I GRANDI DISASTRI IN ITALIA
Sezione a cura di Michele Squillaci e Francomputer
( e altri liberali contributi di scrittori e giornalisti )


Anno 1835-1837
Epidemia di Colera - Terremoti - Tumulti popolari

1 – Premessa

……dagli all’untore…
Queste le parole che ritroviamo nei “Promessi Sposi” di Alessandro Manzoni, nel suo famosissimo romanzo, trattando delle vicende della peste del 1630. L’immaginazione popolare in assenza di spiegazioni razionali al flagello che colpì città e campagne trovò nell’”untore” l’oggetto fisico e reale cui trasferire la sua rabbia, la paura repressa dell’ignoto e la giustificazione alle innumerevoli morti dovute all’epidemia cui la gente si trovò soggetta. Non ingiustificata punizione divina, non misconosciuto flagello naturale, ma calcolato metodo di genocidio sviluppato da parte di una progenie di assassini più o meno prezzolati; e ciò ancorché nessuno nella sua pluralità fosse in condizione di identificare né i mandanti né le finalità ultime degli atti comandati dagli stessi.
Dagli all’untore! Questo grido lanciato da qualche vecchia megera, destinato ad accendere la furia incontrollabile delle masse pronte ad uccidere senza alcuna pietà chiunque fosse stato trovato in atteggiamento sospetto, fu causa di molti drammi…soprattutto per chi, accusato senza averne colpa, si trovò a subire il processo sommario della folla, l’immediata ed irrevocabile condanna nonché la terribile e subitanea esecuzione della pena comminata.
Il trasferire su un soggetto reale, vivo e condannabile le avversità della sorte fece politicamente comodo in alcuni casi al clero ed ai governanti incapaci, nella loro totale ed assoluta ignoranza, di fornire al popolo spiegazioni scientificamente accettabili. Mancarono quindi le informazioni, necessarie ed opportune, per riportare tecnicamente nella loro giusta luce avvenimenti e fatti che colpirono molteplici famiglie nei loro affetti, nei loro interessi e nei loro beni. Questa assenza diede quindi corpo e sostanza a voci incontrollate che si diffusero ovunque.
(Da notare che proprio quest'anno
AGOSTINO BASSI, non un medico ma un avvocato lombardo, fece una ipotesi, affermando che le malattie contagiose sono prodotte da microorganismi.  Scriverà anche un libro Del mal del segno, dove affermava   "sono dei parassiti che causan li morbi  dell'uomo e delli animali". Libro e notizia furono soffocati dalle polemiche. Anche perché lui non era un medico, e la stessa sorte toccò trent'anni dopo a Pasteur - Ndr.).

Alcuni secoli dopo le antiche credenze, perdurando l’ignoranza, furono utilizzate ed ancora politicamente. Questa volta però per addebitare al clero ed ai regnanti la responsabilità di gravi calamità escludendo come origine delle stesse cause naturali o punizioni divine. Gli “untori” furono chiamati nuovamente in causa ma non come soggetti sostanzialmente occulti ed autonomi bensì come agenti dei governi, incaricati da questi di spargere il “veleno” e quindi sfruttati ad arte nella loro nuova qualifica da chi, avendone interesse, cercò di sollevare le popolazioni contro il potere costituito. Negli anni dal 1835 al 1837 ne approfittarono quindi, in maniera massiccia e senza alcuno scrupolo, i membri della “Giovine Italia”, organizzazione fondata da Giuseppe Mazzini, che pilotando l’analfabetismo delle masse più indigenti, lo scontento e la paura popolare, trasferì sulla volontà oscura dei regnanti cause ed effetti della pandemia di colera che si sviluppò in quasi tutti gli Stati italiani dell’epoca; e ciò per raggiungere i propri scopi rivoluzionari.

2– Colera in Europa

Secondo alcune cronache il colera devastò l’Asia e l’Africa già nel 1817. Al termine della campagna di Persia l’esercito russo lo propagò dapprima in Russia, poi in Polonia da dove si diffuse in tutta Europa. Nel 1831, si estese in Ungheria ed in Germania. Le città di Berlino, Vienna e Budapest ne furono colpite nel mese di settembre; Amburgo nell'ottobre. Nel novembre passò in Inghilterra e da Londra, nel 1832, si trasmise a Parigi. Nel 1833 ne furono infestate le due Americhe, nel 1834 e 1835 la Spagna. Dopo aver infierito nuovamente in diverse province meridionali della Francia, si sviluppò in Italia. Il male sconosciuto ai medici con sintomi molto simili a quello dell’avvelenamento fece sorgere quasi dappertutto sospetti sulla presenza di presunti avvelenatori provocando anche sollevazioni di massa.

