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( QUI TUTTI I RIASSUNTI )  RIASSUNTO ANNO 1849-1854

LOMBARDO-VENETO - GOVERNO RADETZKY
LA RIVOLUZIONE MILANESE DEL '53
( Anno 1849 - 1854 - Atto Settimo )


IL LOMBARDO VENETO DAL 1849 AL 1854: GOVERNO DI RADETZKY; VISITE DI FRANCESCO GIUSEPPE; I MARTIRI DI BELFIORE; IL TENTATIVO RIVOLUZIONARIO DEL 6 FEBBREIO 1853 A MILANO - TENTATIVI MAZZINIANI NEL CARRARESE, NELLA LUNIGIANA E NEL CADORE - SOMMOSSA DI PARMA -
TENTATIVI MAZZINIANI NELLA VALTELLINA E A MILANO
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IL LOMBARDO-VENETO DAL 1849 AL 1854
IL GOVERNO DEL RADETZKY


Torniamo a dopo la vittoria di Novara, dopo l'abdicazione di Carlo Alberto, dopo la salita al trono del figlio VITTORIO EMANUELE e la sua promessa di impugnare fortemente le redini del governo nel suo Stato e di domare il partito democratico, affermando che avrebbe iniziato una dura politica reazionaria per ritornare al regime assolutista, al pari degli altri principi italiani; adeguandosi quindi alle direttive di Vienna. Questo a Torino, mentre per il Lombardo-Veneto tornava il giogo austriaco, spazzando via tutte le speranze che avevano illuso i Milanesi. E questa volta gli austriaci tornavano più decisi che mai a dominare la città a loro ribelle - come vedremo più avanti- con il terrore.

Gli Austriaci governarono nel Lombardo-Veneto con una certa moderazione nei primi mesi, ma, dopo la caduta della Repubblica Romana e dopo Venezia che non era più un problema, ricominciò sotto il RADETZKY, con pieni poteri, il regime militaresco, feroce e rapace, che contribuì a far crescere enormemente l'odio dei sudditi italiani contro l'Austria, la quale con l'inasprimento delle tasse, con l'imposizione di nuovi balzelli e di imposte straordinarie, con odiose contribuzioni ed esose requisizioni aveva dissanguato e continuava a dissanguare le popolazioni delle due province soggette. Ma anche lo spargimento di sangue vero fu moltissimo. In solo anno, dall'agosto del 1848 all'agosto del 1849 si erano avute 961 impiccagioni e fucilazioni e 4.000 condanne al carcere per cause politiche.

Il 16 ottobre, mentre il Radetzky si trovava a Vienna, una risoluzione sovrana dava alla Lombardia e al Veneto un ordinamento provvisorio in armonia (mica tanta) con i principi della costituzione dell'impero e con i bisogni (sic.) delle due province. Queste furono costituite in due distinte luogotenenze con a capo due luogotenenti che furono per la Lombardia il principe CARLO SCHWARTZENBERG e per il Veneto il barone ANTONIO PUCHNER, assistiti ciascuno da un consiglio, che Vienna ovviamente sceglieva.
Le due luogotenenze furono poste alla dipendenza di un governatore generale, residente a Verona e assistito da due sezioni, l'una per gli affari civili e l'altra per gli affari militari. Alla carica di governatore generale fu chiamato il vecchio ma tenace 83enne maresciallo RADETZKY e a dirigere le due sezioni furono scelti il conte MONTECUCCOLI e il conte STRASSOLDO
.
Di ritorno a Verona, il 25 ottobre 1849 (Venezia era stata domata) il Radetzky rivolgeva ai sudditi delle due province italiane un proclama pieno di bontà e di lusinghe:

"Sua Maestà l'Imperatore si è degnato di nominarmi governatore generale per gli affari civili e militari del regno Lombardo-Veneto. La Maestà Sua pose nelle mie mani questo duplice potere per congiungere alla forza ed alla santità della legge anche i mezzi onde farla valere. Che il non osservare le leggi porti all'anarchia ed alla rovina dei popoli, voi medesimi lo avete sperimentato. Il dominio per un solo anno di un potere senza legge, può in così breve tempo, seminare più sciagure che la legislazione e le amministrazione più sagge non sono capaci di riparare in dieci anni.
Ancora una volta io quindi vi esorto, siate voi pure un anello della grande catena che unisce tra loro i popoli della nostra comune monarchia, le cui liberali istituzioni assicurano ogni sviluppo dei vostri interessi e della vostra nazionalità, conciliabile con la prosperità di ciascuno e di tutti.
Abitanti del Regno Lombardo-Veneto ! Lungi dai vostri cuori la diffidenza rispetto alla sincerità e purezza delle intenzioni del vostro governo, diffidenza che molti di voi ancora conservano. E' desiderio e volontà dell'imperatore, nostro signore, di vedere il Regno Lombardo-Veneto felice e contento sotto il suo scettro; ed io vado superbo di essere stato eletto ad organo della sua volontà. Se pure sono stato fatto segno di qualche immeritata ingiuria, nel mio cuore si è spento ogni ricordo. Perdono e l'oblio del passato è la mia divisa. Io conto sulla vostra cooperazione, sulla vostra fiducia; io ne ho bisogno per dare vita ai proponimenti che mi animano per il bene di un paese che per il lungo mio soggiorno è a me caro e che io amo come la mia seconda patria".

Ma alle parole non corrisposero i fatti. Continuarono gli arbitrii dei soldati austriaci, le persecuzioni politiche e le vessazioni fiscali. A Verona furono istituite commissioni per sindacare la condotta degli impiegati durane la rivoluzione e molti di questi furono destituiti e gettati nella miseria. In quanto alla costituzione da darsi alle province italiane, non poteva che essere una burla: si chiamarono a Vienna alcuni uomini di fiducia, scelti dall'autorità militare, e questi, invece di uno statuto politico, esaminarono un nuovo regolamento comunale e, sebbene fossero dotati di poco coraggio, furono concordi nel dichiarare che non era possibile metterlo in esecuzione.
Tuttavia, per tutto l'intero anno 1850 ci fu un po' di respiro nella Lombardia e nel Veneto, dove i luogotenenti, secondo le istruzioni viennesi, si mostravano animati da spirito conciliativo al punto da tollerare la stampa di giornali politici, fra cui famoso il "Crepuscolo" di CARIO TENCA.
Ma quando al mite SCHWARTZENBERG fu sostituito il conte STRASSOLDO, cognato del Radetzky, e al posto del PUCHNER fu messo lo svizzero GIORGIO TOGGENBURG, prevalse il sistema terroristico, così caro al vecchio Maresciallo, e il malcontento delle popolazioni aumentò a dismisura. Era una rabbia dovuta all'umiliazione che ormai toccava anche chi non si era mai occupato di questioni politiche, né delle sorti della propria città.

