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CRONOLOGIA

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( QUI TUTTI I RIASSUNTI )  RIASSUNTO ANNI  1798-1799

ATTO VANNUCCI (nona parte)
I MARTIRI DELLA LIBERTA' ITALIANA

(descritti da Atto Vannucci)

I Martiri della Repubblica Cisalpina

* GIORGIO PALLAVICINO e GAETANO CASTILLIA
* LUIGI PORRO LAMBERTENGHI

Giorgio Pallavicino e Gaetano De Castillia erano due giovani milanesi, che l'amore di patria aveva legato di indissolubili nodi.
GIORGIO PALLAVICINO nato (24 aprile 1796) da una delle più antiche e illustri famiglie lombarde, era popolano di cuore, e per natura nemico ardente di ogni tirannide. La madre Anna Besozzi, donna di forte e altissimo animo, lo educò fortemente: poi lui da solo arricchì la sua educazione viaggiando e studiando.
L'odio alla dominazione straniera presto divenne in lui un furore. Dei fatti per cui fu condannato a 20 anni di carcere duro, così scrisse egli stesso più tardi :
«Nel gennaio del 1821 Federico Confalonieri invita Giorgio Pallavicino ad un segreto colloquio, e gli dice : - Io ti conosco per giovane animoso e tenero della patria tua, tu non vorrai, ne sono certo, startene spettatore ozioso dei grandi avvenimenti che ora si preparano. È venuto il momento di affrancare la Penisola dal giogo tedesco. A tale scopo sorge in Milano una Società detta Federazione, la quale si estende oltre il Ticino. Fra pochi giorni riceveremo la nuova di una rivoluzione piemontese. E noi, assistiti dai nostri fratelli del Piemonte, faremo a nostra
volta la rivoluzione lombarda. L'esito é certo. Vuoi tu essere federato, anzi capitano della Federazione ? - Sì, che lo voglio ! - rispose in Pallavicino, tutto ardente di purissimo patriottismo. E ripeteva la formula del giuramento in questi termini : Giuro a Dio, e sull'onor mio, di adoperarmi con tutte le forze, ed anche col sacrifizio della vita, a redimere l' Italia dal dominio straniero ».

E, fedele al suo giuramento, si mise subito all'opera: aggregò alla Federazione il Castillia, e andò con lui ad invitare il Principe di Carignano, perché passasse in Lombardia, ove sarebbe stato acconto come un angelo liberatore. Poi tornò a Milano, ma sentendo che alla Polizia era noto lo scopo del loro viaggio, riprese con l'amico la via del Piemonte, e allo swcoppio della rivolta riparò nella Svizzera, donde poi, cedendo alla madre e agli amici, tornò improvvisamente a Milano.
Per qualche tempo non fu dato noia a nessuno, e parve che tutto fosse finito. Ma nell'autunno, creata in Milano la Commissione speciale per giudicare i cospiratori, cominciarono subito ne inquisizioni e furono imprigionati parecchi studenti dell' Università di Pavia, che erano andati a combattere con gli insorti in Piemonte. Il 3 dicembre un Commissario perquisì le carte di Gaetano Castillia, e lo arrestò a causa di una lettera che non aveva nulla a che fare con suo viaggio in Piemonte. La gente ignara del vero motivo, vedendo arrestato lui e libero il Pallavicino, diceva che questi si era preso l' impunità sacrificando l'amico. Quindi egli, offeso mortalmente dal calunnioso sospetto, invece di pensare alla fuga, corse alla Polizia, e si costituì prigioniero, dicendo: "Io trascinai in Piemonte in Caitillia : se quel viaggio é reputato delitto, io sono un delinquente : io solo dunque, sono meritevole di pena. - Il Direttore della Polizia non volle trattenere in quel giorno, ma lo fece arrestare la sera seguente in teatro.
Allora ebbe principio quell' iniquo processo, che popolò di vittime le prigioni, e seppellì tanti nobili cuori nello Spienberg. Durante la lunga inquisizione, in cui il feroce Sanvotti accusatore e giudice concludeva sempre col ricordare agli accusati la forca, Giorgio Pallavicino, al pensiero di sua madre, ch'egli amava tenerisimamente, ebbe un istante di debolezza: e l'esaminatore ne approfittò per espugnare coll'affetto in silenzio dell' inquisito. "Io l'ho veduta, diceva egli, l' ho veduta poc'anzi e ne sono ancora tutto commosso. Povera madre!.... Chiedeva di suo figlio e piangeva ! ! ! Ebbro di dolore, il giovane era caduto in demenza. E colui proseguiva: A qual pro negare ? A qual pro voler nascondere il nome dei complici, quando la Commissione ha già scoperto ogni cosa ? » E il perfido, così dicendo, mostrava al Pallavicino il nome del Confalonieri, che egli avea scritto sopra un foglio di carta. L'altro cadde nel laccio, e cadde con lui anche il Castillia. Ma il Pallavicino, da lì a poco, ritrattava coraggiosamente, fingendosi uscito di senno, a imitazione di Giunio Bruto che, al dir del Machiavelli, nella sua simulazione della stoltizia, fu stimato il più prudente e il più saggio degni uomini.

