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( QUI TUTTI I RIASSUNTI ) RIASSUNTO ANNI 1821-1880 (6)

 LETTERATURA  
del SECOLO XIX    ( inizio e metà Ottocento)

( Letteratura e Politica nel Risorgimento )
" Dalla contemplazione all'azione "

BALBO e "LE SPERANZE D'ITALIA"

di Francesco De Sanctis


* IL POLITICO DELLA SCUOLA MODERATA: CESARE BALBO
*LO STILE E IL CONTENUTO DE "LE SPERANZE D'ITALIA"


Cesare Balbo (1789-1853)

* IL LETTERATO-POLITICO DELLA SCUOLA MODERATA: CESARE BALBO

 

Quali impressioni, non dirò Rosmini, già antico, ma Gioberti col suo Primato e la sua Teoria del soprannaturale produsse sulla scuola liberale, specialmente piemontese? Quali impressioni produsse, soprattutto, su uno spirito così positivo e storico come quello di CESARE BALBO ?
Certo, a Balbo e ai suoi amici piacquero molto il
Primato e la Teoria del soprannaturale. In fondo, Manzoni, Rosmini, Cantù, Tommaseo, Gioberti, Balbo, d'Azeglio che volevano? Che cosa li scostava dalla scuola repubblicana o radicale? Volevano che, una volta constatato l'Italia non potersi fare con le rivoluzioni, le sette, le congiure, si facesse conciliando tutte le forze e tutti gli, elementi, il papato e la monarchia con la libertà e il progresso civile. Conciliazione vuol dire compromesso; non si fa senza che alcuno ceda qualche cosa: i liberali dovevano rinunziare ai mezzi violenti, attendere una Italia fatta dal papa e dai principi, e questi dovevano rinunziare all'assolutismo, il papa all'immobilità, alle teorie da cui uscì poi il sillabo e l'infallibilità.
Posto questo fondo comune de' liberali moderati, soprattutto piemontesi, il resto si riduceva ad un sistema di tattica.

Si diceva: volete l'indipendenza d'Italia? Questo é il metodo. Non si voleva violentare l'opinione; a quelli che non credevano, non si gridava : credete per forza. Siano quali si vogliano le opinioni: si tratta di un'azione politica eper uno scopo politico; bisogna cha si conciliano tutti nell'azione, re opinioni rimanendo intatta.
Questo metodo, mediante Rosmini e specialmente Gioberti, diventò filosofico. Qui è la parta importante, ma insieme dannosa dal movimento, - fare di un semplice espediente politico una verità di filosofia. Credevano, formando questa base filosofica, mostrare cha il sistema non soro era utile, ma ragionevole a vero, sì che non solo conciliasse gli uomini politici, ma anche l'opinione, o creasse un'opinione nuova nella quale potessero convenire e prìncipi e papa e liberali.
A tutti i liberali e a Cesare Balbo piacque la teoria dal Gioberti ed il Primato, cha dava appunto un aspetto filosofico a ciò cha per essi era espediente politico. Bisogna vedere coma Balbo parla di Gioberti, come lo considera più grande dallo stesso Platone. Ma Gioberti, scendendo nella pratica, metteva il primato papale insieme col primato italiano. Balbo s'insospettì. Si cominciava a vedere che, dirimpetto alle utopie repubblicane, nasceva un'utopia ultra-cattolica, fondata sulla preminenza dal papa coma ai tempi di Gregorio settimo, sulla preminenza d'Italia quale sede dal papato. Parva a Cesare Balbo cha, quand'anche non fosse chimera, ara cosa troppo lontana, troppo fuori dalla vita ordinaria di una generazione. E, rispettando la filosofia di Gioberti, persuadendo tutti ad accattare quelle idee, accettandole egli per primo, volle tirare Gioberti, dalle ragioni astratte in cui si era masso, nel campo del reale e del possibile. Ciò rivela l'ingegno politico.

L'importante per un popolo che aspira ad un'azione politica è fissare uno scopo non lontano ed unico, intorno al quale si conciliano tutta le sua forza. Quando si lotta per vari scopi, si disperdono le forze; volando conseguirli tutti, non si arriva a nessuno. Quindi la preoccupazione di Balbo era legittima, era quella di un uomo politico, il quale comprendeva che l'importante per un popolo è sapere che vuole, dove vuole andare, che niente sfibra di più un popolo quanto l'incertezza, del punto a cui vuole arrivare.

