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CRONOLOGIA

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ANNO 618 d.C.
( QUI riassunto del periodo ( longobardo ) dal 591 al 652 ) >

*** NASCE LA CINA LEGGENDARIA DEI T-ANG

*** CINA - La dinastia T-ANG (che durerà fino al 907) conquista il potere. Consolidò l'unità della Cina dopo il lunghissimo periodo di frammentazione e invasioni  seguito alla caduta degli HAN (221 d.C.) e la breve riunificazione dei SUI (dal 589-a quest'anno 618).
Nel 626 con al potere il secondo imperatore della dinastia, TAI-TSUNG
 la Cina inizia il viaggio verso il culmine della sua potenza.

Nel corso dell'anno, YANG-TI l'ultimo imperatore della dinastia SUI,  viene ucciso a Chiang-tu (l'attuale Hangchow) da una congiura organizzata dalla sua stessa guardia del corpo LI YUANG.

Dai suoi soldati, LI si fa proclamare imperatore con il nome di KAO-TSU duca di T-ANG,  dando il nome all'inizio della omonima dinastia.
L'artefice di questa vittoriosa ribellione è anche l'artefice di tutta la politica che verrà in seguito, brillantemente continuata dal suo giovane figlio 20enne LI SHIH-MIN, o TAI-TSUNG.

 E' comunque suo padre il capostipite della dinastia T'ANG, che governerà d'ora in poi la Cina per circa trecento anni.
Ed ebbe conseguenze importanti sia in campo etnico sia in campo religioso. E' il periodo che si verifica il più profondo mutamento del popolo cinese che mai abbia avuto luogo.
 
I T-ang trasferiscono la capitale a Chiang-Tu che diventa CHANG-AN , e ben presto una lussuosa e cosmopolita grande città situata al termine della Via della Seta, nella provincia occidentale dello Shensi. 
Si avviano contemporaneamente una serie di grandi straordinarie riforme, tra le quali la distribuzione della terra e la riforma fiscale che introduce la possibilità di sostituire al carico delle corvè il sostitutivo  pagamento di un tributo ("chi ha denari e non vuole fare il turno, allora paghi").

Mentre in Cina avviene questa rivoluzione, in Europa stanno nascendo i territori feudali dove i contadini sono invece costretti a lavorare gratis, essere dipendenti del Duca fino alla morte e così i loro discendenti, senza possibilità di riscatto della loro condizione. 
In Cina invece si applica questo metodo: "Vi diamo la terra, siete liberi di lavorarla, ci pagate però un affitto dandoci metà del prodotto". Questo sistema verrà poi mutuato dagli Arabi, che quando approderanno in Sicilia inventeranno appunto quella che verrà poi denominata "mezzadria" con grande ostilità dei proprietari terrieri locali che videro stravolto il sistema poggiante sulla "gleba", cioè il totale possesso del fondo, con cose, animali e persone; in più esenti da tasse.

Queste importanti rivoluzioni economiche crearono ben presto in Cina un benessere straordinario oltre che diffuso. Città piene di attività, vie navigabili eccezionali, agricoltura organizzata; e accanto a queste grandi opere, anche nel campo delle istituzioni giuridiche, amministrative e militari in breve tempo fu creata quell'ossatura politica-economica e culturale  dei floridi tre successivi secoli.

Basti pensare che la città capitale di cui si conserva una dettagliata planimetria dell' epoca, aveva le mura da est a ovest di 9,7 chilometri, e da nord a sud di 8,2 chilometri (circa 80 Kmq)  abitata da un milione di persone. 

Non fu meno importante e meno grande la successiva città imperiale, dove poi si trasferì il secondo imperatore: LUOYANG le cui dimensioni erano leggermente inferiori alla prima come superficie ma non come benessere e come abitanti che assommavano a due milioni. Qui convergevano tutti i mercanti dell'Asia, compresi già molti nomadi Arabi che da tempi immemorabili entravano dalla via della Seta dalla Bactriana, provenienti da Samarcanda e dal Pamir. 
Gran parte dei traffici si svolgono sui fiumi dello Yangze e il fiume Giallo che furono uniti  dopo aver fatto una delle più colossali opere della storia umana, una canale largo 40 metri, lungo 400 chilometri con una strada imperiale a fianco  dove erano distribuite ogni 10 chilometri delle stazioni dei cavalli per il cambio e il traino delle grandi chiatte e dei navigli che risalivano il fiume dopo averlo disceso. Il tonnellaggio delle navi su questa via d'acqua aumentò nel giro di un secolo di cinque volte, e nel successivo di 10 volte quando nello stesso periodo il canale fu prolungato fino a Pechino con lo sbocco al mare. Da quel momento inizia la grande espansione anche di questa nuova città,  favorita dal suo territorio particolarmente produttivo fino a diventare in brevissimo tempo una popolosa città, il più grande emporio di merci, e in seguito (1368) con la dinastia Ming, la nuova capitale. 

Quelli di LUOYANG sono traffici commerciale basati soprattutto sullo sviluppo della seta (la lavorazione aveva già raggiunto nel periodo Han un livello davvero straordinario) e sull'ampliamento dei terreni coltivati a riso oltre che grano, posti a circa 400 chilometri dalla capitale. Seguì di pari passo lo sviluppo di altri canali periferici minori e strade  che ebbero una funzione fondamentale anche sullo sviluppo dell'indotto, pur sempre convergente sulla capitale.
Lo stato edificò grandi laboratori per la fabbricazione di broccati, feltri e tappeti, tintorie, fonderie, con operai a servizio regolare o a servizio temporaneo (il partime lo avevano già inventato), tutti più o meno salariati dove non venivano impiegati schiavi.
Nello Yangchow erano concentrate le fabbriche tessili, nello Szeuchan quelle del sale, nel Kingsi la porcellana, a Taiyuan gli utensili di rame. Grande sviluppo nell'industria mineraria. Nei soli Anhwei, Chechiang e Chiangsi si contavano 58 industrie per la lavorazione dell'argento, 96 per il rame, 5 miniere di ferro, due di stagno, quattro di piombo.
A LUOYANG si  registrano costruzioni imponenti fra cui un magazzino nel palazzo imperiale per i cereali che conteneva (i cinesi avevano una contabilità registrata delle merci quasi maniacale) 12 milioni di quintali di granaglie (grano e riso) che corrispondono a 3.287.000 chili di disponibilità alimentare giornaliera; il che ci fa supporre (con un chilo di cereali pro capite al giorno per ogni abitante) che le due capitali dovevano appunto contare ciascuna oltre un milione di abitanti, più un altro milione nei paesi e nelle cittadine vicine alle due capitali. 

