Che far torto, o patirlo. Una feroce
Forza il mondo possiede, e fa nomarsi Dritto....


È una maledizione contro il mondo, lanciata da un uomo che già gli volge le spalle. Egli muore, ed ha sul labbro un'ultima preghiera, un'aspirazione verso l'altra vita
Vengo alla pace tua; l'anima stanca
Accogli....

Ecco, negli sparsi tratti della tragedia, i lineamenti dell'eroe cristiano, presentatoci da Manzoni.
Che cosa è esso ? È l'uomo cristiano, che già abbiam veduto spuntare negl'Inni, il quale si realizza qui fra le lotte barbariche. Egli sente che l'opera che compie è un'iniquità, e la compie perchè il padre gliel'impone; la compie, ma come un uomo che esegue un dovere senza passione, che non ci mette tutta l'anima sua, che lo fa per ubbidienza. Quest'uomo guarda senz'interesse i grandi avvenimenti che si svolgono intorno a lui e che dopo tanto tempo colpiscono ancora la nostra immaginazione di spavento. Ma non ha egli patria, non famiglia, non regno, non ha il sentimento di quella catastrofe storica? Tutto ciò è cosa secondaria per lui, non lo riscalda, non lo spinge ad operare: egli ha l'ideale di un mondo morale più elevato ed opera contrariamente al suo ideale per ubbidienza; lanciato in mezzo a un mondo di violenze, da cui si sente trascinato, come foglia dal vento.
Ecco dunque il concetto di quell'ideale. E che cosa è questo? E un ideale mancato, un abbozzo, è la prima apparizione di un nuovo orizzonte poetico di contro al secolo decimottavo; è, per dirlo con la frase di Dante, una concezione in cui "formazion falla", concezione non giunta alla forma, all'uomo vivo. E perché? Adelchi opera, ma l'opera riman fuori di lui. All'opera non partecipa l'anima sua. Quando si tratta di qualche cosa in cui deve entrare parte di sè, egli predica, parla, diventa elegiaco. Perchè ? Perché non ha l'energia del suo ideale.

Supponete un uomo il quale, in tempi di barbarie e di violenza, avesse le grandi aspirazioni di Adelchi, presentisse un mondo migliore, più civile, ed avesse tanta energia da esser capace di attuare il concetto morale ch'egli si è formato del mondo : l'ideale non rimarrebbe nel cuore, non si esprimerebbe a parole, non si sfogherebbe in lamenti: egli cercherebbe di realizzarlo, cadrebbe vittima, morrebbe, perchè il destino degli uomini incompresi, che sentono di trovarsi in un mondo alieno ad essi, è quello di cadere vittime, martiri dell'avvenire, lasciando una pagina nella storia. Guardate un ideale che vuol realizzarsi nel
Marchese di Posa. Anche nel dramma dello Schiller il concetto non è pari all'ideale, e quel personaggio diventa qualche cosa di simile a un intrigante. Adelchi non ha l'energia di mettersi in faccia all'ostacolo, anche a costo di spezzarsi nella opposizione; ma potrebbe ubbidire, rendendo poetico e prezioso il suo sacrificio, la rinuncia di se stesso in quello stato di lotta. Non è personaggio drammatico, ma potrebbe essere lirico se l'autore lo mettesse in ultimo in una situazione che gli strappasse un grande lamento contro la violenza de' tempi.

Anche ciò ha fatto il Manzoni nella sua tragedia, ma in questa situazione il personaggio non è Adelchi, è Ermengarda. Adelchi ? ma come volete prendere interesse per Adelchi, trovandovi innanzi a tanta catastrofe e alle figure colossali di Carlo, di Desiderio? Come potete interessarvi alle piccole gradazioni dell'anima delicata e sensitiva di lui, e seguire nel suo sviluppo speciale quell'uomo che si sfoga in parole? Adelchi dà il titolo alla tragedia, ma rimane un personaggio secondario.
Manzoni stesso, che ha sviluppato il senso critico, dice: - Nessun critico dirà dell'Adelchi tanto male quanto io ne penso. - Ma quando lo diceva? Quando Adelchi era compiuto innanzi alla sua immaginazione, quando l'ideale era calato nella vita, e Adelchi era diventato padre Cristoforo e Federigo Borromeo.

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