PRIMA ERA L'UTOPIA

vedi anche  L'UNIONE  EUR.  DA CARLO MAGNO > >


di FERRUCCIO GATTUSO

Cos'è l'Europa?
 
Attorno a questo nome si sono raccolte nel tempo utopie, riflessioni filosofiche, speranze, lotte politiche, guerre. Quando ci si trova a dover dare una definizione precisa, che abbia una connotazione storica e geografica, le certezze vacillano. E' forse proprio per questo motivo che Europa ha significato molto per molte persone. Europa come "centro del mondo civilizzato", come "Impero tedesco" o "francese", Europa "dei popoli", "delle nazioni", Europa "cristiana", Europa "culla del capitalismo", Europa come "mercato", ma anche come "culla del marxismo", Europa - infine - "come presupposto per la fine di tutte le guerre". 

Questo continente fisico e dello spirito ha generato un sistema filosofico dove l'uomo ha potuto innalzarsi sulla barbarie e proclamare l'intangibilità di alcuni diritti che in altre parti del mondo, ancora oggi, non sono considerati fondamentali. Allo stesso tempo, l'Europa è stata la culla del totalitarismo, il teatro sanguinoso dove quei famosi diritti sono stati non solo calpestati, ma negati alla radice, eliminati da alienanti prospettive storiche millenaristiche (come il "Paradiso della società senza classi" o il "Terzo Reich destinato a dominare nei prossimi mille anni"). 

L'Europa, quindi, seppur ci possa sembrare strano, e a dispetto delle nostre sensazioni, non è mai stata un'evidenza. I confini geografici sono tutt'altro che definiti (e definitivi). A ovest la nostra percezione del continente combacia con l'evidenza fisica, l'oceano Atlantico essendo un confine indubbio. A est, le cose cambiano. Si è identificato nei monti Urali in Russia il confine tra Europa e Asia. Eppure la perfetta similitudine del paesaggio sui due versanti della catena montuosa permette di avanzare qualche dubbio. 
A Sud il Mediterraneo appare come un confine preciso, ma dalla Grecia verso la Turchia le certezze vacillano. Un altro fattore discriminante per poter identificare l'Europa potrebbe essere il clima, essendo nel continente a maggioranza temperato, ma nemmeno sotto questa luce si può comprendere l'Europa, poiché esiste un clima atlantico (Portogallo), mediterraneo, polare (Scandinavia). Le popolazioni possono essere ricondotte ad un ceppo comune indoeuropeo, dotatosi di un sistema linguistico e di pensiero simile. Oltre a questo, ogni popolazione europea si è strutturata socialmente intorno a tre concetti: la sovranità, la produzione e la guerra.

Non c'è dubbio che, sul piano politico e amministrativo, esistano delle caratteristiche comuni che possano farci pensare ad una particolarità europea. Il principio della democrazia nasce migliaia di anni fa in Grecia, nell'Atene di Pericle. Il principio del diritto e del bene pubblico (res publica) fiorisce a Roma. Questi concetti si evolvono nei secoli a venire e subiscono nuovi impulsi nel Rinascimento, nel secolo dei Lumi e nel secolo scorso. Principi come la libertà individuale e l'uguaglianza fioriscono dalla fine del '700 in poi (1776, Costituzione americana; 1789 Rivoluzione francese).

All'inizio del nostro secolo, questi antichi valori devono lottare per sopravvivere. Molte fratture attraversano il Continente: Nazione contro Impero, Democrazia contro Monarchia, Liberalismo contro Socialismo e Nazionalsocialismo. Senza dubbio un parte della "memoria europea" la si deve ricercare nell'idea di Impero che nei secoli ha caratterizzato il nostro continente. Impero significava unione di popoli diversi sotto un unico dominio: dall'Impero romano, all'Impero carolingio all'Impero napoleonico, molte popolazioni europee si sono trovate accomunate.

Il concetto che forse meglio identifica l'"essere europeo" è l'individualismo (da intendere nel concetto che "l'uomo è la misura di ogni cosa", nelle parole di Protagora). Da questo concetto nasce il principio del diritto umano, della democrazia, del liberalismo. Il primato dell'individuo - del suo diritto a realizzarsi, a ricercare il proprio benessere e felicità - è da considerarsi un elemento base della civiltà europea, oltre che di quella americana (nostra figlia) che possiede nel testo della propria Costituzione l'enunciazione di questo principio. E' indubbio che anche il cristianesimo si sia rivelato uno dei fondamentali elementi di coesione tra i diversi popoli europei. Già alla fine del XI secolo, l'Europa si veste di "un bianco mantello di chiese".