Queste due grandi città, ma soprattutto Chang-an, dalla piantina topografica che oggi possediamo, era un città organizzata in un modo straordinariamente rettangolare, come una scacchiera; attraversata longitudinalmente da 11 grandi viali larghi 40 metri, e orizzontalmente da altri 14 larghi 25 metri, al centro in alto sorgeva la città imperiale perfettamente squadrata con i giardini e il palazzo dell'imperatore. 
Nella piantina sono riportati anche gli edifici religiosi distribuiti in ogni quartiere;  doveva indubbiamente esistere una certa tolleranza per le religioni presenti visto che contiamo 84 edifici buddisti, 36 taoisti, e 28 fra manichei, cristiani nestoriani, ebrei e mazdaici. Questa popolazione sacerdotale formava una moltitudine di circa 20.000 persone (circa 135 addetti per ogni edificio religioso).

Gli uffici della amministrazione  prospicienti il palazzo imperiale, occupavano una superficie di oltre 4 chilometri quadrati, con dentro i quattro grandi organismi principali dell'Impero: 
1) Affari di Stato con 6 ministeri: degli esteri, delle finanze, dei riti, dell'esercito, della giustizia e dei lavori pubblici. 
2) Cancelleria imperiale con funzione di trasmissione e di controllo dei decreti imperiali. 
3) Il Grande Segretariato imperiale incaricato di  redigere i testi delle leggi promulgate e di seguire i funzionari che ne controllano l'applicazione. 
4) Il Consiglio di Stato cui partecipavano oltre l'imperatore i grandi dignitari e funzionari di grado elevato che erano generalmente i presidenti dei sei ministeri degli Affari di stato. 

Inoltre altri edifici con servizi molto speciali, come quello del Tribunale dei Censori, sorta di ispezione generale dell'amministrazione, il cui compito era di rilevare gli abusi di qualsiasi genere, come i casi di corruzione, di concussione e delle frodi in commercio. 

Poi l'Alta Corte di Giustizia che giudicava in ultima istanza i casi più controversi, ed è l'unica che può comminare pene di morte, ma dopo essere stati filtrati i processi da tre Corti di grado diverso.
(Una curiosità: i giudici incaricati  tre giorni prima del giudizio, dovevano astenersi dalle bevande alcoliche, dalle feste e dalle ricche libagioni).

Esisteva poi il palazzo dell' Amministrazione delle Vie d'Acqua e dei Canali. 
Il palazzo degli Arsenali per la progettazione e le costruzione navali.
La biblioteca imperiale pubblica dotata di codici scientifici di ogni tipo oltre gli annali storici. 
Infine l' UNIVERSITA' (il guiozijan ) dove si studiava a spese dello Stato, con professori e laboratori pagati dallo stato. Agli studenti (circa 10.000) è offerta la frequenza gratuita ma solo dopo aver sostenuto degli esami di Stato e aver preso voti meritevoli per continuare gli studi.

Non si volevano spendere dei soldi inutilmente per dei somari che non erano stati in grado di superare la prima meta, necessaria per accedere alle scuole superiori. 
Non vigeva cioè la selezione di casta ma quella dell' intelligenza innata. Se questa era latente, veniva già sollecitata  dagli studi inferiori (anche questi a spese dello stato); infatti una massima cinese asserisce:  "per avere buoni raccolti la semenza bisogna prenderla dalle migliori piante e dai migliori frutti;  quando la semenza non è la migliore non basta accudirla e innaffiarla ogni giorno, è acqua e tempo perso".

Consolidando queste istituzioni scolastiche (e parallelamente quelle amministrative secondo linee di uniformazione territoriali) il ruolo del funzionario imperiale una volta appannaggio solo degli aristocratici, inizia a declinare a vantaggio dei funzionari-letterati, il cui reclutamento avveniva con sempre maggiore regolarità attraverso gli esami dopo il severo corso di studi sopra accennato. Basati dunque sul principio della meritocrazia, che consentì nei secoli successivi un continuo afflusso dei migliori soggetti, provenienti da un ampio spettro sociale, a tutti i livelli della burocrazia, compresi i più alti, e da cui fu esclusa quasi del tutto (salvo quelli capaci) l'aristocrazia di sangue. 

A parte la creazione di altre strutture non di secondaria importanza (come la riorganizzazione del sistema monetario, l'unificazione del sistema pesi e misure, il sistema dei corrieri e dei collegamenti postali, quello di una unica scrittura) ci preme mettere in risalto che sotto questo regno così bene organizzato si promulgano leggi che saranno poi sempre applicate; in seguito aggiornate ma in sostanza mai più cambiate. Contribuiranno nelle province interne a formare un tipo di organizzazione molto stabile. Nonostante le varie crisi  (politiche, eventi naturali, pandemie) il modello non subirà  delle grosse variazioni; ancora oggi attuale.
Nelle lontanissime province, questo modello, ha permesso agli abitanti un approvvigionamento  alimentare sufficiente, forse non ricco come qualità e quantità  come quello occidentale, ma ha evitato che si creassero nel grande impero dei territori sottosviluppati, delle ingiuste distribuzioni e quindi squilibri sociali (questo  in tutto il periodo T-ang).

La legge che sconvolge il sistema politico ed economico della Cina è appunto  il "CODICE DEI TANG" il "Tangli shuyi" redatto in una prima forma in questi anni 617-624, migliorato nel 627, riveduto nel 637, affiancato  nel 653 dai commentari delle esperienze fatte nei precedenti 36 anni. 
E' il primo codice in assoluto della Cina e, come abbiamo già accennato, su questo si baseranno tutti gli altri imperatori. Tutto potevano criticare dei T'ang  i successori, ma non certo le loro leggi, l'organizzazione, ordinamenti nel campo politico e militare. 

