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CRONOLOGIA

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( QUI TUTTI I RIASSUNTI )  RIASSUNTO ANNO 63 a.C.

L'enigmatico personaggio dell'antica Roma che contese  duramente il potere al conservatore Cicerone. 
Aristocratico, secondo certi storici, Catilina si batt� per la plebe.


Catilina, l'ultimo a destra, ascolta sprezzante l'arringa che Cicerone pronuncia contro di lui

< < < L'ORAZIONE 

CATILINA FECE QUALCOSA DI SINISTRA?


di FERRUCCIO GATTUSO


Catilina, cronaca o storia? "Vae victis". Guai ai vinti. Non c'è dubbio che l'ineluttabile regola che la Storia fa calare sul capo dei vinti, trovi eccellente conferma nei confronti di Lucio Sergio Catilina.

I punti di vista su questo affascinante personaggio - nitido nella nostra memoria per ciò che ha rappresentato, ma assolutamente sfocato come uomo reale, vissuto nella Roma del tempo - sono comunque variegati, segno che la figura di Catilina merita comunque un approccio di rispetto.

Sì, perch� una delle tante questioni che riguardano il personaggio solleva proprio il dubbio se esso appartenga alla cronaca o alla storia di Roma. Se, in definitiva, la sua impresa abbia costituito una reale e letale minaccia per l'ordine costituito della Repubblica romana (come sembrano sostenere le immortali pagine di Cicerone, Sallustio, Plutarco) o se, al contrario, la congiura di Catilina sia un marginale episodio - riconducibile entro i confini di ininfluenti ribellioni, come quella del gladiatore Spartaco - la cui sovraesposizione trae origine proprio dalle strumentali esagerazioni dei grandi scrittori classici. Questa, ad esempio, è la tesi di un illustre storico come Jerome Carcopino, che afferma: "Assegnare alla congiura di Catilina un posto nella storia romana equivalente a quello che giustamente occupano nella letteratura i capolavori di Sallustio e le Catilinarie, sarebbe veramente farle troppo onore".

Non la pensano così altri osservatori storici che vi hanno visto - a seconda del lato dal quale si vogliano vedere le sue azioni - rispettivamente l'inventore del colpo di stato, un romantico idealista rivoluzionario, un altrettanto romantico idealista reazionario, o, più probabilmente, un prevedibile (per quel tempo) personaggio, sicuramente carismatico, il cui unico scopo era raggiungere la fetta di potere che gli spettava, che pretendeva come appartenente ad una delle più prestigiose famiglie di Roma, e che gli veniva ripetutamente negata da un'oligarchia timorosa dei suoi slanci e del suo ascendente sulla plebe.

QUANTO E' ATTUALE CATILINA?
Nella valutazione del personaggio, Catilina non ha avuto un ruolo secondario, in questo secolo, l'approccio ideologico. Sinistra e destra si sono infatti divise (anche tra le proprie file) nello stigmatizzare e nel rivalutare questo affascinante patrizio romano. Se opinion leader come Gramsci (nei Quaderni del carcere, ndr) sembrano averne preso parzialmente le difese, un'altra sinistra, per paradosso gramscianamente "egemone" - condizionandone, la percezione scolastica che oggi si ha del personaggio - lo ha sempre dipinto con colori oscuri, sicuramente in modo meno favorevole rispetto alla coppia "rivoluzionaria" dei fratelli Gracchi.

Allo stesso modo la destra vi ha visto un pericoloso sovvertitore dell'ordine o un sognatore tradizionalista, una sorta di superuomo nietzschiano votato alla riconquista di un mondo perduto.
Sempre coscienti di ricorrere ad una semplificazione "novecentesca", a noi sembra di vedere in Lucio Sergio Catilina un "rivoluzionario di destra": una complessa figura, cioè, animata egualmente da bassi istinti (sete di potere) e alti propositi (idealistica sete di cambiamento), il cui materiale desiderio di rivincita nei confronti dell'oligarchia a un certo punto della congiura si è completato con un genuino slancio romantico che - da patrizio illuminato quale era - cercava di combinare riforme sociali ed economiche "progressiste" a progetti nostalgici "conservatori" (nel senso anglosassone del termine, quindi piuttosto tradizionalisti, tesi ad un recupero dei valori di un'austerità delle origini).

