1948 
 lo slogan politico 
  Idiozia e genialità nelle parole dei tornei elettorali 

 

RAGAZZA, ATTENZIONE!
AI BALLI DEI COMUNISTI
RISCHI LA VERGINITà

di GIAN LUIGI FALABRINO

 

 

Dopo il primo, pubblichiamo il secondo dei due brani extrapolati dal libro di Gian Luigi Falabrino "I comunisti mangiano i bambini - La storia dello slogan politico", testo che contiene una ricerca, edita a Milano nell'ottobre del 1994 (Vallardi - Garzanti), nella quale si esplorano "Duecento anni di propaganda politica da Marx a Garibaldi, da Mussolini a Forza Italia". I capitoli da noi scelti riguardano il periodo dell'immediato dopoguerra, quello degli "Anni difficili" (dal 1945 al 1948) e quello degli "Anni facili", dal 1948 agli anni Sessanta. Perché abbiamo scelto proprio questi due periodi? Perché a nostro parere sono i più indicativi della storia di quell'Italia che dopo vent'anni di dittatura, di "disability" politica, riprende a muovere i primi passi sulla strada della democrazia. E tenta di ritrovare (o di costruire?) la propria identità.

Nel 1948 la Democrazia cristiana conquista la maggioranza assoluta ma, con un atto di grande saggezza politica secondo alcuni, di trasformismo corruttore secondo altri, coopta nel governo i partiti "minori": socialdemocratici, repubblicani, liberali. Viene così impedita una reale opposizione nel sistema, mentre i social-comunisti dell’epoca continuano ad apparire opposizione al sistema. La lotta politica rimane radicalizzata. Ma nella dialettica propagandistica, adesso chi é all’opposizione é favorito. Si comincia a parlare dell’incipiente corruzione, usando un vocabolario ancora ottocentesco, di ruberie, mangerie, "greppia". Però la propaganda comunista inventò termini nuovi. Uno di questi fu erpivoro da ERP (European Recovery Program), programma per la ricostruzione dell'Europa, deciso nel 1948 dagli Stati Uniti e più noto come Piano Marshall: erpivoro significava colui che ingrassa sui fondi ERP. Un altro termine, usato dapprima nelle elezioni amministrative del 1951 e 1952, poi nelle politiche dell’anno seguente, fu forchettoni: i democristiani dipinti come mangioni formidabili, approfittatori dei pubblici incarichi. E ancora: magnacucchi per indicare con disprezzo i pochi seguaci degli onorevoli Aldo Cucchi e Valdo Magnani che nel 1951 avevano abbandonato il PCI. Palmiro Togliatti disse allora che due pidocchi nella criniera di un cavallo di razza non ne diminuivano la nobiltà. In Parlamento, i forchettoni  

democristiani sono spesso insultati con il nome Cippico! (era un monsignore arrestato per contrabbando di valuta). I democristiani replicavano gridando Dongo! allusione all’"oro di Dongo" che i partigiani comunisti avrebbero sottratto ai fascisti in fuga, e fatto sparire. Nel 1949-50, la radicalizzazione del conflitto USA-URSS si fece più forte, coinvolgendo naturalmente anche i due partiti che nel nostro Paese rappresentavano le potenze egemoni.

Nel 1949 l’Italia aveva aderito al Patto Atlantico, nonostante un certo neutralismo anche cattolico: alcuni deputati democristiani (Rapelli, Guerrieri e qualche altro sindacalista) votarono contro l’adesione dell’Italia al Patto. L’anno dopo, la Corea del Nord invade la Corea del Sud, l'Unione Sovietica diserta le riunioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, e gli Stati Uniti ne approfittano per fare votare l'intervento delle Nazioni Unite contro i nordcoreani. Di fatto, sia pure con l'aiuto di qualche reggimento inglese, turco ed etiopico, é la guerra degli Stati Uniti contro la Corea del Nord sostenuta dalla Cina, allora strettamente alleata dell’URSS. Nei quattro anni di guerra (1950-1953) ogni tanto la crisi minaccia di allargarsi, soprattutto quando il generale MacArthur progetta di bombardare le basi cinesi dei nordcoreani. Su queste premesse nasce nel nostro Paese, come in tutta I’Europa, un forte movimento pacifista, pilotato dal Partito comunista, e rinforzato dalla paura della guerra atomica: per diversi anni, soltanto gli Stati Uniti dispongono dell’arma nucleare. Dovunque fiorirono i proclami comunisti in favore della pace e contro i guerrafondai, ovviamente occidentali: la colomba della pace, disegnata da Picasso, dilagò in tutta Europa e, in certi momenti, sembrò sostituire la falce e il martello, soprattutto ad uso dei movimenti fiancheggiatori. Albe Steiner, il massimo grafico comunista, ci aggiunse qualche suo manifesto: Salva la tua vita – Firma contro l’atomica, nel quale l'immagine di un bambino si sgrana e si dissolve in un cielo nuvoloso, che richiama la nube atomica con un inconsueto effetto di morte; a Steiner si deve anche il manifesto con una sola parola: Pace e una pianta fiorita che cresce in un elmetto militare, rovesciato. Quando il capo militare del Patto atlantico venne a visitare l'Italia, il Paese fu inondato di scritte murali, manifesti e manifestazioni con i cartelli Ridgway go home!, oppure Ridgway go away!

