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ANNO 292 d.C.

QUI riassunto:  PERIODO DI DIOCLEZIANO  dal 284 al 305 d.C.


L'ANNO 292
* L'ECONOMIA ROMANA A UNA SVOLTA
* LAVORARE E' SPREGEVOLE
* FILOSOFI E RETORI? SONO ANCHE LORO DEI SERVI

A Roma come Imperatori e come consoli sono registrati quest'anno DIOCLEZIANO e MASSIMIANO.

L'Economia Romana  e' in piena crisi e si corre continuamente ai ripari con le numerose leggi che sta emanando Diocleziano, che sembrano veri e propri esperimenti socialisti, con la relativa pianificazione dell'economia, con un tentativo della nazionalizzazione delle industrie e dei grandi produttori agricoli;  si tentano anche conciliazione tra le forze produttive e i lavoratori; assistiamo insomma alla nascita di una specie di corporativismo mussoliniano. E naturalmente per far tutto questo si assiste a un incredibile aumento di dipendenti nell'apparato dello Stato: burocrati, sovrintendenti, controllori e un pullulare di funzionari.

LAVORARE E' SORDIDO - L'economia romana, che fino ad ora abbiamo letto, comprendeva ed era fatta anche da un importante settore servile; che era molto numeroso, quello della schiavitu'. Infatti ogni cittadino poteva disporre in questi tempi almeno uno o piu' schiavi; e moltissime case romane non se ne facevano di certo mancare, infatti ne avevano appunto piu' di uno.

E nella Roma di questi tempi vi erano 46.000 case e 1780 palazzi aristocratici e gli schiavi quasi 200.000 su 1.000.000 di abitanti. Ma ai tempi di Traiano e Adriano gli schiavi dovevano essere circa il doppio, quasi 400.000.

Ma non era il mondo degli schiavi così tanto terribile come ci è stato raccontato in una certa letteratura (di concezione ebraica-cristiana); dove la loro vita era fatta di castighi, frustate, angherie (questo avveniva nei campi dove si scontavano delle punizioni, forse nei latifondi, ma non certo a Roma) e non era neppure questa figura servile per quanto se ne dica, "una cosa", lo si considerava un essere umano, alle volte lo si allevava già da giovane, gli si insegnava cosa doveva fare e come agire nel contesto familiare, o nell'azienda e nelle attività chi ne aveva una.

Da solo poi lo schiavo assimilava la morale della famiglia dov'era in servizio e imparava come comportarsi non solo con i suoi "padroni" ma anche con gli amici dei padroni e tutti quei personaggi che ruotavano intorno alla casa, cioè i fornitori, gli artigiani o altri suoi colleghi che avevano altri incarichi nella stessa casa, come la cucina, i bambini, le stalle, il vestiario, il governo della casa, l'istruzione dei figli ecc. ecc..

E' quindi comprensibile che lo si trattava bene, come un essere umano, anche perchè alla fine la propria vita dipendeva a un certo momento proprio da lui. Seneca (che ne aveva 250 a disposizione) diceva appunto che "l'ultimo dei tuoi schiavi ha su di te il diritto di vita e di morte", e aveva capito - ma non solo lui - che anche le piccole e insignificanti scontrosità potevano di colpo trasformarsi in animosità e odio; quindi tutti in un certo senso temevano il proprio schiavo e lo trattavano bene, non come in certe leggende.

Non era (con un bel distinguo) quindi una "cosa" anche se era paradossalmente un "bene", una proprietà. Gli si dava valore perchè produceva ciò di cui si aveva bisogno, e in questi bisogni la sua presenza non solo era utile e soddisfaceva il padrone, ma era preziosa, perchè a districarsi nelle esigenze quotidiane era più abile del suo stesso padrone.

Non erano quindi solo degli sguatteri schiavi, ma svolgevano alcuni, le più varie funzioni nell'economia della casa, fuori nella società, e spesso anche nella cultura. Quanti grandi poeti, letterati, artisti, scienziati furono portati a Roma come schiavi e utilizzati come maestri dai rispettivi "padroni" quando si accorgevano che il loro schiavo era intelligente, colto e ne sapeva spesso più di loro!

L'humus culturale che c'era nelle province romane dall'Egitto fino alla Grecia faceva del resto di ogni uomo che da quei territori proveniva, una persona colta. (Un po' come accade a Firenze oggi, non c'e' abitante che non sappia tenervi una lezione di storia dell'arte. E' nell'humus dell'ambiente. Una seconda pelle e può accadere spesso che se andate a casa di un umile spazzino, scoprite che la sua casa e  il suo arredamento ha piu' spessore culturale del palazzo del grande industriale milanese e meglio di lui è capace di intrattenervi sui vari stili e i periodi dell'arte).

