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( QUI TUTTI I RIASSUNTI )  RIASSUNTO ANNO 1921 (7)

MUSSOLINI: PER LA VERA PACIFICAZIONE -ALTRO, E CONSUNTIVO 1921

LA VERA PACIFICAZIONE (Discorso alla Camera)
“ UNO STILE ” (Il Popolo d'Italia, N. 201) - (18 dicembre 1921)
“ PROGRAMMA ” - (Il Popolo d'Italia, N. 304) (22 dicembre 1921)
“I REDENTORI - IL MITO TRAMONTA ” (Il Popolo d'Italia, N. 305) (23 dicembre 1921)
“ PREFAZIONE AL PROGRAMMA" (di Firenze) (Il Popolo d'Italia, N. 309) (28 dicembre 1921)
“ CONSUNTIVO ” (II Popolo d'Italia, N. 310) (29 dicembre 1921)

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" PER LA VERA PACIFICAZIONE "
(discorso alla Camera dopo gli incidenti della sfilata a Roma)

"Onorevoli colleghi ! Ho ascoltato con viva attenzione i discorsi pronunziati in quest'aula dagli onorevoli Ferri, Dugoni e in parte dall'onorevole Vacirca. Ho ascoltato pure con vivo interesse il discorso dell'onorevole Graziadei e ho notato che il suo metodo polemico non cambia per volgere di stagione; egli cioè ci presenta due Graziadei : uno che è lo studioso e un altro che è, oggi, il comunista. Ma ascoltando appunto i discorsi degli onorevoli Ferri e Dugoni, io mi sono posto questo quesito : se, cioè, la discussione che dura da tre giorni abbia un'utilità qualsiasi.
Mi aspettavo, da quei banchi, dei discorsi che fossero per forma e , per contenuto in relazione al testo più estremista della mozione.
Ma l'onorevole Ferri e l'onorevole Dugoni, invece di sparare con le grosse artiglierie dell'intransigenza classista, riaffermata nel congresso di Milano, hanno a mio avviso fatto delle salve a scopo puramente dimostrativo, dei discorsi dai quali trasparivano evidenti delle nostalgie collaborazionistiche, che la direzione del partito non può non sconfessare. E se così blandi sono stati questi discorsi, ciò significa in realtà che manca la materia del contendere.
Quando l'onorevole Ferri rimprovera all'onorevole Bonomi solo una insufficienza di Governo, io non voglio qui precedere l'onorevole Bonomi, ma egli può trionfalmente rispondere che qualsiasi uomo a quel banco, per quanto possa essere saggio o potente più d'ogni altro, sarebbe sempre insufficiente davanti a qualche cosa.

E allora discutiamo se è possibile su l'utilità di questa discussione. Una utilità innegabile si può sintetizzare in questa domanda: il Governo dell'onorevole Bonomi ha fatto quanto poteva e doveva per ristabilire il cosiddetto imperio della legge e la pacificazione interna del paese ?
Mi permetto di rilevare che non c'è assoluta interdipendenza tra il ripristino dell'autorità statale e la pacificazione interna. Il ripristino dell'autorità statale può contribuire alla pacificazione interna, ma alla pacificazione interna devono contribuire altre forze, a mio avviso, e cioè la disciplina e il controllo dei partiti, il favore o meno dell'opinione pubblica. L'utilità positiva di questo dibattito può dunque consistere in questa domanda. Può la Camera e deve la Camera dare al Governo di oggi o a quello eventuale di domani una linea direttiva per raggiungere gli obiettivi che stanno sul labbro di tutti, e cioè la restaurazione dell'autorità dello Stato e la pacificazione interna?

Io vorrei che a proposito della crisi italiana non si esagerasse. Prima di tutto gli altri popoli non stanno meglio di noi. Si dice da varie parti che la Germania sta riprendendosi energicamente, e può essere vero sotto un certo punto di vista economico; ma la Germania è però percorsa da una crisi morale acutissima.
Del resto in Italia questa lotta di fazioni è limitata a delle esigue minoranze di fronte a una massa imponente di popolazione. Ci sono delle province dove risse civili non ce ne sono mai state; ci sono delle province dove queste ci sono state, ma dove si sono ripristinate le condizioni del vivere civile; ci sono province dove la lotta infuria ancora. Se fosse concesso tirare due linee per individuare geograficamente la situazione, una linea andrebbe da Livorno ad Ancona e l'altra potrebbe essere data dalla Valle del Po. Ora domandiamoci: la situazione dall'agosto ad oggi è migliorata? È peggiorata? È stazionaria?

Ritengo che i punti neri della situazione siano il deficit finanziario, la disoccupazione e il caro-viveri; elementi favorevoli della situazione sono da considerare lo stato d'animo delle masse operaie e la situazione dei diversi partiti cosiddetti sovversivi. E’ innegabile che il proletariato italiano si trova in un periodo che io chiamerei di sbandamento morale, non già per l'azione più o meno violenta del fascismo, ma per il crollo di tutta la ideologia che aveva alimentato potentemente gli entusiasmi del dopoguerra. D'altra parte i partiti sovversivi sono in fiero contrasto fra di loro, ed io, che seguo attentamente la letteratura cosiddetta sovversiva, ho motivo di rallegrare il mio spirito quando, per esempio, vedo i comunisti che definiscono il Partito Socialista come un circo Barnum. Per loro Serrati è un politicante qualunque; ma sono così privi di religione questi comunisti cerebrali di Torino e di Roma che non rispettano nemmeno gli idoli ed i santoni del sovversivismo italiano. Per loro, per esempio Errico Malatesta, questo spauracchio di tutta la borghesia, è un fanciullino che legge romanzi polizieschi; Luigi Fabbri un teologo di villaggio; Armando Borghi un buffone, che non sa ridere e non fa ridere. Dal canto loro gli anarchici definiscono il direttore dell'Ordine Nuovo un finto stupido, finto veramente perché si tratta di un sardo gobbo e professore di economia e filosofia, di un cervello indubbiamente potente.
In questa situazione la borghesia italiana deve essere straordinariamente intelligente, non deve cioè irrigidirsi in posizioni di.non necessaria intransigenza classista, e meno ancora pensare di respingere le masse laboriose della nazione in condizioni di vita sorpassate, la quale cosa non potrebbe essere mai tollerata dal fascismo italiano.

Quando la Camera aggiornò i suoi lavori, mi pare nell'agosto, il ministro Bonomi ebbe un duplice viatico, un viatico di voti, una enorme maggioranza, come non si poteva nemmeno sognare, e il trattato di pacificazione. Io credo che l'onorevole Bonomi non si sia fatto illusioni sulla reale efficienza di quel voto di maggioranza.
Quanto al trattato di pacificazione, io devo farne parola perché molto se n'è discusso in questi giorni. Il “trattato di pacificazione” fu voluto indubbiamente da uomini di nobile sentire, preoccupati delle condizioni nelle quali la nazione si trovava in quel periodo di tempo. Ma devo riconoscere che il merito precipuo della stipulazione di questo famoso e famigerato trattato deve essere assegnato al Presidente della Camera (De Nicola – Ndr.): egli fu, di una abilità portentosa per superare tutti gli ostacoli procedurali e di sostanza, perché fino all'ultimo momento, quando già si trattava della firma, l'onorevole Musatti sollevò le ultime eccezioni; furono trattative lunghissime, estenuanti, non se ne poteva più; e, d'altra parte, la coscienza nazionale reclamava energicamente un atto, un gesto, un qualche cosa che significasse volontà di pace.
Così venne alla luce il famoso trattato. Il quale ha dato quello che poteva dare.
Tutti dobbiamo riconoscere in questa Camera che da allora le spedizioni punitive fasciste in grande stile, come quella di Sarzana, come quella di Treviso, come quella di Viterbo, non si sono più verificate.
D'altra parte s'è visto che il Governo con le sue misure di semplice polizia non ha potuto e non ha saputo fronteggiare la situazione.