Si moltiplicarono gli appelli per iniziative di pace, e i relativi manifesti: il bambino che grida: Voglio vivere – firma per un patto di pace fra i 5 grandi, la bimba che offre carta e penna (Mamma – firma per la pace), i tentativi di usare "testimonial" nel "primo plebiscito della pace contro le armi atomiche": Gli azzurri d’Italia hanno firmato contro I’atomica". Il tema della pace ritorna nelle campagne per il tesseramento sindacale (Per la libertà la pace la rinascita d’Italia – una più forte CGIL, oppure: 1º maggio 1951 – Lavoratori unitevi nella CGIL per il lavoro – la libertà – la pace); per i congressi nelle federazioni (nel febbraio 1951 i comunisti milanesi si riuniscono Per la pace, la libertà, il lavoro); nei congressi dei contadini meridionali (Terra – pace – rinascita, Napoli, dicembre 1951). L’offensiva dei comunisti per la pace fu fronteggiata dalla DC sia con l'esaltazione del Patto atlantico – difesa della pace, sia con il mostrare l'ipocrisia e la ferocia della civiltà sovietica, sia infine con argomenti più diretti: La trappola é tesa, non firmare! e con il conio di un neologismo, ricalcato sul romano "fetentoni": i Petentoni sono quelli che presentano la petizione per la pace, minacciando addirittura con la pistola: 0 la firma o la vita! Alle elezioni amministrative del 1951 e 1952, i socialisti e i comunisti si presentano nuovamente con liste divise; e i Comitati civici si scatenano ancora per riconquistare i comuni "andati a sinistra" nel 1946 soprattutto per l'astensionismo borghese: Io voto – tu devi votare – perché lui vota (e "lui" ha la stella rossa e il mitra); Vota anche se piove.

E poi: Se non voti, Gatto Baffone – del Comun farà un boccone. La bestia nera dei Comitati civici sono le "liste cittadine", alleate dei comunisti, sotto la cui maschera si nasconde Stalin (Ti conosco mascherina); a Roma la lista era guidata dal vecchio leader prefascista Francesco Saverio Nitti, le cui speranze saranno portate via dalla Nittezza urbana, perché, come dice un altro manifesto, La lista cittadina é la lista sovietica. E ancora: Votando MSI oppure Campidoglio – cadete tutti quanti nell’imbroglio. Dei Comitati civici é anche il manifesto con il forzato che ha la palla al piede e lavora di piccone sotto lo sguardo di una guardia rossa: Noi abbiamo votato per la lista cittadina. Oltre ai manifesti, il Comitato civico romano diffonde un menu per il pranzo dell’eventuale vittoria comunista, che vorrebbe essere spiritoso: contiene, fra l'altro, i cornetti alla Leonylde (fine allusione alla love story di Togliatti, che all'epoca conviveva more uxorio con la giovane compagna di partito Nilde Jotti pur essendo ancora sposato con Rita Montagnana, "vecchia" compagna di vita e di partito dei tempi duri dell'esilio e della Resistenza) ed é firmato da O. Rinato Gustuso. La DC diffonde un volantino con "10 domande utili a farsi nei comizi", fra le quali compare anche questa: Quante ragazze sono uscite sane dai balli comunistici?. A Roma, nel ’52, le sinistre furono sconfitte, come già l'anno prima a Torino e a Genova; vinsero la DC, i "palazzinari" e l'Immobiliare del principe Pacelli. Sette anni dopo, Federico Fellini aprì "La dolce vita" con la sequenza simbolica della statua del Cristo che un elicottero fa volare sui nuovi quartieri della speculazione edilizia. Si arrivò cosi alle elezioni per il rinnovo del Parlamento (7 giugno 1953). La ricostruzione del Paese distrutto dalla guerra era molto avanzata; ma, nonostante le vittorie dei due anni precedenti in molti grandi Comuni, la DC aveva perso un bel numero di voti rispetto alle elezioni plebiscitarie del ’48.