Prova di questo malcontento lo ebbe il giovane imperatore FRANCESCO GIUSEPPE nei due viaggi che fece in Italia. Nel primo visitò Venezia, dove giunse il 27 marzo del 1851 e si trattenne fino al 2 aprile; ma vi fu accolto con molta freddezza e ne fu così poco soddisfatto che non volle più proseguire per Verona, come era stato stabilito nel suo programma, e per la via di Trieste fece ritorno a Vienna. Non potevano del resto i veneziani riservargli altra accoglienza che quella; nelle calli e nei campi c'erano ancora le macerie delle case e chiese sventrate dalle cannonate austriache. E nessuno aveva dimenticato la fame di diciotto mesi di assedio.
Il secondo viaggio fu fatto all'inizio dell'autunno dello stesso anno. Il 21 settembre 1851 l'imperatore giunse a Milano, dove anche qui non trovò nessuna calorosa accoglienza, ma un appello del Magistrato comunale che sollecitava un'amnistia e un alleggerimento delle imposizioni. Per il giovane trentenne imperatore quelle erano solo lagne.

"Numerose famiglie passano i giorni nell'afflizione, separate come sono da molti dei loro cari o fuorusciti o carcerati. Da tre anni lo Stato d'assedio incaglia le industrie, indebolisce il commercio e la prosperità materiale; ma più ancora che per lo stato d'assedio, gli animi sono tenuti in angustie a cagione della responsabilità imposta ai Comuni per fatti fuor della loro naturale competenza. I pubblici aggravi sono cresciuti, perché tutto è divenuto materia di imposizioni".

L'imperatore visitò Monza, Como e i laghi, ma dovunque fu accolto con indifferenza; poi si recò a Somma per assistere alle manovre militari. II tempo pessimo, ordini dati e eseguiti male, gettarono la confusione nelle truppe, che flagellata dalla pioggia, oppresse dalla fatica e dai disagi, si sbandarono come dopo una sconfitta e, vinte dalla fame, quando furono messi in libertà saccheggiarono il padiglione imperiale.
FRANCESCO GIUSEPPE, colto dalla paura, sospettando una congiura e temendo una rivoluzione a Milano, la mattina del 29 settembre 1851 lasciò precipitosamente Somma e, senza toccar la capitale, proseguì per Venezia e ritornò a Vienna.
Peggiore - anche se lo anticipiamo- fu anche il viaggio, questa volta con la sua bella e giovane moglie imperatrice SISSI, del novembre 1856, a Venezia, a Milano. E a Verona dove il giovane slanciato imperatore s'incontrò con il vecchio canuto Radetzky già novantenne, rimanendo impressionato della senilità del suo paladino "Ho trovato il feldmaresciallo, terribilmente cambiato e rimbambito" scrive alla madre aggiungendo "E' tempo di por fine...." e decise di mandarlo a riposo.
Di questo viaggio ce ne parla Alessandro D'Assia nelle lettere inviate alla sorella nel frattempo diventata imperatrice delle Russie; e sono tutte piene di amarezza, perché il vecchio maresciallo lo amava come un figlio. "�lo ha liquidato, Radetzky lascia il suo posto e non proprio di sua volontà, per quanto più volte l'abbia domandato�Il congedo è stato commovente, il vecchio ha perso perfino le staffe, si è fatto perfino radere i baffi, è offeso, sconvolto, e malgrado i suoi anni non riesce ad abituarsi al distacco, a quelli che gli stanno vicino si esprime aspramente "mi si butta come un limone spremuto. Mio caro principe, io non rappresento più nulla".
Da notare che in questo periodo, l'Austria con Francesco Giuseppe, si è allontanata (in Russia dicono "tradita") dall'amicizia con la Russia (guerra Crimea), lasciando di stucco sia l'Assia che il Radetzki (che sono tedeschi ma amano la Russia).
Il primo perché cacciato dall'esercito austriaco, seguendo la sorella in Russia andata a sposare l'erede al trono diventò ufficiale dei Cosacchi, indi cognato dello zar quando mori Nicola; poi l'Assia era stato riammesso nell'esercito austriaco quando i rapporti con la Russia erano ancora buoni e anche perché conveniva all'Austria ingraziarselo, ma il cuore all'Assia gli era rimasto a Pietroburgo, e lui non nasconde la sua simpatia per la Russia e il suo esercito quando inizia l'attrito Russia-Austria. "Questo è almeno certo che io non sguainerò mai la spada contro i nostri antichi fratelli d'arme.�Sono condannato a vivere ora in campo nemico e costretto a moderare le mie simpatie (lettera allo zio Emilio d'Assia, Graz, 13 aprile 1854). ".....il vecchio Radetzki mi colma di dimostrazioni di amicizia�è russofilo fino alla punta dei capelli come la maggior parte dei generali e ufficiali del nostro esercito austriaco che è in Italia" (lettera al Granduca Alessandro, 20 dicembre 1854).

Il secondo, il vecchio maresciallo RADETZKY (Quella di Novara era la sua ventiseiesima battaglia; la prima nel 1788 a Belgrado) che per tutta la vita era rimasto molto attaccato e grato a Nicola (che era amico fraterno di Ferdinando) dallo zar aveva ricevuto onorificenze, encomi, doni, dimostrazione di grande stima, ricambiata. Alla notizia dei fatti di Crimea lui e il principe d'Assia rimasero sconvolti, turbati e amareggiati; si piansero addosso: "�com'è triste per me, che sono così vecchio. Non capisco più il secolo in cui viviamo, e meno che mai la politica del mio giovane imperatore. Perduto completamente nelle sue illusioni, egli non vede il vero punto verso cui da un anno l'Austria si avvia ciecamente".