3 – Avvenimenti in Italia

Negli anni tra il 1835 ed il 1838 oltre alle turbolenze civili, quasi tutti gli Stati italiani si trovarono ad affrontare anche altri problemi tra cui quello originato dal colera che provocò dappertutto numerosissime vittime. Colpita dall’epidemia, ancorché in tempi diversi, fu sostanzialmente tutta l’Italia. Non ne fu esente il Regno di Sardegna, il Lombardo-Veneto, il Ducato di Parma, il Ducato di Modena, il Granducato di Toscana, lo Stato della Chiesa ed il Regno delle Due Sicilie. Oltre agli eventi che si verificarono altrove il Regno delle Due Sicilie si trovò a fronteggiare anche le conseguenze di alcuni terremoti che si verificarono in Calabria ed in Basilicata nel 1835 e nel 1836 nonché i moti popolari che si svilupparono proprio a causa delle accuse di “avvelenatore” rivolte al governo e di conseguenza al Re di Napoli Ferdinando II.

3.1 – 1835 - Colera nel Regno di Sardegna, in Toscana e nel Lombardo-Veneto

Nel giugno 1835, accertata la presenza del colera a Tolone, il Regno di Sardegna istituì cordoni sanitari e chiuse le frontiere con la Francia; ormai.... era troppo tardi. Nell’agosto riscontrati alcuni casi nei bagni penali di Villafranca, il governo piemontese inviò a Ventimiglia un Commissario di Sanità per istituire un cordone sanitario fra la contea di Nizza ed il Piemonte. Anche questo provvedimento si rivelò inutile infatti la malattia si diffuse a Nizza ed a Villafranca facendo registrare numerosi decessi.

Nel mese di agosto l’epidemia di colera invase tutto il Regno di Sardegna colpendo in particolare le città di Genova, Cuneo,Torino, Saluzzo e Racconigi. In Piemonte tutta la zona del Cuneense ed i dintorni di Torino risultarono flagellati dal morbo che, in circa due mesi, colpì seppure con intensità diversa città e province. A Nizza, persero la vita 224 persone; a Cuneo 425. A Torino la mortalità fu minore ma a Genova, che contava una popolazione di 85.000 abitanti, gli scomparsi raggiunsero le 2.160 unità.
Quasi contemporaneamente casi di malattia furono segnalati anche in Toscana dove il contagio trasmesso attraverso le strutture portuali infettò Livorno. La città con una densità abitativa simile a quella di Genova, subì la perdita di circa 1.400 persone; si ebbero vittime anche a Firenze ed in altre zone del circondario.

Nel mese di ottobre, esaurita momentaneamente l’epidemia a Genova, il morbo serpeggiando tra varie regioni raggiunse Venezia, Padova, Vicenza, Treviso, Verona, e le città dell’entroterra veneto dove si mantenne particolarmente virulento fino alla fine dell’anno.

3.2 – 1835 - Regno delle Due Sicilie - Terremoto a Cosenza

Nell’imperversare del colera il Regno delle Due Sicilie, non ancora assalito dal flagello, fu invece colpito da un evento sismico che devastò il 12 ottobre 1835 - in Calabria - la zona di Cosenza. Il terremoto colpì con effetti distruttivi alcuni centri dell'alta valle del Crati. I danni furono particolarmente gravi nelle località di San Pietro in Guarano, San Benedetto e Rovello dove le case crollarono oppure furono rese inagibili. Il sisma interessò anche un’altra dozzina di paesi, a Cosenza molti edifici risultarono lesionati, minori i danni subiti da Paola e da varie località ubicate sul versante ionico. Castiglione Cosentino invece andò completamente distrutto. Nelle zone sinistrate altri edifici furono poi resi pericolanti per effetto delle ulteriori e frequenti scosse che seguirono quella principale.

Le vittime furono complessivamente circa 115, oltre 240 i feriti ma i maggiori danni si ebbero nel contesto socio-economico che non si riprese facilmente dal trauma subito aggravando il già precario livello di vita degli abitanti. Sui luoghi sinistrati si recò l’Intendente di Cosenza che dispose alcune misure di emergenza; mancarono però interventi coordinati anche per la generale arretratezza della regione, per la sostanziale assenza di strade agibili nonché per la scarsità di altri mezzi di comunicazione.