Inoltre, le sinistre avevano buon gioco a far leva sulla questione sociale (la perdurante disoccupazione, la durezza della polizia che aveva sparato sui dimostranti di Modena e sui contadini meridionali che tentavano di occupare la terra, le uccisioni mafiose dei sindacalisti in Sicilia), sulla paura della guerra atomica, sulle ruberie degli erpivori e dei forchettoni. Tutto ciò convinse De Gasperi che non avrebbe più potuto ottenere il plebiscito del 18 aprile e la maggioranza assoluta dei seggi parlamentari. Escogitò allora una legge elettorale con un premio di maggioranza per i partiti "apparentati", che avessero superato anche di un solo voto il 50 per cento. Per il gruppo dei partiti apparentati (DC, PSDI, PRI, PLI, più – localmente – il Partito sardo d’azione e la Südtiroler Volkspartei) l'obiettivo era di superare, tutti assieme, la soglia del 50 per cento, anche di un voto soltanto; per i partiti avversari, comunista e socialista, che questa volta si presentarono separati, ovviamente lo scopo della campagna era opposto, allontanare i partiti governativi dalla soglia fatidica del 50 per cento dei voti. La DC, nella campagna elettorale per il 7 giugno 1953, fece ricorso ancora una volta alle paure fondate sull’espansionismo e sulla dittatura dell’Unione sovietica: l'orco comunista ha mangiato la Corea, la Cina e mezza Europa, Ebbene, vuoi fargli mangiare anche l’Italia?

In un altro manifesto, la colomba della pace viene impiccata con una corda, appesa alla falce e martello, cioè al Gancio rosso (scritto nei caratteri del Vermouth Gancia); in un altro ancora, un enorme carro armato sta per schiacciare una bambina (Salva i tuoi figli). 

Si comincia ad avere timore anche dei neofascisti, che vengono presentati come "alleati" oggettivi del PCI: in un manifesto, Baffone accende la pipa con la fiamma del MSI. Sul fronte opposto, entrarono in campo anche piccoli gruppi di alcuni uomini di grande prestigio, che la propaganda democristiana e socialdemocratica bollò come utili idioti o mosche cocchiere: Unità popolare di Ferruccio Parri, già capo delle formazioni partigiane di "Giustizia e Libertà" e del Comitato di liberazione Alta Italia, con Carlo Arturo Jemolo e Tristano Codignola, e l'"Alleanza democratica" dell’ex ministro liberale Epicarmo Corbino. Erano formazioni di disturbo, ma che – sia pure con pochi voti – contribuirono all'insuccesso governativo. Lo sforzo propagandistico maggiore, naturalmente, fu fatto dai comunisti e dai socialisti: in una campagna elettorale altrettanto tesa di quella di cinque anni prima, la sinistra punto su vari temi, con più sottigliezza e fortuna che nel ’48: la corruzione, la pace, la "legge truffa". Innanzi tutto, capitalizzò le accuse che da qualche tempo la sinistra lanciava agli approfittatori di governo: un celebre manifesto mostrava un forchettone al quale erano appese la grande bandiera democristiana e le piccole bandiere dei tre principali partiti alleati: Via il regime della forchetta / Vota comunista

Altri manifesti presentavano un gruppo di borghesi grassi e artigliati: (Allontaniamo dalla greppia – profittatori democristiani – e gerarchi fascisti) o un pugno che stringe i forchettoni: Strappa dalla greppia i mangioni! Anche la statua della libertà stringeva un forchettone molto "erpivoro". In questo filone, un manifesto si stacca per l'invenzione e per il gusto grafico, molto più fine degli altri: è una parodia del marchio di una marca di posate: De Gasperi con una forchetta sulla spalla, Gonella con un cucchiaio, Scelba con un coltello (Per l’onestà contro la corruzione – vota comunista). Il secondo grande tema è quello della pace, e qui la propaganda comunista si rivela più sottile e più articolata che nel 1948. Si rivolge ai reduci, laceri, feriti, mutilati, evocando ricordi di sofferenze ancora ben vive: Avete servito l’Italia con onore – Il fascismo vi mandò alla guerra e alla disfatta – De Gasperi vi ricompensa con la miseria e con la fame; e poi, con un incongruo cambio di soggetto grammaticale, Abbiamo sofferto maledicendo la guerra – Votate per la pace – Votate comunista.

