HOME PAGE
CRONOLOGIA

20 MILIARDI
ALL' 1  A.C.
1 D.C. AL 2000
ANNO x  ANNO
PERIODI STORICI
E TEMATICI
PERSONAGGI
E PAESI

ANNO 148 d.C.

QUI  riassunto del PERIODO  ANTONINO -  M. AURELIO ( dal 138 al 180 d.C. )


*** IL BENESSERE ROMANO - SOTTO ANTONINO
*** UNA SOCIETA' RICCA E "GAUDENTE"

Il quadro del benessere romano in questo periodo diventa preciso anche nei dettagli se andiamo a leggere i documenti dell'epoca, e non solo quelli letterari. Regna una vivace e fiorente attivit� economica che proprio in questi anni nella coda del periodo Traiano-Adriano, raggiunge il suo apice. Un diffuso benessere dei cittadini viene dal fatto che non esiste disoccupazione, il livello occupazionale � notevole perch� sono presenti nella vita cittadina svariate forme di attivit�; ormai quasi tutto svolto nella grande metropoli. Soprattutto i commerci e le attivit� legate alle importazioni. 

Queste attivit� nei settori dell'industria, commercio, agricoltura, bancario, artigianato (incredibilmente florido e sempre in crescita), e nelle strutture del pubblico impiego nei vari settori amministrativi, e non ultimo quello dei rappresentanti dei commerci navali anche qui con tutto l'indotto, portano e fanno lievitare questo benessere e persino l'inflazione non fa diminuire la domanda di beni: girano molti soldi, anche se nelle tasche di pochi.

� il periodo del "boom", il periodo dove il consumismo dei nuovi ricchi e di tutti quelli che ricevono da questi nei vari lavori una pi� o meno ricca mercede porta a un livello di benessere eccezionale. Ma � per� una diffusione quantitativa settoriale e non qualitativa nell'ambito della collettivit�: questo � infatti dimostrato dall'analisi delle produzioni di questo periodo e dall'uso e dalla distribuzione del denaro di cui l'economia si giova. Ma mentre nelle citt� si sperpera, nelle campagne si muore di fame.

Si da' valore solo pi� a ci� che si possiede, si dimenticano i valori delle tradizioni, si mettono da parte tutte quelle filosofie che parlano di etica e di morale, del valore della vita stessa che distingue il fine dal mezzo: manca, in sostanza, un indirizzo spirituale nell'esistenza. Si prende questa allegramente (vedi gli scritti di Giovenale - Poeta satirico) non pensando al domani. Si vuole tutto e subito e con qualsiasi mezzo lecito o illecito. E' una malattia che contagia tutti.
Anche le leggi anticorruzione di Traiano, sono solo pi� un ricordo; e i soldi si fanno con mezzi leciti e molto spesso con quelli illeciti.

DECIMO GIUNIO GIOVENALE, di Aquino, vissuto tra il 60 e il 140 circa. Nelle sue sedici satire, di cui l'ultima � incompiuta, contro quelle del passato sferza le turpitudini del tempo presente, che insozzano la societ� in cui vive il poeta e questa societ� corrotta � perci� materia del canto e bersaglio dell'invettiva. Spettacolo ripugnante � quello che si offre allo sguardo di Giovenale e forma l'orribile quadro della prima satira: schiavi e liberti saliti ai pi� alti onori, governatori ladri che godono le ricchezze depredando le province, falsificatori di testamenti che ricoprono cariche altissime, uomini che sciupano le loro ricchezze nel giuoco e nei conviti, delatori divenuti potenti, tutori che si sono impadroniti dei patrimoni dei pupilli, uomini che aspirano alle doti di vecchie ricche, mariti che accettano l'eredit� degli amanti delle proprie mogli, matrone che avvelenano gli sposi, suoceri che corrompono le nuore, eunuchi che si sposano, giovani corrotti che aspirano a comandi militari, donne dell'alta societ� che frequentano i lupanari, nobili abietti, resse di clienti alle porte dei patroni, corruzione dovunque, nella reggia, nella curia, nelle famiglie, nei ritrovi, nelle vie; la prostituzione che impera, l'effeminatezza che rende gli uomini imbelli, il delitto e l'adulazione che sono turpe scala per raggiungere i posti e guadagnar tesori, e accanto a tutto ci� la miseria del popolo, dei poeti e dei letterati. 

