LEGGENDE DI "PALLONE" 

 L'appassionante avventura di uno sport che da molti secoli si accompagna alle vicende dell'umanità

crono9.jpg (4528 byte) LA STORIA NEL PALLONE 

IL CALCIO D'INIZIO:
IN CINA 200 ANNI PRIMA DI CRISTO

di IGOR PRINCIPE

Città del Messico, giugno 1986. Allo stadio "Azteca", la nazionale di calcio inglese affronta quella argentina in una partita dei quarti di finale del campionato del mondo. Il punteggio è di 1 a 1: ad un primo gol irregolare di Diego Armando Maradona - saltando per anticipare il portiere Shilton, "el pibe de oro" tocca la palla con la mano e la spedisce in rete - segue il pareggio di Gary Lineker, attaccante dei "leoni d'Inghilterra", che con quella realizzazione si assicura la vittoria nella classifica dei cannonieri di quell'edizione del mondiale. Bloccate sulla parità, le squadre si studiano come due schermitori. Fino al momento in cui Maradona - allora considerato il più forte tra i calciatori in circolazione - estrae dal suo repertorio un vero colpo di fioretto.
Conquista la palla a centrocampo, danza una "veronica" (cioè evita un giocatore piroettando sulla sfera e portandola avanti prima con un piede e poi con l'altro) e comincia una corsa infinita verso la porta difesa da Shilton. Sei giocatori inglesi lo affrontano invano, quasi ipnotizzati dal quel brutto anatroccolo che infila una finta dietro l'altra mantenendo incollato il pallone al suo piede sinistro. Giunto in area di rigore, con tre difensori alle spalle come mastini sulla preda, Maradona fa partire un rasoterra che infila la palla sotto il fianco del portiere e la deposita con dolcezza in rete. Con ogni probabilità, è il gol più bello della storia del calcio.

Una storia che, come quella dell'uomo, è anch'essa fatta di personaggi e battaglie, meno cruente - anche se non prive di vittime, grazie alla stupidità che talvolta si accomoda sugli spalti - ma non meno intense o emozionanti. Una storia antica, le cui prime tracce si perdono in un tempo remoto. Circa duecento anni prima di Cristo, in Cina, le gente è solita divertirsi giocando a tsu-chu, cioè "colpendo col piede (tsu) una palla di pelle imbottita in vario modo (chu)". In Giappone, più o meno nella stessa epoca, si pratica il kemari: due formazioni da otto uomini si affrontano con l'obiettivo di spedire una palla, ovviamente per mezzo di calci, in uno spazio delimitato da alberi.

Nell'antica Europa, invece, è in voga uno sport a metà tra gli odierni calcio e rugby: i greci lo chiamano episkyros, i romani harpastum. La prima notizia ufficiale sulla versione latina di questo sport risale al 276 d.C.; precisamente, ad un incontro che vede di fronteggiarsi un gruppo di legionari, di stanza in un villaggio della Britannia, e un drappello di giovanotti locali. Vincono i "padroni di casa", così fondando la regola del "fattore campo", in ossequio della quale la squadra che gioca in casa parte favorita per la vittoria. Ma a determinare il successo dei Britanni contribuisce anche la loro esperienza in un'attività sportiva che gli storici della materia considerano, all'unanimità, la vera antenata del moderno gioco del calcio, l'hurling.
Il termine, probabilmente di origine scandinava, deriva dal verbo "to hurle", colpire. La palla, ovviamente; tuttavia, è data notizia di qualche occasione in cui, al posto della sfera d'ordinanza, si prendeva a calci il cranio mozzato di qualche velleitario conquistatore o quello di un tiranno detronizzato. Tanta crudeltà trova conferma nel carattere estremamente violento dell'hurling, gioco che attirava nelle contrade britanniche i peggiori gaglioffi del tempo, che si dividevano in squadre talvolta costituite da centinaia di componenti e che non si facevano sfuggire l'opportunità di darsele di santa ragione, sfogando tutta la loro aggressività con lo scopo - spesso secondario - di conquistare terreno spingendo il pallone con i piedi.
Dall'hurling prendono piede varianti "nazionali": quella francese della soule, che diversamente dalla versione inglese contempla l'obiettivo di far passare la palla attraverso un'area delimitata da due pali; quella toscana del "calcio fiorentino", commistione rinascimentale tra la veemenza anglosassone, espressa nell'ardore con il quale le contrade di Firenze si affrontavano in campo, e le regole transalpine, tra cui quella importantissima del "traguardo" in cui spedire la palla.