Quel che è certo - e che uno scrittore come Pietro Zullino mette chiaramente in evidenza - è il fatto che, oggi, dire Catilina significa dire disordine, trame oscure, mentre dire Cesare significa dire "cesarismo", cioè un regime saldamente ancorato alla figura di un uomo solo, carismatico e potente, "il cesarismo di Napoleone, di Stalin, di Mussolini". Eppure, riprendendo sempre le parole di Zullino, "fra i due termini in apparenza così distanti, c'è un collegamento sottile: è difficile diventare Cesare, se prima non si è stati Catilina; ma chi resta Catilina e non va oltre, quasi sempre è un Cesare mancato.

Il nostro uomo guidò un'insurrezione socialista contro lo Stato romano e fu sconfitto. Pochi anni più tardi al governo andò Cesare, un altro esponente della sinistra d'allora [i populares, ndr], il cui genio politico doveva trasformare però la repubblica nella più celebre monarchia imperiale di tutti i tempi. Fra i due, Cesare è il vincitore, e Catilina il perdente. […] Anche Catilina, se avesse vinto, sarebbe stato costretto dalle circostanze a trasformarsi in un tiranno; se non l'avesse fatto, non sarebbe durato. Ma la storia è una grande semplificatrice; fa perdere i Catilina, e fa vincere direttamente i Cesari". Sempre proseguendo su questo territorio Zullino ci porta al paragone con il rapporto tra Trockij e Stalin, indubbiamente suggestivo, ma decisamente personale.

In conclusione, ci sentiamo di poter dire che Catilina non fu sicuramente un personaggio minore, ma la sua impresa venne vista, dal potere costituito, come una minaccia mortale. Certo Marco Tullio Cicerone, il grande nemico di Catilina - per svariati motivi che illustreremo - visse la vicenda, e il rapporto con Catilina, in modo assoluto sin dai primi vagiti rivoluzionari del personaggio, ma la dimostrazione che la congiura di Catilina avesse raggiunto livelli di pericolosità indubbi è l'onorificenza che il Senato romano avrebbe concesso a Cicerone, e cioè il titolo di "Padre della Patria". Grande onore per aver sventato un grande pericolo.
Guai ai vinti, quindi. Ma risparmiando a Catilina l'oltraggio della mediocrità.

Catilina, il patrizio Lucio Sergio Catilina nasce a Roma nell'anno 645 dalla fondazione dell'Urbe, per noi il 108 a.C. dal senatore Lucio Sergio Silo e da Belliena. Il padre, deponendolo sulla terra di casa e recitando la formula di riconoscimento di paternità, lo accettava come figlio e lo deputava al riscatto del perduto prestigio del casato. La gens Sergia era infatti una delle cento famiglie che, a quanto sosteneva la leggenda, aveva contribuito alla fondazione di Roma. Un'altra leggenda, ancor più "impegnativa", ricordava ai romani che i Sergi discendessero dal mitico Sergesto, compagno di Enea.
Da tempo, almeno un secolo, i Sergi vivevano ai margini della Roma che conta. L'ultimo esponente della famiglia ad ottenere un ruolo influente era stato il pretore Marco Sergio, distintosi nella seconda guerra punica, per due volte prigioniero di Annibale, e per altrettante volte sfuggitogli, incrollabile guerriero che collezionò sul proprio corpo - assicurano le cronache del tempo - ventitr� ferite in battaglia, e che continuò a combattere anche privo della mano destra, ricorrendo ad una protesi di ferro che usava come insegna per guidare i suoi uomini all'attacco.