Le lettere di Alessandro d'Assia, sono oggi conservate nel Castello di Walchen. E alcune di quelle citate raccolte nell'opera citata nella Bibliografia in calce (Corte Conti).
Le abbiamo riportate in anticipo sui fatti che accadranno poi nel '59; prima, perché Radetzky fu profetico, e in secondo luogo ci svela il clima non proprio sereno che doveva esserci dentro l'alto comando austriaco prima dell'armistizio di Villafranca (dove era presente l'Assia, come combattente, ma anche come mediatore con Napoleone III, e con mezza Europa), e poi lo stesso clima poco sereno nel '66. Cioè più nulla (anche nel suo interno) era a favore dell'Austria, che si avviava "ciecamente" (parola di Radetzky) verso un punto di non ritorno. Sopravvisse isolandosi fino al 1917-18, con la Russia che non aveva dimenticato la nuova politica di Francesco Giuseppe iniziata quest'anno 1849; per nulla conciliante non solo con il Lombardo-Veneto ma nemmeno con la stessa Russia, a cui l'Austria doveva molto.

Rivelata la vera anima del Radetzky, torniamo alla sua indole, in questo famoso viaggio del 1851 del giovane imperatore. Il vecchio maresciallo - che si aspettava molto dal suo nuovo giovane sovrano o almeno si aspettava che seguisse i suoi consigli, di vecchio stampo, ovviamente difendeva ancora la vecchia politica del Metterlinch, quella più reazionaria, quella della forza- non riuscì a frenare la sua ira contro le popolazioni che non avevano festeggiato l'imperatore; a Milano aumentò i rigori, e con decreto del 9 ottobre, scriveva a Como:

"vista la condotta sleale, ipocrita, imperdonabile del Consiglio municipale di Como; considerati i pretesti tanto frivoli quanto ingiusti, allegati dal detto Consiglio onde sottrarsi all'omaggio dovuto a S. M.", ne ordino lo scioglimento".

Le fredde accoglienze all'imperatore in Lombardia, erano conseguenza del malgoverno, ma derivavano anche dal sentimento patrio delle popolazioni, tenuto desto dal MAZZINI e dalle associazioni segrete, una delle quali, costituita nel dicembre del 1850 a Mantova sotto la direzione del sacerdote ENRICO TAZZOLI, dell'ingegnere ATTILIO MORI e dell'insegnante Carlo Marchi, spiegava grande attività rivoluzionaria vendendo cartelle del prestito nazionale, raccogliendo armi, stampando e diffondendo proclami e fondando sezioni e comitati a Milano, a Venezia, a Brescia, a Verona., a Padova, a Treviso e, a Vicenza.
Preoccupato dalla diffusione dei proclami rivoluzionari, il Radetzky aveva, il 21 febbraio 1851, messo fuori un manifesto minacciando:
"che chi veniva in possesso di uno degli scritti incendiari e rivoluzionari, qualunque ne fosse il nome o la forma della redazione e non lo consegnava immediatamente alla più vicina autorità o persona di ufficio, fosse pure un semplice gendarme, indicandone la provenienza, ove non potesse che essere convinto di premeditata diffusione, anche per il solo possesso di siffatto scritto, o della omessa debita denuncia della esistenza di somiglianti scritti sarà punito, secondo le circostanze aggravanti o mitiganti, con il carcere duro da un anno fino á cinque anni".

Con altro proclama del 19 luglio dello stesso anno 1851, il Radetzky informava i sudditi italiani:

"�a me non sono ignote le trame delle associazioni segrete, e mi dichiaro deciso a sventarle e punirle; faccio appello all'aiuto dei cittadini per scoprire e sgominare i nemici dell'ordine. I Comuni li considero responsabili delle azioni dei singoli cospiratori.
"E' ferma in me l'intenzione di troncare una volta per tutte queste segrete e torbide brame; che se mai contro ogni mia aspettativa, qualche Comune, per viltà e cattiveria, non assecondando queste mie provvide cure, lasciasse libero il campo ai nemici dell'ordine legale, esso sentirà tutto il peso del mio rigore. In caso simile sarò costretto, e ve ne do perciò preventivo avviso, a tenere solidamente responsabile l'intero Comune ed obbligarlo con i mezzi estremi di severità, a cooperare efficacemente alla consegna dei rei e loro complici. Intanto, persuaso non essere lo stato di assedio di nessun sconcerto ai quieti e pacifici cittadini, farò cessare tutte le mitigazioni introdotte in proposito, e dichiaro nuovamente in pieno vigore il contenuto del mio proclama 10 marzo 1849".

I MARTIRI DI BELFIORE

Note vittime dell'introduzione, diffusione e possesso di stampe rivoluzionarie furono il milanese ANTONIO SCIESA, il vicesegretario del Comune di Corno LUIGI DOTTESIO, il sacerdote mantovano GIOVANNI GRIOLI; e vittime dell'organizzazione rivoluzionaria furono i cosiddetti MARTIRI DI BELFIORE e i compromessi nel tentativo insurrezionale del febbraio 1853.

Il 2 agosto l'operaio SCIESA, sorpresoi con alcuni manifesti rivoluzionari, fu condannato alla fucilazione. Per due volte fu condotto sul luogo del supplizio e per altrettante ricondotto in prigione nella speranza delle rivelazioni. Da ultimo si tentò di farlo parlare promettendogli salva la vita e per commuoverlo, mentre lo conducevano sul posto per esser giustiziato, lo fecero passare e sostare davanti alla sua casa. Ma lo SCIESA diede prova di eroica fermezza e ruppe gli indugi pronunziando la frase che rimase giustamente famosa: Tiremm innanz !

LUIGI DOTTESIO era stato nel febbraio del 1851 arrestato al confine svizzero, mentre rientrava attraverso impervi sentieri nel Comasco, perché privo di passaporto. Da qualche tempo era in relazione con la tipografia elvetica di Capolago, fucina di libri e di opuscoli rivoluzionari, di cui aiutava la diffusione; fu trovato in possesso di un elenco di nomi di persone seguiti da iniziali o nomi di paesi, che dalla polizia furono creduti indirizzi di cospiratori o di destinatari delle stampe clandestine. Nello stesso mese furono arrestati il libraio MAISNER di Venezia e il medico PAOLO FLORA di Treviso; altri arresti seguirono nel giugno.
Il 5 settembre 1851, si riunì per la prima volta il consiglio di guerra, per giudicare il DOTTESIO e il MAISNER; il primo, furono convinti che aveva ricevuto dalla tipografia elvetica, un piano insurrezionale per consegnarlo ad altri, e di avere nell'agosto del 1850 visitato il Veneto per motivi insurrezionali. Il secondo di aver ricevuto da uno sconosciuto alcuni proclami del prestito nazionale e di averne consegnato uno al FLORA.
L'8 ottobre del 1851 il Dottesio e il Maisner furono condannati alla forca; il Maisner ebbe dal Radetzky commutata la pena in quella di dieci anni di lavori forzati con ferri pesanti; il Dottesio fu invece giustiziato tre giorni dopo, l'11 ottobre.

