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BETTINO CRAXI (2 di 3 )

Saragat
Arriva Craxi ! (qui la voce)


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di PIER LUIGI BAGLIONI
(ex dirigente della federazione Psi di GE)

Bettino Craxi nasce a Milano il 24 febbraio 1934. Segno zodiacale pesci ascendente squalo come ama scherzare nei momenti di auge. Si laurea all’università in Storia negli anni ’50. L’Italia sta uscendo dalle tristezze del dopoguerra, dopo la ‘ricostruzione’ è alla vigilia del boom economico. Il clima politico è di scontro frontale fra i ‘socialcomunisti’ stretti nel patto di unità d’azione e l’area moderata e atlantica guidata dalla DC. 

Nelle seconde elezioni, dopo la Costituente in cui il PSI aveva la seconda posizione in numero di voti –dopo la DC e prima del PCI, Pietro Nenni di sorpresa fa lista comune col PCI nel FDP Fronte Democratico Popolare. La decisione viene presa nonostante il parere contrario di Sandro Pertini e Gaetano Barbareschi e di tutta la Federazione di Genova che unica in Italia appoggia la linea di strenua opposizione di Giuseppe Saragat. Mentre, però, i primi restano nel partito, Saragat farà la scissione di Palazzo Barberini fondando il PSLI, Partito Socialista dei Lavoratori Italiani (i ‘piselli’ come li chiamarono allora). 

La DC esce trionfatrice dalle elezioni del 18 aprile 1948 battendo clamorosamente il Fronte Democratico Popolare. Nel gioco delle preferenze il PCI capillarmente organizzato piazza in testa i suoi candidati facendo uscire a brandelli quelli del PSI. L’ottimismo dilagante nella sinistra uscita vittoriosa alle precedenti elezioni amministrative aveva illuso gli esponenti e convinto incautamente Pietro Nenni ad imbarcarsi nella operazione che divenne un disastro da cui mai si riprese. 

I politologi hanno assai dissertato sulle motivazioni. Si disse anche che Palmiro Togliatti riottoso venne spinto dalla insistenza di Nenni. Può essere: se il Fronte avesse vinto anche con maggioranza relativa (vigeva il ‘proporzionale’) l’incarico di formare il governo non poteva che essere suo per la sua centralità rispetto agli altri due leaders.   Quando Bettino Craxi si iscrive, quindi il PSI è quasi allo sbando. Ha un solido elettorato tradizionale (tutti i nonni erano socialisti) disperso però con la politica frontista. Craxi si colloca nella corrente autonomista di Lombardi e Nenni che dopo la frana del Fronte persegue lo sganciamento e l’autonomia dal PCI, contro la sinistra ‘unitaria’ filo comunista di Basso e Vecchietti. 

La sua carriera politica inizia a Sant’Angelo Lodigiano a 22 anni, nel 1956: L’anno dei fatti d’Ungheria e del conseguente balzo elettorale socialista è eletto nel Consiglio Comunale e per dodici anni, pure entrando nel Comitato Centrale del PSI l’anno dopo, resta nella sfera della amministrazione locale. Nel 1960, anno di Tambroni dei moti di Genova e dell’apertura a sinistra, diviene assessore della amministrazione comunale milanese. 

Nel 1965 è eletto membro della Direzione, il gruppo ristretto che dirige il partito e nel 1968 entra per la prima volta a Montecitorio dove sarà eletto per altre sette volte consecutive. Gli anni a cavallo tra i decenni ’60 e ’70, nel PSI come nel paese del resto, dilaga il massimalismo giacobino e operista. Essendo un ‘destro’ subisce un periodo di appannamento ma, dopo la fallimentare segreteria di Francesco De Martino, riprende l’ascesa. Tre volte è eletto al Parlamento Europeo. E’ vicesegretario nazionale nelle segreterie di Giacomo Mancini e di De Martino e capo-gruppo alla Camera. 