E' forse nel periodo medioevale che un certo "cosmopolitismo europeo" si diffonde per tutto il continente. Ovviamente, sono i ricchi e gli uomini di religione a farsene interpreti, potendo studiare nelle prestigiose università che sorgono ad Oxford, Bologna, Parigi, Salamanca. Nel XVI secolo, la frattura causata da Martin Lutero segnerà il primo solco di divisione in questo "comunitarismo religioso e culturale": da quella che doveva essere una divisione religiosa si svilupperanno divisioni sociali e politiche. Le guerre di religione che ne seguirono furono all'origine di molti confini geografici attuali.
 
Molti Stati-Nazione nacquero intorno al principio del cuius regio eius religio, la nazione adottava la religione del proprio monarca. Non ci si può solo riferire al cristianesimo, però, nel considerare la formazione di un "sentire europeo". Impossibile non riconoscere l'importanza della cultura ebraica (e anche araba, pensando alla conoscenza matematica) nella crescita dell'Europa. Un altro elemento che può identificare pienamente l'Europa è il capitalismo e, come reazione ad esso, il marxismo. In effetti, queste due realtà domineranno la storia d'Europa nel nostro secolo: dal loro contrasto (sistema capitalistico contro sistema comunista) nascerà ogni passo della storia europea, e anzi sorgerà la stessa urgenza di una costruzione federale europea. 

L'unità europea diventerà fondamentale, in tempi di Guerra Fredda, proprio in chiave di resistenza del mondo libero alla minaccia sovietica. La Guerra fredda, quindi, condizionerà tutto il processo verso la creazione di un'unione europea, che oggi sembra in via di soluzione, ma che in passato ha dovuto superare non pochi ostacoli.
A condizionare il processo verso una nuova realtà istituzionale europea non può essere escluso l'elemento della diversità nazionale e quello della pluralità linguistica. La nazione nasce dopo il Medioevo, si poggia sul potere del re che rappresenta in toto il proprio regno. Nascono regni come l'Inghilterra, la Francia, la Castiglia, la Polonia, la Svezia, la Russia. 

Spesso, ogni nazione viene rappresentata da una lingua volgare appartenente ad uno dei tre ceppi dominanti (germanico, slavo e latino). Il punto culminante degli stati-nazione è nel XIX secolo, la "primavera delle nazionalità", nel quale peraltro rimangono irrisolte diverse questioni nazionali, che condizioneranno in modo fondamentale la storia del secolo successivo. La questione delle minoranze e dei confini sarà all'origine dei conflitti mondiali. 

"La storia dell'Europa - scrivono Massouliè, Gantelet e Genton ne "La costruzione dell'Europa" - è anche, innanzitutto, storia di lotte incessanti, di una molteplicità di fronti e fratture. Conquista della Grecia, guerre puniche, guerre galliche, invasioni barbariche, guerra dei Cento Anni, guerre di religione, guerra dei trenta Anni, guerra di Successione di Spagna, guerra russo-svedese, guerra della Rivoluzione e dell'Impero, guerra austro-tedesca, guerra franco-tedesca del 1870-71, Prima e Seconda guerra mondiale: ecco alcuni punti di riferimento delle memorie collettive europee".

E se presenza fondamentale e incombente della realtà europea è la guerra, fino alla metà degli anni quaranta, sarà da quel momento la sua antitesi, la pace, uno degli elementi di coesione dell'ideale unionistico europea. Da questa considerazione verrà, infatti, l'apporto di un uomo come Altiero Spinelli, che con il Manifesto di Ventotene segnerà un percorso fondamentale.

Nell'operato e negli studi di Spinelli si riconoscono coloro che mirano a realizzare un'autentica Federazione Europea, gli Stati Uniti di Europa. L'utopia europea fino al XIX secolo. Il punto di partenza dal quale si può cominciare a ricercare le origini di un "pensiero europeo" è senza dubbio il secolo dei Lumi. E' nel XVIII secolo, infatti, che comincia a svilupparsi una riflessione europeistica che non abbia intenti egemonici. Europa, quindi, non come dominio di una Impero sul continente, ma libera unione tra nazioni e popoli liberi. Ovviamente, l'egemonismo imperiale o nazionalistico non cessò di essere una tentazione per i potenti d'Europa, basti pensare all'Impero austro-ungarico, a quello guglielmino, a quello napoleonico e - in ultimo - a quello nazista. Sono però alcuni pensatori, uomini decisamente in anticipo con i tempi, che gettarono, talvolta inconsciamente, il seme dell'unità europea. 