Il consiglio di guerra pronunziò altre sentenze alla fine di ottobre e si riunì l'ultima volta il 29 dicembre 1851. Al processo fu dimostrato dagli accusatori, che gli imputati avevano acquistato cartelle del prestito, diffuso proclami rivoluzionari, avuto rapporto con gli esuli nella Svizzera. Molti ebbero la condanna al carcere da dieci a cinque anni, altri pene minori, ma il dottor FLORA il conte GIOVANNI LUIGI TEDESCHI furono condannati a morte, la loro pena però fu commutata in otto anni di ferri in fortezza per il primo, in dieci per il secondo.
Il prete mantovano GIOVANNI GRIOLI, parroco di Cerese, fu arrestato il 28 ottobre sotto l'imputazione di avere istigato alla diserzione alcuni soldati ungheresi e di essere in possesso di scritti rivoluzionari. Il 5 novembre fu condannato a morte dal consiglio di guerra e poiché il vescovo si rifiutò di procedere alla degradazione ecclesiastica fu mandato al supplizio in abito talare.Grioli affrontò la morte con grande serenità e respinse l'offerta della libertà fattagli fino all'ultimo momento a condizione di fare rivelazioni.

Sebbene il governo austriaco nutrisse sospetti e tenesse d'occhio i patrioti di Mantova, questa associazione segreta che si era costituita in questa città e che aveva come presidente il TAZZOLI non fu scoperta che per caso. Il 1° gennaio del 1852 il commissario Rossi, perquisendo in Castiglione delle Stiviere la casa dell'esattore comunale LUIGI PESCI, sospettato di falsificazione di banconote austriache, trovò una cartella di venticinque franchi del prestito mazziniano e venne a sapere che il Pesci l'aveva ricevuta dal sacerdote don FERDINANDO BOSIO, amico del Tazzolî e professore di grammatica nel seminario vescovile di Mantova.
Il BOSIO, subito arrestato, non seppe mantenere il segreto e confessò quanto sapeva. Le sue rivelazioni portarono all'arresto di don ENRICO TAZZOLI, che fu imprigionato il 27 gennaio, sequestrati molti documenti fra i quali un registro, in cui il presidente teneva nota degli incassi e delle spese con i nomi degli affiliati che avevano versato denari. II registro era cifrato e la chiave, era costituita da un singolare Paternoster, conosciuto soltanto dal TAZZOLI, da GIOVANNI ACERBI e da LUIGI CASTELLAZZO, figlio di un commissario di polizia e segretario del Comitato.
Il BOSIO, messo a confronto con il Tazzoli, sostenne le sue accuse e rivelò pure altri nomi, provocando altri arresti. L'istruttoria del processo fu affidata all'auditore ALFREDO KRAUSS, il quale, insieme col generale CULAY, governatore di Mantova, non tralascià nessun mezzo lecito ed illecito per conoscere nomi e circostanze.
Ai magistrati inquirenti fu di molto aiuto il registro del Tazzoli, che per l'interpretazione fu inviato a Vienna. Intanto, per il sequestro di un foglio scritto dal carcere dal Tazzoli al fratello avvocato Silvio, furono arrestati quest'ultimo e la signora CAMMILLA MARCHI, la quale dichiarò che la chiave delle cifre era conosciuta dall'Acerbi e dal Castellazzo.
Il primo era riuscito a prendere il largo; il secondo fu arrestato il 22 aprile del 1852.
A Vienna non fu difficile trovar la chiave del cifrario e leggere l'elenco dei nomi e degli pseudonimi che si trovava nel registro; ma questi non avrebbero dato molti chiarimenti
alla polizia se non ci fossero state le rivelazioni del Castellazzo, il quale, indotto dalle insistenze del padre e dal desiderio di salvarsi, non solo si fece delatore, ma più tardi mise i panni dell'agente provocatore e si fece pure mettere in carcere assieme al giovine trentino IGINO SARTENA, e riuscì a sapere da lui che era giunto da Parigi con l'incarico di uccidere il Radetzky.
Dopo le rivelazioni del Castellazzo e quelle di un altro delatore, l'avvocato GIULIO FACCIOLI, gli arrestati salirono al numero di 110, dei quali uno, il PEZZOTTO, si uccise in una cella del castello di Milano. Trentatre accusati erano contumaci e fra questi degni di menzione l' ACERBI, BENEDETTO CAIROLI, A. SACCHI, ATTILIO DE LUIGI, il BORCHETTI, il CHIASSI e l'avvocato GRIOLI.

L' istruttoria, che procedette speditamente, riuscì a provare molte cose: l'esistenza dell'associazione di Mantova e dei comitati delle altre province; i rapporti del Mazzini con gli affiliati, il disegno, esposto da ANGELO SCARSELLINI nell'adunanza del 13 dicembre del 1851, di catturare Francesco Giuseppe in occasione della sua andata a Venezia; il progetto del Castellazzo di ammazzare il commissario Rossi, che però non aveva avuto esecuzione perché il dottor CARLO POMA e TITO SPERI, incaricati della direzione del colpo si erano all'ultimo rifiutati di commettere quel delitto; infine l'ingegner MONTANARI che aveva ricevuto l'incarico di rilevare le fortificazioni di Mantova, e di Verona.
Il 13 novembre 1852 si riunì il primo consiglio di guerra per giudicare don ENRICO TAZZOLI, ANGELO SCARSELLINI di Legnano, DE CANAL BERNARDO di Venezia, il ritrattista GIOVANNI ZAMBELLI di Venezia, il medico CARLO POMA, mantovano, GIOVANNI PAGANONI di Venezia, agente di commercio, ANGELO MANGILI di Milano, negoziante, l'avvocato GIULIO FACCIOLI, veronese, il medico GIUSEPPE QUINTAVALLE di Mantova e il sacerdote GIUSEPPE OTTONELLI di Goito, parroco di S. Silvestro in Mantova.