I comunisti erano al di fuori del trattato, ma i socialisti non erano in buona fede quando lo firmarono, e lo hanno dimostrato con una similitudine curiosa; paragonando cioè il loro partito al galantuomo assalito da furfanti: il galantuomo consegna la pelliccia salvo l'indomani a far arrestare e fucilare i furfanti stessi!
Non è vero, onorevole Ferri, che quelle giornate di Roma siano la conseguenza della denunzia del trattato di pacificazione. Non è vero. Non è vero dal punto di vista cronologico, perché il trattato di pacificazione è stato formalmente denunziato all'indomani delle giornate di Roma.
Ma, a proposito di queste giornate, bisogna dire qui una parola di obiettiva sincerità. Io riconosco, subito, che il fascismo nelle sue masse, nelle sue masse profonde, non era preparato politicamente a conquistare le simpatie di Roma e non era preparato nemmeno moralmente.
E’ ridicolo e significa dar prova d'incomprensione dei fenomeni storici attribuire al fascismo italiano una specie di profanazione della storia e della gloria della capitale. (grida Matteotti: "L'Augusteo l'avete profanato").
Noi fascisti, unici fra tutti i partiti italiani, abbiamo scelto giornata di festa il 21 aprile, annuale della fondazione di Roma; noi, per tutta la nostra forma mentis, per tutto il nostro stile, siamo degli esaltatori di tutto ciò che è romano. Non voglio qui esaltare Roma perché poeti, filosofi, pensatori prima di me e in modo magnifico lo hanno fatto; ma noi fascisti non possiamo dimenticare che Roma, questo piccolo territorio, è stato una volta il centro, il cervello, il cuore dell'impero; non possiamo dimenticare nemmeno che a Roma, su questo breve spazio di suolo, si è realizzato uno dei miracoli religiosi della storia, per cui una idea che avrebbe dovuto distruggere la grande forza di Roma è stata da Roma assimilata e convertita in dottrina della sua grandezza.

Per tutto questo noi, senza contare le nostre reminiscenze letterarie, senza contare Carducci e D'Annunzio, noi siamo degli ammiratori, degli esaltatori di Roma, ed io in particolar modo insorgo e protesto contro certe manie provinciali, perché la storia è stata sempre fatta dalle grandi città. Può qualche volta la storia finire in un piccolo villaggio, ma è concesso soltanto alle grandi agglomerazioni umane, alle grandi città, di determinare gli eventi capitali della storia.
C'è stato un fenomeno di incomprensione tra i fascisti e la popolazione romana e sono così sincero da ammettere che la simbologia fascista, pittoresca, se si vuole, ma ricordante troppo da vicino i simboli della fase estrema della guerra, abbia urtato una popolazione come quella di Roma, che è fondamentalmente edonistica, cioè portata a vivere tranquillamente la propria giornata, con una psicologia speciale, dovuta al fatto che sulle mura di Roma si sono abbattute orde e civiltà di tutti i tempi.

I fascisti credevano che il popolo di Roma fosse loro contrario; viceversa il popolo romano credeva che i fascisti fossero venuti a Roma per fare chi sa quale mai fantastica spedizione punitiva. (grida Mingrino « Hanno bastonato! ».
Io ricordo che nel discorso dell'Augusteo dissi ai fascisti parole durissime, come forse non ne poteva dire nemmeno un socialista; dissi che era eccessivo il saluto ai gagliardetti; ma vi faccio considerare che le fedi che sorgono sono necessariamente intransigenti, mentre sono transigentissime le fedi che declinano e muoiono.
Ed anche a proposito dell'Augusteo pareva che esso fosse stato schiantato dalle fondamenta. I danni, verificati minuziosamente, si riducono a diciottomila lire, e, quando voi consideriate le condizioni eccezionali del momento, non sono eccessivi.

Sono così obiettivo da riconoscere che l'atteggiamento del Governo in quell'occasione può essere giustificato fino al giovedì sera. Il Governo, tollerando lo sciopero generale, non poté infierire sui fascisti e viceversa, ma il giovedì sera la situazione era mutata. Giovedì sera partirono i primi cinquecento operai fascisti del Grossetano. Il Governo ha portato per quattro giorni sulle sue braccia uno sciopero generale, che doveva essere fronteggiato fin dal giovedì sera, e solo domenica mattina e lunedì mattina si è ricordato che esiste un famoso articolo 56 che era applicabile ai ferrovieri scioperanti.
Molto si è gridato contro i danni dell'Augusteo, che assommano a diciottomila lire, ma dei milioni di danni che lo sciopero dei ferrovieri romani e napoletani ha recato alla nazione intera nessuno ha parlato.
E’ stato denunciato il trattato di pacificazione, e qui l'onorevole Dugoni è venuto con voce melodrammatica a gridare:“non si vive più!” E’ verissimo. Io voglio immediatamente associarmi all'affermazione dell'onorevole Dugoni: non si vive più! Ebbene, io leggo l'elenco dei morti fascisti dal 3 agosto all'altro giorno.

Mi dispiace moltissimo d'infliggere alla Camera questa lettura, ma siccome si vuol fare credere che solo da quella parte vi siano uomini con le mani monde di sangue umano, bisogna documentare che se violenze hanno commesso i fascisti, violenze non meno sanguinose e non meno criminali sono state commesse dai socialisti.

Noto che molti dei fascisti uccisi sono proletari.
Ricordo che il giorno in cui a Trieste cadeva ucciso il povero Muller, a Castel San Pietro cadeva ucciso Ravaglia Remo, che non era un pescecane, non era uno sfruttatore del proletariato, ma un popolano fascista. E l'altro giorno a Bologna è morta una seconda vittima dell'agguato socialcomunista di Castel San Pietro, Barnabei Giuseppe, proletario, tanto proletario che ha lasciato la moglie e cinque figlioli.
Ebbene, leggendo le parole pronunziate da quell'umile proletario, mentre stava per morire, ho ripensato ad un periodo di un libro di Maeterlinck, il poeta belga, sulla saggezza e il destino. Dice il sommo poeta belga che il destino concede a tutti gli uomini, siano essi grandi o piccini, intelligenti o no, di compiere durante la loro vita un gesto di grandezza, di pronunziare una parola di grandezza.
Ebbene, quell'umile proletario, dopo essere stato confortato dalla religione, ha chiamato il padre e ha detto: "Hanno fatto male lassù a ferirmi, ma perdono loro".
Voi sentite nelle parole estreme di questo oscuro bracciante qualche cosa che ricorda l'invocazione del Cristo, che, crocifisso, perdonò i crocefissori.