Già alla fine del XVI secolo Sully si era spinto ad auspicare in Europa la presenza di 15 "dominii" raccolti intorno ad un unico governo - composto da quaranta membri, due per ogni stato grande, uno per ogni stato piccolo - in grado (grazie al potere di un esercito europeo!) di regolare ogni tipo di disputa. 
E' nel XVIII secolo, però, che il mito europeo fiorisce. Il quacchero William Penn prevede una sorta di Dieta europea molto simile al governo concepito da Sully. Gli stati vi avrebbero avuto accesso secondo un criterio proporzionale legato alle dimensioni territoriali ed alla ricchezza demografica. L'abate di saint-Pierre, nel 1713, intitola un suo studio "Progetto per rendere perpetua la pace", nel quale un'alleanza tra sovrani europei, coordinata da un vero e proprio Senato (in rappresentanza perpetua degli Stati!) avrebbe assicurato l'assenza di conflitti sul Continente.
Il Senato avrebbe avuto poteri legislativi e giudiziari, e ad esso gli stessi sovrani avrebbero dovuto conformarsi. Sempre in questo progetto, ogni Paese avrebbe fornito 24.000 uomini per la creazione di un esercito comune. 

A questo disegno di impronta, potremmo dire, monarchica, si contrappone il Rosseau. Il filosofo francese vede nei sovrani un elemento destabilizzante. Solo una rivoluzione democratica sarebbe stata in grado, quindi, di assicurare un'unione salda e una pace perpetua. Jeremy Bentham, nel suo "Piano per una pace universale e perpetua" prevede un'Assemblea internazionale, un tribunale in grado di svolgere arbitrato nelle contese tra le nazioni, lo sviluppo del libero scambio. Idee che verranno riprese da Kant che, nel quasi omonimo "Per la pace perpetua" del 1795, constata la propensione alla guerra anche dei paesi democratici (ha assistito infatti al post-Rivoluzione francese). Per uscire dallo stato di guerra - è la tesi del filosofo tedesco - bisogna rinunciare all'anarchia e sottomettersi a leggi e istituzioni comuni, emesse da "uno Stato di nazioni che crescerebbe sempre e comprenderebbe alla fine tutti i popoli della terra". Se ben si interpretano le parole di Kant, è addirittura un sistema federale mondiale la soluzione proposta. 

Nel 1814 Saint-Simon scrive "Della riorganizzazione della Società europea o della necessità e dei mezzi per riunire i popoli d'Europa in un solo corpo politico, conservando a ciascuno la sua indipendenza nazionale". A capo dell'unione europea, quindi, andrebbe un solo sovrano ereditario, un governo nominato dal re ma responsabile davanti alla Camera dei pari (nominata sempre dal re) e alla Camera dei Comuni (eletta dai proprietari terrieri più abbienti e culturalmente elevati). Il governo concepito da Saint-Simon avrebbe avuto poteri fiscali, nell'istruzione e nella politica estera.

Esattamente vent'anni dopo, Giuseppe Mazzini fonda la "Giovane Europa", che riunisce la Giovane Polonia, la Giovane Germania e la Giovane Italia. In un disegno repubblicano e federale, il filosofo italiano immagina una congregazione assolutamente democratica tra popoli liberi e uguali. L'utopia europeista nel XX secolo. Il XX secolo segna, allo stesso tempo, il trionfo del nazionalismo, ma anche la caduta di molte illusioni introno ad esso. Il primo conflitto mondiale (1914-18) dimostra come nazionalismo non significhi, necessariamente (e secondo il pensiero ottocentesco), "liberazione dei popoli". La carneficina consumatasi nel cuore dell'Europa porta ad una profonda riflessione sui rischi dello sciovinismo nazionale e sui limiti stessi del progresso tecnico. 

Dopo Verdun, dopo i gas letali usati nelle trincee, la rivoluzione tecnologica assume contorni sinistri. Alla fine della Prima guerra mondiale un nuovo entusiasmo si diffonde per il continente, una speranza che purtroppo verrà disattesa: quella appena conclusa dovrà essere l'ultima di tutte le guerre. 10 milioni di morti, l'economia continentale in ginocchio, le divisioni e i rancori tra i vinti e i vincitori, il declino dell'egemonia europea a vantaggio degli "astri nascenti" americano e giapponese.