Osservando la distribuzione dei ruoli all'interno di ogni compagine, è possibile istituire un paragone con i tempi attuali. Se oggi, infatti, impazzano moduli quali il 4-3-3, il 3-5-2, il cervellotico 3-4-1-2 (con quell'uno di cui non è chiaro se sia centrocampista o attaccante, con il risultato che spesso non "entra in partita" e costringe i suoi compagni a un doppio lavoro), il modulo in voga nel Quattrocento può sintetizzarsi nella combinazione 4-5-3-15. I primi quattro si definiscono "datori innanzi", con il compito di difendere il proprio "traguardo"; i cinque sono gli "sconciatori", antichi centrocampisti; tre sono i "datori a dietro", deputati al rilancio dell'azione (contropiedisti, diremmo oggi); infine, i quindici "innanzi" nel ruolo di attaccanti.

"Squadre votate all'offensiva", commenterebbero gli odierni giornalisti sportivi. Ulteriore conferma, diciamo noi, dell'accanimento con cui i contendenti di allora interpretano quello sport: le risse in campo sono elemento costante di ogni partita, e non è raro che qualcuno sul terreno di gioco ci lasci anche la pelle. Il calcio - che in Inghilterra abbandona progressivamente l'appellativo di hurling per assumere quello a noi noto, football - è dunque affare pericoloso e per gente di cattive intenzioni.
Lo afferma anche William Shakespeare nel Re Lear, quando mette in bocca al sovrano e al suo fido duca di Kent parole non esattamente compiacenti nei confronti del maggiordomo di una delle figlie di Lear, Osvaldo, definito "impostore, bastardo, animale, schiavo, mascalzone e abietto giocatore di football". Il carattere così cruento di questo sport è comunque destinato a scomparire - meglio, a trasferirsi dal campo alle tribune.

Un aiuto viene dalla definizione di regole sempre più precise, che impongono limiti all'azione indiscriminata dei giocatori, non più liberi di raggiungere il loro "traguardo" con ogni mezzo, anche il più violento. Strutturato con maggior precisione, il football assume nel tempo i connotati olimpici del rispetto dell'avversario. E della cavalleria, che nasce ufficialmente nel 1681 quando il re d'Inghilterra, dopo aver assistito ad una partita tra i suoi servitori e quelli del conte d'Albemarle, premia questi ultimi per la bella vittoria conseguita.
Regole e "fair play" non bastano, tuttavia, a conferire al calcio lo status di attività professionistica: bisognerà attendere altri due secoli, sempre in Inghilterra, perché un giocatore di football possa essere inteso come un lavoratore. Nel 1885, infatti, viene fondata la lega professionistica inglese, vale a dire l'assemblea delle società che fanno del calcio la loro attività principale, potendo contare sugli incassi, sui premi-partita, sulle scommesse, sul dovere di far quadrare i propri bilanci.
Insomma, su tutto quello che tuttora costituisce il nucleo della vita di club quali Arsenal, Liverpool, Manchester United e affini. Quella data, tuttavia, non va intesa come l'anno di nascita del calcio moderno, per il quale bisogna fare un salto indietro di una ventina d'anni e tornare al 1863. Per la precisione all'8 dicembre, giorno in cui in seno a una federazione di undici club londinesi si verifica la scissione tra cultori del rugby e del calcio.