È inutile che vi spieghi la differenza tra filosofo e l'uomo politico, dopo tredici anni di vita costituzionale. Il filosofo deve travagliarsi intorno ad idee e princìpi; i princìpi perché siano attuati, ci vogliono secoli. Quindi lo scopo dal filosofo é lontano, i mezzi che propone sono idee accessorie di una principale, facendo astrazione dagli altri elementi storici, umori, interessi, passioni, accidenti.
L'uomo politico non può avere innanzi a sé che un piccolo spazio di tempo, e sarebbe stolto uomo politico chi, par esempio, oggi nella Camera italiana parlasse dalla missione d' Italia in Oriente. Diceva Cesare Balbo,
forse é vero, che l'uomo politico ha innanzi a sé uno spazio medio di trentacinque anni, quanto dura una generazione. Bisogna poi avare mezzi non ideali, ma corrispondenti alle condizioni in cui un popolo si trova. Il filosofo dice : datami il principio e vi darò le conseguenze; il politico, dato un paese in questa o quella situazione, indicherà i mezzi immediati par condurlo a stato migliore. Il primo ha par dato un principio e le idee cha nascono, il secondo ha par dato la realtà; chi grida sempre: bisogna stare ai princìpi, scambia la filosofia con la politica.

Balbo, dunque, pone assai bene il problema politico, mentre Giobarti resta filosofo. Quello dice: dato lo stato in cui ora è l'Italia, dove andremo? Sé il punto di arrivo é lontano e chimerico, non si può raggiungere, perché una generazione dura poco sulla scena a vengono altre, ed allora il punto di arrivo non è speranza d'Italia, è disperazione: i popoli disperano quando hanno una mèta utopistica, lontana. Perché l'Italia, la quale finora ebbe desiderii, ora abbia speranze, bisogna darla uno scopo cha si possa conseguire in poco tempo, bisogna cha di questa possibilità non si dubiti.
Questa é l'origina dal libro di Balbo le
Speranze d'Italia, destinato a dare all' Italia uno scopo determinato e col quale fosse possibile arrivare, invece delle aspirazioni lontane che le dava Gioberti.
LO STILE E IL CONTENUTO DE "LE SPERANZE D'ITALIA" Della forma del libro, che è dedicato appunto a Gioberti, vi dirò brevemente. Non fu mai più vero il detto lo stile è l'uomo. Vedete Cesare Balbo ne' suoi ritratti (come quello sopra): asciutto, severo, sicché pare per lui impossibile il sorriso, senza forme, alla buona, soprattutto con aria sincera e di uomo da bene. Così si rivela nello stile, asciutto, diritto, senza distrazioni a diritta ed a manca, senza fiori, spregiando fronzoli, irto di osservazioni, in veste ruvida e scolastica: è stile che fa riflettere e a lungo andare diventa pesante. Proprio il contrario dello stile di Gioberti, artistico, immaginoso, che aveva naturalmente tanta presa sul popolo italiano.
Ma l'importanza del libro è nel suo contenuto. Se vogliamo cercare uno scopo sperabile, -pensa Balbo, - bisogna prima allontanare i sogni e le utopie. Non siamo tutti concordi, chi affaccia una chimera, chi un'altra eliminiamo queste, innanzi tutto.
Primo sogno è il
Primato di Gioberti. Balbo francamente lo combatte non come troppo lontano, affidato ad un futuro imprevedibile; ma come chimerico in se stesso.

Il passato non si rifà - e qui vedete l'uomo avvezzo a maneggiar fatti, a diffidare delle teorie, lo storico. Il papato è stato, ha avuto quella potenza che Gioberti sogna per l'avvenire, il futuro appartiene ad altra corrente: il Medioevo non torna più, e nemmeno il primato italiano.
Qui è curioso seguire il suo ragionamento. Le nazioni pagane, - egli dice, - ebbero un primato babilonese, assiro, persiano, greco, romano. Appunto per questo primato unico, si corruppe e perì la civiltà antica. Quando è uccisa l'attività nella circonferenza per concentrarla in un punto solo, le nazioni, presto o tardi, s'illanguidiscono e muoiono.
La civiltà moderna, cristiana, ha primati molteplici e cangianti. E qui notate una differenza. Gioberti divide il mondo in cattolico ed acattolico, e scomunica non solo i turchi, gl'indiani, gli scismatici, ma anche i riformati. Balbo guarda le cose con minore esagerazione, parla sempre di nazioni cristiane, comprendendovi anche le protestanti. Dunque le nazioni cristiane possono ammalare, non perire; e, perduto il primato, presto o tardi lo ripigliano in tutto o in parte. Perciò il primato è molteplice e cangiante, passa d'una nazione in altra, e se una ne ha uno, un'altra ne ha un altro. Per esempio l'Italia l'ha nell'arte, la Francia nella politica, e
così via.