A Roma c'era però un risvolto economico non indifferente. Avere tanti schiavi che producevano (beni e servizi) significava avere padroni che non producevano. Il "possesso" di uno o piu' schiavi non era solo ostentazione palese di ricchezza (visto che bisognava pur dargli a loro i mezzi di sostentamento) ma soprattutto dava la possibilità al "padrone" di permettersi di vivere in un perenne  OZIO.

E più ozio uno ostentava e più ricco era. Una concezione di vita che perse il suo spessore con il cristianesimo quando questo iniziò a fare i discorsi moralistici sul possesso dei beni materiali, che erano legati a una esigenza politica più che ai precetti della rivelazione; Cristo non aveva mai condannato la ricchezza, ma la condannava quando era un insulto alla miseria.

Questo concezione di ozio del cittadino romano portava a quella netta divisione sociale di lavoratore e padrone. E lavoratore significava essere (un concetto solo filosofico e non spregiativo) socialmente un inferiore e in qualche misura un "ignobile", da "disprezzare", essendo appunto lui lo schiavo. Anche il liberto seppure liberato (riscattato) nei confronti dell'ex padrone manteneva sempre un rapporto di subordinazione, gli restava l'obbligo di rendere alcuni servigi e di essere persino nel diritto di una sua successione di beni.

Potremmo comparare nella societa' moderna di oggi (2000) il proprietario di un azienda, dove il dipendente è anche la colonna portante, e se il proprietario cede l'azienda quest'ultima ha un alto valore di cessione se con essa "cede" le maestranze che conoscono bene le tecniche dei vari settori produttivi della stessa azienda. Diventano anch'essi un "bene". Ma questo, pur rappresentando l'"anima"  il "corpo" (e quindi il "valore") dell'azienda medesima non significa che non ci sia fra proprietario e dipendente un certo distacco, quel "disprezzo" che sempre esiste tra padrone e dipendente.

Un amore-odio reciproco anche se reciprocamente sono necessari uno all'altro.

Tutto il "disprezzo" era apertamente dichiarato dalla societa' romana per chi era impiegato nelle attività sia come schiavo che come liberto. Seneca infatti scriveva "le arti popolari, le arti sordide sono quelle dei lavoratori manuali, che impiegano tutto il loro tempo per guadagnarsi da vivere; sono mestieri che non hanno nessuna bellezza e che non hanno molto a che fare col bene" . (dimenticava però che impiegavano il loro tempo per procurare i beni anche a lui!)

Cicerone non andava nemmeno lui per il sottile "la condizione salariale è sempre sordida e indegna di un uomo libero, perchè il salario è il prezzo del lavoro e non di una qualche arte sublime; ogni artigiano è sordido e lo è anche il commercio in quanto fonte di lucro".

Mentre Aristotele già molto tempo prima scriveva "i lavoratori non saprebbero governare , non possono, non devono, e che del resto non pensano, quindi non vedo come potrebbero farlo".

Plotino il mistico neoplatonico che viveva all'incirca in questi tempi (morto nel 270) scriveva "i lavoratori manuali sono quella massa spregevole destinata solo a produrre gli oggetti necessari alla vita degli uomini virtuosi". (che ingrato!)

E ancora Platone stesso, 680 anni prima, nelle sue "leggi" affermava che "un cittadino in senso pieno non deve lavorare".

A Roma per non dipendere dal cosiddetto schiavo servile, indifferentemente addetto alle arti sublimi o ai vari umili mestieri, per pudore lo si chiamava in ogni caso "amico", che se andava largo ai veri servi della casa, era stretto per quelli che si consideravano dei grandi letterati o sommi artisti e filosofi che si aggiravano o erano ospiti fissi nella stessa casa delle varie famiglie. Ma anche questi a Roma non godevano di grande considerazione, erano considerati dei mercenari anche loro. Con alcuni imperatori persino dei parassiti e piu' di una volta furono banditi. - Luciano di Samosata nel 179- precisava "filosofi, retori, musicisti, grammatici adducono il pretesto che insegnano perche' sono poveri o perche' sono "amici", invece sono dei poveri diavoli ridotti a ubbidire, a dare il loro tempo ai padroni o amici dei padroni, e come ogni altro schiavo anche loro ubbidiscono al suono della campana servile del proprio padrone" .

Mentre Senofonte nel 374 a.C. aggiungeva "molti mestieri manuali (compresi poeti e scrittori) rendono effeminati, perche' li costringono alle volte a rimanere seduti". E perfino i grandi scultori, di grande considerazione non godevano, sudavano come i contadini e non diversamente venivano trattati. Veniva apprezzata l'opera ma non l'artista.