Abbiamo visto come egli, condannato alla morte commutata in 20 anni di carcere duro, fosse condotto con gli altri nello Spielberg. Comunque vigoroso di corpo e di animo, per i barbari trattamenti dell'orribile ergastolo dopo qualche tempo si ridusse alle estremità della vita. Allora, per consiglio dei medici, fu trasferito a Gradisca, ove ebbe come compagno di carcere un ladro, e corse pericolo di morire di fame. Di là passò poi a Lubiana. Alla morte dell' imperatore Francesco fu sciolto dal carcere e confinato a Praga, e solo nel 1840 poté rivedere l' Italia, e tornare, sotto la sorveglianza della Polizia, a Milano.

Sul finire del 1847 e all'entrare del 1848, invitato a cospirare contro l'Austria, non volle; ma fedele alla sua bandiera, rispose di contare su di lui il giorno della battaglia; intanto dispose 50,000 lire per dare pane agli artisti e agli operai che non avevano lavoro. Venne poi il momento della prova, ed egli infatti, come promesso combatté con il popolo nelle Cinque giornate. Sotto il Governo Provvisorio studiò di giovare la causa italiana con tutti i mezzi che erano in suo potere.
Dopo il precipizio delle cose, tornava come tanti altri nuovamente in esilio, e prima in Francia, dove raccomandò invano l' Italia al General Cavaignac; poi sedette nel Parlamento piemontese come rappresentante del popolo e più tardi come Senatore del Regno; sempre ricco di giovanile energia, e pronto a combattere per la sua fede con la parola e con l'opera. La libertà, l'unità, e l'indipendenza d'Italia furono il grande pensiero e l'ardente amore di tutti i suoi giorni. A questi grandi intenti mirò istituendo con DANIELE MANIN l'Associazione Nazionale Italiana, che poi fortemente animata da GIUSEPPE LA FARINA, dette larghissimi frutti. Lavorò pure efficacemente dopo la spedizione e le vittorie dei Mille, quando, nominato Prodittatore dal Generale Garibaldi, combattendo e superando le resistenze dei partiti e delle fazioni discordi, riuscì a far votare l'annessione delle Province meridionali al Regno d' Italia.

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LUIGI PORRO LAMBERTENGHI

Tra quelli che, fuggendo a tempo, si salvarono dallo Spielberg. abbiamo qui un particolare ricordo il conte Luigi Porro Lambertenghi, condannato in contumacia nel 1822.
Nato a Como nel 1780 e istruito nel Collegio Longoni di Milano e nel Clementine di Roma, a 21 anni entrò nella carriera politica, andando nel 1801 alla Consulta straordinaria dei Cisalpini a Lione come deputato di Como. L' anno seguente fu eletto, con dispensa di età, a far parte del Corpo Legislativo della Repubblica Italiana, e rimase in tale ufficio anche sotto il Regno d'Italia fino all'anno 1807, in cui quell'assemblea fu dispoticamente disciolta, perché rifiutò di sancire la legge sul Registro, odiosissima a tutti. In questa occasione egli dette nobile prova del suo animo indipendente, e di quanto il pubblico bene anteponesse ai suoi particolari interessi ed ai favori del Go
verno, che nel 1806 lo aveva decorato della Corona di ferro, e lo fece conte in seguito.