Un altro Marco Sergio - trecentocinquanta anni prima era stato tra i realizzatori delle Dodici Tavole, leggi arcaiche che fungevano da carta costituzionale della Repubblica. Con queste premesse, la sete di rivincita dei Sergi appare una conseguenza inevitabile, tenuto conto soprattutto dell'importanza che l'onore (etico e guerresco) e l'influenza politica rivestivano nell'antica Roma.
Il culto della memoria e dei simboli nella casa Sergia furono senza dubbio alla base della formazione del giovane Catilina: nella propria abitazione Lucio Sergio tributava onori all'insegna militare di una delle legioni di Mario, impiegata nella guerra contro i Cimbri e i Teutoni, e quando marcerà con il suo improvvisato esercito nel Fiesolano, prima della battaglia cruciale, si farà precedere da questa e da altre insegne, nella guisa dei consoli in carica, a simboleggiare ciò che gli sarebbe spettato di diritto, ma che gli era stato negato. Risulta evidente, quindi, che sin da giovane il nobile romano avrebbe cercato di partecipare alla vita politica e militare dell'Urbe.

Come già detto, del ritratto dell'uomo Catilina si sa ben poco. Di lui si conserva, più che un immagine, un'icona e cioè la rappresentazione nell'affresco di Cesare Maccari nella Sala del Senato a Palazzo Madama. Splendidamente fiero, corrucciato, terrificante e nobile al centro dell'assemblea, (vedi immagine inizio pagine) tenuto a distanza dagli altri senatori. Indubbiamente, un (forse involontario) riconoscimento alla grandezza romantica e disperata del personaggio.
Quel poco che si sa di lui lo si ricava dagli scritti di Cicerone e Sallustio: sguardo truce, penetrante, corpo aitante (Catilina è infatti un soprannome che alludeva alla sua resistenza fisica, ndr) e alto, magrissimo, viso scarno fino all'eccesso, capelli scuri. Insomma, quello che il pubblico femminile di oggi chiamerebbe un "bel tenebroso", e che anche allora - stando al successo che il suo movimento politico riscosse nelle file delle donne - non doveva proprio risultare sgradito alle signore.

"Giovanissimo - scrive Massimo Fini - aveva sedotto più di una nobile vergine sfidando le ire delle loro potenti familiae e la morale della buona società romana. La sua fama di tombeur de femmes era tale che nel 73 fu accusato da Publio Clodio di aver violato una vestale, sacrilegio e reato gravissimi per i quali la donna veniva sepolta viva e il seduttore ucciso a nerbate. […] Processato, fu assolto […] In realtà Catilina dopo le seconde nozze con la bellissima, ricca ed appassionata Aurelia Orestilla […] aveva messo la testa a posto […]". Ovviamente ci sono motivi più consistenti per i quali il progetto riformatore di Catilina poteva incontrare i favori, oltre che della plebe, anche delle donne.

Dell'infanzia di Catilina e della sua formazione intellettuale si sa pochissimo, ma quel che si può supporre è che Lucio Sergio visse sempre un difficile rapporto con i propri simili, prediligendo la solitudine, sebbene in famiglia potesse godere di un'esistenza prodiga di affetto. La prima apparizione nelle fonti antiche di Catilina risale all'anno 89, ai tempi della guerra marsica o sociale, di quel conflitto cioè che opponeva Roma alle popolazioni italiche, decise a chiedere più diritti e, soprattutto, l'agognata cittadinanza romana.
Il ventenne Catilina è alloggiato nella tenda pretoria del generale Strabone, ed è vicino di branda di due altrettanto giovani commilitoni, diciottenni, destinati a fulgidi destini: Cicerone e Pompeo. Durante questa esperienza bellica, Catilina ha modo di formarsi come soldato (efficiente e crudele) all'eccellente scuola di Strabone, più abile ma meno fortunato di condottieri come Mario e Silla, e di confrontare la propria personalità con quella, radicalmente opposta, di Cicerone. Non solo i caratteri, ma anche l'estrazione sociale, divergevano: istintivo, coraggioso, scontroso e di sangue nobile Catilina; intelligente e riflessivo, pavido, abile nel procacciarsi i favori dei potenti, e di estrazione borghese Cicerone. Due uomini nati per non comprendersi.