Si tratta di una costruzione ammirevole di logica politica, economica e sociale, impeccabile, nonostante l' ampiezza e la burocratica complessità.
Comunque l'analisi di queste logiche rivelerebbero senza alcun dubbio sul piano culturale tutta una psicologia e un tessuto di nozioni molto originali.
Sembra che la stessa intuizione della famosa attuale nostra "fabbrica integrata" con il "processo di produzione integrale", non sia altro che un'antica concezione filosofica del sistema organizzativo cinese, che ha -oggi- una storia paradossale. 
Questo studio (oggi definito moderno) lo iniziò nel 1969 un economista americano vissuto in Cina; fu poi analizzata e commentata questa teoria dagli economisti americani ma non fu mai applicata dall'industria (penetrata  allora fino al midollo dal Taylorismo- catena di montaggio), fin quando i Giapponesi nel 1975 proprio dall' America si impossessarono di "questo studio" e lo applicarono nelle loro fabbriche ottenendo eccellenti risultati nella produzione; gli americani per mettersi al passo dovettero studiare non più la vecchia relazione che era pura teoria produttiva-economica, ma esaminare attentamente i nuovi (e già reali) processi produttivi giapponesi e dovettero adeguarsi modificando i propri; e questi americani a loro volta hanno interessato gli europei; che se ora applicata anche dalla Russia fino a Vladivostock sopra la Cina, questo sistema avrà compiuto  il giro del mondo 3 volte; e siamo sicuri che i Cinesi rideranno 3 volte.

Una di queste leggi che stravolsero l'economia e la produzione della Cina dei T-ang fu quella della distribuzione ai cittadini  delle incolte proprietà fondiarie dei latifondisti aristocratici, che offrì un esempio di originalità in questo VI secolo d.C.. 
La ripartizione dei lotti del territorio furono affidati non a un singolo contadino o a una famiglia presa a caso o a chi ne faceva richiesta, ma a una comunità che comprendeva nel suo interno elementi che dovevano adempiere alle varie funzioni in modo da evitare che all'interno della stessa comunità vi fossero troppi addetti e conoscitori di una disciplina e nessuno di un'altra, che era magari secondaria ma era anch'essa necessaria al buon funzionamento del fondo stesso. Affidando così ad ognuno le proprio responsabilità nei singoli segmenti della produzione.

Alla comunità alla quale si affidava un fondo, questa oltre che produrre ciò che occorreva ai propri componenti, una parte non gli veniva sottratta senza un criterio, ma solo dopo aver applicato dei precisi termini di valutazione; prima veniva la comunità compresi  coloro che avevano contribuito alla produzione, poi veniva l'ammasso per rifornire le città.
Più bene era organizzata la comunità, più alta era la quantità e la qualità della produzione. 

Per semplificare: non si dava a una comunità un fondo se in questa comunità non c'era nemmeno un soggetto che capiva qualcosa di idraulica, agraria, costruzioni. Se la comunità era di cento persone essa doveva necessariamente avere con sé una persona che conoscesse bene questi mestieri, per svolgere dei servizi, fare il maestro, conoscere bene le materie, un medico che conosceva bene  l'arte della medicina, il fabbro, il falegname, il botanico, l'edile, il meccanico; tutti elementi veramente capaci, non improvvisati e non in soprannumero, ma sempre proporzionati al numero di persone della comunità.

 Permettere che 10 maestri o 10 fabbri vivessero in una comunità di 100 persone non era tollerato nè dallo stato ma neppure dalla stessa comunità visto che questa doveva lavorare per procurargli i mezzi per vivere. Se operava bene! E questo è un altro aspetto importante del "sistema".

 Il falegname non poteva certamente lavorare i campi se era occupato a fare lavori che interessavano la comunità; ma quando svolgeva il suo lavoro doveva farlo bene se voleva a sua volta ricevere prodotti di qualità; in pratica era una "produzione integrata". Tutti erano responsabili del lavoro dell'intera comunità.
 Questa autoregolamentazione funzionava perché il prodotto finito risultava essere frutto della produzione di una equipe dove ognuno era responsabile nei confronti dell'intera comunità.
Se il fabbro non poteva permettersi di fare una vanga di pessima qualità, anche il contadino non poteva poi permettersi di fornirgli del riso pessimo.

 Alla comunità veniva accordato con dei parametri (ubicazione, tipo di terreno, ecc)  una certa quantità di territorio. Una parte di questo era della comunità e quindi non apparteneva né al singolo né allo Stato, ma quest' ultimo avendolo concesso  ricavava una percentuale della produzione in natura per il fabbisogno delle grandi città dove non esistevano agricoltori ma servizi, funzionari, impiegati, artigiani, imperiali. Pertanto la comunità che produceva, detraeva prima il suo fabbisogno, poi consegnava all'ammasso l'eccedenza. Era un po' come le nostre Cooperative di Produzione e Consumo nate per la prima volta in Italia in alto Adige all'inizio del XIX secolo e che fecero poi scuola. (anche in queste cooperative esisteva la formula delle "3 P", Provare, Progredire, Produrre) ogni componente era responsabile del proprio prodotto nei confronti degli altri che producevano altri prodotti o parti di altri prodotti).

Gli abitanti della comunità pur abitando in un territorio che era di tutti, non erano però privi di una propria autonomia, dopo aver dedicato le ore stabilite dalla comunità erano liberi di occuparsi di altre cose, magari di artigianato domestico, accudire alla casa, coltivare il proprio giardino e orto di cui ogni abitazione in Cina ne possedeva e ne possiede uno, avere piccoli animali, il suo immancabile maiale personale (ne esiste ancora oggi uno ogni due persone, pari a mezzo miliardo di suini) e le sue personali tre galline pro capite (che oggi assommano a tre miliardi di capi -statistica 1996).
(Federico II il Grande, mille anni dopo, quando nel 1700 mise la basi della grande Prussia, obbligò tutte le famiglie ad avere ognuna 10 galline sentenziando "se non altro ogni sera hanno almeno due uova da mangiare")

Un modello di sviluppo che applicato con queste caratteristiche -poggianti solo sulla terra e sull'economia dell'autoconsumo-  non sempre ha però dato buoni risultati. I cataclismi naturali, le tempeste, gli straripamenti, le catastrofiche alluvioni che distruggevano i raccolti, più volte hanno messo in crisi questo ideale ma anche instabile sistema decentrato. Soprattutto quando proprio al centro -più tardi- venne a mancare la efficiente organizzazione.