Sul fronte del colera il 1835 si concluse nel Nord Italia con notizie rassicuranti a causa del concreto regresso della malattia. Purtroppo nel 1836 con l’inizio della stagione calda il virus tornò ad infuriare e scorrendo verso il meridione, si diffuse negli stati del centro Italia per poi giungere nel Napoletano mietendo, nella sua corsa assassina, migliaia di vite umane.

3.3 – 1836 - Colera al Nord e nel Centro Italia


Nel marzo del 1836, passato l’inverno e con l’avvento della primavera, il colera fece la sua riapparizione in diverse parti d’Italia creando preoccupazione nei governi per una nuova violenta manifestazione dell’epidemia. La speranza che si trattasse di casi facilmente isolabili durò poco tempo; in breve nuovi segni del morbo si manifestarono nelle province sotto dominazione austriaca diffondendosi a Milano, Como, Brescia, Lodi e Crema. Malati furono segnalati quindi nel Veneto e nel Mantovano. Numerosissime le vittime. L’atmosfera di scoramento e sfiducia generalizzata che si originò a seguito dell’epidemia diede corpo a sospetti e ad antiche credenze, sostenute peraltro da analoghe dicerie provenienti da Francia Spagna e Polonia su avvelenamenti di massa voluti per ragioni di Stato.

Nelle città si aprì quindi la caccia agli “untori”. Nei momenti difficili…..c’è sempre spazio per superstizione e fanatismo! A queste psicosi non furono esenti anche le classi più abbienti e le persone culturalmente più preparate. Giuseppe Giusti infatti, poeta e scrittore, in quei tempi scrisse “ Il morbo ah! Credilo – Idolo mio! Ci vien dagli uomini – Non vien da Dio!".
L'epidemia poi si diffuse in Veneto e nel suo entroterra dove poi si esaurì nel settembre dello stesso anno; le autorità austriache fornirono statistiche spaventose; le stime ufficiali indicarono infatti, dal 1 settembre 1835, circa 43.000 casi accertati con oltre 22.000 morti. Sempre nel mese di settembre furono revocate a Venezia ed a Milano le disposizioni straordinarie stabilite per far fronte all’epidemia. Anche per la Lombardia furono forniti i dati ufficiali; dal mese di aprile 1836 a quello di settembre, il morbo colpì circa 60.000 persone delle quali ne morirono circa 32.000.

L’avanzare della malattia e la sua virulenza preoccupò anche lo Stato della Chiesa, quindi il Papa - Gregorio XVI - intervenne disponendo la formazione di cordoni sanitari e l’istituzione di un apposito corpo di “Guardia Sanitaria” le cui forze furono distribuite tra le principali località di confine. Anche in questo caso i blocchi funzionarono poco. Nel mese di luglio l’epidemia si diffuse anche nell’Italia centrale ed in particolare in Emilia; da Ferrara il colera, accompagnato da dicerie e superstizioni, si estese nelle Marche. Ad Ancona infuriò associandosi anche alla crisi economica derivante dal blocco dei commerci e dalla conseguente mancanza di viveri e materiali sanitari. Il colera continuò poi a colpire indiscriminatamente la popolazione mentre le “voci”, raccolte dai circoli liberali, furono utilizzate nell’ambito della lotta politica.

A Roma fu scoperta una cellula della “Giovine Italia” e furono quindi imprigionate 17 persone fra cui tre frati agostiniani. Altre agitazioni furono poi provocate utilizzando opportunisticamente il colera nel tentativo di promuovere insurrezioni popolari contro il governo accusato di incuria o addirittura di diffusione volontaria del morbo. L’episodio più rilevante si verificò a Viterbo dove Mons. Giacomo Antonelli istituì una commissione militare e questa nell’ottobre del 1837 condannò quattro giovani alla morte e sette a vari anni di carcere, fra i primi Giuseppe Arcangeli ed il marchese Pio Muti-Bussi; Gregorio XVI però commutò a pene detentive quelle di morte.

3.4 - 1836 - Regno delle Due Sicilie - Terremoti in Calabria ed in Basilicata – Colera a Napoli

Nel Regno delle Due Sicilie nel frattempo le cronache riportarono notizie liete ed altre luttuose. Infatti il 16 gennaio 1836 nacque FRANCESCO, l’atteso erede al trono, salutato con vasta partecipazione della popolazione, da grandi feste e luminarie. Furono coniate medaglie a ricordo dell’avvenimento, aperti giardini e palazzi, organizzate messe e processioni di ringraziamento; le strade si riempirono del popolo esultante. Nel clima di giubilo generale il Re concesse anche l’amnistia ai condannati politici cosicché molti patrioti meridionali, espatriati per sfuggire alla pena, rientrarono nel regno. La festa durò poco .. infatti, alla fine dello stesso mese di gennaio, la regina - Maria Cristina di Savoia - particolarmente amata dalla popolazione e gravemente ammalata cessò di vivere.