Nell'88, Catilina passa agli ordini di Silla - in quell'anno console - e segue il suo generale in Asia, nella guerra contro Mitridate, re del Ponto. Ai suoi ordini, senza dubbio, il giovane Lucio Sergio potrà affinare la sua già naturale dote di soldato e sicario. Mentre Silla è lontano da Roma, però, il tribuno della plebe Sulpicio Rufo riesce a far approvare una legge che priva Silla del comando e lo affida a Mario, in quel momento a riposo come privato cittadino. È la guerra civile - tra optimates e populares - che vedrà Catilina fedele esecutore di omicidi e repressioni nelle file sillane. Silla, sostenuto anche da Pompeo Rufo, tornò improvvisamente a Roma, la conquistò e diede inizio - per la prima volta nella storia - alle prescrizioni. Imposto al Senato il Senatus consultum ultimum, provvedimento d'emergenza che dichiarava i suoi nemici hostes, cioè Nemici della Patria, il dittatore si scatenò contro gli avversari: Mario fuggì da Roma, molti dei suoi sostenitori vennero eliminati.

L'operazione "di pulizia" non era riuscita, però, se dopo cinque anni di guerra mitridatica Silla dovette tornare a Roma, dove nel frattempo il redivivo Mario e i suoi uomini avevano preparato per i sillani in città la stessa poco filantropica sorte subita anni prima. Mario muore nell'86, resta console Cornelio Cinna, che cerca di scatenare i suoi generali contro il ritorno a Roma di Silla. Nella decisiva battaglia a Porta Collina, nell'82, Catilina si segnala con Crasso come eccellente comandante, rivelandosi determinante per la vittoria.
La Lex Valeria, promulgata da un Senato ormai prostrato al Silla, nomina il generale dittatore a tempo indeterminato, violando apertamente la costituzione repubblicana, che prevedeva un anno per il consolato e soli sei mesi per la dittatura d'emergenza. In questa Roma assoggettata, Catilina - zelante nelle persecuzioni che avevano causato la morte di 90 senatori, 15 consolari e 2600 cavalieri (gli equites, la borghesia capitalista) - non poteva che raccogliere i suoi frutti. Quando poi cambia il vento politico, Lucio Sergio passa indenne i processi: il fatto ha del clamoroso se si pensa allo "stile" di Catilina in quelle terribili fasi (ad esempio, aveva trucidato suo cognato Mario Gratidiano - tra l'altro, zio di Cicerone - gli aveva mozzato la testa e l'aveva portata nel Foro, ai piedi di Silla, attraversando a cavallo tutta Roma).

Gli anni settanta si rivelano proficui per l'ancora giovane Catilina, che si getta anima e corpo nella politica: nel 78 è questore, nel 74 legato in Macedonia, nel 70 edile, nel 68 pretore, nel 67 governatore in Africa. Catilina ottiene queste cariche al primo anno possibile per l'età, e in anni in cui corre politicamente isolato, senza cioè i favori dei sillani, ormai caduti in disgrazia. Solo, quindi, n� tra gli optimates (dai quali si stava progressivamente distaccando anche "mentalmente") n� tra i populares (che sente ancora lontani).
La situazione sociale nella Repubblica era radicalmente mutata negli anni delle guerre civili. La plebe - nella quale vanno compresi dai cittadini più umili e poveri ai piccoli imprenditori e negozianti - aveva guadagnato una posizione più determinante e avanzava maggiori diritti. La riforma dell'arruolamento militare voluta da Mario aveva allargato le fila dei combattenti: la decadenza demografica nella penisola italica e quella dei contadini proprietari avevano palesato la necessità di includere nelle legioni anche i nullatenenti. Oltretutto, le enormi ricchezze affluite in Roma dalla sconfitta di Cartagine (202 a.C.) in poi erano finite nelle mani di pochi, i soliti aristocratici, che avrebbero impiegato quelle somme per acquistare terreni dai piccoli possidenti, creando enormi latifondi.