Quel giorno stesso si ebbe la sentenza che fu per tutti di morte; ma non resa pubblica per alcuni giorni per dare il tempo di eseguire la degradazione e la sconsacrazione dei preti che dovevano finire sulla forca, TAZZOLI ed OTTONELLI, che avvenne il 24 novembre. Poi il 4 dicembre 1852 fu data ai dieci processati, lettura della sentenza.
La pena di morte fu dal Radetzsky confermata per il TAZZOLI, lo SCARSELLINI, il DE CANAL, il POMA e lo ZAMBELLI; per gli altri fu commutata in quella dei ferri e da otto a dodici anni di galera.
La notizia, della condanna a morte, commosse tutta la Lombardia e tutto il Veneto; molti si provarono a intercedere, come il vescovo di Mantova, il patriarca di Venezia e molte signore; ma il Radetzky e l'Imperatore rimasero sordi ad ogni appello alla pietà e la mattina del 7 dicembre del 1852 i cinque condannati furono condotti a Belfiore, fuori porta Pradella, e qui appesi alle forche.

IL TENTATIVO RIVOLUZIONARIO DEL 6 FEBBRAIO 1853 A MILANO

Il processo e la prima sentenza così addolorante di Mantova, rafforzarono nell'animo del Mazzini il proposito di preparare un moto rivoluzionario. Il grande agitatore, preoccupato dall'abbandono dei suoi più fidi seguaci e delle troppe simpatie che si andava acquistando in Italia la Casa Sabauda, pensava già da qualche tempo di rialzare le sorti del suo partito con un'insurrezione che da Milano doveva poi propagarsi nel Lombardo-Veneto e nel centro della penisola. La commozione destata dalle impiccagioni di Belfiore, lo consigliò ad affrettare l'azione.
A preparare l'impresa inviò in Italia GIUSEPPE PIOLLI DE BIANCHI ed EUGENIO BRIZIO; il primo lavorò tra la borghesia, il secondo tra gli operai, arruolandone, si disse, cinquemila, Furono armati con rozzi pugnali (stili) fabbricati da un lattoniere, uncerto FRONTI; furono anche costruiti alcuni tubi esplodenti su un modello mandato dal Mazzini, il quale inviò pure venticinquemila lire.
Fu fissata al 6 febbraio 1853 la data dell'insurrezione.

Da Londra doveva arrivare il generale KLAPKA; ma non si mosse; giunse invece un ex-ufficiale degli honweds, il FURAGY, e gli fu affidato il compito di ribellare i soldati ungheresi di stanza a Milano. Il moto doveva cominciare alle quattro pomeridiane, e a quell'ora contemporaneamente dovevano essere assaliti il castello, il palazzo reale, il fortino di porta Tosa e le caserme; ma dei cinquemila uomini del BRIZIO che si attendevano solo qualche centinaio si trovò nei luoghi stabiliti e il moto fallì.
Si cominciò, è vero, ad innalzar qualche barricata, ma pochi corsero a difenderla e subito si ritirarono e si dispersero; alcuni popolani, guidati dal capo facchino FRANCESCO FERRI, s'impadronirono di parecchi fucili e della bandiera della Gran Guardia del palazzo reale, ma, non sostenuti da altri, si ritirarono pure questi; solo verso sera, piccoli gruppi, qua e là assalirono per le vie alcuni soldati austriaci, di cui una diecina furono uccisi, ed una cinquantina di feriti. Più che una rivoluzione fu l'attacco di un modesto commando con dei risultati poco positivi nei confronti di chi disponeva di un agguerrito esercito.
Le conseguenze furono funeste per molti, anche se innocenti.

Questo tentativo servì solo ad inasprire ancora di più le autorità austriache: il giorno dopo il conte STRASSOLDO con un pubblico bando vietò la riunione di più di tre persone nelle vie, dando piena facoltà ai soldati di usare le armi contro coloro che contravvenivano a questa ordinanza, e minacciò la pena di trecento lire, e del doppio per i recidivi, chi non denunciava le persone che tenevano in casa propria alloggiate.

Provvedimenti ancora più severi adottò il Radetzky, che l'11 febbraio mise fuori il seguente bando:
"Un'orda di malfattori armati di stili, aggredì proditoriamente il giorno 6 corrente, sull'imbrunire del giorno, nelle contrade della città, di Milano, singoli ufficiali e soldati, dei quali dieci rimasero morti e cinquantuno furono più o meno gravemente feriti. Penetrato dal più profondo orrore contro il più nefando di tutti i delitti, qual è l'assassinio prezzolato, sono costretto ad adottare severe misure contro la città di Milano, ed ho perciò ordinato in base alle sanzioni notificate con il mio proclama del 19 luglio 1851 quanto segue:

"1° - La città di Milano viene posta nel più stretto stato di assedio, il quale, con tutte le sue conseguenze, verrà mantenuto con il massimo rigore.
2° - Verranno allontanati dalla città di Milano tutti i forestieri sospetti.
3° - La città di Milano dovrà provvedere al sostentamento dei feriti per tutta la loro vita, come altresì per quello delle famiglie degli uccisi.
4° - Sino alla consegna e punizione dei promotori ed istigatori dei misfatti commessi, la città di Milano dovrà da pagare all'intiera guarnigione, straordinariamente affaticata a causa di questi fatti, delle straordinarie competenze, dalla cui contribuzione saranno esenti gli individui notoriamente devoti al governo, a qualunque classe della popolazione essi appartengano.
5° - Mi riservo di infliggere alla città di Milano, secondo il risultato delle inquisizioni, la ben meritata ulteriore pena e contribuzione.
A quiete di tutti rendo poi noto che la pubblica tranquillità non è stata turbata, in alcun altro luogo del regno".

Se questi provvedimenti secondo il Radetzky non turbavano, aveva allora ragione Francesco Giuseppe che era proprio "rimbambito". Questo che segue è un vero e proprio regime del terrore a una intera città.

Infatti il giorno dopo uscì quest'altro bando del Radestzky:

"Avendomi i nuovi e recentissimi avvenimenti nonché i risultati delle pendenti requisizioni confermato nella convinzione che gli abitanti del Regno Lombardo-Veneto, meno alcune lodevoli eccezioni, si lasciano terrorizzare dall'infame partito dei sovversivi anziché mettersi lealmente ed apertamente dalla parte del governo imperiale, io mi trovo costretto in relazione al mio proclama del 29 luglio 1851, di avvertire per l'ultima volta la popolazione di questo regno che io farò applicare nei confronti di tutti coloro che si trovano complici in imprese contro il governo di S. M. l'imperatore, tutta la severità delle leggi e tutto quell'estremo rigore che io ho la facoltà di usare.
Faccio conoscere specialmente che ho ordinato contemporaneamente alle autorità giudiziarie di porre sotto sequestro, appena vi siano gli occorrenti indizi legali, i beni di coloro i quali si rendono complici in qualsiasi modo di azioni di alto tradimento, anche nel caso che tale complicità consista semplicemente nella omissione della denuncia a cui ognuno è tenuto, e ciò allo scopo d' indennizzare il pubblico tesoro delle spese straordinarie derivanti dai continui sforzi sovversivi. Su questo proposito avverto inoltre nel tempo stesso io ordino di sottoporre immediatamente alla procedura militare e di punire severissimamente coloro che dovessero rifiutarsi senza gravissimi motivi alla esecuzione di un simile sequestro ordinato dal rispettivo giudizio militare inquirente".