Ma il tema della pace è diretto soprattutto alle donne: in una moderna grafica bianco-rosso-verde un bambino dice Mamma! vota anche per me! Vota per la rinascita e per la pace; i bambini e le famigliole libere e felici si sprecano, cosi come le scene di guerra e di distruzione. Prima del 7 giugno si moltiplicarono le occasioni di propaganda: 8 marzo, Giornata internazionale della donna (Ci unisca il nostro ideale – di emancipazione e di pace – per impedire la strage atomica);

26 marzo, 60º compleanno di Palmiro Togliatti (Una vita per l’Italia, la Pace, il Socialismo); 12 aprile, Giornata per il riscatto del Mezzogiorno (Terra e Lavoro – Pace e Libertà); 1º giugno, giornata internazionale dell’infanzia (Mamme – Difendete il loro avvenire – Votate per le liste dei lavoratori). Il terzo tema fu il più importante, e venne ribattuto ossessivamente, chiamando sempre la nuova legge elettorale legge truffa (qualche volta anche congegno ruba-seggi), mentre i quattro partiti di centro vennero chiamati ladri di seggi e accusati di voler truffare il popolo e tradire la democrazia. Negli antifascisti e negli elettori più anziani era ancor vivo il ricordo della legge elettorale, nota come legge Acerbo, che nel 1924 aveva dato la maggioranza assoluta al partito fascista e al suo "listone". Proprio su questi ricordi fecero leva Parri e Corbino, rivolgendosi a un pubblico ristretto, ma politicamente più colto. In conclusione, i partiti di centro, pur conquistando la maggioranza relativa, non raggiunsero il 50 per cento dei voti, ma si fermarono al 49,79. Fu la fine della carriera politica di De Gasperi e l'inizio della crisi per il "centrismo". Dal 1945 in poi, gli strumenti tradizionali della lotta politica erano stati, per tutti, i comizi e i manifesti; per i comunisti gli agit-prop (definizione gergalsintetica di agitatore-propagandista; ndr), per i democristiani anche l'appoggio dei parroci e dei Comitati civici. Nel manifesto i partiti hanno creduto moltissimo: come ricorda Giulio Astengo in "Parete" (n. 55, dicembre 1990), dal 1946 al 1990 la DC ha stampato circa 1200 manifesti: "Nei primi anni era tutto un fiorire di mamme canute e di figli dispersi, orfanelle smunte, sposine fedelissime preoccupate dell’avvenire, scrupolosi lavoratori tutti casa e chiesa, colombe con l'ala ferita. Gli anni del boom sottolineano gli aspetti positivi del "buon" governo della DC, con famigliole allegramente riunite in un’Italia piena di case, energia elettrica e industrie ricostruite.

La DC é stata la prima, già nel ’53, a produrre manifesti a serie, con un tema sviluppato in più poster successivi". L’organizzazione propagandistica della DC é stata, dal 1948, la SPES (Sezione propaganda e stampa), alla cui direzione si sono alternati personaggi importanti, alcuni dei quali sono poi divenuti leader nazionali: Fanfani, Rumor, Forlani, Piccoli, Dossetti, Bodrato, Malfatti, Nuccio Fava, Silvia Costa, Bartolo Ciccardini. La SPES, come dimostrano i numeri, ha sempre fatto affidamento sui manifesti, di solito affidati a illustratori popolareggianti nello stile, peggiorato, della "Domenica del Corriere", e spesso a cartellonisti specializzati nella pubblicità cinematografica, e dunque esperti nelle sintesi di grande effetto. Soltanto dopo il 1970, la SPES si fece affiancare da un’agenzia pubblicitaria, che inizialmente era la Target di Bergamo. Lo stesso Astengo scrive che alla DC è sempre mancata l'impronta riconoscibile di un grande creativo, come sono stati Albe Steiner per il PCI, Sergio Ruffolo e poi Ettore Vitale per il PSI, Michele Spera e Annio Matteini per il PRI.
Ma è un’affermazione discutibile: la propaganda elettorale del Partito comunista é stata per decenni in buona parte quasi altrettanto "popolare" e rozza quanto quella democristiana. Albe Steiner fu in realtà il grande grafico dell’editoria comunista, da "Il Politecnico" a "Vie Nuove" e a un’infinità di altre pubblicazioni.