Balbo parla d'un primato germanico durato sei secoli, poi del papale, poi dello spagnolo, del francese, e conclude che oggi deve esserci il primato britannico, - lungi dal sospettare che avremmo avuto un primato tedesco di ritorno.
Dopo questa teoria, confutazione di quella di Gioberti, Balbo dice : proponiamoci uno scopo più pratico. Attaccando in guanti gialli il filosofo, spiega a suo nodo le opinioni di lui: - Gioberti vuol dire in sostanza che il papato sarà rispettato dalle genti cattoliche e l'Italia sarà rispettata come la terra che ricetta il papato. - In fondo, Balbo non credeva al primato di Gioberti. - Viene poi lo scopo di Mazzini e de' repubblicani, il porro unum necessarium, l'unità nazionale, un gran regno italico. Ma questo, secondo Balbo, non ha mai esistito, non può esistere, specialmente per le divisioni secolari fra le varie città. E poi, che fare del papato? Secondo Gioberti, l'Italia non poteva rigenerarsi se non rispettando il papa ed il suo territorio, il papa era uno dei principali fattori della redenzione italiana. - Come per Balbo, l'unità italiana era allora un sogno per quasi tutti gli uomini politici del Piemonte, ed io stesso ho udito dire così da Alessandro Manzoni.

Altri, redivivi ghibellini, ripigliavano l'utopia dantesca dell'Italia giardino dell'Impero, e volevano far l'Italia invocando l'aiuto straniero, anche a costo di essere conquistati, perché pensavano che, sotto la conquista, l'Italia si sarebbe unificata; conquistatori e conquistati si sarebbero fusi e quindi uniti e liberi tutti. - Fu questo l'assunto degli storici del secolo passato, come del Romagnosi, che rimpiangevano la venuta di Carlo Magno, quale impedimento alla fusione de' Longobardi con gli Italiani.

Tutte queste sembrano idee strane a Balbo, che va fino ad attaccare Dante ed il suo libro
De Monarchia. E, veramente, gli spiriti italiani erano così esaltati, che poteva venire l'idea di farsi aiutare dagli stranieri, non quella di farsi conquistare; sicché qui Balbo si crea mulini a vento per il piacere di combatterli. Egli stesso se ne accorge e dice esser pentito di averci consumato un capitolo.

Notate però un passo importante. - E se potessero sorgere questi nuovi ghibellini - egli dice - io che in quei tempi sarei stato guelfo, oggi diventerei guelfo: fortuna che guelfi e ghibellini sono passati alla storia. - Balbo, se non era ghibellino, non poteva nemmeno a rigore dirsi guelfo come Rosmini, Manzoni, Gioberti; era piemontese più che guelfo.

Altro sogno da scartare. Sismondi aveva pubblicato il suo bel libro, la Storia delle repubbliche italiane, e da esso prese origine una scuola di cui il più illustre rappresentante fu Carlo Cattaneo, di cui sopravvive Giuseppe Ferrari. Credevano l'Italia non si potesse fare se non con la repubblica, fondando uno Stato centrale ed aggruppandogli intorno gli altri. Questo sistema fu messo in ridicolo, e gl'Italiani, un po' retorici quando parlano sul serio, ma inarrivabili quando vogliono far dello spirito, lo chiamarono:
il sistema delle repubblichette; Giusti trovò l'espressione : l'Italia in pillole. - L'Europa non voleva repubbliche, e poi sarebbe stata un'Italia debole fuori, turbata dentro.