Nel frattempo il tribunale militare giudicava gli arrestati per i fatti del 6 febbraio. Il giorno 8 condannò alla pena capitale sette individui, di cui sei furono impiccati, e accanto uno fucilato perché mancava una forca. Il giorno 10 altri quattro furono giudicati e impiccati;
il giorno 13 altri due, e tre il giorno 17.
Così in dieci giorni furono messe a morte sedici persone e non è certo che questi avessero preso parte alla sommossa. Si procedeva all'ingrosso; i primi che vedevano li arrestavano e li condannavano alla forca.
Infatti, il giorno stesso, il 17, si ordinò ai proprietari delle case di Milano di:
"�mettere alle finestre del primo piano una lampada accesa dal tramonto all'alba; e in caso di disordine dovevano esser chiuse le porte di case e negozi e nessuno doveva uscire o rimanere nelle vie per non essere arrestato".

Il 18 febbraio il Radetzky lanciò un altro bando:

"S. M. l'imperatore, con sovrana risoluzione del 13 febbraio corrente si è degnato di ordinare quanto segue:

"Considerato quanto sia manifesta la compartecipazione dei profughi politici del Regno Lombardo-Veneto agli ultimi fatti accaduti in Milano, decreto:

1° - Tutti i beni mobili ed immobili di ragione dei profughi politici del Regno Lombardo-Veneto situati in questi paesi sono da considerarsi, a datare dal giorno d'oggi, come posti sotto sequestro.
2° - Alla classe dei profughi politici del Regno Lombardo Veneto appartengono non solo quegli individui che furono dichiarati emigrati, con la mia risoluzione del 29 dicembre 1850, o che da allora in poi hanno riacquistata nei modi prescritti la cittadinanza austriaca, ma anche ed in specie quelli che furono esclusi dall'amnistia, senza distinzione se hanno, oppure no, ottenuto il permesso di emigrare.
3° - Il sequestro sarà fatto immediatamente da parte delle autorità amministrative, ed in ciò non sarà assolutamente lecito di avere alcun riguardo ai contratti od altri affari di diritto conclusi da oggi in poi.
4° - Il mio ministro dell'interno è incaricato di curare l'esecuzione della presente ordinanza, di concerto con il mio feldmaresciallo conte Radetzky, ed io attendo le ulteriori proposizioni circa all'impiego dei beni colpiti da sequestro. - Siccome questa misura ordinata da S. M. I. R. A. è principalmente diretta a tutelare la popolazione contro le perniciose influenze degli emigrati, ed a togliere loro i mezzi con i quali essi cercano di tenere gli abitanti di questo regno in continua inquietudine e timore, così io mi riprometto che gli organi governativi incaricati dell'esecuzione della misura saranno assistiti con tutta l'operosità e con la dovuta obbedienza dai Comuni e da ciascun suddito per quanto sia nelle sue forze. Pertanto io emetto le seguenti ulteriori disposizioni:
1° Chiunque sia incaricato di ricevere in consegna, di amministrare, di conteggiare o rimettere a chicchessia qualsiasi sostanza o reddito di un profugo politico è tenuto ad eseguire il pagamento delle somme riscosse, o che deve rimettere, o fare qualsiasi altra prestazione ad esso incombente, al nuovo sequestratario, ovvero all'autorità politica della provincia. Ciò vale non solo per gli amministratori di beni, agenti o altri procuratori espressamente istituiti, ma in genere per chiunque abbia da fare al profugo politico o rispettivo mandatario qualsiasi pagamento o prestazione di altra natura, salvo quest'ultima non sia puramente personale.
2° Chiunque opera contro questa disposizione e farà al profugo e al suo procuratore qualsiasi pagamento di capitale o di interessi, o una qualsiasi altra prestazione, sarà obbligato a pagare alla prima trasgressione di questo divieto, il medesimo importo una seconda volta, o a rifondere il valore reale della cosa consegnata. In caso di recidiva, questa multa sarà riscossa per la seconda trasgressione con un importo doppio, e così progressivamente per le trasgressioni ulteriori. Notai, avvocati od altre persone rivestite di un carattere pubblico, le quali dovessero cooperare ad una menzogna o per sottrarsi alla legge, oppure contribuiscono in genere con il consiglio e con il fatto a restringere in tutto o in parte ne' suoi effetti la misura del sequestro, saranno puniti con le stesse multe indicate nel paragrafo precedente e denunciati secondo i casi alla procedura criminale per truffa o abuso di potestà d'ufficio.
3° - Il rifiuto di accettare l'incarico di sequestratario sarà trattato a termini del mio proclama del giorno 11 corrente".

Il tentativo rivoluzionario del 6 febbraio influì molto sul processo di Mantova. Oltre a quelli accennati sopra, finiti di impiccare il 17 febbraio; i successivi bandi portarono a riempire le galere e a moltiplicare i processi, piuttosto sommari, anche se apparentemente regolari come svolgimento
(notate sempre le professioni dei "felloni", "criminali", "briganti".)