Poi c'erano le carestie; e infine le pesti negli animali che mettevano in crisi  proprio la parte più importante di questa economia autarchica nonostante l'ottima pianificazione. Funzionò comunque bene per oltre trecento anni, poi la caduta della dinastia, sostituita dai SONG (907), e a livello popolare alcune tendenze utopistiche e millenariste, un certo tipo di buddhismo e la diffusioni di sette segrete, crearono lungo tutto il corso della successiva storia cinese, crisi istituzionali, malgoverno, grandiose rivolte contadine.
I vigorosi regni cinobarbarici (1127), la perdita della parte settentrionale, ed infine gli attacchi dei mongoli (1279-1368), la Cina ritornò a risplendere proprio con il figlio di un contadino, Hongwu, che diede origine alla dinastia del MING (1368-1644). Una dinastia che portò la popolazione da 60/80 milioni ai 300/350 milioni, con pratiche agricole sempre più perfezionate (la pratica del riposo e del maggese delle terre coltivate, che danno enorme incremento delle rese, solo a fine Settecento gli europei la scoprirono in Cina)

Fra i grandi cataclismi naturali c'erano poi le epidemie di cui ne conosciamo la esatta cronologia (160 fra piccole e grandi dall' 1 d.C fino al 1911. Le più catastrofiche quella del 682 con il 60% della popolazione colpita (cita un funzionario "dove mi recavo il suolo era coperto di cadaveri"); quella del 762 dove morì metà della popolazione; nell'806 con un altrettanto 50% di morti; dell'891 con il 40 %; del 1127 altro 50%; del 1275 con un 60%; del 1331 nella zona Opei con il 90% della popolazione locale; quella ancora più catastrofica del 1351-54 con il 60% della popolazione pari a 40.000.000 (la stessa che fece morire in Europa quasi 28.000.000 di persone su cento milioni allora presenti); poi quella del 1410 nello zona dello Shantung con 15.000 famiglie contadine morte e con le terre coltivate diventate un deserto; del 1506 in 5 regioni con il 50 % di morti; Nel 1628 in altre 5 regioni con il 40%; Nel 1757-60 in 6 regioni altamente popolate con circa 30.000.000 di cadaveri; e per finire nel 1908-11 e 1917-19 che oltre che far morire 20.000.000 di europei, ne fece morire in Cina 30.000.000.

 Le conseguenze di questi disastri hanno comportato sempre dei profondi mutamenti in campo economico, sociale e quindi politico; si verificarono tremende lotte per l'esistenza, ricerca di spazi vitali, che proprio perché necessari alla vita divennero lotte a carattere rivoluzionario spesso incontrollate.
La Cina per la sua natura di civiltà quasi esclusivamente poggiante su una economia autarchica contadina, era spesso condizionata dai fattori e dai capricci della natura e pagò nei secoli che abbiamo citato un costo in vite umane altissimo. E spesso furono proprio queste a scatenare all'interno spaventosi conflitti sociali. Le invasioni incisero anche quelle, ma non furono determinanti, come non lo erano state le invasioni di questi ultimi anni.

La dinastia  T-ANG, rimase per quasi trecento anni al potere dominando anche i territori della Corea, Manciuria, Mongolia, Tibet (già allora piuttosto ribelle). 
Raccogliendo le eredità culturali delle due dinastie che l'avevano preceduta, gli Han  e i Sui, quella dei T-ang,  pur con una serie di governanti colti e amanti delle arti, quando fu in seguito accerchiata da ogni parte dagli Arabi del Turkestan a ovest e dai Mongoli-Turchi a nord, fu il momento che si richiuse in se stessa;  recupera (come sempre e accaduto e accadrà nella storia di tutti i popoli) e riscopre i valori nazionali e ha un momento di riflessione, che produrrà una grande fioritura più nelle arti  che non nella scienza, con uno scarso sviluppo tecnologico. 
I dotti, spesso disprezzati quando ci sono i clamori delle armi, fanno emergere le voci destinate ad avere enorme importanza, e le voci degli storici tornano su eventi lontani per meglio rischiarare l'unitarietà della storia cinese.
In effetti questa grande unità sembra un miracolo; una felice fusione di tante genti (del sud, dell'ovest, del nord - a milioni), spesso di origine non cinese, nel grande popolo cinese, pur in certi casi politicamente e militarmente superiori. Le orde che erano calate dalla Grande Muraglia nelle pianure cinesi, avevano distrutto città antichissime, ucciso migliaia di abitanti, occupato terre e contrade. Eppure non furono i pochi cinesi a diventare unni, bensì i tanti unni vincitori a diventare cinesi. I Tungusi addirittura vietarono ai propri appartenenti l'abbigliamento e le usanze nomadi, e paradossalmente furono i cinesi -nei loro diligenti annali di storia- a custodire nel tempo le loro tradizioni.
Se non fosse stato così oggi la Cina avrebbe un miliardo di unni e di tungusi.
Tutto questo si verificò perchè, la cultura, l'esperienza organizzativa di un popolo di pensatori e di geniali amministratori s'impose anche ai popoli della steppa.

Una Cina che riuscì in questo miracolo, ma non riuscì a respingere il grande attacco condotto con le armi spirituali, quando soccombette alla silenziosa penetrazione buddhista nel corso dei tre secoli successivi.