Quale, dunque, sarà lo scopo sperabile per un serio uomo politico, lo scopo intorno al quale tutte le forze devono concentrarsi? E la confederazione de' prìncipi, la lega per uno scopo che non leda l'interesse dei prìncipi : non l'unità nazionale, ma l'indipendenza dallo straniero.
Il popolo, s'è visto, non può raggiungere questo scopo, non può cacciare l'Austria esso solo: dunque, uniamoci tutti, prìncipi, papa, popolo, per questo scopo, e quando avremo assicurato il vivere, penseremo, dopo, al modo di vivere.
E' certo merito di Balbo aver messo la questione in modo sì chiaro e fatto comprendere la necessità di avere un fine prossimo e determinato. Dopo tante sommosse non riuscite, l'Italia era depressa, ma allora cominciò a lasciare le utopie. Doveva parer più facile giungere allo scopo proposto da Balbo, perché per la rivoluzione la base era l'accordo dei popoli, per la lega l'accordo de' prìncipi. Sembrava a tutti che, quando i principi si fossero persuasi della possibilità dell'impresa ed anche dell'utile che ne potevano cavare, non sarebbe stata difficile l'unione. Balbo dimostra che la lega è veramente conforme alla storia d'Italia, rammenta la Lega lombarda, - argomento assai comune a quei tempi, anzi proprio in quel periodo comparve il libro del padre Tosti sugl'interessi papali nella Lega lombarda; - rammenta la lega promossa da Lorenzo de' Medici.
Eppure, quel che pareva tanto facile, fu difficile; ciò che pareva strano e impossibile divenne, non solo facile, ma la sola cosa possibile.

La lega fallì. Nè Cesare Balbo s'era dissimulato il lato debole del suo sistema, che fu accettato dai liberali italiani. Altro suo merito è, anzi, l'aver conosciuto il lato debole ed indicati i rimedi. Egli diceva: - Gioberti pretende di questa lega fare promotore e patrono il papa. Lasciamo lì il papa: abbia tutta l'autorità morale, benissimo, ma non gli si dia missione politica : il potere politico del papa è cosa finita, appartiene alla storia. La missione politica deve averla uno Stato italiano. Ogni lega suppone uno Stato dirigente; così fu Atene in Grecia, Roma in Italia. Ora il Piemonte deve avere l'egemonia sugli altri Stati italiani.

Qui è il lato debole della lega. Invitare il Piemonte all'impresa era sì naturale che molti supposero Balbo scrivesse ispirato da Carlo Alberto; dopo, Balbo, D'Azeglio ed altri furono chiamati
albertisti. Il Piemonte, oltre l'interesse nazionale, s'ingrandiva prendendo il Lombardo-Veneto. Ma la Toscana, lo Stato pontificio, Napoli specialmente, che nei confronti del Piemonte era quasi quel che era l'Austria di fronte alla Prussia, che interesse avevano di aiutare il Piemonte? Per essi rimaneva solo l'interesse nazionale. E poi, divenuto così possente il Piemonte, che sarebbe stato degli altri? Avrebbero ubbidito allo Stato più forte. Nè vale dire che era Stato italiano; per i prìncipi non importava essere comandati da uno Stato italiano o da uno straniero, ma di non essere comandati. Era quindi più facile che i popoli aiutassero un solo principe, e non che i principi si unissero fra loro.

Eppure Balbo pone come principio l'egemonia piemontese, non solo per opportunità, ma per missione storica. La storia ha le sue fatalità, né le si resiste. Il primato in Italia - secondo lui - a volta a volta era appartenuto a grandi città, Firenze, Venezia, Genova, Milano, anche Roma in certo modo. Alla metà del secolo XVI tutto questo finì. Dopo i Doria, che divenne Genova? Che fu di Firenze coi Medici? Che fu per Venezia la metà del secolo XVI se non il principio della decadenza ? E quello è il secolo in cui comincia veramente la grandezza del Piemonte. Il resto d'Italia si sfasciava, ed il Piemonte si riuniva e rafforzava sotto Emanuele Filiberto che fu il suo Federico secondo, che promosse la coltura e il progresso, di cui si vedono i risultati nel secolo passato in tre grandi nomi : Denina, Lagrangia, Alfieri. - Era lo Stato d'Italia meno logoro d'agitazioni, più disciplinato, aveva un esercito meglio costituito. Poiché i primati non s'improvvisano, o l'impresa italiana non poteva riuscire, o si doveva lasciarne la direzione al Piemonte.

E Napoli? Comprendete che i meridionali e il re di Napoli non dovevano essere contenti di combattere senza avere niente. E' vero che alcuni parlavano di compensi da darsi sulle Marche, ma, d'altra parte, non si doveva toccare il papa. Bisognava che Napoli, per solo spirito nazionale, si mettesse all'impresa. Però, una volta confederata l'Italia, cacciato lo straniero, l'industria ed il commercio avendo fatto di essa un paese forte
e libero, avrebbe sentito come le nazioni forti e giovani il bisogno di espandersi. Dirimpetto Napoli è Tripoli, Tunisi, la costa africana: quante belle conquiste si possono fare. Quindi, come Napoli avrebbe aiutato il Piemonte, così il Piemonte avrebbe poi aiutato Napoli.