Il colera nel frattempo si avvicinò pericolosamente ai confini delle regioni meridionali che ne furono contagiate a partire dal mese di ottobre. Pochi mesi prima però un altro grave disastro naturale colpì nuovamente la Calabria.
Il 25 aprile del 1836 un evento sismico di notevole portata interessò infatti la Calabria settentrionale portando nuove devastazioni alle popolazioni locali. Una scossa violentissima seguita da numerose repliche colpì gli abitati di Crosia, Rossano e Calopezzati tutti centri della Calabria settentrionale in provincia di Cosenza. Il terremoto causò profonde fenditure e voragini nel suolo mentre, nel tratto di costa tra Corigliano Calabro e Calopezzati, un maremoto travolse barche ed attrezzature da pesca.

I morti furono complessivamente 239, di cui 140 a Crosia e 89 a Rossano, 592 i feriti. Notevoli i danni all’economia locale il che aggravò il già notevole grado di indigenza degli abitanti delle zone sinistrate. Sui luoghi colpiti dal sisma si recarono le autorità locali civili, religiose e militari che provvidero ai soccorsi di prima necessità nonché alla costruzione di baracche destinate ad alloggi provvisori. Provvisori erano e …provvisori restarono per molti anni ancora. In ogni caso però nel mese di ottobre altre priorità ed emergenze furono poste all’ordine del giorno delle autorità di governo; furono infatti registrati i primi casi di colera a Napoli.
Il morbo, in regressione nel Nord Italia, si presentò drammaticamente a Napoli anche a causa della densità della popolazione e dello stato di degrado sanitario in cui si trovò parte della città. Nei tre mesi che intercorsero tra l’ottobre ed il dicembre 1836 i Bollettini Sanitari registrarono circa 9.600 casi con oltre 5.200 morti. Nel frattempo l'epidemia si estese in Puglia, colpendo soprattutto la città di Barletta nei pressi di Bari ed altre zone del regno portando con sé ancora molti lutti ed inquietudine.
Nell’imperversare del colera un altro terremoto il 20 novembre 1836 segnò duramente la Basilicata meridionale. L’evento sismico ferì una quindicina di località situate al confine tra la Campania e la Basilicata. Il paese più danneggiato fu Lagonegro, dove quasi tutte le abitazioni risultarono distrutte o danneggiate. Crolli si verificarono anche a Casalbuono, Castelsaraceno, Lauria, Montesano sulla Marcellana, Nemoli, Rivello, Trecchina, Lauria, Carbone e Castelsaraceno. La scossa fu avvertita anche a Napoli ed a Potenza. Nell'area si verificarono frane dovute anche alle violente precipitazioni atmosferiche che anticiparono e seguirono il terremoto.

Anche in questo caso furono forniti soccorsi ed organizzata l’assistenza ospitando i senza tetto nelle case non danneggiate od in baracche appositamente costruite. Ai più poveri furono elargite da apposite commissioni elemosine e generi di conforto. Le conseguenze del sisma , peggiorarono le condizioni di vita dei più indigenti, aumentarono lo scontento e nello stesso tempo non migliorando certamente le condizioni igieniche delle popolazioni, già di per sé scarse, accrebbero la possibilità di contrarre il morbo.
Alla fine del 1836 il bilancio complessivo del regno risultò particolarmente negativo, sia a causa dell’infierire del colera e dei terremoti sia per l’annuncio riguardante il prossimo matrimonio di Ferdinando II con Maria Teresa d’Austria che non fu visto positivamente dall’opinione pubblica.

3.5 – 1837 - Colera nel Regno delle Due Sicilie e nello Stato Pontificio – Tumulti popolari

Nel mese di aprile del 1837 la guerra ingaggiata contro il colera proseguì senza che lo stesso avesse perduto nulla della sua originaria virulenza. Il contagio riapparve nello Stato della Chiesa, a Genova, nel Regno di Napoli, in Sicilia e nell'Italia Centrale. Questa volta però la ricomparsa del morbo fece sì, che alcuni facinorosi amplificassero oltre misura la voce sull’esistenza di avvelenatori “..i quali attossicavano i cibi e le acque e le case con certa polvere di che eran sempre provvisti”. (*). Ne seguirono disordini ed anche l’uccisione da parte della folla tumultuante di qualche innocente.