E' tuttavia il periodo più creativo della Cina; rappresenterà l'età più matura, un'età classica, di eleganza, di splendore,  con una grande produzione artistica. 
La sua PITTURA segnerà per sempre lo stile cinese; è quella che con un pennello sottile imprime sulla seta gli ampi paesaggi con una prospettiva particolare e quel caratteristico colore verde e blu, che simboleggiano il paesaggio fatto di montagne, di valli e di fiumi, figurazioni del paradiso ancora taoista dove si vive e si gioisce nella eterna giovinezza.
Altra grande raffinatezza nella produzione della ceramica sarà quella che i vasai di questa dinastia T-ANG, dopo aver usato un ingobbo bianco, rivestono i loro pezzi con una vetrificazione a base di piombo ottenendo una gamma infinita di colori che vanno dal blu al verde al giallo e al bruno. Ma l'orgoglio di questi vasai diventa grande quando con l'alta temperatura e l' uso di una pasta dura, traslucida e vetrificata si esprimerà con quella che è la loro vera rivoluzione ceramistica: LA PORCELLANA. Oggi alcuni esemplari della dinastia Tang -ineguagliati- valgono miliardi.

Il realismo classico invece nella scultura, sarà orientato verso i soggetti equestri, che sia in terracotta che in bronzo o in oreficeria esprimeranno capacità  figurative straordinarie da ricondurci noi occidentali che l'ammiriamo alla scultura classica ellenica. I famosi cavalli mongoli adornavano proprio la tomba di TAI-TSUNG.

Anche nell'architettura la loro espressione artistica avrà grande influenza in tutta la successiva storia cinese; sono opere della dinastia T-ANG le costruzioni fatte a PAGODA che appaiono per la prima volta proprio nella zona Shensi, ma che influenzerà successivamente anche il Giappone. 
Ma insieme alle pagode c'e' un altro motivo caratteristico che nasce sempre da quella religiosità per la natura, tipicamente buddhistica-taoistica che già abbiamo accennato in altre pagine. Nelle case, abitate da contadini o da gente ricca, l'abitazione si prolunga nel giardino disegnato a paesaggio, e come sappiamo dalla descrizione storica scritta, tale sentimento si sviluppa e diventa di massa quando proprio il primo imperatore fa allestire dietro il suo palazzo nella città imperiale un fantastico giardino costruito come un paesaggio pittorico, su una superficie di 4 chilometri quadrati, non per un utilizzo di raccolto dei vegetali come si era sempre fatto fino allora in una civiltà contadina arcaica, ma per fruirne come emozione estetica, che rientra in quella commozione naturalistica verso le forme della vegetazione che alludono ad astrazioni simboliche, cioè determinati fiori o piante corrispondono a vari mesi e settimane dell'anno. Questo simbolismo si spinge anche nella sfera emotiva ed etica. 
La fioritura del prugno che resiste anche alle nevicate, simboleggia il coraggio e la speranza che fanno superare le avversità. Il crisantemo, ultimo fiore prima dell'inverno, significa esattamente l'opposto della simbologia occidentale (anche se non in tutti i paesi europei). Infatti in Cina significa proprio la longevità e non... il fiore dei morti!
A riguardo degli animali il perfido atavico serpente o drago che in occidente è riferito al male e alla paura (tipico simbolismo biblico-cristiano) e rapportato invece dai cinesi a manifestazioni positive della natura, che alludono alla pioggia benefica dei raccolti, o alla giusta società,  perchè significa  potere e buon governo imperiale conforme ai principi morali, di onestà e di giustizia.

Ma la parte del leone della cultura la fa in questo periodo la letteratura religiosa. Il monaco HSUANG TSANG  nel 636, quindi fra alcuni anni, parte per un lungo soggiorno in india (fino al 644) introducendo poi in Cina numerosi importanti testi buddhisti (circa 650) dall'India; poi rielaborandoli (qui è il guaio) fa fiorire la scuola cinese CH'AN, termine che deriva dal sanscrito dhyana, che significa meditazione. Prenderà poi il nome sia cinese che giapponese (introdotto dalla Cina dal bonzo Eisai, nel 1192) ZEN.
 L'insegnamento fondamentale dello Zen è l'eliminazione del contrasto tra il mondo dell'apparenza e il Nirvana (stato totale di quiete e beatitudine) che attraverso la concentrazione e la meditazione si può scorgere anche nelle manifestazioni più semplici della vita quotidiana.

Ma il buddismo durante il periodo Tang oltre che far presa su una vasta parte del ceto medio, si diffonde anche come religione popolare, una religione liberatrice (compensatrice) che va incontro alle esigenze spirituali anche dell'uomo comune e non manca di influenzare profondamente proprio l'arte e la letteratura e l'intera società, svolgendo una funzione in un certo senso simile a quella del cristianesimo medioevale, anche se con un indirizzo completamente diverso, perché  privo di quelle proibizioni che il clero sacerdotale occidentale attribuiva invece allo svago (come lo sport), per il corpo e per lo spirito un grave peccato, come quello delle feste musicali o popolari che in Europa in questo VI secolo sono cose ormai del passato, che il cristianesimo seguita a considerare manifestazioni pagane e con vari editti le condanna e le relega nei riprovevoli ricordi, fino a farli scomparire dalla memoria delle nuove generazioni (come i musicanti, le attrici, i poeti, gli scultori di pietre "pagane", le terme pubbliche considerate indecenti, la cura del corpo che la chiesa bolla come un riprovevole pagano narcisismo e figlia degenere della concupiscenza.
Come i profumi considerati del "peccato", o le vaporose seriche colorate vesti considerate tutti strumenti del diavolo; come i fiori che non devono sostituire la bellezza e l'ammirazione della Santa Vergine. 
La cultura dell'estetica insomma lapidata, proibita, vituperata, fatta lentamente scomparire fin quasi al Rinascimento, ma ancora per molto tempo radicata nella coscienza collettiva delle masse; dovremo aspettare il 1800 per riscoprire i bagni, il bidè, la toilette del corpo, i profumi, i bei vestiti. Il 1900 per riscoprire lo sport, le feste paesane con la sua musica popolare, le canzonette, le novelle, i romanzi.