(Ne passera' del tempo prima che il LAVORO-con Marx e Proudhon e altri, o con gli stessi primi social liberali - diventi un valore sociale universale, un concetto filosofico. Non piu' rappresentato come valore di scambio, e quantificato in moneta, visto che poggia il lavoro sul presupposto stesso della produzione sociale e la stessa socialità, che è oggi alla base dell'attuale produzione nell'economia di uno stato moderno, dove ogni comparto richiede, gli necessita, nella sua differenziazione una grande integrazione per il suo funzionamento. Solo dire lavorare oggi nel XX secolo, è già una partecipazione al mondo della ricchezza. Quindi una nuova concezione, e non solo marxista ma anche capitalista. Infatti toccato il culmine col taylorismo (dove si era piu' che spersonalizzata si era alienata la prestazione nella catena di montaggio e nel cottimo) il grande capitalista ha dovuto rivedere con il "salariato" tutta la filosofia dei rapporti e cambiare persino l'etimologia dell'usuale "etichetta" da "lavoratore" a "operatore").

Il dramma di Roma era appunto questo: non si concepiva questa partecipazione. E la decadenza si annidava proprio nel benessere ozioso. Da Cesare in avanti, lo abbiamo già letto, le grandi conquiste, i grandi scambi, la disponibilità di danaro avevano dato vita a tutte quelle attività che rendevano liberi alcuni schiavi, che diventati liberti, riscattati, affrancati, con la loro intelligenza, le loro braccia, la loro intraprendenza e la loro sempre maggiore abilità, fecero sì che tutti i Cittadini dipendessero ad un certo momento da loro, e che le città, soprattutto queste, erano diventate schiavidipendenti, perchè questa categoria inserendosi, senza tanti pregiudizi (non temevano certo di essere "sordidi")  nell'economia e nel commercio e nei servizi così tanto disprezzati dai romani, erano diventati in alcuni casi più ricchi dei loro stessi padroni o ex padroni.

Ma questo era il meno, il fatto più grave è che a un certo punto se avessero incrociato le braccia (e qualche sciopero ci fu) i loro padroni non erano più in grado ne' di procurarsi il mangiare ne' tanto meno sapevano da soli sturarsi il lavandino, o, con la puzza sotto il naso in grado di svuotarsi la propria cloaca.

Nel mondo della produzione, l'evoluzione dentro questo particolare settore,  fin dall'epoca ellenica non era mai avvenuta, e non per carenze tecniche o intellettuali, ma perchè c'erano in grande quantità gli schiavi, quindi il problema di economizzare la fatica dei poveracci non si era mai presentato.

(e' un po' quello che sta accadendo in certi Paesi, in questi anni 2000, ad alto benessere e specializzazione; se non avessimo i poveracci extracomunitari (i morti di fame di altri paesi) dediti a certi lavori, non avremmo le derrate alimentari che arrivano ai mercati generali, cammineremmo nelle strade piene di immondizie, e nei forni delle acciaierie i nostri figli soccomberebbero dopo pochi giorni alla fatica).

Inoltre l'incentivo a uno sviluppo dei trasporti a Roma non c'era mai stato, tutto il sistema delle comunicazioni per l'approvvigionamento era basato lungo le coste con navi di grossa stazza, che scaricavano ogni tipo di merce e derrate alimentari provenienti dal "terzo mondo", dalle quelle lontane province che venivano appunto sfruttate con lo schiavismo. E questo non favoriva certamente lo sviluppo all'interno dove poi i costi dei trasporti diventavano proibitivi perchè nessuno  aveva pensato a renderli competitivi.

Anzi molti romani (fabbriche di ceramiche e produttori di derrate) viste le nuove tasse se la defilarono zitti zitti all'estero a mettere fabbriche o a fare culture intensive vicino ai grandi porti e con la vocazione ad esportare poi sulle grandi navi che facevano la spola con Roma.

Le riforme di Diocleziano portarono dunque a colpire quelli che avevano grandi terreni, che per quella concezione che avevano i proprietari della vita e della ricchezza, restavano o improduttivi o al limite utilizzati solo per le colture foraggifere per gli animali  da pascolo.  Le semine, i raccolti costavano, tempo, denaro e manodopera. E se qualcuno si dava da fare per diventare imprenditore, latifondista attivo, si attirava il disprezzo degli altri, anche perchè politicamente  andavano a rompere un equilibrio piuttosto ben consolidato.

L'agricoltura specializzata comportava parecchi fastidi ed erano sempre pronti i latifondisti a stroncare ogni progresso, come a ostacolare insediamenti industriali che facevano diminuire la manodopera nella zona.
Non concepivano minimamente che ognuno di questi lavori era fatto per la collettività anche se indirettamente.