Al colera che continuò a flagellare Napoli con una media di cento casi al giorno si aggiunsero quindi tentativi reazionari e conseguentemente duri provvedimenti repressivi. In Abruzzo giunsero notizie sulle calamità delle Romagne e delle Marche nonché nuove dicerie su avvelenamenti richiamando in queste anche quelle sorte a suo tempo a Roma quando si diffuse, unitamente al colera, la credenza che le vittime fossero dovute non al morbo ma al "veleno". Analoghe notizie giunsero da Palermo. Per accreditare simili fandonie nel giugno 1837 a Penne furono gettate da ignoti ostie colorate in una fonte pubblica. La popolazione in tumulto ritenne che fosse stato dato ordine al vescovo ed alla polizia di avvelenare l’acqua.

Ne approfittarono liberali e vecchi carbonari, gli insorti giovandosi della paura generale e delle voci sulla presenza di untori governativi, assalì i gendarmi, occupò il municipio e proclamò la costituzione di Palermo del 1820. Nei paesi vicini solo a Moscufo e Cappelle il movimento insurrezionale incontrò il favore degli abitanti mentre la città di Loreto ed altri villaggi non aderirono. Le truppe regie, provenienti in parte da Pescara e da Chieti marciarono quindi sulla cittadina di Penne arrestando i capi della rivolta. Una commissione militare giudicò poi e condannò a varie pene 102 persone. Otto le condanne a morte di cui sette pronunciate in contumacia.
Anche in Calabria si sparsero “voci” ed il Re Ferdinando II nominò Commissario per le Calabrie l’intendente di Cosenza Giuseppe de Liguoro che arrestò diversi presunti avvelenatori e ne fece impiccare alcuni. A Spizziri, comune della Calabria fu arrestato un tale Esposito preso nell'atto di gettare sostanze venefiche in una fontana con lo scopo di provocare tumulti popolari. Egli confessò di aver agito su mandato di un certo Luigi Stumpo e del sacerdote Luigi Belmonte. Una Commissione militare li condannò a morte.

Altre azioni analoghe e tumulti si verificarono, sempre in Calabria, a San Sisti. Due individui Carmine Scalpelli e Luigi Clausi, ritennero di poter marciare impunemente su Cosenza. Non trovando un numero sufficiente di seguaci abbandonarono l’impresa ma la polizia, li arrestò. Giudicati furono condannati a morte, mentre ad alcuni altri componenti della progettata spedizione furono invece comminate pene detentive.
L’epidemia di colera continuò comunque ad infuriare soprattutto nell’Italia Centrale e Meridionale. Dal 13 aprile al 26 settembre i casi di colera registrati a Napoli ammontarono ad oltre 21.000 di cui circa 14.000 mortali. A Roma, dove fu aperto un apposito lazzaretto, dall’8 luglio al 3 novembre i casi accertati furono oltre 9.300 dei quali circa 5.400 mortali. Nella sola città di Catania dal 1° agosto al 30 settembre persero la vita oltre 6.900 abitanti. Una recrudescenza del contagio colpì anche Genova e la costa ligure, tra cui Portofino e San Remo, dove dal 13 luglio al 18 ottobre le vittime furono pari a circa 700 persone.
In Sicilia alcune cronache riportano che a Palermo, fu fatto approdare un vascello con un carico di legno proveniente dalle aree infette. Immediatamente il morbo si diffuse colpendo alcuni quartieri. Il governo napoletano fu quindi accusato di voler distruggere il popolo siciliano. Sulla base di questa accusa le dicerie sul “veleno” si sparsero in tutta l’isola. Ad aumentare i sospetti contribuì l’approdo autorizzato di altre navi sempre provenienti da zone contaminate.