Ancora nel 1821 San Carlo Borromeo in uno delle maggiori opere nel campo educativo; i 3 volumi "Trattato dell' Educazione Cristiana e Politica dei Giovani" in uso in quasi tutte le scuole, dell'epoca  scriveva "aborrisco che si debba far imparare a leggere e scrivere ai figli di umile e povero stato; quelli di mezzana condizione che sappiano al massimo leggere qualche libro di preci, i giovani più nobili invece che sono destinati a famiglie cospicue allora lo approvo, ma escluderei assolutamente le figliuole, che queste sappiano perorare, imparino le lingue e sappiano poetare, io in quanto a me, non lo approvo, ne so scorgere quale utilità ne possa risultare al bene pubblico, ne in particolare alle medesime fanciulle che correrebbero il pericolo se hanno certi ambiziosi genitori che le fanno parlare con uomini letterati onde poi insorgono occasioni tali di prendere affezione ad alcuno più che non si convenga, e dove vi ha una certa conformità d'ingegni e di studi si impegnano gli animi e si destano nel petto fiamme occulte che cagionano miserabili incendi. Perciò il buon padre di famiglia si contenti che la sua figliola sappia recitare l'ufficio della Santissima Vergine e leggere la vita dei Santi e nel rimanente attenda a filare e cucire e ad occuparsi negli altri esercizi donneschi, per i quali vediamo la Sacra Scrittura commenda la donna virile e forte. Per i giovani tutti invece, se mi chiedete se è il caso che apprendono le lettere io rispondo che la comunità civile ha bisogno di molta sorta di uomini, contadini, lavoranti e artigiani, e quindi rispondo che non tutti possono ne debbano essere letterati". (Pag. 362 dell'opera gia' citata- Vol. 2 , Edit. Giuseppe Pogliani - Milano MDCCCXXI) - INCREDIBILE MA VERO! Anno 1821 !

In Cina invece in questo periodo degli T-ang esiste invece una società desiderosa di svaghi culturali (e anche la natura è cultura)  non legata a pregiudizi religiosi, né teme proibizioni, ma semmai coltiva con quella connotazione sensistica spirituale che guarda a tutte le manifestazione biologiche universali della natura senza alcuna gerarchizzazione, per via di una spontanea commozione naturalistica. Ecco quindi l'amore per i giardini, gli animali, i fiori e la creatività artistica che fa sorgere proprio una particolare letteratura in questo periodo, dove i contenuti inneggiano sempre a queste concezioni sensistiche; ecco quindi i grandi poemi che fanno preludio all'amore, all'estetica,  alle avventure, al romanzo della vita. Il mecenatismo dell'imperatore  TAI-TSUNG oltre che concedere personalmente sovvenzioni ai poeti,  fa introdurre nelle scuole con una legge governativa la composizione poetica-letteraria negli esami di stato, facendo così sorgere in breve tempo poeti e letterati in ogni contrada (sono state contate in un inventario fatto ancora nel 1707 -di questo periodo T-ANG- 48.900 opere, di 2300 autori diversi; ma oggi già si parla di 160.000 opere e di circa 15.000 autori;  e la ricerca non è ancora giunta a termine):
 Sono opere poetiche-letterarie di tutti i generi: amore spirituale, amore sensuale, amore erotico; sono poemi ludici come "Viaggio nel paese delle fate", (che assomiglia stranamente alla nostra "Alice  nel paese delle meraviglie", oppure "Storia di Ying Ying", storie di avventure e di magie surreali come il nostro Pinocchio o l'arabo Mille e Una Notte. 
Erano queste letture le più poetiche e le più romanzate; letture che dovevano con lo spirito ancora  confuciano-taoista, essere comprese da tutti e non solo da iniziati (come sarà la nostra letteratura del 1300).

 Si racconta che il grande poeta Po Chu-i, leggesse i suoi versi prima di pubblicarli  a una vecchia analfabeta per assicurarsi di essere compreso poi da tutti; voleva essere spontaneo; libero da ogni vincolo accademico. Wang Wei famoso anche come pittore di paesaggi, scrive invece poesie di meditazioni sulla natura, e le sue descrizioni di paesaggi, la forma e la metrica ricordano alcune poesie del LEOPARDI. 
In Wang, troviamo poesie, dove ci sono i temi della brevità della vita, la melanconia di un amore impossibile, la separazione struggente che provoca un distacco, la riflessione filosofica dell'universo, delle stelle, della luna, dove ci sembra di ritrovare "La Storia di un Pastore errante nell'Asia" o dell' "Infinito" del poeta di Recanati, o "Elevazione" (simile a "Infinito") di BAUDELAIRE. 
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PUBBLICAZIONI E STAMPA- E' questa indubbiamente l'invenzione che nella dinastia T-ANG ha permesso la pubblicazione di numerose opere e la sua diffusione. Non dimentichiamo che conoscevano già la carta da sei secoli, mentre per quanto riguarda la stampa già alcune incisione erano state stampate nel 350, mentre invece per quando riguarda le pubblicazioni di pagine di vere e proprie opere queste  fra pochi anni in questa dinastia, nel 750 circa, venivano interamente incise su un supporto con l'intero contenuto all'incontrario, quindi inchiostrando questa matrice, si poteva stampare l'opera su foglio di carta, una volta o altre migliaia di volte. Ecco quindi la compilazione di pagine e pagine di opere poi riunite in veri e propri libri.
Non era una novità, perché le strutture ministeriali utilizzavano una specie di timbri che apponevano su alcuni documenti pubblici, della dogana, o nei numerosi editti etc. Questi timbri già in uso nel 400  avevano portato a partorire l'idea di fare anche intere pagine, al servizio dei poeti, scrittori di opere scientifiche, letterarie, cataloghi di stelle, calendari lunari per le campagne, bollette per le dogane, per i trasporti, e perfino una specie di assegno al portatore, che evitava di portare grossi valori con se.

Ora non dimentichiamoci che le parole erano simboli, sono quei simboli che tutti conosciamo ancora oggi, e che non sono formati da caratteri, ma sono come certi quadri di Hartung.  Ora fin quando i cinesi stampavano un solo timbro che aveva una frase ben definita poteva anche andare bene. Per fare invece una intera pagina dove c'erano mille parole prendevano -come accennato sopra- una specie di lastra e la incidevano in tutta la sua grandezza, quindi formavano la prima pagina del libro e poi via con le altre.