Con sentenza del 28 febbraio furono condannati a morte l'ingegnere CARLO MONTANARI di Verona, TITO SPERI di Brescia, l'arciprete don BARTOLOMEO GRAZIOLI di Fontanella-Revere, l'ingegnere ATTILIO MORI di Mantova, il prete don FERDINANDO BOSIO di Castiglione delle Stiviere, il possidente mantovano OMERO ZANUCCHI, l'ingegnere ALBERTO CAVALLETTO di Padova, il maestro di lingua francese CARLO DEL POGGIO, il libraio DOMENICO CESCONI, il possidente GIOVANNI NUVOLARI di Barbasso, il possidente LISIADE PADRONI di Gonzaga, il sensale DOMENICO FERNELLI di Mantova, l'ingegner GIOVANNI MALAMAN di Venezia, il possidente LUIGI DOLCI di Verona, CARLO AUGUSTO FATTORI di Conegliano, il tipografo ANNIBALE BISETTI di Verona, l'incisore GIOVANNI VERGAMI (Sonbada) di Strassitis in Moravia domiciliato a Milano, l'ingegner GIROLAMO CALIARI di Verona, il negoziante PIETRO PAOLO ARVEDI di Verona, il dottor in legge ANTONIO LAZZATI di Milano, PIETRO GJORFJ di Gjórgje S. Micklos (Transilvania), sergente nel 6° battaglione di guarnigione a Mantova, LUIGI FALBA di Munkatz (Ungheria), sergente nel reggimento Arciduca Alberto di guarnigione a Mantova,, e GIOVANNI KIRALY di Palota (Ungheria), sotto-caporale del reggimento di fanteria Barone Wocher di stanza a Verona.
Inoltre perché non confessi sfuggirono alla morte e furono condannati a diciotto anni di ferri il possidente GIUSEPPE FINZI di Rivarolo, e il medico LUIGI PASTRO di Selva, ad otto anni lo spedizioniere AUGUSTO DONATELLI di Verona e a cinque il negoziante LUIGI SEMENZA di Castel S. Angelo Lodigiano.

Il RADETZSKY ordinò che i primi tre fossero giustiziati con il capestro e commutò la pena capitale agli altri in quella dei ferri da cinque a sei anni. Il MONTANARI, lo SPERI e il prete don GRAZIOLI il 3 marzo furono appesi alle forche nella stessa spianata di Belfiore dove li avevano preceduti i cinque martiri.

Il 13 marzo il terzo consiglio di guerra giudicò lo scrivano PIETRO FRATTINI di Legnago, il medico FRANCESCO ROSSETTI della Cascina di Massa (Milano) e FRANCESCO TORTAROTTI di Verona, conduttore di posta, condannando i primi due alla forca, il terzo a quattro anni di ferri. Il Radetzky commutò la pena del Rossetti in quella di quindici anni ai ferri. Il 19 il Frattini affrontò serenamente l'estremo supplizio anche lui a Belfiore.
Lo stesso giorno del supplizio del Frattini il Radetzky pubblicava un proclama per avvertire che l'imperatore concedeva l'amnistia a cinquantasette imputati, fra cui Luigi Castellazzo, perché i capi erano stati condannati ed "un'ulteriore prosecuzione di questo processo, minaccia di far precipitare in gravi disgrazie molte famiglie a motivo del gran numero di coloro che erano stati sedotti dalla delittuosa attività dei più compromessi".

Ma furono esclusi dall'amnistia trentatre condannati in contumacia perché avevano fatto in tempo a mettersi in salvo fuggendo; ed erano il dottor GIOVANNI ACERBI, ANSELMO VISANTI, GIUSEPPE GRIOLI, GIUSEPPE BORELLA, ARISTIDE FERRARI, FRANCESCO SILIPRANDI, ACHILLE SACCHI, GIUSEPPE BORCHETTA, VINCENZO GIACOMETTI, mantovani, GIOVANNI CHIASSI di Castel Grimaldo, GAETANO CAVALLI di Pusbega, il dottor GIUSEPPE MELEGARI di Medole, ALESSANDRO TRABUCCHI di Ostiglia, il dottor ENRICO FABRICI di S. Benedetto, il dottor BENEDETTO CAIROLI, GAETANO SACCHI, il dott. LUIGI BERETTA e GIUSEPPE MARTINAZZI, pavesi, ETTORE CAZOOR e FAUSTO FONTEBASSO, trevisani, il dottor GIUSEPPE MORA, il dottor ATTILIO LUIGI, ALBERICO GERLI, INNOCENZO PORTA, e GIOVANNI GIUDICI, milanesi, il dottor GIUSEPPE ROGNA, GIUSEPPE SQUINTANI, e CAMILLO BISCE, bresciani, GIUSEPPE NUVOLARI di Garzedole, BATTISTA ANGELINI di Villimpenta, GIOVANNI BUSATO di Venezia, GIOVANNI PEGOLINI di Adria e LUIGI BINDA di Cremona.

TENTATIVI DI MAZZINIANI NEL CARRARESE, NELLA LUNIGIANA, NEL CADORE, NELLA VALTELLINA E A MILANO

Quello del 6 febbraio 1853 a Milano non fu l'unico moto rivoluzionario tentato dal MAZZINI. Nonostante la tragica conclusione, dovuta più che altro all'improvvisazione e alla fretta, pochi giorni dopo cercò di spingere ANTONIO MORDINI ad unirsi con NICOLA FABRIZI e portarsi con pochi compagni sull'Appennino per iniziare il movimento di riscossa; ma non trovò ascolto nei due agitatori e si rivolse a FELICE ORSINI e a PIER FORTUNATO CALVI.
L'ORSINI, avendo scelto come teatro d'operazioni il Carrarese, prese accordi a Nizza e a Torino con alcuni fuorusciti che gli promisero aiuto di uomini dei territori della Spezia, di Sarzana e di Fivizzano e il 2 settembre con una trentina di compagni si accinse a varcare la frontiera modenese. Anche quest'altra impresa fallì prima ancora di cominciare perché il governo sardo, conosciute le trame in anticipo (le spie non mancavano), mandò un gruppo di carabinieri, i quali riuscirono ad arrestare l' ORSINI, che, tradotto a Genova, dopo due mesi di detenzione fu scarcerato e si recò a Londra dal Mazzini.

Nello stesso mese di settembre, per incarico del Mazzini, PIER FORTUNATO CALVI penetrò nel Cadore, dove nel '48 aveva combattuto eroicamente contro gli Austriaci, ma tradito da una guida e arrestato a Cogolo in Val di Sole fu tradotto a Mantova. Qui rimase a lungo in prigione; condannato poi a salire sulla forca, fiero com'era non volle implorare la grazia sovrana, ch'era addirittura già pronta; il 4 luglio del 1855 fu giustiziato, affrontando il supplizio con stoicismo e fierezza.

Una seconda impresa fu tentata nella primavera del 1854 ancora da FELICE ORSINI nella Lunigiana, ma neppure questa volta fu coronata da successo, nonostante una migliore preparazione e maggiori mezzi; perché i componenti la spedizione partiti da Genova su due navigli, non giunsero a riunirsi allo sbocco della Magra e l'Orsini, trovate delle ostilità nelle popolazioni che lui cercava di sollevare, dovette sciogliere la sua banda o riuscì a stento sfuggire alla cattura delle truppe e imbarcarsi per Marsiglia.