Nel 1976 al congresso del Midass Hotel sente giungere il suo momento. Non se lo fa scappare. Organizza la rivolta dei quarantenni e da vice diventa segretario. In tale veste persegue lo svecchiamento del partito, rinnova la sua ideologia. Sotto la sua guida fa ritrovare l’orgoglio e l’entusiasmo di partito smarriti dopo le tante sconfitte e frustrazioni del passato che alla metà degli anni ’70 lo rassegnavano a gratificare il PCI come erede della tradizione socialista italiana. Agita il tema della Grande Riforma, della revisione costituzionale. Si sente un po’ De Gaulle, un po’ Mitterand; o per lo meno ne vuole ripetere le orme in Italia. Cancella dal simbolo del partito la falce e martello sovrastante un libro aperto ed il sole splendente di classista memoria. Al loro posto assume il logo stilizzato del garofano rosso al centro del cerchio. La sua politica sarà definita ‘craxismo’ termine inteso da taluni spregiativo, elegiaco da tal’altri. 

Esso, comunque un nuovo corso nel bene o nel male, punta al socialismo liberale contrapposto al leninismo (abbandonato tacitamente anche dal PCI). Non sceglie l’interclassimo come la DC, ma si propone in rappresentanza di tutti gli strati operativi della società. “Dalla parte dei lavoratori” lo slogan. 
Scrive su L’Espresso del 27 agosto 1978: “Leninismo e pluralismo sono termini antitetici. Se prevale il primo muore il secondo. E ciò perché l’esenza specifica, il principio animatore del progetto leninista consiste nella istituzionalizzazione del ‘comando unico’, della ‘centralizzazione assoluta’ che, evidentemente implica la statizzazione integrale della vita umana individuale e collettiva. La democrazia, liberale o socialista, presuppone l’esistenza di una pluralità di centri di potere (economici, politici, religiosi, ecc…) in concorrenza tra di loro e la cui dialettica impedisca il formarsi di un potere assorbente e totalitario. Di qui ala possibilità che la società civile abbia una certa autonomia rispetto allo Stato e che gli individui e i gruppi possano fruire di zone protette dall’ingerenza della burocrazia”

Programma encomiabile che andrebbe attuato prima di tutto dentro il partito oramai in mano a piccoli ras locali in lotta senza quartiere tra di loro. Nel partito nomina Ugo Intini suo portavoce. L’impulso di Bettino Craxi è accolto favorevolmente dall’elettorato che inverte la tendenza al declino. Così nel 1983, sull’onda del successo e maggiormente della debacle elettorale della DC prende la carica di Presidente del Consiglio, carica che già gli aveva sottratto con Spadolini. Per un certo periodo la sua Presidenza si intreccerà con la Presidenza di Sandro Pertini; due socialisti contemporaneamente al Quirinale e a Palazzo Chigi. E’ il periodo d’oro del PSI ottenuto dopo la stupenda carriera descritta dallo stesso Bettino Craxi nel sito di internet costruito durante l’esilio-latitanza di Hammamet. Rammaricandosi del trattamento subito nel suo paese scrive nell’Editoriale della ‘home page’: ”Io, già amministratore del Comune di Milano, già deputato della Repubblica, già Presidente del Consiglio, già Presidente della Comunità Europea, già rappresentante personale del Segretario Generale delle Nazioni Unite per missioni di pace nel mondo…” 

Il ‘Gabinetto Craxi’ (il fedele Giuliano Amato, già ‘testa d’uovo della sinistra, gli è vice e braccio destro) nasce il il 4 agosto 1983 e si concluderà il 17 aprile 1987 restando in carica ininterrottamente per quattro anni, otto mesi e tredici giorni. Sarà il governo più duraturo della storia repubblicana. Insieme a tale record lascia un bilancio positivo generalmente riconosciuto. Decisioni salienti: 1979-1984 messa in opera dei missili americani in risposta alle testate nucleari sovietiche. Centinaia di migliaia di manifestanti del PCI a più riprese invadono le strade di Roma protestando contro ‘il governo Craxi servo degli americani’. Codesti pacifisti a senso unico si preoccupano dei Pershing e Cruise ignorando gli SS-20. 1984-1985 