E veniamo ai fatti di Trieste. Io ho deplorato il fatto, apertissimamente, e lo deploro ancora oggi. Ma mi sono opposto e mi oppongo alla speculazione che su questo cadavere è stata inscenata dai socialcomunisti, in malafede, perché, tra l'altro, il Múllet non era comunista, non era socialista.
Aveva nelle tasche una tessera della Società generale liberale triestina, una della Società operaia e una della Lega nazionale. Non solo. E qui la tragedia raggiunge veramente dei confini che stanno fra il sanguinoso e il grottesco: questo ucciso durante le ultime elezioni avrebbe lavorato per il blocco nazionale e avrebbe dato il voto preferenziale all'onorevole Giunta.
Voi vi siete afferrati a questo cadavere e ci avete speculato, ed avete dimenticato quello di Castel San Pietro, ed avete negato a noi ogni sincerità di umanità e di partito!
Signori, io mi ricordo che quando si metteva in dubbio la vostra sincerità a proposito della vostra deplorazione dopo gli eccidi del « Diana », voi protestavate con voce indignatissima.

Noi vi chiediamo la reciprocità. Dovete credere alla nostra sincerità. Delitti come quelli di Trieste non danneggiano la compagine interna del comunismo che in modo appena percettibile, ma non giovano nemmeno al fascismo, perché non è nella linea di questa tragica altalena che si può trovare utilità da alcuna parte.
Noi dunque, almeno dal punto di vista politico, siamo sincerissimi quando deploriamo altamente episodi come quelli di Trieste.
Ma è proprio il caso di dire “salus ex inimicis nostris”. Voi avete risposto ai fatti di Trieste con uno sciopero tipografico generale. Io ho spezzato il vostro sciopero. Questo vi dimostra che i tipografi non sono tutti con voi. Non solo, ma annunzio che tutte le volte che vi sarà uno sciopero politico, al quale aderiranno i tipografi, il Popolo d'Italia uscirà egualmente!
Voi ricadete nello stesso errore di stancheggiare la massa operaia con una serie di scioperi..., i socialisti ufficiali italiani hanno ormai tagliato tutti, i rapporti con la Terza Internazionale. Non mi rivolgo quindi a loro in questo momento; ma ai comunisti quando contesto loro il diritto di lagnarsi di certi eccessi, di certe violenze compiute dai fascisti.

Voi comunisti avete nella vostra tattica, nella vostra dottrina, l'esercizio del terrore. Anche oggi in Russia si continua a fucilare su tutta la linea. Sessanta persone sono state fucilate a Pietrogrado, e sessantatre a Odessa.
Voi dite che queste sono opinioni di un giornalista venduto alla vile borghesia; ma, allora, io vi prego di leggere gli scritti di un noto anarchico, di Luigi Fabbri, il quale racconta sul suo quotidiano che a Pietrogrado si è fucilato un anarchico, reo di avere avuto un momentaneo contatto con un agente provocatore della Ceka, che sarebbe la polizia russa attuale.
Del resto, quando vi ponete sopra il terreno della forza (e la forza fatalmente ha degli episodi di violenza), non siete più in grado, non avete il diritto di lagnarvi se il fascismo vi attacca.
Onorevole Bonomi, vi si chiedeva una politica: voi ci avete dato una politica frammentaria, incoerente, acefala.

Io non nego, per esempio, che l'onorevole Vacirca abbia delle doti per essere un eccellente questore socialista, perché egli sa che si poteva impedire l'agglomeramento dei fascisti in Roma, sia impedendo la loro partenza, sia impedendo il loro arrivo.
Ora l'onorevole Bonomi, davanti a questa situazione, aveva, a mio avviso, tre atteggiamenti diversi da prendere: tentare di `schiacciare le due opposte fazioni. Dichiaro subito che, per quello che riguarda noi, è assai difficile; ed aggiungo che la cosa non è scevra di pericoli, perché domani, e fascisti e comunisti, sottoposti quotidianamente ad un martellamento di polizia, potrebbero finire anche per intendersi...., salvo a conflittare energicamente dopo per la ripartizione del bottino, anche perché io riconosco che fra noi ed i comunisti non ci sono affinità politiche, ma ci sono affinità intellettuali. (Questa frase, buttata lì, turbò Bonomi e l’intera Italia borghese e imprenditoriale.-. Ndr)
Noi, come voi, riteniamo che sia necessario uno Stato accentratore ed unitario, che imponga a tutti i singoli una ferrea disciplina; con questa differenza: che voi giungete a questa conclusione attraverso il concetto di classe, e noi ci giungiamo attraverso il concetto di nazione.
Il Governo dell'onorevole Bonomi poteva appoggiarsi all'una delle fazioni per distruggere l'altra. Non ha scelto questo secondo sistema, e ha preferito invece di vivacchiare alla giornata, di dare ragione un po' a tutti, di credere che una crisi politica così profonda come quella che ci travaglia possa essere risoluta attraverso a semplici, difformi ed incoerenti misure di polizia.

Ammessa dunque l'esistenza di una crisi che non si è aggravata, ma non segna nemmeno un accorciamento del nostro periodo di convalescenza, la soluzione quale può essere?
Io qui comincio. a parlare più da spettatore che da attore. Ci potrebbe essere una soluzione extra-parlamentare, un Gabinetto di funzionari e di tecnici, l'aggiornamento della Camera, la dittatura militare.
Io non mi sono mai lasciato convincere da queste sirene, non ho mai creduto a queste suggestioni, anche se venivano da generali a spasso che credono di avere la ricetta specifica con cui si salva il mondo; ed anche perché la carta della dittatura è una carta grossa, che si gioca una volta sola, che impone dei rischi terribili, e, giocata una volta, non si gioca più.
C'è un'altra soluzione: l'appello al paese, le nuove elezioni generali.
Io so che voi siete sicuri del vostro corpo elettorale, ma non credo di andare errato dicendo che la sola eventualità, lanciata così a scopo di polemica, di nuove elezioni, vi dà un leggero brivido lungo il filo della schiena.

Si tratterebbe dunque di provare con un terzo esperimento che il suffragio universale, integrato dal sistema proporzionale con scrutinio di lista, non può dare Governo diverso dall'attuale, che cioè non può essere possibile un Governo di partito, ma s'impone un Governo di coalizione. Escluse queste eventualità, occorre vedere se il crogiolo di Montecitorio offra possibilità nuove.
Vi dico subito che non c'è nulla nel paese che denoti la volontà in questo momento di crisi ministeriale. Il paese, nei suoi strati profondi, nelle sue moltitudini laboriose, quelle che infine formano la base della nazione, è stanco, ha bisogno di quiete e tranquillità.

Questa Camera può prendere una iniziativa del genere? Prima di tutto con quali uomini?
Si fa il nome dell'onorevole Nitti. Noi siamo avversari tenacissimi di quest'uomo. Siamo contrari a tutta la sua politica e soprattutto ad una sua mentalità, che lo induce a misurare tutto il complesso fenomeno della storia umana sotto la specie del lato economista. Nitti dunque è da escludere in questo momento. D'altra parte, dopo le sassate che l'onorevole Labriola tirò nella piccionaia della democrazia unitaria, ci si domanda se questa non dovrà avere un primo esodo degli elementi nittiani, perché l'uomo che l'onorevole Labriola voleva colpire era l'onorevole Nitti.