Contro questa societ� scatta Giovenale e la sua musa sdegnata si rifugia nel passato quando le divinit� orientali non avevano preso il posto degli antichi d�i di Roma e l'antico culto dei padri era in onore; quando la povert� era onorata e i Romani e gli Italici erano agricoltori e soldati, quando il console tornava vittorioso all'umile desco della sua capanna e le donne pudiche educavano i figli per la difesa della patria. Nelle satire di Giovenale c' � la rappresentazione potente della societ� imperiale, la cui corruzione risalta stupendamente nella commossa evocazione dei semplici e onesti costumi di Roma antica. Il poeta passa felicissimo dallo sdegno alla commiserazione, dall'invettiva all'ironia, rifuggendo da qualsiasi artificio retorico. Descrive Messalina che di notte abbandona alla libidine il suo corpo nei lupanari di Roma o le donne primitive che costruivano nelle selve il giaciglio ai mariti e porgevano la mammella colma ai grassi poppanti; ritragga la vita raminga di Mario esule e il suo superbo trionfo sui Teutoni e i Cimbri o il modesto tenore di vita degli antichi Romani quando Curio coglieva di sua mano il cavolo dal piccolo orto; canti gli umili simulacri dell'antico culto o metta in ridicolo i pomposi culti orientali della Roma imperiale; tratteggi una scena di prepotenza o la frugalit� d'un desinare; celebri il ritorno di Pacuvio o metta a confronto la povert� del popolo con la iattanza degli arricchiti; ci mostri la matrona impudica e avvelenatrice o il sozzo Sodomita; dipinga le province spogliate dalla feroce avidit� dei governatori o la dolce tranquillit� di certi angoli romiti d'Italia, potente � l'arte di Giovenale, che con semplicit� ed evidenza, senza indugi e pompe, con crudo realismo e sapienza insuperabile di rilievi ci trascina nell'impeto della sua collera o ci mette nell'anima la nostalgia del passato, ci infonde la sua nausea e ci fa partecipi delle sue aspirazioni nella visione varia e viva di un mondo, che non si canceller� mai pi� dalla nostra mente.

Si crede a Roma di aver raggiunto un benessere perpetuo e le nuove generazioni non vogliono ascoltare
affatto come queste conquiste sono state ottenute, se a caro prezzo o con sacrifici, n� vogliono del resto approfondire alcune soluzioni alternative che potrebbero consolidare questo benessere , visto che gi� all'orizzonte ci sono segni non ottimistici, e che solo alcuni  (in verit� rarissimi) credono gi� di intravedere.

Tacito (anche se era una Cassandra nata) che aveva preconizzato con i suoi scritti questa mutazione viene subito dimenticato (era, nel suo tempo, come Pasolini che con gli "Scritti corsari" divenne in Italia il "perturbatore della pubblica quiete") scompare dal mondo culturale romano. E se Roma entra nel periodo della decadenza, politica ed  economica, con Tacito scompare anche la storiografia realistica (!?), anche se lo stesso Tacito sappiamo che calc� molto la mano nel descriverci lo stato delle cose (anzi nella sostanza non li accenna mai - se la prende con i personaggi,  di realistico non ci dice nulla, e se lo dice, accenna sempre e soli ai mali, e non cosa c'era di buono, e di quelli cattivi non parla di rimedi. E quando lo fa, dei mali ne fa una rappresentazione come vuole
lui, una ricostruzione artistica  degli avvenimenti.

Che lui preconizzasse qualcosa della futura tragedia resta il dubbio, Tacito a forza di vedere solo il male, alla fine si guadagn� la nomina di profeta che aveva antiveduto il male. Ma per  un pessimista come lui questo non gli doveva essere difficile indovinare o avvertire lo scricchiolio; lo aveva fatto del resto anche Livio, molti anni prima, quando l'impero aveva raggiunto l'apice, da dove non si sale ma si scende.