I piccoli proprietari, infatti, tenuti a partecipare come soldati nelle lunghe campagne militari, non potevano permettersi di assoldare qualcuno che curasse la terra, cosicch� pagavano il salato conto al ritorno a casa, diventando preda dei latifondisti e finendo per abbandonare la campagna e andare ad ingrossare le fila del proletariato urbano. Il proletariato romano e italico, inoltre, accedeva all'esercito e, una volta combattuto, avanzava le richieste di ricompensa tipiche dei veterani: un appezzamento fertile, un capitale per investire su di esso, la cittadinanza romana. Il circolo vizioso, così si chiudeva. Decenni prima, anche i cavalieri avevano guadagnato posizioni nelle alte sfere della Repubblica: erano dilagati nei tribunali, ganglio vitale del potere romano. Presto, però, questa classe si era legata a stretto filo con la nobiltà nel difendere i privilegi di pochi. La società italico-romana, quindi, non sopportava più che la gestione del potere restasse nelle mani di un'oligarchia.

È in questa cornice politico-sociale che Lucio Sergio Catilina, nel anno 66, decide di correre per il consolato del 65. Ha 42 anni. Ad opporsi alla sua discesa in campo è l'intera casta oligarchica guidata da un'abile "difensore d'ufficio": Marco Tullio Cicerone.
Come già detto Cicerone aveva una personalità profondamente diversa da quella di Catilina. Due anni più giovane di lui, Marco Tullio rientrava in gioventù nel perfetto clich� dello studente primo della classe, diligente, ossequioso verso i professori e immancabilmente preso in giro dai compagni. Certo non lo aiutava il suo nome, la cui origine derivava dalla particolarità di un avo, il cui naso sfoggiava una grossa escrescenza simile ad un cecio (cicer). Avvocato di straordinario talento, grande scrittore e abilissimo oratore, Cicerone esordisce nel Foro nell'81 con una piccola causa civile, ma già l'anno seguente ha l'occasione di attirare l'attenzione su di s�: l'avvocato difende il giovane Sesto Roscio contro il potentissimo sillano Crisogono, per una storia di soldi e supposto parricidio. Dal momento che nessuno osava difendere Roscio, temendo rappresaglie, l'ambizione - per una volta superiore alla pavidità - convinse Cicerone ad accettare la difesa del giovane.

Ovviamente, vinse la causa. "Fu l'unico atto di coraggio della sua vita - scrive caustico Massimo Fini - E infatti gliene venne una tal paura postuma che fece circolare la voce che era malato e aveva bisogno di cure, partendo immediatamente per la Grecia. Voleva mettere il mare e un buon numero di chilometri fra s� e il dittatore. Ritornò a Roma solo nel 77, dopo la morte di Silla".