L'onorevole Giolitti? Verso questo statista convergono sempre delle grandi simpatie. Del resto la storia è una successione di posizioni logiche e sentimentali; non si rimane sempre fissi nell'eterno amore e nell'eterno rancore. La vita è un continuo riconquistarsi. Gli amici di ieri diventano i nemici del domani e viceversa: questa è la vita. E voi dovete pensare al portato del relativismo e delle teorie di moda. Ciò è vero anche prescindendo da Einstein, che è un'intelligenza superiore:
Non è mia volontà parlare dell'onorevole De Nicola. Quest'uomo, piacendo a tutti, corre il rischio di dispiacere a tutti domani.

La situazione politica non è veramente cambiata. Si aspettavano i congressi dei grandi partiti e ci sono stati. La situazione poteva esser data da un atteggiamento transigente di collaborazione del Partito Socialista; ha trionfato invece la tesi della intransigenza, sia pure formale.
La novità poteva essere data da un atteggiamento del Partito Popolare, cioè da un atteggiamento anticollaborazionista. Ma il Partito Popolare è un partito di pragmatisti fenomenali, che fanno la storia giorno per giorno: relativisti “avant les lettres”, che non hanno nemmeno lo scrupolo di collaborare con la massoneria, che non hanno nemmeno lo scrupolo di collaborare con i socialisti e forse nemmeno con noi, purché sia data a loro una quota parte abbondante del bottino ministeriale.

Dopo le elezioni io lanciai la candidatura dell'onorevole Meda, obbedendo a una logica di buon senso. Io dicevo: l'unico partito forte non solo nel Parlamento, ma nel paese, forte per tradizioni politiche, morali, religiose e anche per la sua costituzione organica di partito, è il Partito Popolare. E il più numeroso che ci sia alla Camera: ha 107 deputati. Siccome il Partito Popolare non si ritira mai sull'Aventino ed è collaborazionista per definizione, è naturale che all'onorevole Meda tocchi logicamente il posto di presidente del Consiglio. Ma anche l'onorevole Meda pare che non voglia saperne, ragione per cui noi siamo ridotti al ministero dell'onorevole Bonomi, il quale non è un ministero di forza, ma è un ministero di comodo, cioè il ministero che tutti accettano apertamente, ma che intimamente tutti sopportano.
L'iniziativa di una crisi non viene, dunque, dal paese e non può venire, per la situazione immutata dei partiti, nemmeno dai partiti più forti che siano alla Camera. Il Partito Socialista continua a rimanere sull'Aventino. C'è la democrazia sociale-liberale, che chiameremo unitaria, a scopo di brevità dei nostri nominalismi politici. La democrazia unitaria non può prendere essa stessa l'iniziativa di una crisi, perché rivelerebbe troppo apertamente il suo gioco. Il pubblico direbbe: siete appena nati, avete appena messo i denti e avete un appetito così formidabile?

E allora, signori, per uno di quei paradossi che non sono nuovi nella storia degli individui e dei popoli, e specialmente nella storia dei parlamenti, l'iniziativa di una crisi potrebbe partire dal ministero stesso o meglio dai ministri democratici del Gabinetto Bonomi, i quali, parodiando Leopardi, potrebbero dire alla loro democrazia : «il seggio che mi desti, ecco ti rendo!». Ma non credo, e me ne appello al mio amico onorevole Gasparotto, non credo ci siano tra i componenti del Gabinetto attuale delle intenzioni così manifestamente suicide.
E allora la situazione, come vi dicevo, è per se stessa, per sua definizione, statica. Non ci potrà essere una nuova combinazione ministeriale, se non quando i socialisti si decideranno a spezzare il cerchio della loro intransigenza puramente formale; sino a quando la democrazia unitaria non avrà dato a se stessa un contenuto programmatico e una disciplina, che sino a oggi è totalmente mancata.
Noi votiamo contro il ministero; non per determinare delle crisi, perché noi siamo estranei a questo gioco per la nostra stessa posizione politica.
Lo faremo per dovere di coscienza. E avrei finito, onorevoli colleghi, se non dovessi rispondere qualcosa all'onorevole Ferri, che è stato assai temperato nel suo discorso.

Veramente non è il caso di intraprendere una discussione sul positivismo e sullo spiritualismo, e io non presumo di essere depositario di una verità qualsiasi; ma quando l'onorevole Enrico Ferri parlava di trapassi di civiltà, enunciava una proposizione esclusiva; mi pareva di sentire la voce dei tempi lontani, come talvolta accade che il rombo dell'onda marina si oda ancora nel cavo di una vecchia conchiglia, abbandonata sopra un vecchio mobile di casa.
Noi non ci intendiamo su questo terreno; voi socialisti siete testimoni che io non sono mai stato positivista, mai, nemmeno quando ero nel vostro partito. Non solo per noi non esiste un dualismo fra materia e spirito, ma noi abbiamo annullato questa antitesi nella sintesi dello spirito. Lo spirito solo esiste, nient'altro esiste; né voi, né quest'aula, né le cose e gli oggetti che passano nella cinematografia fantastica dell'universo, il quale esiste in quanto io lo penso e solo nel mio pensiero, non indipendentemente dal mio pensiero. E’ l'anima, signori, che è ritornata.

Ora se voi partite da queste premesse spirituali, allora vi sono di quelli i quali non vogliono capire che il fascismo non è più un fenomeno passeggero, ma è un fenomeno che durerà, si trasformerà. Io lotto per trasformarlo.
Perché qualche volta voi utilizzate quello che io vado dicendo contro gli stessi amici, come io utilizzo quello che dicono i comunisti contro gli anarchici, e gli anarchici contro i comunisti.
E voi, non volendo comprendere questo fenomeno, ed essendo incapaci di battervi sul terreno pratico per una ragione che io ho già esposto, perché il vostro materiale umano è inefficiente sul terreno della violenza, allora voi, con una contraddizione palese, formidabile, dite dateci un Governo, che sarebbe un Governo borghese, ristabilite l'imperio della legge, voi vi spiegherete certi aspetti apparentemente paradossali del fascismo italiano.
Vi si può dividere in due categorie di fronte al fascismo : alcuni di voi sono nella posizione del perfetto misoneista.

Tutte le mattine vi alzate e domandate: è finito? Non è finito! Passa questo ciclone? Non passa! E allora negate ostinatamente come il medico aristotelico nel “Dialogo dei massimi sistemi” che negava la circolazione del sangue, pure dovendola ammettere poiché la prova l'ammetteva.
Ma pur senza disturbare le grandi ombre dei trapassati, c'è qualche cosa di recente che può darci qualche spiegazione di questa vostra cecità.
Quando nel 1873 sorse a Milano il Partito Operaio, lo stesso, identico atteggiamento che voi tenete di fronte al fascismo, fu tenuto dagli uomini della democrazia. Ettore Croce, Cavallotti, Romussi, che erano dei grandi ingegni, non potevano concepire il sorgere di questa nuova forza destinata a spostare l'asse della lotta civile, a mutare la posizione di predominio politico e morale della democrazia.
Ripeto, voi ricorrete all'ausilio del Governo, chiedete protezione alla forza di un Governo, che è Governo borghese, e non sapete uscire da questa contraddizione in cui si annulla tutto il vostro programma.
Giunto al fine del mio discorso, io pongo il dilemma : o pacificazione o guerra civile.
L'onorevole Dugoni deve scegliere uno dei corni di questo dilemma, e deve dire se sceglie il primo o il secondo.