Il 26 settembre dello stesso anno, alla Taverna dei Frammassoni di Londra (Free Masons Tavern), i rappresentanti delle suddette undici società si erano riuniti per dar vita a un'assemblea con lo scopo di stendere un regolamento definitivo che unificasse in un unico sport le regole del rugby e quelle del calcio. Ne nasce una disciplina complessa, un ibrido tra la ruvidezza rugbistica degli sfondamenti e delle galoppate palla in mano e l'eleganza, anch'essa in verità ruvida, dell'obbligo di manovrare la sfera coi soli piedi e di dover limitare al minimo i contatti fisici con l'avversario.
Un ibrido che, abbiamo visto, si estingue due mesi più tardi e dalle cui ceneri sorgono il rugby e il football come noi li conosciamo. Quest'ultimo, nel tempo, si arricchisce di nuove leghe - intese come assemblee nazionali di club: quella scozzese (1871), quella gallese (1875), quindi l'irlandese (1880) che, quarantuno anni più tardi, si trasferirà da Londra a Dublino, divenuta capitale della Libera Repubblica d'Irlanda. Sempre nel 1871 si inaugura un torneo che tuttora gli inglesi stimano più importante dello stesso campionato per club: la coppa d'Inghilterra.

Nata per iniziativa di un gruppo di redattori del giornale Sportsman, la coppa viene conquistata per la prima volta dal club dei Wanderers (i Vagabondi), che il 16 marzo 1872 sconfiggono per 1 a 0 gli ufficiali del genio (Engineers) davanti a poco più di duemila persone. Ma l'istituzione più importante che prende vita durante quei primi, pionieristici anni della storia del calcio è l'International Board: istituito nel 1886, è un comitato di esperti cui è demandato il compito di stabilire e aggiornare le regole del nuovo sport.
Un'istituzione che tuttora gode di ottima salute: è dai suoi uffici, per esempio, che a metà degli anni Novanta (del ventesimo secolo, s'intende) è promanata la regola che vieta al portiere di raccogliere con le mani un retropassaggio del difensore, obbligandolo a giocare il pallone solo con i piedi. Sul finire del secolo XIX, insomma, il football inglese è una creatura dalla fisionomia ben definita, e questa sua immagine comincia a fare il giro d'Europa. 

In Italia giunge agli inizi dell'ultimo decennio.
Volendo fissare una data ufficiale, si può pensare al 1891, anno di fondazione dell'Internazionale Football Club. Che, si badi bene, non è da confondere con Internazionale di Milano, da tutti conosciuta e da molti amata con il nome di Inter, che verrà creata nel 1908 da una costola del Milan. L'Internazionale in discorso è invece un club torinese in cui, con encomiabile spirito democratico, militano alcuni aristocratici guidati dal duca degli Abruzzi e dal marchese Ferrero di Ventimiglia e i dipendenti di una società commerciale che tratta articoli di ottica.
Il titolare è tale Edoardo Bosio, torinese di origine svizzera, gran viaggiatore. Con ogni probabilità - ché le notizie a riguardo sono incerte, e si procede per induzioni - i frequenti viaggi d'affari lo portano spesso in Inghilterra, dove assiste agli incontri tra i club e s'innamora di questo nuovo sport. Che non esita a portare in Italia, dove però si afferma anche grazie agli stessi inglesi. A Genova, infatti, uno drappello di sudditi di Sua Maestà fonda, nel 1893, il Genoa Cricket and Athletic Club, il più antico tra i club ancora in attività.
Di stanza al porto, i fondatori si dilettano con l'attività ludica che tanto ricorda loro la madrepatria; fino a quando capiscono che anche in Italia quello sport può diventare una cosa seria come lo è oltremanica. Nel 1897, quindi, scrivono nel loro statuto la regola che ammette l'ingresso di soci italiani, così rafforzando una compagine che già mostrava di giocare un buon calcio. E nel 1898, esattamente l'8 maggio, vincono il primo campionato italiano. Nulla a che vedere con lo spossante - non solo per i giocatori, ma anche per chi lo segue - torneo dei giorni nostri: il primo scudetto, infatti, viene cucito sulle maglie del Genoa al termine di una sola giornata di partite che coinvolgono quattro squadre.