Eletto relatore della Commissione destinata a esaminare l'odiosa proposta, reputandola grandemente dannosa al paese, nella sua relazione mise in rilievo le ragioni per cui non si voleva approvare, e non tenne alcun` conto delle lusinghe del Governo, che a premio dell'opera sua gli prometteva l'ufficio di questore dell'Assemblea, retribuito di diecimila lire annue, se sostenesse e riuscisse a far passare la legge.
Nei moti rovinosi del 1814 egli, come altrove accennammo, stette con quelli che chiesero la convocazione dei Collegi elettorali per provvedere in quei frangenti alle necessità della patria ; e accaduti gli atroci fatti del 20 aprile, il giorno seguente fu dal Municipio spedito ambasciatore al Quartier generale austriaco a Verona e al re Murat per far conoscere le cose avvenute a Milano, e chieder pronte misure politiche e militari, che assicurassero anche alla Capitale del Regno quella tranquillità che le Alte Potenze Alleate vanno, dice la lettera del Consiglio municipale, a preparare a tutta l' Europa; nel tempo stesso che il barone Sigismondo Trecchi, col medesimo intento, raggiungeva a Genova l'ambasciatore Lord Bentinck, generale delle truppe britanniche.
Delle cose che il Porro fece e pensò in questo lugubre rivolgimento si ha notizia certa soltanto da ciò che egli, tornato a Milano, scrisse al Confaloinerì, deputato della Reggenza presso le Alte Potenze a Parigi, in due lettere dei 13 e 14 maggio. Il 13 spera che la nostra indipendenza possa interessare i ministri austriaci, che sono proprio grandi. Dice che a Verona fu molto incoraggiato a cercare per Re Francesco d' Este ; e vide il progetto di unire alla Lombardia anche il Genovesato. Tutto ciò, con più la speranza del Piemonte, farebbe un bel Regno, il quale, unito per gli interessi o legami di famiglia con l'Austria, retto da un principe austriaco, amministrato da nazionali, e forte di 30-40 mila baionette eccellenti, potrebbe essere vero antemurale alla Francia, e varrebbe ben più che la Lombardia, provincia che a stento dava due reggimenti. Ma il giorno seguente vennero da Parigi brutte notiziee, ed egli riscrisse così :

« A monte tutto quanto vi scrissi ieri. La vostra e quella di Giacomo (Ciani ?) dell' 8 ha cambiato la scena. L'amor per il nostro paese non deve stancar noi né mancar di suggerire quelle idee, che nel momento possono esserci utili. Siamo dunque austriaci ? Siamolo almeno come lo sono le province e regni ungheresi e boemi. Parte dei loro privilegi, diritti della nobiltà, esclusione di esteri dalle cariche nazionali, che fossero per essere addette al nostro Regno, se ne sarà dato d'ottenerlo. Ma é una considerazione grande che più l'Austria favorirà questi popoli, e più ne avrà soccorso ove bisogna. L'unione di tutti i dipartimenti veneti e de' nostri all'Austria presenta un insieme di quasi 5 milioni di abitanti. Questi possono, a guisa degli Ungari, avere una capitale, degli Stati composti di nobiltà, e la nobiltà concorrere allo splendore del trono austriaco. Il far diversamente e l'averci per sud
diti dei sudditi.

Credo che l'Austria, in questo momento in cui le Potenze del Nord sono così forti, debba anch'essa aumentare la sua potenza reale. GI' Italiani saranno suoi, se pareggiati nei diritti agli altri sudditi. Insomma, cercare, sia nei dettagli d'amministrazione, sia nella scelta delle persone che devono comporre il governo, o la futura Corte, che la scelta cada sopra i nostri migliori, di maggiori lumi. Ecco un gran servigio che ancor potete rendere al nostro paese. Noi abbiamo bisogno che esista sempre un centro qui anche dei paesi ex-veneti, e in certo modo sarà allora ciò che fu nei mesi scorsi con la Francia, ed avremo fatto ancora un passo per esser governati da un principe distinto ed ottimo, invece di un tiranno; d'aver degli ottimi cittadini alla testa, invece che dei vili, che ci vendevano ad ogni momento ».