Napoleone con Tacito fu implacabile proprio per questa sua vocazione fortemente critica, e difese gli imperatori contro lo storico che "li ha sistematicamente denigrati"....non ha capito l'impero e ha calunniato gli imperatori. Tacito � della minoranza  del vecchio partito di Bruto e Cassio. E' un senatore scontento, uno che si vendica  quando � nel suo studio con la penna in mano" - Napoleone lo disprezza, lo paragona a quegli intellettuali dei ritrovi e dei salotti - "parolai, venditori di fumo, i quali non sanno che chiudersi in una critica sterile, incapace di illuminare e di costruire. Tacito e i suoi imitatori moderni non sono dei buoni maestri di storia...Io non voglio storia sistematica, congetture declamatorie, che spiegano male i grandi uomini, e falsano i fatti, per tirarne fuori una morale di comando.."..."Vi posso assicurare che Tacito non mi ha mai insegnato nulla. Conoscete voi un pi� violento e pi� ingiusto detrattore della umanit�? Alle azioni pi� semplici trova mille motivi colpevoli. Fa di tutti gli imperatori uomini profondamente perversi, per farsi ammirare il suo genio che ha saputo penetrarli... Ha ragione chi dice che i suoi annali non sono una storia dell'impero, ma uno specchio fedele dei tribunali di Roma...Lui che parla continuamente di delazione � il primo dei delatori"

Tacito, dunque era scomodo a tutti i potenti e a tutti i cittadini gaudenti che non erano disposti a rinunciare a quel regime "godereccio", "permissivo", vedeva con secoli di anticipo e con nitide riflessioni la crisi dei valori, intuiva le lusinghe del consumismo, l'impoverimento del dibattito nella vita socio-culturale permeata da ipocrisie, compromessi, facili certezze, descriveva una societ� permissiva quanto repressiva, una societ� in cui si diffondeva il germe della odiosa tirannide, la infettava geneticamente e la portava inesorabilmente verso quella mutazione che andava in una sola direzione: la fine dell'impero.
I Romani di ogni ceto, da Traiano in poi prendevano un marcato orientamento di simpatia verso questo regime "liberista" che stava dandogli il benessere; soldi ai ricchi e la scodella piena ai poveri, mentre Tacito non celava la sua avversione alla monarchia, che giudicava assolutistica. I romani a lui preferivano Plutarco, li faceva sognare, cullare nell'et� dell'oro, non erano n� volevano essere pessimisti. Il futuro a loro interessava poco, godevano solo del presente che offriva tutto.

Le opere di Tacito furono seppellite. Verr� riscoperto in parte dai Carolingi ma soltanto nel 1451gli umanisti trovarono in un convento i primi sei libri degli Annali, poi vennero i Medicei che ne scoprirono altri e Machiavelli, a Firenze, dopo aver letto Tacito abbandon� subito i discorsi di Livio e scrisse il Principe. Maestro Tacito che insegnando cosa non bisognava fare, e mettendo in guardia i deboli, insegn� cos� ai potenti cosa bisognava fare per essere temuti e per conservare il potere.

Ma non finir� l�: lo riscopriranno gli Enciclopedisti, Voltaire, Rousseau, la Rivoluzione Francese. Se prima era stato lo storico che era servito paradossalmente da maestro a principi e tiranni (nell'elencarne i difetti) dopo avvenne un mutamento: nelle stesse pagine i lettori scoprirono il banditore entusiasta della libert� repubblicana. Solo dopo 1600 anni venne capito anche se con i molti difetti che Napoleone (quando divent� anche lui potente) gli rimprover� e cio� di "non aver approfondito le cause, non aver studiato i concatenamenti, scrutato lo spirito dei tempi: in fin dei conti quei tiranni descritti non erano dei veri e propri mostri ma facevano solo il loro mestiere". Ma lasciamo gli storici e ritorniamo a Roma.