Con la battaglia della scala mobile Craxi tenta la sepoltura del ‘consociativismo’ che si concretizzava nelle consultazioni del governo col sindacato concordando ogni decisione economica (che lascia nelle mani del PCI, praticamente, il diritto di veto sulle decisioni). L’accordo Agnelli Lama del 1975 durante il tentativo di ‘compromesso storico berlingueriano, stabilisce l’aumento automatico della contingenza sul calcolo ISTAT della inflazione. Craxi decide di cambiare il meccanismo sul tema della lotta alla inflazione congelando unilateralmente ‘quattro punti della contingenza’ sulle buste paga. Concorda il decreto legge con Cisl, Uil e corrente socialista della CGIL. Il PCI e i comunisti della CGIL reagiscono duramente. Dopo scioperi e manifestazioni portano in corteo di protesta un milione di persone a Roma (la cosa si ripeterà con Berlusconi nel 1994). Poi visto che non ottengono riscontri pratici raccolgono le firme del referendum del 1985 chiedendo ai lavoratori ‘se vogliono guadagnare di meno o di più’. Tutti lo danno perso per Bettino. Invece la prova viene supera con una vittoria stupefacente perché proprio da nessuno prevista. 

A settembre nasce la grana internazionale del sequestro della motonave Achille Lauro. Per liberare gli ostaggi (meno uno, il paraplegico americano, che era stato gettato in mare dai terroristi) si accordò con gli arabi concedendo in cambio di lasciare libero Abu Abbas, responsabile del sequestro. Gli USA non ci stanno e mandano i marines a catturarlo a Sigonella. Non ci sta neppure Craxi e, volendo mantenere l’impegno preso, rifiuta la consegna arrivando alle soglie di uno scontro tra questi ed i nostri carabinieri. 

Nel 1987 finito l’impegno di governo Bettino Craxi torna a ‘full time’ alla segreteria del PSI. . Il 1989 crolla il Muro di Berlino. Va a vedere di persone e si prende la soddisfazione di dare anche lui qualche picconata. Il collasso del comunismo internazionale potrebbe essere il momento della rivincita del socialismo sul comunismo italiano inteso come ricucitura tra i due partiti dopo la scissione di Livorno del 1921. Ma Bettino Craxi non coglie l’opportunità. Lo crede proponendo l’unità socialista, ma alle sue condizioni. Dovendo scegliere tra alleanza con la Dc (e governo sicuro) o col PCI (aleatorio) sceglie la prima soluzione facendo nascere il CAF (l’alleanza moderata tra lui, Andreotti e Forlani). Assiste a Rimini al XX Congresso comunista in cui Achille Occhetto tratteggia il cambiamento del vecchio PCI nel nuovo partito PDS. Si illude che i ‘compagni separati’ vengano a Canossa, Ma il topolino non può fagocitare la montagna. Forse crede che siano gli elettori, sull’onda lunga del suo governo, a dargli ragione. Non sarà così, anzi da quel momento inizia il declino. Il sistema di potere comunista bene insediato nella società è troppo vasto per rischiare lo sfacelo.

Questo pericolo fa scattare le contromisure. Ci penserà Violante. “Io so. Ma non ho le prove” diceva P.P.Pasolini “”So perché sono un intellettuale, uno scrittore che cerca di seguire tutto ciò che succede, immaginare tutto ciò che si tace, che mette insieme i pezzi frammentari di un quadro politico…” Riprendo la frase per dire che secondo la mia ragione ne’ provata ne’ documentabile, ma che ritengo certa, l’inchiesta ‘Mani Pulite’, la fine del PSI, condanna e morte di Bettino Craxi, nascano proprio da qui. TANGENTOPOLI - Il 17 febbraio 1992 si avvia l’inchiesta Mani Pulite con l’arresto di Mario Chiesa presidente del Pio Albergo Trivulzio detto ‘La Bagina’. Craxi lo scarica immediatamente tacciandolo di ‘mariolo’. Non avverte l’estensione del disegno, crede che come nel passato il tutto si risolverà nel solito capro espiatorio. Chiesa, allora, confessa e tira in ballo le raccolte di denaro a fini elettorali del PSI milanese (in particolare Bobo Craxi). 

I PM del tribunale di Milano sono quasi tutti componenti di un noto circolo culturale milanese che ha teorizzato la moralizzazione della società politica. Il pool guidato da Francesco Saverio Borrelli, composto da Gerardo D'Ambrosio (magistrato che emise la sentenza del caso Pinelli conseguente la strage di Piazza Fontana con il verdetto che fu un malore la causa del suo volo dalla finestra), Paolo Ielo, Francesco Greco, Tiziana Parenti (presto sostituita da Ilda Bocassini per divergenze sulle indagini verso il PDS), Antonio Di Pietro (che appare subito il fulcro motore della inchiesta); gode subito del favore di una opinione pubblica certamente stanca del malcostume dilagante, ma anche montata da un giornalismo succube e corrivo verso i magistrati. L’inchiesta pare casuale, nata da quell’episodio. Ma non è così. Dichiara Luca Magni, l'impresario concusso a Sette-Corriere della Sera (n° 32, 1998): << Nell'ufficio di Di Pietro c'era già il faldone Mario Chiesa perchè l'inchiesta era già in corso…>>. 