Ecco a quali termini erano ridotte le speranze di libertà e di indipendenza della sanguinosa rivoluzione del 20 aprile ! Ma presto gli eventi mostrarono la vanità di questi pensieri : e il Porro, accertato che nulla di buono poteva aversi dall'Austria, subito si volse con i compagni a giovare in altri modi la patria; e pose ogni studio a preparare l'indipendenza con la diffusione dei nuovi ritrovati adatti a promuovere la pubblica prosperità, con l'attendere all' istruzione del popolo, con lo spargere luce per via di giornali, e far guerra ai nuovi padroni con le congiure.
In società col Confalonieri e col Visconti d'Aragona e con altri fece costruire il primo battello a vapore che navigasse sul Po ; fondò a sue spese una scuola di mutuo insegnamento presso la sua casa a Milano ; introdusse (1815) prima d'ogni altro in Lombardia la filatura a vapore; applicò (1819) in casa sua l'illuminazione a gas 25 anni prima che le vie fossero con questo mezzo illuminate a Milano, e fu premiato dall' Istituto con due medaglie d'argento.
La sua casa presto divenne il convegno degli uomini più colti e più liberali di Lombardia e dei più illustri di altri paesi giunti in quei giorni a Milano. In questo clima nacque il Conciliatore, di cui il Porro fu il vero fondatore: vi scrisse articoli sulle bigattiere (baco da seta - Ndr), sui vini, e sui boschi, lo sostenne con l'opera e con la pecunia, e come dai conti anche ora appare, vi spese 40 mila lire del suo. Dai ricordi domestici sappiamo anche come ebbe inizio il giornale:

«Una sera il general Bubna sosteneva che il governo austriaco accordava piena libertà di stampare giornali, e che se non ne esistevano la causa era la mancanza di uomini capaci a comporli. Il Porro sostenne il contrario, e finì col dirgli : Eh bien, nous en fairons l'essai : e riunì più amici in sua casa, invitandoli all'opera. Silvio Pellico, precettore dei suoi figli, ne fu il redattore principale : Pietro Borsieri ne stese il programma ; vi collaborarono Pecchio, Di Breme, Berchet, ERMES VISCONTRI (Nacque a Milano nel 1784, tenne uffici pubblici durante il Regno Italico, poi si consacrò agli studi filosofici, passando dall'agnosticismo alla fede. Morì à Crenna, presso Gallarate, nel 1841.), Rasori, Ro
magnosi e altri. Dopo qualche mese, la Censura cominciò a toglier dei brani agli articoli, poi a sopprimerli del tutto, così che riusciva assai difficile completare il foglio. Finalmente un giorno in cui era stato rifiutato un articolo inappuntabile sotto ogni rispetto, il conte Porro si presentò al Censore, il quale, dopo aver tentato di giustificare il rifiuto, parlando della tendenza generale dell'articolo, gli disse : « Ma non capisce, signor Conte, che al Governo non piace il loro giornale, e che vuole impedirne la continuazione ? » Al che il Conte rispose : « L'ho capito benissimo, ma volevo sentirmelo confessare»

( A proposito degli intenti e del nome del giornale (Conciliatore) , e degli strazi della Censura, Silvio Pellico così scriveva a Ugo Foscolo : « I' impresa di animi sinceri anelanti la luce del vero.... Vedrai che il nostro supplizio si é quello di ottenere dalla Censura il permesso di dire qualche verità.... Perché (domanderai) un siffatto titolo al vostro Giornale ? Perché noi ci proponiamo di conciliare, e conciliamo infatti, non i leali coi falsi, ma tutti i sinceri amanti del vero.... Già il pubblico si accorge che questa non é impresa di mercenari, ma di letterati, se non tutti di grido, tutti collegati per sostenere, finché é possibile, la dignità del nome italiano».
E in una lettera al Porro : a Oh ! in quanto al "Conciliatore".... "Nuovi tormenti e nuovi tormentati".
Domenica probabilmente non potremo uscire. Quattro colonne e mezzo, comprendenti i due articoli di Rossi, sono state cancellate. Qualche frase poteva essere modificata, ma cancellarci quegli interi articoli é la più sragionevole delle tirannie. L'ordine era però di Strassoldo ; così assicurano. Si vede sempre più chiaro che vogliono costringerci a sopprimere da noi medesimi il giornale. Oltre quei due articoli proscritti, mi hanno crudelmente straziato un articolo tratto dalla M. sullo stato attuale di Spagna. Questo non é tutto. Borsieri é stato chiamato dal suo Presidente per dirgli che ii Governo lo esortava a non più far parte di un assunto così biasimevole quale é la pubblicazione di un giornale come il Conciliatore. Evviva la libertà ! Per me, credo che, invece di promuovere gli studi e i progressi della ragione, ella deve, mio caro signor Conte, fare una buona provvigione di pipe e di tabacco, e stabilire in casa sua un'Accademia di fumatori, i quali passino le ore nel silenzio e nella stupidità. Allora, sì, che lo reputeremo benemerito della patria ». (Epistolario di SILVIO PELLICO).