Come dimostra il suo libro "Il manifesto politico", di manifesti ne fece moltissimi, ma specialmente per i congressi di partito, per i sindacati, per i Festival della Gioventù, per le Feste dell’"Unità", per solidarietà alla Spagna anti-franchista, all’Algeria, al Cile. Di manifesti elettorali, lui stesso ne pubblica soltanto quattro: una composizione in stile Guttuso, nella quale la bandiera italiana e la bandiera rossa si alzano su un mucchio di foglie e frutti (9 giugno 1963 – Per una Sicilia nuova – Vota comunista); un girotondo di bambini (Auguri di Pace per un voto di Pace – PCI); un manifesto molto "grafico" (25 aprile – 28 aprile – Un voto di liberazione – Vota comunista) e uno che usa i caratteri disordinati che i pennarelli del ’68 avevano reso di moda: E' ora di cambiare! – è possibile cambiare (questa seconda scritta campeggia sulla bandiera rossa); e naturalmente la conclusione è vota comunista. Ma, come nei romanzi dell’Ottocento, occorre fare un passo indietro. Le elezioni del 1958 furono caratterizzate, per la prima volta, da una diminuita paura dell’URSS (dov’era al potere Krusciov), mentre era diffusa la diffidenza per De Gaulle e per la sua repubblica presidenziale. 

Non è un caso che Fanfani lanciasse lo slogan (copiato dalla DC tedesca): Progresso senza avventure, subito capovolto dagli avversari in Avventure senza progresso. Allo stesso Fanfani si attribuisce la creazione del jingle della DC, che fino ad allora aveva cantato soltanto il vecchio inno del partito popolare: 0 biancofiore/ simbol d’amore,/ tu sei la gloria/ della vittoria. Ma nel ’58 Domenico Modugno vinse il Festival di Sanremo con "Nel blu dipinto di blu", che Fanfani trasformò così: Lo scudo dipinto nel blu/ lo devi votare anche tu /– DC. La cautela si rivelò un brevetto democristiano, e al congresso di Napoli nel 1962 Aldo Moro lanciò la formula Progresso nella continuità, che doveva rassicurare le gerarchie ecclesiastiche e gli industriali sullo "storico incontro" con i socialisti nel prossimo governo di centro-sinistra. La formula di Moro costituì il tema della campagna elettorale del 1963. 

A Moro si deve anche la formula delle convergenze parallele (fra democristiani e socialisti), più significativa e duratura di tanti slogan. Ma le elezioni del 1963 furono segnate da un curioso e significativo infortunio della Democrazia cristiana che, per la prima volta nella storia dei partiti politici italiani, tentò un’incursione nelle tecniche psicologiche usate da decenni nella pubblicità degli americani, o da loro ispirata. Fino ad allora (e a causa quell’incidente, ancora per molti anni) la propaganda elettorale era stata considerata diversissima e non assimilabile ai canoni delle campagne pubblicitarie. Ma la DC volle essere moderna e sconfiggere gli avversari anche sul terreno del messaggio; così chiamò in Italia Ernest Dichter, uno psicologo viennese che era sfuggito al nazismo nel 1938 e che negli Stati Uniti era divenuto celebre con il suo Institute for Motivational Research, modello della ricerca psicologica applicata alla pubblicità II mago delle ricerche motivazionali condusse un’indagine nell’elettorato del nostro Paese e scoprì una certa stanchezza (già allora! ) per il partito che, in un modo o nell’altro, era al potere dal 1944, che aveva la presidenza del Consiglio dal 1946, e che appariva ormai "vecchio". La SPES tradusse questi risultati in un manifesto più moderno dei soliti e molto vicino alle immagini pubblicitarie del sapone Lux: una bella ragazza vestita di bianco era disegnata su uno sfondo azzurro intenso e, approfittando del "Ventesimo anniversario delle idee ricostruttive della Democrazia Cristiana’ di Alcide De Gasperi (Demofilo)", come ricordava una didascalia, il partito cattolico si presentò alle elezioni con lo slogan La DC ha vent’anni. "Ed è già così puttana", aggiunsero con i pennelli gli agit-prop comunisti di tutta Italia, senza contare altre frasi meno ripetibili.

Il fallimento propagandistico della SPES fu interpretato, sia dai democristiani sia dagli altri uomini politici, come il fallimento di Dichter, delle ricerche psicologiche e delle tecniche pubblicitarie. Invece quell’episodio confermava, a chi avesse saputo interpretarlo, ciò che i pubblicitari sapevano già da tempo: le ricerche motivazionali possono costituire soltanto la base del messaggio, possono contribuire a costruire la "strategia". Ma il messaggio ha una sua autonomia, creativa e linguistica, che può farsi indirizzare da una ricerca, ma senza ricalcarne passivamente i risultati, per veri e accurati che essi siano.
(FINE)

di GIAN LUIGI FALABRINO

Ringrazio per l'articolo
concessomi gratuitamente
dal direttore di

 


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