Le botteghe del centro straripano di primizie, di stupende chincaglierie, di vestiti, di gioielli, di spezie, di marmi pregiati, i saloni delle carrozze hanno capannelli attorno di gente che guardano, ammirano, contrattano, o acquistano, gli ultimi modelli. Le biblioteche mentre ci sono in giro ancora fresche tutte le opere fatte arrivare da ogni angolo della terra, che riportano e potrebbero far scoprire e far assimilare un altro tipo di cultura e visione della vita stessa, pi� spirituale, pi� etica, e anche pi� tecnologica (quanti trattati erano gi� presenti!) sono invece vuote.

I romani avevano mutuato molto da queste raccolte (prima private poi pubbliche), ovvero dai codici, dai volumen, dai Librum. Fin dagli inizi, la civilt� (la cultura, l'arte greca innanzitutto), aveva portato nuovi valori culturali, nuove tradizioni politiche e sociali ed aveva plasmato la mentalit� ancora incolta degli italici prima, degli europei poi. Adesso ingrati, incominciarono su questi testi a farci crescere la polvere.
Leggono le "roman-"novele", fanno furore i romanzi narrativi, fondati sull'amore contrastato di due amanti dove attraverso i classici episodi, di prove e di eventi, quali rapimenti, tradimenti, adulteri, si giunge ai lieti epiloghi, rappresentati dal ricongiungimento dei due innamorati. Gli elementi motori sono l'eros casareccio, i sentimenti tormentati, le brevi e brucianti passioni. Una narrativa che riflette i gusti, gli ideali di un pubblico medio-borghese e nazional-popolare. Le tragedie greche? "troppo pessimismo, e della catarsi non sappiamo cosa farcene", della mimesi di una azione seria nel dramma non sentono nessuna necessit� purificatrice, non si sentono minimamente in peccato. Non vogliono la tragedia perch� paradossalmente stanno vivendo loro la tragedia, anche se non lo sanno ancora.

C'� in giro qualche buon libro storico, ma lo abbiamo detto sopra, sono quelli di Plutarco, che contribu� e influenz� molto quella visione romana di superiorit� accennata sopra (e non per niente fu per tutto il Medioevo l'unica fonte per la biografia storica di alcuni personaggi, l'unica a circolare). Nella sua opera "Vite Parallele" (la biografia parallela di personaggi uno greco l'altro romano) Plutarco tenta di fare, a volte in un tono romanzesco e aneddotico, prima un accostamento dei due personaggi e poi un tentativo di mediazione tra la cultura greca e romana.   Ma, pur essendo lui stesso di origine greca, ha ormai buoni rapporti con Roma e nelle sue biografie, pur ribadendo la superiorit� culturale e morale dei greci, non nasconde che la supremazia dei romani in tutto il Mediterraneo � grande e che le citt� e le straordinarie opere di civilt� che in queste citt� i romani vanno creando con tanti mezzi (usurpazioni, colonialismo, imperialismo, intolleranza religiosa) fanno onore a chi le ha volute per la grandezza di un popolo come non si era mai visto sulla faccia della terra.  
Roma e i romani, gongolano, ringraziano e pensano in positivo per cinquant'anni, poi morto Plutarco (125) cominciano a vivere di rendita, a drogarsi di un glorioso passato. Per mille anni l'opera di Plutarco � l'incontrastato best-seller dell'editoria pre e post medioevale. Faceva ricordare le grandezze. (Come oggi i Viennesi con nostalgia ricordano l'impero Asburgico, quando passeggiano sul Ring "confezionato" per loro dagli Asburgo). Se la tradizione aurea si mantenne in vita solo con questa letteratura "nostalgica" e "nazionalpopolare", evidentemente dipende dal fatto che si era in piena decadenza. Era cambiato un mondo, tutto l'impero stava mutando, ma si continuava a sognare a occhi aperti
(con accanto il Carme Secolare, di Orazio) senza far nulla per prevenirla questa decadenza..

E vedremo nei prossimi anni le ragioni di questa "decadenza"..........

PROSEGUI NELL'ANNO 149 >