L'idea di formare dei caratteri mobili poteva anche essere stata scoperta e anche utilizzata da tempo, ma non si prestavano come nella nostra scrittura alfabetica che non solo ha 21-27 segni ma corrispondono pure a un fonema.
L'idea dovette nascere così (chi scrive ha lavorato in una tipografia da ragazzo e quindi posso intuire come possono essere andate le cose, visto che in una incisione di linoleum io mi comportai allo stesso modo) Una intera pagina incisa riportava in un unico punto un errore, un'unica parola che era errata, l'autore dell'incisione dovette per non fare nuovamente l'intera pagina, rifare solo la parola errata, fece quindi un tassello su quella lastra che conteneva l'errore e inserì in quello spazio il pezzo che la sostituiva. Da qui a fare altri simboli e comporre con questi altre composizioni  il passo fu abbastanza breve. 
Ma non era questo un CARATTERE MOBILE, ma era solo un pezzo di quell'insieme. E non  poteva essere diversamente, perché noi con le lettere occidentali con 21simboli possiamo scrivere qualsiasi parola; la composizione di questi caratteri ce lo consente, mentre nel cinese non esiste un alfabeto, non indica mettendo insieme dei segni una parola scritta che corrisponde a uno o più fonema, ma indica graficamente solo il senso, è un pittogramma che viene fatto con un pennello, quindi non può prestarsi a nessuna scomposizione e con i frammenti costruire un'altra parola. 
Quindi l'idea che i cinesi avevano usato era limitativa, perché sono migliaia i segni pittografici e non 21 come i nostri. Del resto non essendoci un fonema uguale per tutti possiamo udire da due cinesi leggere uno stesso pittogramma con un diverso suono (sembrerebbe che i due abbiano letto due cose diverse, talmente diverso e incomprensibili è il loro linguaggio fonetico) mentre invece entrambi hanno capito il senso della frase senza possibilità di errore; semplicemente perché quanto scritto in segni non  ha nessuna attinenza con i suoni dei fonemi, perchè quelli non rappresentano questi. Ed infatti paradossalmente due cinesi di due territori lontani l'uno dall'altro, se si incontrano a Pechino può capitare che non si capiscono parlando, mentre se scrivono si capiscono perfettamente.

 Forse questo sistema pittografico unificato nacque proprio per la grande estensione del territorio che doveva riunire varie etnie, con la presenza di linguaggi antichi, difficile eliminarli in pochi secoli. Ecco perché sbagliano coloro che affermano  "che i cinesi i caratteri mobili  li hanno inventati ma non adoperati". Era semplicemente impossibile farlo, salvo alcuni caratteri filologicamente definiti semplici (WEN) e composti (TZU). 

I primi comprendono i caratteri imitativi (Hsiang), quasi uguali, che sono veri e propri pittogrammi; tuttavia questi si prestano a composizioni letterarie nazional-popolari, che possono quindi essere composte ma anche scomposte per poi fare altre composizioni. 
I secondi invece sono degli aggregati logici, difficili a renderli classificabili in una parola pittografica. (simili a certe parole tedesche che sono composte da due tre e alle volte 4-5 frammenti di altri vocaboli, ma che messi insieme stanno indicare una cosa ben precisa: esempio "inselbewohner" che significa "isola-popolo-persona-singola-abitante"  noi lo traduciamo sbrigativamente in "isolano" e che nonostante la parola sia così breve significa proprio quello che indicano i cinque frammenti dei vocaboli appena accennati, senza possibilità di errore (diventa quasi un discorso)

Gli stessi pezzi possono servire per comporre altre 1000 parole-frasi se legati ad altri pezzi di vocaboli. Che in pratica -così disgiunti- più che caratteri dell'alfabeto diventano dei veri e propri pittogrammi come i caratteri Tzu.

Abbiamo così dato solo una  traccia di che cos'era la dinastia T-ang che da quest'anno inizia a dominare la Cina. E ci siamo soffermati a lungo perché i T-ang furono gli autori di una grande rivoluzione culturale, economica  e politica. Che non influenzerà solo l'immenso unificato territorio cinese, ma gradualmente andrà a influenzare anche tutto il mondo occidentale, passando prima dagli arabi; che sono i primi a chiamare conoscenze "straniere" tutto ciò che non faceva parte del loro patrimonio culturale, ma che furono nondimeno capaci di metterle assieme -dopo averle mutuate dai popoli con i quali venivano in contatto- e anche di approfondirle e ulteriormente svilupparle queste conoscenze, oltre che diffonderle.

Avvenne questo però dopo, nelle prime UNIVERSITA' statali di Baghdad, con le prime cattedre universitarie assegnate a professori pagati dallo stato.  In Cina questo avveniva come accennato sopra nella città CHANG-AN e LUOYANG in questo anno 617, cioè trecento anni prima degli Arabi, 600 anni prima degli Europei (una sola  eccezione la primitiva Schola Patarina carolingia).

Arriviamo ora alla decadenza di questo periodo cinese straordinario

La decadenza dell'impero dei T-ang viene attribuita proprio all'introduzione del buddhismo. Di un certo buddismo! V'è chi sostiene che i cinesi scoprirono il buddhismo in questi anni  (con il già ricordato HSUANG TSANG)  quando  era ormai praticamente defunto in India. Già abbandonata dalle grandi masse del popolo indiano, questa religione universalista si era rivolta alla contemplazione e alla speculazione filosofica, che era alquanto estraneo (ancora oggi) al senso pratico dei cinesi.
Prima di questa data, prima dei T-ang, nei Tre Regni non ancora unificati, non esisteva ancora una religione universale. C'era il Taoismo, una religione popolare sempre in rapidi mutamenti e senza pretese, era cioè una summa di tradizioni, costumi e tradizioni, culto degli antenati e degli eroi, ma non la costruzione di un edificio spirituale (dunque molto simili a quelle ateniesi)

C'era poi il confucianesimo, che anche questo non ha mai avuto le pretese di presentarsi come religione vera e propria. Ma era una dottrina di stato con il sigillo dell'autorità. E' una dottrina morale con obiettivi politici-pratici. Confucio lavorò sullo stesso taoismo e lo elevò e lo dotò di una scala di valori. L'aprì così ai valori e alle virtù, ai comportamenti e ai doveri, infine li saldò in una struttura con un sistema chiaro e facile ad apprendersi. Questo edificio costituì le fondamenta della vita cinese per molte generazioni, fino all'introduzione del Buddhismo (ma essendo un modello di governo, Confucio in Cina rimase nella coscienza collettiva, perfino Mao Tse-tung, nel 1973 fu costretto a fare i conti con il sistema di Confucio).