Noi ci sentiamo così forti che non abbiamo esitazione su questo terreno. Io vi rispondo subito che noi accettiamo il primo corno del dilemma, la pacificazione, per delle ragioni umane, o signori, perché i morti sono pesanti per tutti e anche per ragioni politiche.
Io ho l'impressione, notate, potrei sbagliarmi, che la coscienza europea vada ritrovando faticosamente se stessa dopo i lunghi erramenti del dopoguerra, e che ritorni sulla strada della saggezza. I sintomi abbondano. Ho l'impressione che il 1922 possa essere un anno fatidico, come lo fu il 1914, che segnò lo scoppio della guerra mondiale, come lo fu il 1918, che segnò la fine delle ostilità. Forse il 1922 vedrà l'altra fine, con la revisione di tutti i trattati di pace, che non hanno dato e non potevano dare, sotto la mentalità di guerra, la pace al mondo.

L'Italia ha già una parte assai grande nella determinazione dei nuovi destini del mondo. E necessario che cessi il nostro guerreggiare interno, in modo che l'attenzione dei nostri circoli dirigenti e dell'opinione pubblica del popolo italiano, nel suo complesso, sia portata oltre le frontiere, e concentrata su quegli avvenimenti che maturano e che sono destinati a trasformare ancora una volta la carta europea.
Perché il dilemma è questo: o una muova guerra, o la revisione dei trattati!
Io ricordo che nel 1919, fra i postulati del programma dei Fasci di Combattimento, era detto chiaramente che si dovessero rivedere tutti quei trattati che contenessero in sé il fomite di nuove guerre.
Ora, siccome le popolazioni, esaurite, stremate, sfinite, che vogliono vivere (oramai, a mio avviso, il pericolo della catastrofe per la nostra civiltà è superato) non possono pensare alla guerra e devono premunirsi dalle guerre, ciò potrà essere dato solo dalla revisione dei trattati di pace.
E necessario allora che l'Italia si presenti nell'arringo delle nazioni unita, compatta, libera dai fastidi d'ordine interno, in modo che possa dimostrare al mondo che ci guarda, perché ormai la nostra vita non è nazionale e nemmeno europea, ma mondiale, che l'Italia ha splendidamente superato la prova della guerra, che vuole la pace, e che dimostra con ciò di essere in grado di iniziare il quarto e più luminoso periodo della sua storia. MUSSOLINI
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Mussolini contro l’oratoria, i discorsi inutili, le rimbombanti chicchiere….

“ UNO STILE ”
(Il Popolo d'Italia, N. 201)
(18 dicembre 1921)

"Che il fascismo abbia portato degli elementi nuovi nella vita politica italiana ed in genere nella vita nazionale, è fuori dubbio.
Da qualche tempo, ad esempio, i cortei di tutti i partiti non si svolgono più come una volta, quando la folla seguiva disordinatamente delle bandiere come un gregge. Oggi i cortei di tutti i partiti sfilano inquadrati militarmente.
Tutti i partiti copiano il fascismo.
Non spetta a noi di rilevare la contraddizione in cui cadono certi partiti, i quali si proclamano antimilitaristi e poi fanno marciare i loro adepti militarmente inquadrati. Constatiamo il fatto. E ci basta.
Ora bisogna che il fascismo innovi radicalmente un altro lato della vita politica italiana: abolisca l'oratoria. Sopprima i discorsi: prenda l'eloquenza e le torca il collo, come ha consigliato quel tale poeta francese. Questa è la ragione per cui io declino tutti gli inviti che mi vengono da molte parti per tenere discorsi.

A parte il fatto che un uomo, il quale dedica ad un movimento la sua quotidiana attività giornalistica, non ha tempo per preparare discorsi, c'è un altro elemento da considerare nella ripulsa a questi inviti, che qualche volta mi commuovono: la lotta contro la mania oratoria; l'antipatia contro i discorsi inutili; il proposito di contribuire alla creazione di una Italia, che, dopo essersi attardata nel regno delle rimbombanti chiacchiere, entra finalmente in quello dei laconici fatti.
Sarò felice il giorno in cui si potrà dire di un oratore fascista che ha parlato per tre minuti e contando le sue parole si potrà dire che non oltrepassavano il centinaio.
Ridurre l'eloquenza allo stretto necessario; limitare l'oratoria all'essenziale; sostituire il discorso commemorativo con altre manifestazioni più austere e toccanti, significa migliorare anche in questo campo il nostro costume politico.
Il che rientra negli obiettivi fondamentali del fascismo.
Spero che i fascisti di tutta Italia leggeranno e mi daranno ragione.- MUSSOLINI
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M. Accenna al programma del fascismo….(ancora vago)

“ PROGRAMMA ”
(Il Popolo d'Italia, N. 304)
(22 dicembre 1921)

"Il Consiglio nazionale fascista riunito a Firenze (22 dicembre) ha assolto il compito che gli era stato assegnato dal congresso di Roma. Come gli amici ricordano, il congresso di Roma, in tema di programma, votò l'ordine del giorno Bianchi, secondo il quale il programma fascista prendeva le mosse dal discorso Mussolini, integrato da tutti gli altri discorsi di Grandi, Rocca e dalle mozioni votate su particolari problemi

Veniva affidato al Consiglio nazionale l'incarico di riunirsi entro l'anno per dare al programma stesso veste dal punto di vista della forma definitiva. Ciò è stato fatto a Firenze, in una riunione durante la quale la trattazione del programma è stata rapida, alta, serrata, e si è conclusa nella unanimità del voto per acclamazione.
Il programma del fascismo, il cui testo verrà prossimamente pubblicato su queste colonne, è. una elaborazione collettiva, in quanto vi hanno recato l'ausilio. della loro preparazione politica e culturale e della loro passione fascista tutti gli intervenuti all'assemblea di Firenze. Nel programma stesso viene raggiunta l'armonia fra le tesi d'ordine generale e le questioni d'ordine contingente; nel programma c'è quanto basta per individuare nettamente, e si potrebbe dire brutalmente, la fisionomia del Partito Nazionale Fascista.
Il programma è esplicito in materia di antimonopolismo, di antiinternazionalismo, di antidemagogismo; e, dal lato positivo, afferma senza mezzi termini, quale predominante, il fattore e dato nazione, alla quale tutto deve essere subordinato.

In materia finanziaria, scolastica, militare, le posizioni del fascismo sono recise. Quanto alla questione agraria, c'è il voto di Roma, che fissa la linea di condotta del fascismo di fronte alle formule vacue del socialismo. Vorremmo vivamente pregare tutti coloro che si occupano di fascismo di leggere attentamente il programma del Partito Nazionale Fascista.