Oltre ai campioni, vi partecipano la già citata Internazionale Torino, il Football Club Torinese e la Ginnastica Torino. I match si giocano, ça va sans dire, all'ombra della Mole, precisamente nella Piazza d'Armi e con quella vittoria il Genoa costituisce la prima, gloriosa eccezione alla regola del fattore campo (non è da tutti giocare contro tre squadre cittadine e imporsi sempre). Per quanto rudimentale e pionieristico, quel campionato segna comunque un primo tentativo di unificazione sportiva della penisola.
Fino ad allora, infatti, ogni team giocava tornei cittadini (oltre Genova e Torino, se ne disputavano anche a Milano). Dal 1898 tuttavia, grazie anche alla spinta propagandistica della Federazione Italiana del Football - antenata dell'attuale Federazione Italiana Gioco Calcio, meglio conosciuta come Figc - il campionato prende piede. Nascono nuove società che faranno la storia del calcio italiano: la Juventus (1897), il Milan (1899), la Lazio (1900), e tutte partecipano ad un torneo che cresce sempre più e che vede dominare su tutte le squadre il Genoa, vincitore di sei delle prime sette edizioni (l'unico intermezzo è del Milan nel 1901).

Il football, dunque, è realtà consolidata anche in Italia. Aumentano le giornate di campionato, e nell'autunno del 1909 si inaugura il primo torneo a cavallo di due stagioni (lo vincerà nel maggio 1910 l'Internazionale, da intendersi però come Inter). Fino alla Grande Guerra, ad ogni modo, il calcio conserva, dietro un'organizzazione che si fa sempre più capillare, caratteri quasi dilettanteschi. Non mancano, tuttavia, nomi di una certa importanza. Tra tutti Virgilio Fossati, capitano dell'Inter e della Nazionale (della quale parleremo oltre), che muore in trincea sul Carso. Né mancano personaggi da romanzo picaresco, qual è stato Franco Bontadini.
Anch'egli giocatore dell'Inter (ala destra), occulta una laurea in medicina per poter combattere da soldato semplice, e non da ufficiale, nel battaglione Val Cismon del VII Alpini. Tornato a casa sano e salvo, molti anni dopo si uccide, cinquantenne, in seguito a una delusione d'amore. Il vero personaggio del calcio nostrano, tuttavia, arriva con l'avvento del fascismo. Si chiama Leandro Arpinati, podestà di Bologna, presidente della Federazione calcistica dal 1926 al 1932. Uomo di temperamento sanguigno, è squadrista fedele al duce pur riuscendo a mantenere una certa indipendenza e una salutare distanza dai gerarchetti che ne contestano le iniziative. In particolare, quella di aver voluto accanto a sé come segretario tale Giuseppe Zanetti, che l'ambiente vicino a Mussolini reputava inidoneo in quanto non iscritto al Pnf (Partito Nazionale Fascista) ma che Arpinati riesce comunque a imporre sostenendo di aver bisogno, come collaboratore, di un galantuomo competente e non di un fascista.

Sotto il "duomvirato" Arpinati-Zanetti il calcio italiano conosce due innovazioni di notevole portata. La prima è l'introduzione del girone unico, denominato "all'italiana" (definizione tuttora in uso in campo internazionale). Niente più spareggi né finali, ma partite organizzate secondo un calendario che coinvolge diciotto squadre di tutta la penisola e premia quella che alla fine totalizza più punti. La prima edizione si tiene nel 1929-30, e la vince l'Inter (che nel frattempo, in ossequio al nazionalismo del regime, fa precedere il proprio nome da un altro, Ambrosiana).