È un sistema pieno di lacune, e nonostante tutti gli sforzi, da quel che dice Balbo non esce la possibilità di una lega. Infatti, nel 1848, dopo il 15 maggio, il re di Napoli richiamò le sue truppe, così fece la Toscana, così il papa che disertò la causa italiana, e il Piemonte rimase solo in ballo.
Però l'idea della lega è tornata a galla e, per il minor male, è oggi programma de' clericali che non avversano l'indipendenza nazionale. Vi dissi altra volta che vi erano due sette clericali, una interamente retriva e reazionaria, l'altra, in cui avevano il dito i gesuiti, voleva concorrere a cacciare lo straniero.
Quello che allora per noi era il programma più avanzato, oggi, - vedete quanto cammino abbiamo fatto! - é dei giornali clericali che non ardiscono maledire all'Italia né volerla dipendente, e pensano ancora alla lega italiana, con l'egemonia del Piemonte e il padronato del papa. Ciò che per Balbo non era sogno, veramente era sogno.

Credete che, giunto al concetto della lega, egli dica:' dunque, uniamoci e diamo addosso agli austriaci? No, non ha fede in tutte le forze italiane unite e conciliate, non crede che l'Italia sia in stato di combattere e vincere l'Austria. - Infatti, più tardi Custoza e Lissa mostrarono quanto i desiderii nostri oltrepassassero la realtà. Prima che sia possibile cacciar lo straniero, - dice Balbo, - fuori le minacce settarie, le spavalderie, prepariamoci, aspettiamo l'occasione, e questa verrà. Niente di peggio per una nazione che sognare uno scopo grande e poi starsene con le mani in mano. Facciamo la lega, una rete di ferrovie unisca tutte le parti d'Italia, facciamo una lega doganale, sia dappertutto il medesimo l'ordinamento dell'esercito e della marina, diffondiamo l'istruzione e soprattutto queste idee, riformiamo i nostri costumi, rendiamoci popolo degno. E poiché Gioberti voleva quei tre stadi nel movimento, di cui vi dissi, Balbo risponde: le guerre non si fanno a giorno fisso, vediamo invece quale occasione si offrirà all'Italia, non la rimandiamo ad un futuro lontano ed imprevedibile, guardiamo ad un'occasione prossima in cui l'Italia possa essere preparata. Come l'indipendenza italiana sarà possibile quando tale impresa interessi non il solo Piemonte ma tutta l'Italia, così l'occasione sarà quella in cui ciò che è interesse del Piemonte e dell'Italia, diventerà interesse europeo e l'Europa desidererà l'Italia forte ed indipendente.

E come nascerà quest'interesse europeo? - Allora tutto era in fermento, ogni due o tre anni sommosse che si battezzavano per rivoluzioni. Poteva esserci una rivoluzione democratica? Balbo non lo crede: il partito moderato aveva preso il sopravvento in Italia: in Francia, Luigi Filippo era sostenuto da un potente partito moderato, i moderati erano al potere in Spagna, aspirazione generale era una costituzione moderata. Balbo non prevedeva che otto anni dopo una rivoluzione democratica sarebbe scoppiata in tre parti di Europa.
In secondo luogo, poteva esserci una grande guerra di supremazia, in cui il popolo volesse ricostituire la monarchia universale? Ma, secondo il nostro autore, questi non sono più tempi per guerre di supremazia. Nemmeno prevedeva quella tra la Francia e la Prussia.

Però al 1840 la questione d'Oriente fece parere imminente una guerra. Napoleone, nel Memoriale di Sant'Elena, annunziava la guerra d'Oriente come fatalità storica. Si ebbe la quadruplice alleanza - Inghilterra, Francia, Spagna, Portogallo - contro la Sant'Alleanza: l'occidente contro il nord. E Balbo pensa: - quando la guerra scoppierà, la Sant'Alleanza sarà rotta: allora l'Austria non avrà più gli stessi interessi della Russia, esse sono rivali naturali sul Danubio. L'Austria deve far causa comune con l'Inghilterra e con la Francia. E allora, o la questione si scioglierà pacificamente, mediante compensi, e l'Austria, acquistando terre del Danubio, cederà il Lombardo-Veneto, o si combatterà; la Prussia, lasciando l'indirizzo germanico, si getterà all'indirizzo slavo, l'Austria dovrà stare coll'occidente e conseguenza sarà una rettificazione nella carta d'Europa, per cui la Lombardia e la Venezia saranno lasciate. . - La guerra di Crimea fu, dopo, quasi un principio di attuazione di queste previsioni.