Anche nel ducato di Parma il MAZZINI tentò un colpo insurrezionale. Secondo il piano concertato dai suoi emissari e dai mazziniani di Parma il moto doveva scoppiare il 22 luglio del 1854. La mattina di quel giorno era stato deciso di appiccare il fuoco al teatro e nelle principali ville del contado e mentre la truppa sarebbe accorsa a domare gli incendi, i cospiratori dovevano assalire le caserme, procurarsi armi e munizioni, e ingaggiare la lotta al suono della grande campana del Duomo.
L'impresa fallì perché, non essendo stata tenuta segreta la trama, la duchessa li anticipò, fece occupare militarmente il teatro e la torre del Duomo. Le truppe, scoppiati gli incendi nelle ville, rimasero nelle caserme e così andò in fumo il piano dei cospiratori, ai quali riuscì soltanto di impadronirsi delle armi delle guardie di finanza e di asserragliarsi in una casa, dove dopo una fiera e inutile resistenza, furono sloggiati a colpi di cannone.

Proclamato lo stato d'assedio, la calma sarebbe presto tornata in città, se una pattuglia austriaca, incontrato un gruppo di persone, non avesse fatto fuoco contro di loro. Ne seguì un fuggi fuggi e le truppe, credendosi in pericolo, spararono sui cittadini inermi. Allora i cospiratori, sperando di trascinare la cittadinanza alla rivolta, invasero alcune case in cerca di armi e qua e là entrarono in conflitto con i soldati; ma questi molto più numerosi ebbero il sopravvento e la giornata si chiuse con quattordici morti, molti feriti e centocinquanta arrestati.
Il 6 agosto il consiglio di guerra condannava alla pena di morte il negoziante ENRICO BARILLA, il calzolaio PIETRO BOMPANI e le guardie di finanza MATTHEY, ADORNI e FACCONI.
ENRICO BARILLA, si salvò dalla pena capitale facendo delle rivelazioni, e così ebbe commutata la pena in vent' anni di lavori forzati; gli altri quattro furono invece fucilati nella cittadella.

Fallito anche il tentativo di Parma, il MAZZINI si concentrò nel volere far insorgere la Valtellina penetrandovi con circa duecento fuorusciti, fra cui l' ORSINI, il CHIASSI e il QUADRIO.
Ma quando si trattò di cominciare l'impresa, soltanto nove si presentarono all'appuntamento; tuttavia il Mazzini rimase fermo nel proposito di agire e aggiunse pure:
"Noi entreremo e i Valtellinesi coglieranno l'onore di averci lasciati arrestare e fucilare".
Si stabilì di varcare il confine svizzero il 24 agosto del 1854; ma Como, che doveva insorgere quattro giorni prima, non si mosse; il governo austriaco che stava all'erta, entrò in azione, i mazziniani nella Svizzera si sbandarono, i soldati iniziarono la caccia inseguendoli, operarono alcuni arresti e lo stesso Mazzini riuscì a sottrarsi alla cattura tenendosi nascosto in un anfratto.

Il grande agitatore, appena libero di muoversi tornò a posare nuovamente su Milano, dove fu mandato l'onnipresente e infaticabile ORSINI. Doveva organizzarvi una compagnia della morte di ottanta giovani risoluti, i quali, in un giorno da stabilirsi, dovevano pugnalare gli alti ufficiali austriaci e quindi fare insorgere e guidare il popolo milanese alla rivolta. Ma il comitato d'azione non accettò il piano, allora FELICE ORSINI si recò in Austria. Indubbiamente fu tradito da qualcuno, perché già nel dicembre del 1854, lo troviamo arrestato e tradotto a Mantova, dove in quel carcere andò a raggiungere al Calvi (il già citato, che salirà sulla forca il 4 luglio del 1855) mentre l'Orsini ci rimase dentro più di un anno, poi riuscì a fuggire nel 1856.
Questa serie d'insuccessi procurò un gran danno al partito mazziniano; e se dopo il tramonto del federalismo MAZZINI aveva visto ingrossare le sue file, ora le vide assottigliare un'altra volta; ma non perché la reazione della popolazione veniva meno, anzi i proclami, le persecuzioni, le condanne, i capestri, esasperavano, bloccavano le attività economiche già in crisi da anni, indignavano e facevano aumentare l'odio per gli austriaci, che ormai erano non solo i padroni della città ma erano diventati tiranni di un'intera popolazione.
L'assottigliamento inoltre era dovuto alle divisioni in varie correnti. E fra queste, dove c'era dentro di tutto (riguardo alle ideologie, piuttosto vaghe, utopistiche, ) di giorno in giorno si affermava sempre più il partito monarchico costituzionale e le speranze degli Italiani tornavano ad appuntarsi sullo Stato Sardo e su Vittorio Emanuele II.
Gradito o no, quello Sabaudo era del resto l'unico esercito che esisteva nell'intera Italia del nord (da qualche secolo; forse debole ma in qualche modo bene organizzato. Aiuti stranieri nemmeno pensarci; gli inglesi operavano principalmente nel sud con le sole flotte e non possedevano un esercito terrestre; mentre guardando (ormai da tempo) alla Francia, questa in questo periodo non si sapeva con chi stava, non lo sapevano gli Austriaci, gli Inglesi, i Russi, e a non saperlo era la stessa popolazione francese.
NAPOLEONE III, il "carbonaro coronato" (come lo chiamavano con disprezzo i Russi e gli Austriaci, ma entrambi promuovevano colloqui segreti) era diventato un rebus in tutte le corti e sedi diplomatiche europee. Ed alcune cercavano di allearsi con lui, solo perché temevano che si sarebbe altrimenti alleato con altre, e quindi capaci insieme di sovvertire certi equilibri, o spartirsi territori anche quando reciprocamente promettevano una o l'altra la neutralità, il non intervento.

Prima di vedere scoprire le carte diplomatiche straniere
dobbiamo necessariamente ritornare proprio in Piemonte
ripartendo dal "Proclama di Moncalieri" e dal trattato di pace con l'Austria.
Poi leggeremo gli intrighi politici che iniziano ora con Torino, Parigi e Londra
ed è il periodo che va dal 1849 al 1856 > > >

anno 1849 -1856 > > >

 

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