Nel paese si scatena un forte moto giustizialista appoggiato dai mass media. Il sostegno al Palazzo di Giustizia è totale e incondizionato ripagato attraverso l’oculato centellinare delle indiscrezioni. In poco tempo il Pool milanese (secondo l'illazione di alcuni giornali ) di fatto, acquisisce un immenso potere politico di fronte al quale la classe politica, la repubblica, le sue istituzioni, adbicano a se stesse. Nei primi mesi dell’inchiesta sembra che tutta la prima repubblica venga spazzata via. Invece le indagini si orientano particolarmente sugli esponenti del CAF (Craxi Andreotti Forlani) che vengono arrestati coi loro amici imprenditori lasciando fuori il PDS. Nel dicembre 1992, dopo il primo avviso di garanzia, una folla organizzata di attivisti di destra e di sinistra si accalca davanti all’Hotel Raphael aspettando l’uscita di Bettino Craxi per insolentirlo al grido di ‘ladro’ ‘Buffone’ e tempestarlo di monetine. 

Il 1993 sarà l'anno terribile di Tangentopoli. Il 5 marzo 1993 il gabinetto Amato vara un decreto sulla giustizia presentato da Giovanni Conso teso a limitare la carcerazione preventiva depenalizzando il finanziamento illecito ai partiti. Tutti concordano con quella necessità in misura minore la Procura di Milano che, sostenuta dal Corriere della Sera, La Stampa e La Repubblica, costringe il governo a fare marcia indietro. Lo stesso ministro Guardasigilli presentatore del decreto si rimangerà platealmente il provvedimento. Questa vicenda rafforza ancora di più i PM di Milano che a qualcuno sembrano ormai dominatori della politica nazionale. Poco dopo Giuliano Amato si dimette e, in aprile, lo sostituisce Azelio Ciampi con un governo tecnico, ‘del presidente’ Oscar Luigi Scalfaro, avallato dal PDS di Occhetto (unica forza partitica rimasta effettivamente in gioco). L'ing. Carlo De Benedetti, patron de La Repubblica e Olivetti, confessa al Pool di aver versato ai partiti di governo dieci miliardi di 'tangenti' per avere venduto alle PPTT migliaia di obsolete telescriventi e computer. Iscritto nell'albo degli indagati nel maggio 1993, dopo le condanne a Craxi e l’esilio-latitanza in Tunisia, a Carlo De Benedetti non sarà fatto ancora alcun processo. Invece Gabriele Cagliari, presidente dell’ENI, dimenticato in carcere dopo la promessa di liberazione, il 20 luglio 1993 si suicida in cella. Tre giorni dopo, il 23, con un colpo di pistola si ammazza anche Raul Gardini. Poche ore dopo la morte di Gardini è arrestato Sergio Cusani suo segretario, commercialista faccendiere e confidente.

La rapidità dell'attenzione giudiziaria verso Cusani è sorprendente ed è nelle date: arresto il 23 luglio. Richiesta di processo il 27 agosto. Parere favorevole del GIP Italo Ghitti il 6 settembre. Prima udienza del processo 28 ottobre. Conclusione dello stesso sei mesi dopo con la condanna a otto anni di reclusione (l'accusa ne aveva chiesti sette). Per i tempi incredibilmente lunghi della nostra giustizia un record eccezionale! Racconta Cusani a Vespa in uno dei cinque libri che egli ha scritto seguendo queste vicende: " ...due persone molto importanti a Milano hanno avuto un trattamento particolare. Se avessi commesso io i loro reati sarei stato condannato a 20 anni. Loro hanno patteggiato una miseria." Egli, in coerenza alla linea che si è dato di non coinvolgere nessuno, non fa nomi; tuttavia ogni lettore di quotidiani potrebbe conoscerli se non fossero coperti da un giornalismo reticente e da testate compromesse con quei potenti.