Tutto questo pareva chiaro al Balbo, ma c'era molto di chimerico ed un bello spirito, dopo aver messo in caricatura Gioberti, aggiungeva...

E Balbo dice: dai tedeschi lurchi
Liberar non ci possono che i turchi.


Col senno di poi si fa presto a censurare. Balbo credeva che, per molte anni, non ci sarebbe stata né rivoluzione nè guerra. Verso il sessanta - vedete le profezie storiche che sono - la rete ferroviaria europea sarebbe stata compiuta, producendo la libertà commerciale, con l'abolizione degl'impicci doganale; quindi, grande attività ed industria, sì che la Turchia, il vecchio malato, avrebbe dovuto fare la sua liquidazione e, bene o male, l'occasione sarebbe venuta.
Sotto queste profezie c'è un concetto serio, ed è altro merito de Balbo, dopo quello di aver assegnato uno scopo prossimo e preciso agl'italiani e gettato il senso politico in un popolo nutrito fin allora di sogni e di utopie filosofiche. Egli vide bene la parte permanente e sostanziale nella questione fra la Russia e l'Austria. Suo nemico era il cosacco, per lui la guerra d'Oriente era guerra di civiltà, e siccome per lui il primato doveva essere britannico, l' Inghilterra avrebbe rigettato la Prussia nella corrente slava, la Russia all'Oriente, l'Austria al Danubio. Questo concetto nella sostanza rimane : la Prussia e la Russia, nazioni giovani, forti, vittoriose, dirimpetto all'Occidente; l' Inghilterra col prestigio scemato, con la rivalità dell'America che le turba i sogni, la Francia battuta, senza speranza di rialzarsi per ora, l'Italia una ma barcollante come se fosse spezzata, l'Austria chiusa alla strozza e obbligata a far buon viso al vincitore. La situazione rimane la stessa, l'Occidente da una parte, la Russia e la Prussia dall'altra.

Tra questo doppio merito del Balbo, è l'essersi ingannato in tutti i particolari. A leggere questo libro dopo gli avvenimenti, par di sognare. L'unità italiana, creduta sogno, ora è un fatto; la lega italiana, creduta sì facile, non si ottenne; il primato britannico è svanito, abbiamo il primato germanico; l'Italia, che doveva farsi col papa e col cattolicesimo, si è fatta levandosi contro essi, e così via. L'unità d'Italia non è stata conseguenza, ha tirato con sé l'unità germanica: la guerra d'Oriente è ancora cosa futura, quantunque ne sia prefazione la spedizione di Khiva.
Il libro di Cesare Balbo, in fondo, è la diffidenza nella forza nazionale ed individuale, il ricorrere a sotterfugi abili, a transazioni. Comprendete che, così, a poco a poco, si stempra il carattere. Balbo voleva che il papato non fosse toccato. Al 1848, rimasto costituzionale il Piemonte, egli e d'Azeglio, che aveva le stesse idee, erano al potere: intanto, alla repubblica francese succedette l'impero ed essi che dicevano? Facciamoci piccoli, non ci facciamo avvertire, pacifichiamoci con i clericali, iniziamo una politica di conciliazione.
Si vede il dottrinario che vuole stare troppo ai principi.

Invece Cavour, che in fondo era della stessa scuola, ma aveva la chiara visione delle situazioni, che aveva cominciato stando a destra, quando l'impero si stabilisce in Francia, si avvicina a sinistra, lasciando a destra Balbo e d'Azeglio. Ed inizia una politica, ardita con la celebre abolizione del foro ecclesiastico e del matrimonio religioso, appoggiato dalla sinistra piemontese e dal Rattazzi. Mantiene alta la confidenza del Piemonte in se stesso, lo fa concorrere, anzi desiderare, in grandi imprese.
Cesare Balbo è dottrinario, e se posso dir così meccanico, dà troppa importanza alla forma esteriore e meccanica, senza sapere che, sotto quella, sono uomini, interessi, passioni che presto o tardi rompono l'involucro e producono altri fenomeni nella storia. L'esagerazione nel volere la conciliazione produce debolezza nel carattere, lo star troppo alla forma rende spesso pedanteschi i giudizi.


nella prossima puntata:

* MASSIMO D'AZEGLIO
* LO STILE DEI "MIEI RICORDI "
* D'AZEGLIO UOMO DI TRANSIZIONE
* CARATTERI DELLA SCUOLA MODERATA
* SI RIVELA MAZZINI > > > >



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