Ora se quelle riforme di Diocleziano comportavano quelle pene che consistevano nel prendere ai proprietari di terreni incolti un decimo del terreno ogni anno, si puo' immaginare quanto allarmismo ci fu nell'ambiente dei latifondisti perennemente abulici.

Ma Diocleziano dovette agire così, perchè come la natalità aumentava a Roma e in Italia, aumentava anche nelle altre provincie, e i prodotti cominciavano a scarseggiare; e quando la domanda interna è alta ma non ci sono le produzioni sul mercato interno l'inflazione diventa galoppante e la spirale inflazionistica porta lo Stato alla inevitabile bancarotta. In campagna si riusciva a vivere comunque, ma in città si moriva.

(In una guerra che dura qualche anno, come fu l'ultima in Italia, la città inizialmente accaparra, poi finite le scorte cade in ginocchio, mentre la campagna imperterrita si prende la sua rivincita, vive e prospera, e non solo con l'autoconsumo, ma si fa pagare dalla città i prodotti anche i più banali a peso d'oro).

A Roma con la rarefazione degli scambi commerciali, e gli introiti alla casse statali, vennero dunque a mancare i denari per i lavori pubblici, per gli stipendi agli impiegati, per le forze armate, ecc.  E la  diminuzione di moneta circolante, voleva dire rarefazione di acquisti.
Di conseguenza questa critica situazione economica penalizzò non solo le industrie ma l'intero indotto, che è poi quello che tira tutta quella piccola ma diffusissima economia di mercato, e che ristagnando gli viene a mancare le risorse per reinvestire, migliorare, provare, produrre, progredire. In queste condizioni dopo poco tempo questa microeconomia è costretta a scomparire.

Ed è quello che  accadde in questi ultimi decenni a Roma. Si era innestato un circolo vizioso. La deflazione. La bassa produzione limitava le transazioni, le poche transazioni davano poche tasse, e poche tasse voleva dire non poter pagare gli stipendi che a loro volta non riversati sul mercato limitavano ancora di più i consumi, e quindi la produzione riservata ai mercati cessava del tutto perchè non era più conveniente scambiare le merci con una moneta priva di valore. Era il circolo vizioso che diventava una spirale che alla fine strozzava tutta l'intera economia basata sulla moneta. La normale inflazione non esisteva nemmeno più perchè gli scambi di merce non avvenivano più con i denari,  ma in natura.

 La conseguenza fu quindi come gia' detto sopra il ristagno, e la vita economica come sappiamo dev'essere tutta in movimento. Guai al ristagno, lo sa anche l'economia di una famiglia.

Scrive F. Oertel " Ogni processo storico porta con se', fin dai suoi piu' lontani inizi, le forze contrarie che lavorano alla sua distruzione. Mentre il progresso è in marcia, esse sono contenute o anche assorbite, ma nel momento in cui subentra il ristagno esse affiorano in superficie". Cosi' il sistema economico basato sull'economia privata e tendente all'individualismo e alla libertà, nascondeva in se' il germe di un movimento opposto, cioe' un controllato socialismo di stato, che fu ora, inevitabilmente, stimolato da una situazione alterata in tutti i settori della vita civile".

Fu una tendenza politica economica quella di Diocleziano verso il socialismo di stato (basato sugli interessi dello stato e non sull'individuo) che si accentuo' moltissimo quando la situazione diventò ancora più drammatica. Fra breve scoppierà la prima grande crisi della politica estera (con ripercussioni su quella economica) causata sia dall'attacco contemporaneo dei "barbari" da nord e da est, e sia dagli inutili sforzi di contenere le difficoltà che abbiamo accennato sopra.

Qualcosa, almeno in parte, Diocleziano risolse; era ancora molto poco e non durerà nemmeno molto, solo un ventennio, comunque fu l'inizio di una svolta che dette sempre di più l'avvio a quel sistema economico-politico basato sulla socializzazione dei fattori produttivi e sul controllo statale (parziale o completo) dei settori economici.

Il meccanismo di un sistema dove i problemi che stavano da alcuni decenni nascendo non erano mai stati affrontati e quindi non ancora risolti. (qualcosa del genere fece con il fascismo Mussolini, quando con Rocco andò a creare il corporativismo e a mettere insieme produttori e lavoratori per opporsi sia alla collettivizzazione comunista e sia all'immobilismo del grande capitale monopolistico, anch'esso attirato più dai terreni e dagli immobili che non dalla produzione, visto che un mercato dei consumi non esisteva; nè voleva crearlo (vedi anni dal 1914-'25).

Ma lasciamo i problemi economici e inoltriamoci nei fatti della politica imperiale, dove anche qui sta avvenendo una vera rivoluzione.......

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