 

Ucciso il giornale, il Porro continuò l'opera sua in altre maniere: cospirava con i Federati e con i Carbonari, partecipava le buone speranze agli amici lontani, eccitava i giovani a convertire gli increduli alla Santa religione del liberalismo.
Dopo l'arresto di Silvio Pellico (33 dicembre 1820) si dette cura di vederlo, di confortarlo, di darne notizia ai parenti e agli amici. E sulle prime per molto tempo nutrì la speranza di vederlo liberato al più presto. Poi, nel prolungato ritardo pensava seriamente a sé stesso, quando una sera dell'aprile 1821, tornando a casa, trovò dal portinaio questo singolare avviso lasciatovi da uno sconosciuto: "Dite al Conte Porro che uno della Polizia è venuto a cercarlo". Comprendendo subito che non vi era tempo da perdere, «la mattina all'alba montò cavallo, e partì per Arluno, dove aveva una casa, e di là a Lainate, dove il signor Soresi, che lo conosceva di vista, gli andò incontro e gli disse: "Che fa qui ? Capisco dove va, venga a pranzo da me, e questa sera le faremo passare il Ticino". Il Porro gli disse:" mi fido di lei"; e lo seguì. Intanto quella mattina il Bolza si presentò alla sua casa conl'altro commissario di Polizia Cardani per arrestarlo. Fu fatta una severa perquisizione: furono esaminate tutte le carte e corrispondenze che erano nel suo gabinetto. Il singolare é che tutte le carte furono ammucchiate sopra un tavolino snodato che era aperto in mezzo alla stanza, e quei signori, che frugarono dappertutto, non si avvidero del cassetto che era in quel tavolino: esso racchiudeva le corrispondenze politiche e quanto poteva esservi di compromettente, che subito dopo la loro partenza venne distrutto da Gilberto figlio maggiore del conte Porro, e dal suo precettore Ziliani. Il Bolza, sospettando che il conte potesse essersi nascosto in casa Trivulzio, a S. Alessandro, presso suo cognato, vi andò: non trovatolo, corse alla Cassina Rizzardi (possesso del Porro in vicinanza di Como) minacciando il fattore di farlo impiccare se non diceva dove stava il padrone. Tornato a Milano, andò dal conte Trassoldo per informarlo della inutilità delle sue ricerche. Il Governatore gli disse : Il conte Porro é a Lainate in casa Soresi: vada ad arrestarlo. Vi corse il Bolza, ed a poca distanza vide i fanali di un legno sopra un'altra strada. Era la carrozza in cui il Porro, condotto da un signor Curioni, andava ad Origgio: a poca distanza dal paese incontrarono una pattuglia di gendarmi, ed il signor Curioni, che era da loro conosciuto, si mostrò salutandoli, mentre il Porro si nascondeva dietro di lui, e così passò inosservato. Dopo aver passato la notte nella casa del bravo signor Curioni, fu dallo stesso condotto al Ticino, e fatto passare in barca sulla sponda Piemontese.