La cittadinanza si sollevò “Nel territorio di Palermo cominciarono gli ammazzamenti di poveri infelici sospettati avvelenatori. Nella campagna detta la Grazia ne furo uccisi due, un altro il dì appresso e dieciasette nel villaggio Abate. La voce si divulgò; i siciliani diventarono belve feroci. Dieci ne furono trucidati a Bagheria, trenta a Capece, ventisette a Carini, dodeci a Corleone, undeci a Prizzi, dieci a Termini, trentadue a Marineo compresi il parroco ed il Sindaco; e... orribile a ricordarsi, sessantasette a Misilmeri. Furti, saccheggi, violenza e vendette private seguirono quelle scene di orrore”. (*).
Anche a Siracusa avvennero atti di estrema crudeltà “…Ci basti ricordare che a Siracusa furono trucidati l’ispettore di polizia, l'intendente della provincia, il presidente della G. C criminale Giuseppe Ricciardi ed altri ragguardevoli personaggi. La provincia fu tutta in armi per opera di un avvocato Mario Adorno…”.(*).
Le città insorte dichiararono la loro indipendenza da Napoli “A Messina, a Catania, in tutte le città dell'isola furono sparsi proclami, nei quali dicevasi che Ferdinando 2°, persuaso di dover abbandonare la Sicilia, aveva segretamente ordinato di distruggerne la popolazione”. (*).
Rimossa pertanto ogni autorità legalmente costituita a Palermo a Catania ed a Messina furono nominate giunte straordinarie di governo ed in breve il moto nato dalla superstizione assunse un carattere politico separatista. Nell’agosto 1837 Ferdinando II diede al Maresciallo Saverio del Carretto - ministro di polizia - l’incarico di recarsi nell’isola e di ripristinare l’ordine.

“…La insurrezione dilatavasi, quando là giunse con poderoso rinforzo di truppe il Marchese del Carretto , il quale con l'alter ego, che il re aveagli dato, ordinò che si arrestassero tutti i capi dell’insurrezione, e gli autori degli assassinii commessi. La calma sopravvenne istantaneamente; settecento cinquanta furono gli arrestati, che convinti dalle pubbliche testimonianze di essere stati parte organizzatori, parte esecutori dei misfatti, centoventitré furono condannati a morte dalle Corti speciali, gli altri a pene di ferri o di prigionia. Duecento quattro si salvarono con la fuga; e furono promessi premii a chi li avesse arrestati”…. “Fu allora che Ferdinando 2° vide la necessità di abrogare quanto nel 1816 avea stabilito Ferdinando 4°, e decretò la promiscuità delle cariche e degli impieghi fra napoletani e siciliani, sperando far terminare in questo modo l'antagonismo, che si studiava mantenere vivo tra le due parti del regno”.
(*).
La rivolta fu quindi domata in breve tempo aggiungendo lutti ai lutti. Con il sopraggiungere del nuovo inverno l’epidemia cessò di far sentire i suoi negativi effetti. Silenziosamente, così come arrivata tre anni prima, altrettanto silenziosamente se ne andò tra la fine del mese di settembre e gli ultimi giorni del novembre 1837 lasciando dietro di sé un immenso carico di morte e di dolore. Esaurito inoltre al momento, ogni ulteriore intendimento rivoluzionario, all’attività politica si sostituì quella religiosa. Processioni e messe furono quindi organizzate dappertutto a titolo di ringraziamento. A Genova la fine dell’epidemia fu celebrata con un solenne Te Deum. Qualcuno scrisse "Dio ha voluto far scendere nell'Inferno i malvagi, e ha accelerato la morte dei giusti per averli accanto a sé nel Paradiso".
Il colera scomparso nel 1837 fece poi la sua ricomparsa sempre con durata pluriennale nel 1854, nel 1866 e nel 1884 provocando anche in questi periodi gravi sconvolgimenti nelle popolazioni di tutta Italia che furono colpite, con il lutto, nei loro affetti più cari. Il colera sparì e riapparì ma l’”untore” rimase sempre vivo nell’immaginazione popolare. La gente richiamò la sua oscura figura nel mondo del reale in occasione delle numerose calamità naturali che colpirono i territori italiani nel corso dei molti decenni che seguirono e fin quasi ai giorni d’oggi.

Michele Squillaci
Bibliografia:
Cesare Cantù – Storia di cento anni – Felice Le Monnier, Firenze, 1855
(*)
B.Cognetti – La storia d’Italia – Sacra Civile e letteraria – Napoli 1876 (*)
Gori – Il Popolo Italiano nella storia della Libertà e della grandezza della patria dal 1800 ai giorni d’oggi. Vallardi Editore 1928
C. Spellanzon – Storia del Risorgimento e dell’Unità d’Italia - Rizzoli & C., Milano 1934
N. Nisco - Storia del Reame di Napoli dal 1824 al 1860 – Napoli 1908
B. Costantini – I Moti d’Abruzzo dal 1798 al 1860 – A.Polla, Aquila - 1998
Siti internet : Franco Gonzato - Cronologia.it
Cronache e documenti vari
Foto dei tarocchi: da collezione privata.

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