Strano a dirsi! Molti di coloro che accusavano il fascismo di non avere un programma, confessano candidamente - essi - di non averne alcuno. Nemmeno i comunisti italiani, i quali riconoscono:

"Il comunismo non ha creduto di dare veste di documento ufficiale alla precisa delimitazione della propria ideologia, nel mentre il problema impellente era quello di raggruppare agli effetti della organizzazione e della lotta tutti gli elementi non degenerati del movimento proletario mondiale, anche se in parte fuorviati da mille scuole e sottoscuole e dalle loro pseudo-dottrine. Né in questo suo congresso il nostro partito poteva prendersi una iniziativa di tal genere, assorbito com'esso è da una mole di compiti che poco consentono. di concentrare una parte necessariamente preminente delle sue forze nel campo della elaborazione severamente dottrinale".

Il fascismo si è comportato esattamente nello stesso modo: “primum vivere, deinde philosophari”. E lasciando il latino: prima il fascismo ha voluto affermarsi come forza e capacità di vita (vivere, sapere e potere vivere è già un programma massimo!); poi, sulle basi dei principi fondamentali che ispiravano la sua azione, il fascismo ha costruito a poco a poco l'edificio del suo programma teorico e pratico. Il quale programma non può essere definito con una delle solite frasi rivelatrici di una incorreggibile poltroneria spirituale. Le parole di destra o sinistra, di reazione o rivoluzione, non sono nomenclature applicabili al programma fascista, il quale è reazionario di fronte alla tesi del socialismo e profondamente innovatore di fronte ad altre tesi.

Comunque il programma c'è. Non è perfetto e non poteva esserlo. Non è definitivo e non può esserlo, perché di parole definitive nella storia degli uomini non ce ne sono. Non deve essere nemmeno considerato come un complesso di verità intangibili, non più suscettibili di revisioni. Tutto ciò è lontano dalla mentalità fascista. Il programma fascista è un altro elemento della nostra individuazione politica; è un terreno per l'intesa e per l'azione di tutte le nostre forze; rappresenta, infine, colle annesse responsabilità, la posizione storica del fascismo nella vita italiana. – MUSSOLINI
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M. Commenta alcune notizie che provengono dalla “Nuova Russia”….

“LA GALLERIA DEI REDENTORI - QUANDO IL MITO TRAMONTA ”
(Il Popolo d'Italia, N. 305)
(23 dicembre 1921)

"Gli appelli di Nansen per il soccorso agli affamati di Russia diventano ogni giorno più concitati e disperati. Nansen non è un bolscevico e, per il suo temperamento, non è nemmeno portato alle esagerazioni mentali. La realtà spaventevole è sintetizzata in queste cifre: ci sono attualmente in Russia trenta milioni di uomini che soffrono la fame; se i soccorsi non arrivano con la massima sollecitudine, ben dieci milioni di essi sono condannati a morire; da parecchi mesi la fame e le malattie, che le fanno da sinistro corteo, mietono centinaia di migliaia di vittime nella parte più debole della massa : donne e fanciulli.
I governi borghesi muovono al soccorso, e anche l'Italia ha stanziato una prima somma di sei milioni di lire per i russi colpiti dalla carestia.
Quanto alle masse operaie, esse fanno poco e non possono fare che poco. A prescindere dalla crisi economica che travaglia i paesi occidentali, sta di fatto che milioni e milioni di lavoratori non sanno niente delle cose di Russia e non possono, quindi, commuoversi per ciò che vi accade. Il movimento di soccorso e di solidarietà non va oltre i confini delle masse operaie sindacate, le quali sono una esigua minoranza di fronte alla totalità della popolazione lavoratrice.

D'altra parte anche fra le masse che si potrebbero chiamare evolute e coscienti, la solidarietà pro affamati di Russia non si è elevata alle sfere sublimi. Non è uscita dall'ordinaria amministrazione. Non si tratta soltanto di un intimo, per quanto diffuso, convincimento circa l'inutilità di ogni aiuto di fronte a tanta vastità di rovine, ma anche di un congelamento precipitoso della fase sovversiva, già tesa verso le realizzazioni supreme e oggi delusa per il tramonto del mito.

Questo trapasso psicologico, questa repentina evoluzione di stati d'animo, bisogna spiegarli e questa spiegazione non si trova se non pensando al modo col quale, durante un quarantennio di propaganda socialista, e specialmente in Italia, fu prospettata la realizzazione del socialismo. Distrutta la borghesia, toltole il potere politico e quindi economico, sia attraverso un voto parlamentare di maggioranza - o mirabile ingenuità dei tempi in cui si credeva alla legge della metà più uno! - sia attraverso un gesto rivoluzionario, ecco che si distendeva davanti agli occhi beatificati dei proletari il giocondo paese di cuccagna, con carne per tutti, vino per tutti, riposo per tutti, e, se si vuole, « rose, mirti, bellezza e piselli per tutti, piselli freschi non appena si sgranano dai gusci ».

L'ottimismo si spingeva fino a conclamare che, lavorando tutti con le braccia, pochi minuti di lavoro al giorno sarebbero bastati per soddisfare a tutte le esigenze corporali e spirituali, semplici e raffinate, dei fortunati cittadini della fortunata repubblica socialista.
Questa psicologia da terra promessa preesistente alla guerra e contro la quale, bisogna riconoscerlo, si drizzò la critica sindacalista che partiva da premesse filosofiche piuttosto pessimiste e da un più concreto esame della realtà e delle forze storiche - si potenziò e si esaltò nell'immediato dopoguerra attraverso le influenze e le apoteosi del bolscevismo russo. "Ecco un popolo - si dissero i proletari di tutti i paesi e specialmente quelli italiani così facili all'entusiasmo - ecco un paese che è terra promessa o alla vigilia di diventarlo".
Liberi e ben pasciuti, con scarsi obblighi di lavoro e con disciplina a capriccio: così in un primo e secondo tempo gli illusi proletari dell'occidente rappresentarono a se stessi i loro fratelli di Russia che avevano infranto le catene della schiavitù borghese.
Invece... Andarono i primi missionari e constatarono che non c'era pane, non libertà e molta disciplina di officina e di caserma, imposta anche col terrore. Allora il mito che bruciava le anime proletarie dell'occidente cominciò a gelare.

Poi vennero le raccapriccianti descrizioni della carestia, gli appelli angosciosi per soccorrere gli affamati, la descrizione delle città abbandonate, delle campagne deserte e delle popolazioni condannate a morire nelle solitudini algide di un paese senza confini; e allora il buon proletario, educato dal socialismo ad una crassa e grassa concezione edonistica e pacioccona della vita, cominciò a rallegrarsi in cuor suo di essere in Italia e non in Russia, di essere governato da Vittorio Emanuele e non da Nicola Lenin; il buon proletario, nel confronto, cominciò ad apprezzare, ad adagiarsi, a quasi crogiolarsi nelle piccole comodità della sua vita, che vanno dall'osteria al cinematografo. Il che non gli impedì di versare l'obolo pro Russia.