Il girone unico esprime compiutamente l'ideologia accentratrice del regime: "era lo sbocco logico - ha scritto Gian Paolo Ormezzano, giornalista e storico del calcio - di una ramificazione degli interessi per il calcio in tutt'Italia e della necessità di ricondurre questa ramificazione a una manifestazione centrale, disputata senza troppe cineserie di formula". La seconda innovazione concerne gli "oriundi", i figli di italiani emigrati in Sud America - dove, grazie ai fenomeni migratori, il calcio attecchisce suscitando le febbrili passioni tipiche dei latinoamericani - che si fanno strada nelle squadre argentine e uruguayane.
Il regime non vede di buon occhio l'interesse delle società italiane mostrano per questi stranieri, che subito le autorità politiche si affrettano a ribattezzare "rimpatriati". La loro classe, il loro modo di giocare è tuttavia grandioso, misto di tecnica e di quella fantasia che è elemento genetico di tutti i calciatori che provengono dalle sponde sudamericane. Le società scatenano quindi una caccia allo straniero (in senso buono, ovviamente) non dissimile da quella, frenetica, che contagia i presidenti delle società di oggi. Ma il regime impone dei limiti: non più di due oriundi per squadra. Nella difesa dei valori nazionalistici Arpinati è il più ferreo, tanto che si oppone con veemenza all'ingresso di stranieri in Nazionale.

Le massime autorità, però, fiutano vento di successi, molto più facili da raggiungere impiegando i talenti sudamericani, e ne ammettono l'impiego tra gli "azzurri" malgrado le proteste delle Federazioni argentine e uruguayane, che si vedono saccheggiare le riserve di campioni. 

Veniamo, quindi, a parlare di Nazionale. 
Il debutto di una prima squadra che riunisse i migliori calciatori italiani risale al 15 maggio 1910, in una partita disputata contro la Francia all'Arena di Milano. È un successo clamoroso: 6 a 2 in favore dell'Italia, in casacca bianca.
La divisa costituita da maglia azzurra e bermuda bianchi (in onore ai colori dei Savoia) verrà infatti adottata nel 1911, in una partita contro l'Ungheria. E sempre l'Ungheria è la squadra che affronta la nostra nazionale nella sua seconda partita, che si risolve in una "Caporetto" calcistica: 6 a 1 per i magiari, mossi - si dice - da una irresistibile furia patriottica dovuta alla libertà di impiegare in campo calcistico il nome "Ungheria" e di poter quindi staccarsi, almeno sotto il profilo sportivo, dall'egemonia asburgica (a rigor di logica politica, gli ungheresi avrebbero dovuto militare nella nazionale austriaca).

Al di là dei primi incontri e delle vicende sul campo, parlare dei primi anni della Nazionale significa parlare soprattutto di un uomo, VITTORIO POZZO. Ne diventa l'allenatore - anzi, commissario unico - nel 1924, in occasione delle Olimpiadi parigine. "Pozzo aveva del calcio un concetto austero e da buon ufficiale degli alpini concepiva la squadra come un plotone che doveva obbedire ai suo ordini - ha scritto di lui Indro Montanelli - . Era anche giornalista. Ma a noi colleghi dava del lei, un po' per alterigia tutta piemontese, un po' perché affrontava la sua missione con piglio sacerdotale.
Parlare con lui di calcio era come confrontarsi sulla Bibbia col cardinal Martini. Lo ricordo a Belgrado, sul finire degli anni Trenta, ospite del nostro ambasciatore. Una semplice visita di cortesia, alla vigilia di una partita con la Jugoslavia. Eppure Pozzo riuscì a presentarla come un'occasione storica e lasciò intendere che dall'esito di quella sfida sarebbero dipese anche le future relazioni diplomatiche tra i due paesi". Un uomo, comunque, che saprà bilanciare una concezione militaresca del calcio con la capacità di far della sua squadra una famiglia, portandola a vincere due campionati mondiali consecutivi, nel 1934 e 1938. Vicende gloriose, di cui parleremo nella prossima puntata

(1 - continua) > > 


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