Il processo Cusani assume in tivù la spettacolarità dei processi soap opera con Antonio Di Pietro al posto di Parry Mason, che appare stranamente umile col tronfio Craxi, quanto insolente con l'accasciato Forlani.

Nell'ottobre scoppia lo scandalo dei fondi riservati del Sisde. Oscar Luigi Scalfaro, nella passata funzione di ministro degli interni, rivelano gli agenti segreti ed il prefetto Malpica capo del servizio civile, avrebbe avuto per quattro anni un appannaggio di cento milioni mensili in busta gialla fuori di ogni controllo. Il Capo dello stato la notte del Capodanno 1994, nel messaggio alla nazione, reagisce indignato col famoso iterato "Non ci sto" a reti unificate. Ma gli italiani non capiscono. Disinformati dei fatti nulla sanno del motivo di quella negazione (ma non conosceranno neppure nulla della destinazione di quei fondi ad personam; nessuno dirà loro se usati per esigenze istituzionali e quali). L'inchiesta si spegne, e gli accusatori vengono incriminati con l'accusa di golpe!

Il penta partito di centro-sinistra (DC, PSI, PLI, PSDI, PRI) si sfalda sotto i colpi degli avvisi di garanzia e del tintinnio delle manette. Antonio Di Pietro nella arringa famosa del processo Cusani spiega il 'sistema della corruzione' base dell'illecito finanziamento dei partiti. 'Una dazione ambientale' dice 'che riguarda tutti i partiti’. Ma l'inchiesta sembra a molti prendere una direzione sola. La DC, Craxi ed i suoi uomini. Escono indenni dall’inchiesta Occhetto, D’Alema e tutto il PDS nonostante il suo segretario amministrativo muoia d’infarto come quello del PSI. La formula ‘non poteva non sapere’ vale soltanto per Bettino Craxi. Greganti assume ogni responsalità su di se e per questo viene giudicato come eroe dalla base comunista-diessina. 
La strategia giudiziara del Pool di Milano sembra puntare a certi personaggi, mentre è abulica e spesso dimentica nei cassetti varie inchieste . Caso paradigmatico: il 10 marzo 1993 Pier Francesco Pacini Battaglia rientra dalla Svizzera e si costituisce a Di Pietro. Assume per difensore l'avvocato Giuseppe Lucibello, amico stretto del PM, e di fatto esce di scena.

In una intervista a Panorama Ferruccio De Bortoli, direttore del Corriere della Sera, pentito dal corso degli eventi, concluderà: << Nel 1992, quando prese le mosse Tangentopoli, tutti eravamo sicuri che sarebbe stata una parentesi eccezionale, sgradevole ma indispensabile al rinnovamento, e destinata ad esaurirsi in fretta. Chiudemmo un occhio sulle esagerazioni e sugli eccessi non per amore di giustizialismo ne per assecondare le ambizioni della magistratura, ma nella speranza, quasi una certezza, che la mannaia avrebbe colpito indiscriminatamente uomini e partiti responsabili della corruzione a destra quanto a sinistra. Poi ci siamo accorti che alcuni sono stati risparmiati o hanno ricevuto un trattamento di riguardo, e si è creata una situazione di disparità francamente imbarazzante; chi in galera chi al potere>>.