Il Bolza, entrato in casa Soresi, domandò del conte Porro. Il Soresi rispose pronto: era qui un quarto d'ora fa ed é partito, dopo aver pranzato con noi. - Ma dov' é andato ? - Mi disse che andava alla Cassina. E il Bolza : Ah ! m' è scappato : non lo prendo più. E rimontò in carrozza per correre nuovamente alla Cassina».
Il fuggitivo, passato il Ticino, andò a Torino, ma qui, caduta miseramente ogni speranza dei sollevati, per sicurezza pensò che era meglio raggiungere la Svizzera. « Arrivato a Biella, fu preso da una pattuglia e condotto davanti al generale De Maistre, che egli conosceva. Il Generale, sentendolo privo di passaporto, gli disse: "Ho l'ordine di fare arrestare tutti i Lombardi che non hanno passaporto, e di mandarli al Quartier generale austriaco: dove va? forse a Milano? " Il Porro rispose: "Generale, come vede; sono in viaggio". - "Sta bene, la prego di presentarsi domani mattina alle otto al mio ufficio".
Erano le sei della sera: quattr'ore dopo il Porro, con lo scultore Marocchetti e due altri profughi, accompagnati da alcune guide, passava il monte Moro con gran difficoltà e pericolo. Molti anni dopo il generale De Maistre, governatore di Nizza, raccontando il fatto alla contessa Crivelli, cognata del Porro, diceva: "Io sapevo bene che Porro fuggiva, ma non volevo fare lo sbirro dell'Austria: gli lasciai la possibilità di andarsene, e da uomo di spirito, egli fece bene ad approfittarne ».
Poco dopo del suo arrivo a Ginevra, la Polizia austriaca ne chiese l'estradizione per mezzo del barone Sardagna, tirolese, suo agente segreto, spedito espressamente là per questo motivo. Il Porro, per sottrarsi al pericolo, dapprima rimase nascosto in casa di M. Duval, Procuratore Generale, che doveva arrestarlo; poi si recò a Parigi, dove in seguito fu raggiunto dallo stesso barone Sardagna, portatore della stessa domanda di estradizione al Governo francese, il quale, per mezzo della Duchessa di Davonshire, fece dire al fuggitivo che avrebbe fatto bene ad andarsene. Ed egli immediatamente partì, e si recò in Inghilterra.

Intanto la Commissione Inquirente, ai 22 agosto 1822, lo condannava a morte in contumacia, e la sentenza veniva eseguita in effigie, nonostante la supplica del duca Serbelloni suocero, e dei conte Gilberto Borromeo, zio materno del Porro, per ottenere che almeno tale funzione fosse risparmiata. In pari tempo, a compimento della sentenza, veniva dal Tribunale ordinato che la di lui sostanze passassero ai figli, cui fu nominato un tutore. Se non che, con decreto dei 30 aprile 1824, la Delegazione di Milano, basandosi sopra un decreto dell' 8 febbraio 1812 del cessato Governo francese, citò a comparire, nel termine di giorni 30, il già Conte Luigi Porro, sotto comminatoria della morte civile e confisca dei beni. Passato quel termine, il fisco procedé a porre il sequestro, il quale durò fino al 1832, quando venne emanata la legge sulla emigrazione, che fu causa alla famiglia di grandi imbarazzi e di gravissime spese. In forza di quella legge venne ordinato che fossero i beni intestati all'assente, nominandogli una tutela, e cambiato il sequestro politico in giudiziario».

L'esule stette per qualche tempo a Londra, vivendo fraternamente col Santarosa in una bella casetta del Foscolo, col quale ambedue spesso s'intrattenevano in familiari colloqui. Poi, quando (agosto 1824) il povero Santarosa, stretto dalla necessità, andò a vivere di lezioni di lingua a Nottingham, l'amico si recò colà per confortarlo con la sua compagnia ; e da ultimo, quando il Santarosa partì d'Inghilterra per andare ad offrire l'opera dei suoi ultimi giorni alla causa dei Greci, il Porro e il Pecchio si presero i suoi scolari con il pensiero di renderglieli, allorché, come speravano, tornasse dalla Grecia.
Verso la fine dello stesso anno anche il Porro lasciò l' Inghilterra. Incaricato dal Comitato filelleno di Londra di recare in Grecia munizioni, denaro e comunicazioni importanti, s'imbarcò a Gravesend ai 12 dicembre 1824, e giunse a Nauplia ai 4 febbraio 1825. Quando ebbe eseguite le sue commissioni, fu da Maurocordato e da altri richiesto di rimanere in Grecia, e di prestare l'opera sua: ed egli di buon animo cedé alla richiesta e fu operosissimo, e meritò che la storia facesse onorevole ricordo della sua forte virtù.