Il ciclo dei trapassi psicologici era concluso: il bolscevismo era spento nel cuore e nelle speranze di tutti, esclusi coloro che ci mangiano sopra. Né poteva essere diversamente. La catastrofe russa coincide, per l'occidente, con la catastrofe del socialismo, inteso non come una costruzione faticosa e sanguinosa, ma come una grande razzia di ricchezza da effettuare a un dato momento.
D'altra parte c'è da chiedersi: "Sarebbe il socialismo riuscito ad organizzare relativamente vaste masse di uomini, se, non avesse in loro suscitate le aspettazioni da "terra promessa” ? Quanti operai sarebbero andati al socialismo, se gli apostoli avessero proclamato che il Compito di demolire la borghesia era forse il minore e che, una volta demolita la borghesia, tutto era da ricominciare?"
Si può rispondere: “Non molti”. Si preferì l'altro metodo: quello che si potrebbe chiamare dell' "ottimismo facilone”. Naturalmente, al contatto con la realtà, tale ottimismo doveva andare in pezzi. Se ne può dedurre che se le miserie e gli orrori del bolscevismo russo hanno ucciso il mito, tale fatto è stato possibile in grazia dell'orientamento che il socialismo aveva dato alla sua predicazione.
La tragedia è che il socialismo non può imprimere altro marchio di fabbrica alle sue anime. Deve continuare ad essere uno specifico per la felicità dei proletari e di tutti gli uomini. Deve -continuare a far credere che solo nel socialismo gli uomini saranno tutti liberi, tutti ricchi, tutti intelligenti, tutti felici. Il socialismo garantisce un minimo di felicità agli uomini: litro, pollo, cinema e donna. Ma nella vita la felicità non esiste. – MUSSOLINI
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M. ritorna sul "Programma fascista" appena accennato il 22 c.m……….

“ PREFAZIONE AL PROGRAMMA" (di Firenze)
(Il Popolo d'Italia, N. 309)
(28 dicembre 1921)

"Il programma del Partito Nazionale Fascista non è stato formulato dal Consiglio nazionale tenutosi a Firenze fra il 19 e il 22 dicembre 1921. A Firenze si è data veste, in certo qual modo definitiva, ad una elaborazione programmatica varia e complessa e collettiva, iniziatasi sino dal marzo del 1919. Bisogna, per valutare il programma che chiameremo di Firenze, vedere da quale processo di chiarificazione e di selezione è stato preceduto. Il fascismo del 1919 fu un fenomeno milanese. Le sue diramazioni si limitavano a qualche decina di grossi centri urbani. La parola d'ordine programmatica di questo primo manipolo fu semplice: rivendicare l'intervento, esaltare la vittoria, lottare contro il bolscevismo.

La prima adunata nazionale di Firenze non formulò, né poteva formulare, un programma. Nella seconda adunata nazionale, quella di Milano, del maggio 1920, le prime linee di un programma politico furono abbozzate. Ne uscirono quei “Postulati teorici e pratici del fascismo”, che, sino all'adunata di Roma, furono una specie di modesto vangelo di tutti i fascisti italiani.
E’ sul finire del 1920 che il fascismo assume le proporzioni di un gigantesco movimento nazionale. Tale sviluppo, che ha del fulmineo e del prodigioso, si accentua per tutto l'anno in corso, che può essere definito l'« anno fascista », inquantoché tutta la vita politica italiana - dal Parlamento alla piazza, ai giornali - è stata dominata e quasi ossessionata dal fascismo.

Dilatatosi in siffatta guisa il movimento, avendo assunto dirette responsabilità politiche d'ordine parlamentare ed avendo indirizzato la propria azione sul terreno economico e cooperativo, si faceva sempre più manifesto che gli scheletrici postulati teorici e pratici di una volta non potevano più bastare. Bisognava precisare, concretare, approfondire, assumere posizioni di responsabilità di fronte agli incalzanti problemi della nazione.

Da ciò la necessità di costituire il movimento in Partito e di dare al Partito un programma. Questa necessità trovò il suo sbocco nel congresso di Roma, dal quale uscì e il Partito e il programma. Questo programma è opera collettiva; prende le mosse dalle primitive affermazioni del fascismo; si integra coi discorsi di Roma pronunciati da Marsich, Grandi, Rocca ed altri; si ispira notevolmente agli statuti dannunziani di Fiume, i quali devono essere accettati e interpretati nello spirito e non già nella lettera; esce dal terreno delle semplici negoziazioni - la qual cosa spesse volte ci fu rimproverata dai nostri pluricolori avversari - per entrare nel terreno delle affermazioni concrete di fronte a problemi concreti; è un tentativo riuscito, per quanto sempre arduo, di conciliare ed equilibrare la teoria colla pratica, l'ideale con la contingenza, l'assoluto necessario dei principi con l'inevitabile “relativo” della vita. Un programma, non un capolavoro.

Il fascismo, per questo suo programma, non rivendica titoli di originalità. Di veramente. originale non c'è, nulla al mondo e oggi è specialmente impossibile essere “originali” in politica. Né titoli di priorità. Né monopoli. Siamo i primi a riconoscere che il programma non è perfetto e ci sarebbe facile tramutare questa introduzione in una critica. Facile perché è soltanto ad opera compiuta che si possono vedere i difetti e i pregi. Sui principi basilari del programma fascista, non c'è niente da dire: si tratta di posizioni teoriche che il fascismo prende di fronte allo Stato, alla nazione, al regime, alle corporazioni tecniche sul concetto di Stato o su quello di proprietà. Li troviamo soddisfacenti e ci basta.
Ci sono alcuni punti che dovranno essere chiariti; quello che, ad esempio, riguarda l'eventuale revisione dei trattati di pace, argomento pericoloso e di attualità.
Così dicasi della “scuola libera”. Bisogna spiegare se si tratta di una richiesta di rinuncia totale da parte dello Stato del suo quasi monopolio scolastico medio od universitario o se invece si tratta di inaugurare un regime di concorrenza fra scuole di Stato e scuole libere.
Così il problema corporativo o sindacale, che il programma delinea appena, dovrà essere affrontato in pieno. Altrettanto dicasi di quello agrario, sul quale bisogna riferirsi, per il momento, alla mozione eminentemente progressista votata per acclamazione al congresso di Roma.

C'è appena bisogno di dichiarare che il programma fascista non è una teoria di dogmi sui quali non è più tollerata discussione alcuna. Il nostro programma è in elaborazione e trasformazione continua; è sottoposto ad un travaglio di revisione incessante, unico mezzo per farne una cosa viva, non un rudere morto.
Due cose importanti sono da considerare. Il programma, che ci conferisce una nostra potente individualità, deve costituire per i fascisti una norma di vita non soltanto politica, ma anche morale. Non basta avere un programma: bisogna tendere la volontà ad approntare i mezzi per, realizzarlo nel più breve tempo possibile. Noi non cadiamo. nelle illusioni miracolistiche dei sovversivi, i quali tutti si vantano di possedere il magico talismano. per guarire ogni male; noi siamo abbastanza intelligenti e prudenti per astenerci dall'affermare che la salute all'Italia verrà esclusivamente dall'attuazione del nostro programma. Non abbiamo queste stolte manie di grandezza. Il programma fascista è un programma onesto, sano, lungimirante e alieno da demagogiche lusinghe. Non trascura i problemi concreti per i quali scende anzi alla enumerazione dettagliata, ma si innalza altresì ad una visione integrale dell'Italia che comincia da Vittorio Veneto un nuovo periodo della sua storia.