Intanto Bettino Craxi, inseguito da mandati di cattura per condanne totali a 23 anni e sei mesi di reclusione passate in giudicato, si rifugia ad Hammamet. Il pool di Milano lo accusa di ‘arricchimento personale’ perseguito attraverso ‘tangenti’ raccolte per finanziare illecitamente il suo partito. Hammamet in tunisino vuol dire ‘terra dei bagni’. Qui, vicino al mare, Bettino Craxi in tempi non sospetti ha comprato del terreno e si è costruito una villa, che adesso è come un bunker protetto dalla polizia del presidente amico Ben Ali. Nell’isolamento il carattere personale del leader caduto in disgrazia si addolcisce, acquista una umanità sconosciuta in lui superbo e scostante nei momenti di gloria. Passa il tempo prodigandosi tra gli amati studi garibaldini, la composizione di litografie, e la pittura di anfore con la vernice tricolore che cola dall’alto al basso: ‘l’Italia che piange’ spiega. Non passa giorno che non tempesti di fax e lettere amici e avversari con cui inutilmente cerca di fare le sue ragioni. 
Lo addolora soprattutto "il tradimento" di Giuliano Amato. Nel 1999, poco prima della morte, concede una intervista a Carmine Fotia di Tele Montecarlo. Dopo rituali domande (dossier di Mitrokhin, Cossutta e i finanziamenti della Russia sovietica al PCI) Fottia gli chiede: “Lei si sente un perseguitato politico?” “Io sono un perseguitato politico – risponde Craxi alterando la voce – non mi sento”. E aggiunge “Ho subito processi speciali, sentenze senza prove. Un trattamento speciale e privilegiato con velocità supersonica in un paese ove si sa la giustizia ha il piede lento” “Perché non torna e affronta i processi?” incalza l’intervistatore. “Non torno perché io difendo la mia libertà. Qui sono un uomo libero, qui sono protetto… E poi di fronte a quali tribunali dovrei presentarmi? Di fronte a chi dovrei difendermi? A dei magistrati che pure senza prove mi hanno condannato come fossi un criminale? Lasciamo perdere va… la storia giudicherà”.

 Prima di Carmine Fotia, a trovare Craxi ad Hammamet, più allegramente c’era stato Vauro Senisi, vignettista di satira politica, redattore del Manifesto e direttore di Boxer. Ci va poiché si accorge che la satira politica, finchè il PCI stava alla opposizione, faceva il suo mestiere. Ma nell’era di Hammamet e dell’Ulivo è caduta in letargo, non graffia più il potere come se, perso il bersaglio più ambito, avesse terminato lo scopo di esistere. Approfittando del fatto che Stefania Craxi ha dovuto pagare una penale di 400.000 lire a Francesco Rutelli per averlo chiamato ‘stronzo’; Vauro nel giugno 1998 va a trovare il padre. L’intenzione è di riconciarlo alla satira. “Il mio lavoro è prendere in giro il potere: Che oggi, per molti versi, è peggio di quando c’era lui” dichiara a Luca Telese che lo intervista su Sette-Corriere della Sera in merito alle due paginate di Boxer dedicate a Bettino e all’appoggio che gli chiedeva Rutelli. 

Nell’ottobre del 1999 le condizioni di salute di Bettino Craxi si aggravano. Viene ricoverato nell’ospedale militare di Tunisi. Da molte parti si spinge per farlo tornare in Italia a curarsi ma non si trova la forma del rimpatrio. Il pool di Milano non vuole cancellare i verdetti come chiede la famiglia, al massimo offre una deroga temporanea ‘per curarsi’. Risponde loro la figlia Stefania: “Nessun salvacondotto medico. Mio padre tornerà soltanto da uomo libero, ha lavorato 40 anni per l’Italia”.

 Il 24 febbraio 2000 alle ore 16,30 Bettino Craxi è colpito da infarto nel sonno. L’ex leader socialista e ex presidente del Consiglio si era appena addormentato dopo aver preso un te insieme alla figlia Stefania che aveva appena lasciato il capezzale insieme al nipotino. Muore improvvisamente troncando ogni polemica sul rientro. Nessuno della famiglia si aspettava il decesso: la moglie stava in Francia, il figlio Bobo a Milano. Il Procuratore Gerardo d’Ambrosio, che ha preso il Posto di F.S. Borrelli nel Tribunale di Milano, appresa la notizia dichiara ai giornalisti: “Se fosse stato possibile ricoverare Craxi in un ospedale italiano sarebbe stato un guadagno per tutti. La legge lo prevedeva, niente può essere addebitato a noi. Umanamente mi dispiace per la sua morte, ma non si può rifare la storia”. Stefania Craxi è più sintetica: “Lo hanno ammazzato”. Il Pontefice, memore del Concordato del 1984 in sostituzione dei mussoliniani Patti Lateranensi, prega per Lui. Dice il miracolato Giuliano Amato: “Il governo è pronto a assicurare i funerali di stato”. Anche D’Alema si unisce al cordoglio: “…Per un uomo con cui ho avuto contrasti aspri ma sempre nel riconoscimento della sua forte personalità politica”. E Berlusconi dichiara seccamente: “Questo è il momento del dolore, non delle parole”. (Corriere della Sera, giovedì 20 gennaio 2000).  

di PIER LUIGI BAGLIONI
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Genova, agosto 2000

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