Non v'è dubbio che, nella Roma post-sillana, Cicerone sarebbe stato estremamente prudente nei confronti dei suoi avversari, cioè i populares. Nel frattempo, si sposa. "La moglie Terenzia - scrive ancora Fini - era ricca, avida, gretta, bigotta, arcigna, energica, una virago che dominò sempre il debole e irresoluto marito e che, nonostante lui la chiamasse suavissima atque optatissima (dolcissima e desideratissima), gli rese la vita impossibile. La ripudierà trent'anni dopo per questioni di quattrini".
L'ambizione porta Cicerone a tentare, oltre alla carriera forense, quella politica. Sarà rapida, grazie al suo grande talento e a dispetto dell'assoluta mancanza di padrini. I padrini, comunque, Cicerone non faticherà a procurarseli. Dapprincipio, Marco Tullio punterà sui populares, che ricordavano la sua difesa di Roscio contro Crisogono.
Membro della borghesia, desideroso di avvicinarsi alla "gente che conta" - e cioè gli aristocratici - il suo matrimonio strategico con il partito della plebe aveva ben poche probabilità di durare. L'illustre avvocato mal si vedeva con il popolo, che usava apostrofare come "la feccia di Romolo". Dopo un breve periodo di transizione nel quale pensò di costituire una sorta di partito "centrista" (Fini la definisce una mossa "protodemocristiana") che puntasse a difendere gli interessi degli equites (la borghesia degli affari in ascesa), la sua classe, Cicerone avrebbe ricevuto nel 64 l'offerta di correre al consolato per gli aristocratici, e non si sarebbe di certo fatto pregare. Il suo consolato avrebbe rispettato fedelmente le consegne dei mandanti, opponendo sovietici niet a qualsiasi riforma, in primis quella agraria, per una parziale redistribuzione delle terre e cercando di difendere anche il minimo privilegio di casta (arrivò a pronunciare, lui console - scrive Fini - un'orazione perch� a teatro fossero mantenute ai cavalieri quattordici file di posti riservati").

Cicerone e Catilina non potevano che avere un'idea assolutamente contrapposta di cosa fosse e dovesse essere Roma. Uomo di diritto e di mediazione il primo, uomo impulsivo e d'azione il secondo. Sicuramente più adatto alla realtà del suo tempo Cicerone, drammaticamente distaccato dalla realtà, e ancorato ad una visione romantica della guerriera Roma delle origini Catilina.
Eppure, come scriverà l'autorevole storico Mommsen, sarà "il più vile degli uomini di Stato romani" a sconfiggere l'ardimentoso Catilina.
Prima di ordire la sua famosa congiura, Catilina tentò per ben tre volte l'accesso al consolato. Le prime due venne sconfitto con trucchi e brogli, la terza legittimamente, ma fu quella che, come si dice, fece traboccare il vaso.

Come detto, nel 66, Catilina corre per la prima volta alla carica di console. La sua candidatura è l'autentica novità della campagna elettorale: tutto sembrava deciso, con le candidature di Lucio Torquato e Lucio Cotta per l'aristocrazia, e di Publio Autronio e Publio Cornelio Silla per i democratici. Nomine decisamente incolori, che non conquistavano la fantasia popolare. La decisione di Catilina, che tornava dopo aver operato da governatore in Africa, scombinò i piani delle due fazioni, creando malumori. Era ovvio che non ci sarebbe stata partita, considerata la fama e il carisma di Catilina.
Furono diverse le strade che gli aristocratici tentarono per fermare Catilina. Le principali furono due: un pretesto tecnico ed uno giudiziario. Quello tecnico consisteva in un cavillo temporale: la domanda del nuovo candidato era stata depositata in ritardo. La soluzione giudiziaria prevedeva il divieto alla candidatura in seguito alle accuse che un certo Publio Clodio aveva mosso contro Catilina in merito a supposte concussioni durante il governatorato in Africa.
L'accusa verteva sulla concussione non alle popolazioni locali - consuetudine dei governatori romani - ma nei confronti dei cittadini romani lì insediati. La legge - ovviamente - escludeva che potesse candidarsi ad una magistratura dello Stato chiunque fosse sotto processo.

Catilina emerse innocente dal processo, difeso da Ortensio, ma a quel punto la chance consolare era perduta. Per di più, nel mezzo del processo - quando i termini ultimi per la candidatura erano definitivamente scaduti - Publio Clodio ritirò addirittura la propria denuncia.
Catilina non era uomo facile ad arrendersi, e lo dimostrò nel giugno dell'anno 64, quando ripresentò la propria candidatura per le elezioni del 63. Ma…

(1 - continua) > >

di FERRUCCIO GATTUSO

Ringraziamo per l'articolo
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