Con la diffusione del buddhismo,  le file dei fedeli del taoismo si vennero diradando, ed ebbe inizio una lotta che si concluse con la sconfitta dei taoisti, e anche dei confuciani che pur prendendo parte alle polemiche non ottennero risultati migliori (come il confuciano Fan Chen che si pronunciò contro la dottrina della trasmigrazione delle anime e della ricompensa finale, sostenendo la sua teoria della mortalità dell'anima, dimostrando che lo spirito nasce e muore insieme con il corpo).

La ex classe dominante esautorata dai centri di poteri, incapace di risolvere i propri problemi, trovò così nel buddhismo due forze: una per sopire lo spirito del popolo che aveva scoperto che si poteva cambiare con l' attivismo la propria vita, l'altra per evadere la realtà.
Lo sviluppo dell'economia (diciamo dell'intraprendenza umana) trovò un ostacolo insuperabile nell'espansione del buddhismo. La ex classe dominante iniziò a spendere somme ingenti non più per risolvere i problemi sociali, ma per costruire templi e monasteri buddhisti. Solo a Loyang se ne contavano 1.367, più di 30.000 nell'interno del paese. Ben presto questi monasteri, con un numero di bonzi superiori a 2 milioni, predicando la trasmigrazione delle anime e della ricompensa finale nell'aldilà, accumularono a titolo di donazione dei fedeli, o usurpandole con i raggiri ("non abbiate paura di soffrire in terra, verrete ricompensati in cielo"), una gran quantità di terre, sfruttando i poveri che le abitavano con le servitù, fino a ricostituire una forte categoria feudale che accumulò ingenti ricchezze, tali da poter influenzare sempre di più la politica e la casta militare dell'impero. Ai torbidi seguirono gli antagonismi, le rivalità fra i gruppi di alti funzionari, i conflitti, le lotte intestine. Si costituirono forze regionali autonome, costituirono eserciti privati, si impossessarono delle imposte destinate allo stato, proclamarono ereditarie le loro funzioni.
Nel 755, queste armate feudatarie ribelli attaccò il governo imperiale, ma per quanto represse dalle forze imperiali, i "torbidi di An Shih" segnano l' inizio della decadenza dell'impero, con gli eunuchi che si assicuravano il controllo del potere, controllando l'esercito, nominando o destituendo i funzionari, e perfino a elevare al trono o deporre imperatori a proprio piacimento (dall'806 all'820 otto furono posti sul trono dagli eunuchi).
Nel frattempo i nobili, gli antichi proprietari fondiari, conniventi con i monasteri buddisti, accaparrando senza scrupoli le terre, avevano già scacciato dalle loro proprietà o ridotto alla miseria grandi masse di contadini, per giunta già soffocati da imposte, da centinaia di tributi e tasse straordinarie e dalle angherie dei funzionari locali.
Le vie d'uscita i contadini le tentarono con delle grandi insurrezioni: nell'860, nell'869, nell'874, nell'878, nell'880.
Nel 907 fu rovesciata la dinastia T-ang. Iniziò quel periodo chiamato dagli storici delle "Cinque Dinastie" e ai confini iniziarono dieci poteri feudali, chiamati dagli Annali i "Dieci Stati".
Quindici poteri che per riarmarsi, non solo aggravarono la miseria, ma smembrarono, ancora una volta, il paese.
 
Il buddhismo dunque come religione universale in Cina trovò in questi anni il campo libero. Un tentativo degli ebrei c'era stato; fin dall'Esodo dal 70 d.C. gli Ebrei si erano spinti in Cina fondando sinagoghe. Come ci fu anche il tentativo della religione cristiana con la corrente nestoriana che anch'essa era presente in questo periodo nella capitale con numerose chiese.
Ma a riportare la vittoria fu il buddhismo. Che solo in epoca Song (tra il X e il XII sec.) un vigoroso movimento intellettuale - lottando contro la degenerazione taoista e buddhista- rielaborò inglobandovi solo alcuni tratti taoisti e confuciani, creando quella corrente di pensiero chiamata NEOCONFUCINESIMO, che poi si estese su tutta l'aerea "sinica" dell'Asia centrale, e attraverso le strade della seta o le rotte oceaniche, anche in Occidente. Si pensi alle scoperte scientifiche e ai perfezionamenti tecnici di origine sicuramente cinese, quali la bussola, la carta, la stampa, la polvere da sparo, i meccanismi idraulici, quelli tessili, metallurgici, agronomici, ecc. 

Come corrente filosofico-religiosa, il neoconfucianesimo si differenzia dal buddhismo per l'atteggiamento nei confronti della vita, che non viene più concepita come illusione, ma come realtà. E pur essendo un'ideologia eminentemente pratica non è esente da aspetti religiosi, soprattutto perché proiettata alla ricerca della perfezione spirituale e della saggezza personale all'unisono con l'universo; e non si presenta come puro sistema filosofico, ma come la "via dei saggi", ossia di coloro che partecipano all'attività creativa e di trasformazione del cosmo, e ciò implica un costante atteggiamento religioso di riverenza verso il cielo e la terra.
"L'universo è la mia mente e la mia mente è l'universo" è il principio di Zhu Xi (1130-1200) il fondatore della scuola detta anche della "natura umana".
Che influenzò non solo la vita intellettuale cinese (e la base ideologica della nuova classe dirigente) ma in modo determinante anche la vita intellettuale di molti altri paesi. E più tardi, come concetto, gli stessi filosofi occidentali, dall'umanesimo in poi. (La citazione di Zhu Xi, non è infatti poi molto diversa da quella di Cartesio, con il suo cogito...)

Bibliografia
La Cina tremila anni di civiltà, di Hermann Schreiber, Garzanti, 1980
Storia della Cina, di Chien po-tsan, Editori Riuniti, 1974
Storia della Filosofia cinese, di Fung Yu-lan, Mondadori 1956
L'ombra di Confucio, di Dario Paccino, Einaudi 1976 

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