Lavorare con fede, con passione, con tenacia alla costruzione del nostro edificio ideale : ecco il compito al quale devono applicarsi le falangi vittoriose del fascismo, raccogliendo il monito e seguendo l'esempio dato dalle nostre centinaia di caduti per la causa fascista.
Una grande missione e grandi responsabilità attendono il fascismo italiano.
Da oggi il fascismo s'inserisce sempre più intimamente nella vita della nazione. E inutile abbandonarsi ad anticipazioni sui futuri sviluppi del fascismo. Quello che ha compiuto sin qui - malgrado incertezze ed errori - è consegnato alla storia, ma non basta. Il fascismo può assumere a sua orgogliosa divisa: più alto, più oltre! – MUSSOLINI
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M. traccia un consuntivo a fine anno 1921…..

“ CONSUNTIVO ”
(II Popolo d'Italia, N. 310)
(29 dicembre 1921)

"Alla fine dell'anno 1921, alla fine di un altro inevitabilmente tormentoso anno del dopoguerra, la domanda che sale spontaneamente alle labbra, l'esame che quasi automaticamente la coscienza impone a se stessa, si riassume in questo interrogativo: la situazione generale è migliorata? Situazione generale italiana, non europea o mondiale, poiché in tal caso sarebbe necessario straripare dai limiti necessariamente angusti di un articolo di giornale.
La situazione generale italiana è migliorata, è stazionaria o è peggiorata?
La crisi deve ancora giungere al suo punto culminante? O siamo già entrati nel periodo di convalescenza? Per rispondere a queste domande, bisogna dividere l'esame e dedicarne una parte alla politica e l'altra all'economia.

La situazione generale italiana, dal punto di vista politico, è migliorata. Per quanto lo Stato non sia ancora riuscito a ristabilire del tutto la sua autorità morale e politica, è certo che l'ordine pubblico non ha subito nel 1921 scosse troppo violente. Non c'è stato niente nel 1921 che ricordi l'agitazione contro il caroviveri del luglio del 1919 o l'occupazione delle fabbriche del settembre del 1920. Col luglio, sono cessate le grandi spedizioni fasciste. Purtroppo la guerriglia non è finita, ma va spogliandosi a poco a poco di ogni bellezza o grandezza politica. Si tratta oramai di agguati o di risse da osteria, talché ci si domanda se invece delle solite grida contro il porto delle armi, non sarebbe più efficace chiudere le osterie e le sale da ballo nei giorni di sabato e domenica.

Comunque, noi pensiamo che, nonostante le sinistre sobillazioni socialiste, anche questi sporadici residui della guerriglia civile dovranno una buona volta aver termine.
La situazione politica è migliorata per ciò che riguarda la rappresentanza parlamentare. La Camera attuale è molto più “nazionale” della precedente. Basta, per documentarlo, ricordare la vicenda di Misiano. Il fascismo ha corretto, in certo qual modo, l'atmosfera di Montecitorio, ma deve guardarsi dallo “strafare” e dallo scimmiottare il Pus.
Un problema che rimane è quello del Governo; problema grave e quasi insolubile, data l'attuale composizione della Camera, e finché non si abbia il coraggio di uscire dai binari tradizionali.

Dal punto di vista della politica estera, la posizione dell'Italia è piuttosto migliorata. Occorre però che la Consulta abbia una sicura direttiva, la quale non può consistere nell'eterna funzione di intermediaria fra la tesi inglese e quella francese.

Quanto all'economia, quali indici abbiamo per vedere se si va verso il peggio o se siamo decisamente incamminati verso il meglio? Prendiamo il corso dei cambi e mettiamoli a confronto.
Il 27 dicembre del 1920 il listino dei cambi era il seguente : Francia, 173; Svizzera, 448; Londra, 104; New York, 29.
Il 27, dicembre del 1921 segna queste cifre Francia, 180; Svizzera, 445; Londra, 94; New York, 23. La situazione dei nostri cambi è stazionaria per ciò che riguarda il franco svizzero e francese; è leggermente migliorata nei riguardi della sterlina e del dollaro.
Bisogna riconoscere che il raffronto fra il 1920 e il 1921 non è consolante. Ci sono però altri elementi della situazione che possono attenuare il senso di pessimismo provocato dal raffronto dei cambi. La disoccupazione non è salita alle cifre paurose lanciate dai socialisti, i quali prevedevano ben tre milioni di disoccupati nell'inverno 1921-'22.

La eccezionale siccità, con conseguente carestia di energia elettrica, aggrava in questo momento la situazione e quindi la disoccupazione; ma ciò malgrado si notano, nelle industrie sane, i primi sintomi della ripresa. Le industrie artificiali sono in più o meno dolosa e disastrosa liquidazione. Il pescecanismo borsistico è stato colpito gravemente. Bisogna evitare che sia ancora una volta salvato con i sudati denari del piccolo risparmio nazionale. Bisogna avere il coraggio di affermare, tracciando il consuntivo di questo 1921, che in un paragone fra masse operaie organizzate e parte della borghesia industriale, chi ne esce meglio è la massa operaia.
Lo scandalo dell'Ilva ha documentato l'esistenza di un bolscevismo bianco o tricolore, di finanzieri o filibustieri d'alto bordo, pericoloso quanto il bolscevismo rosso. Durante tutto il 1921, la classe operaia italiana ha dato prova, in complesso, di un grande spirito di moderazione e di una grande saggezza. Ci sono stati, e non potevano mancare, vasti movimenti di classe, ma, tutto sommato, le vertenze si sono in massima parte risolte attraverso pacifici accordi, i quali hanno evitato scioperi generali distruttivi.

Nonostante tutte le vacue predicazioni internazionalistiche o massimalistiche in cui si attardano i professionisti del sovversivismo, è un fatto che la classe operaia italiana sta entrando nella realtà dell'economia nazionale. Nelle campagne si è dovunque ripreso a lavorare: i trentasette milioni di quintali di frumento raccolti nel 1920 sono saliti -a cinquantadue nel 1921.

Punti neri della nostra situazione economico-finanziaria : centoventi miliardi di debiti e cinque di deficit.
Riassumendo, si può affermare che la situazione accenna a migliorare. Il quadro generale non può essere a tinte luminose, ma non è nemmeno a colori foschi: domina il grigio o il chiaro-scuro. Attraversiamo uno dei periodi più delicati della nostra convalescenza. Bisogna non abbandonarsi. Vigilare attentamente il decorso della crisi. E mettersi al lavoro. Con quell'accanimento, non privo di tragica grandezza, con cui la Germania vinta utilizza tutte le sue risorse, tutte le sue officine, tutti i suoi uomini e si getta ancora per tutte le strade del mondo, a ricominciare.
Se il fascismo perdesse il senso di questa suprema necessità di disciplina, di ordine, di lavoro, la sua missione nazionale sarebbe fallita. - MUSSOLINI
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Ma – chiudendo questo 1921- potremmo dire che era naturale che le cose andassero diversamente, e ovviamente tutte a favore di Mussolini.

L’ANNO 1922 – Innanzitutto la cronologia > > >

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