Tenne successivamente gli uffici di Capo di divisione e di Consigliere di Stato nel Ministero degli affari esteri, e poi andò Governatore ad Atene, con l' incarico di ordinare la provincia dell'Attica. Nel 1826 fu Intendente Generale dell'esercito greco, prima sotto gli ordini del colonnello FABVIER, e poi sotto i generali Gordon e CHURCH (1). In ultimo, affranto dalle lunghe e dure fatiche, fu colto dal tifo, che lo mise in grave pericolo. Appena riavutosi un poco, lasciò nell'estate del 1827 la Grecia, e assai malconcio di salute, si ritirò a vita privata a Marsiglia, conservando un voluminoso carteggio in cui il colonnello Fabvier, i generali Gordon e Church, e Maurocordato, TRICUPI e CAPODISTRIA (2) fecero testimonianza dei nobili servigi che egli rese alla Grecia coll'opera sua sempre energica, disinteressata e leale.

A Marsiglia lo ritroviamo nell'affettuoso carteggio del Pellico, che rende testimonianza continua alla forte e schietta virtù del suo nobile amico, ricorda con tenerezza i dolci anni passati con lui, e quando
riceve le sue buone nuove giubila come un ragazzo, gode d'ogni suo godimento, partecipa ad ogni dolore, gli parla degli amici comuni, e dei cari figliuoli e dell'ottimo Giulio, che con le sue visite gli conforta l'esilio. Poi si addolora che al suo rientrare in Italia siano posti ritardi, mentre l'amnistia ne apre agli altri le porte: e da ultimo, quando é assicurato del vicino ritorno, il povero Silvio, che nel suo languido cadavere ambulante ha ancora un'anima calda d'affetto per gli amici e segnata mente per Porro, chiama se é felice di aver vissuto fino a quel giorno, e pensa, commosso, alla gioia del momento in cui, dopo tante sciagure, potrà rivederlo. E lo rivide gloriosamente trionfante degli anni, e felice in seno ai suoi carissimi figli ; e col memore pensiero stette sempre presente a lui ed ai suoi, e fino ai giorni estremi ebbe grandi conforti da quella dolcissima corrispondenza di affetti.

Tornò a Milano nell'estate del 1840. Nel '48, dopo le Cinque Giornate, ebbe dal Governo Provvisorio l'incarico di andare in Francia a far provvista di armi, e indagare le opinioni del Governo francese rispetto all'Italia ; e reduce di 14, fece parte del Comitato di Pubblica Sicurezza a Milano. Poi, tornati gli Austriaci, stette ritirato e tranquillo, e visse quel tanto da avere, nel 1859, la ineffabile consolazione di vederli cacciati di nuovo. Nella nuova liberazione fu lasciato in oblio il vecchio liberale, che per la indipendenza d'Italia 40 anni prima aveva rischiato la testa, e sofferti 19 anni di esilio: nessun segno di pubblico onore confortò gli ultimi giorni di quella nobile vita. Ed egli non se ne rammaricò, contento all'onore di avere in ogni incontro fatto e patito quanto poteva per amore della dilettissima patria.

Morì dopo breve malattia ai 9 febbraio del 1860. Le sue ossa riposano nel sepolcro di famiglia, in Cassina Rizzardi presso Como, ove una breve iscrizione latina ricorda solamente gli anni della sua nascita e della sua morte.
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(1) Carlo FANVIER, francese, fu in Grecia, combattente per la liberazione di quel paese dal giogo turco.
(1783-185.5). - Sir Richard CHURCH, ufficiale inglese e poi generale greco. (1785-1873).

(2) Spiridione TRICUPI, autore della Storia dell'insurrezione-greca. Nacque a Missolungi nel 1791,
morì ad Atene nel 1783. - Giov. Antonio CAPODISTRIA, corfioto, uomo politico e nel '27 presidente
della Grecia risorta. Morì nel 1831 assassinato a Nauplia. Era nato nel 1786.
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