Da questa realtà possono venire due risposte antitetiche: la ricerca di un'unione e di un "contratto" tra le nazioni europee, o lo sfruttamento di nuove e vecchie divisioni. La storia del continente, purtroppo, imboccherà questa seconda strada: dai rancori della Germania umiliata a Versailles succhierà linfa vitale Adolf Hitler, la psicosi della "vittoria mutilata" porterà al potere, in Italia, Mussolini. Non che non ci sia stato un tentativo di imboccare la prima strada: il progetto della Società delle Nazioni del presidente americano Wilson rivelò uno slancio idealistico che avrebbe potuto contagiare le classi dirigenti e le società europee. Un'associazione generale di nazioni avrebbe impedito il risorgere di conflitti tra esse. Il progetto si rivelerà una splendida occasione mancata. A condizionarne il destino, troppi ostacoli, a cominciare dallo stesso ostruzionismo del Senato americano, tradizionalmente isolazionista. 

Il poco potere del Consiglio -composto da Francia, Regno Unito, Giappone e Italia e da 4 membri eletti a turno - fu un altro elemento negativo. L'atteggiamento ostile verso la Germania sconfitta, accettata nella Società solo nel 1926, la mancata politica militare comune, furono altre "pietre tombali" dell'organizzazione internazionale.

 Briand, Einaudi e altri federalisti. Nemmeno l'operato politico di una figura eccezionale come Aristide Briand (in seguito insignito del Nobel per la pace), poté impedire il fallimento della S.d.N. Ministro francese degli affari esteri dal 1925 al 1932, Briand perseguì una politica tesa a reintegrare la Germania nel consesso delle nazioni. Alla conferenza di Locarno (ottobre 1925), grazie al suo infaticabile operato, i rappresentanti dei principali governi europei decidono di "ricercare di comune accordo i mezzi per preservare dal flagello della guerra le loro rispettive nazioni e per provvedere alla composizione pacifica dei conflitti di ogni specie".

Nel 1928, il patto Briand-Kellog - firmato da 15 paesi tra cui anche le rivali Francia e Germania - dichiara "la guerra fuori legge". Nel 1930, alla Società della Nazioni, Briand presenterà il celebre "Memorandum sull'organizzazione di un regime di unione federale europea" che propone per la prima volta in sede diplomatica l'unione federale europea. Il progetto non fu accettato dalla Società delle Nazioni, a causa dell'atteggiamento ostruzionistico e diffidente dei diversi governi europei: 24 paesi su 26 rifiuteranno il Memorandum. 

Di fronte al fallimento del primo progetto di Unione Europea e della Società delle Nazioni, sono ben altre le "visioni europee" che cominciano a farsi strada. Europa come Impero egemonizzato da una nazione o da una razza: è questa l'utopia "europeista" che conquista fascismo e nazismo. Ovviamente, si trattava di un progetto raggiungibile con la violenza, così paradossalmente l'imperialismo nazifascista si rivelerà un importante "scintilla" per la nascita di ben altro europeismo, antagonista ad esso e basato sul concetto di libertà e pace. 

Un'altra visione europeista fu senza dubbio quella "internazionalista", di stampo socialista e comunista. Lo stato nazionale, superato dalla comunanza degli ideali marxisti, si sarebbe annullato nella società senza classi, gli Stati (proletari) Uniti d'Europa avrebbero costituito così il passo antecedente alla creazione degli stati (proletari) Uniti del Mondo.

Una terza visione fu quella, liberal-democratica, che vide nel federalismo l'unica via di salvezza. Uno dei più accesi promotori fu senza dubbio Luigi Einaudi, futuro Presidente della Repubblica italiana. Sin dal 1918 Einaudi entra prepotentemente nel dibattito politico, sviluppando il concetto federalista. La debolezza europea - questa la sua tesi - va ricercata nell' "anarchia internazionale". Lo stato-nazione è, secondo questa visione, un elemento destabilizzante. Il nemico è quindi lo stato autarchico. La Federazione Europea ha quindi il compito di privare lo stato-nazione di alcuni poteri pericolosi, come l'organizzazione di un proprio esercito. La S.d.N. non convince assolutamente lo studioso italiano, che vede nel suo carattere confederativo, e non federativo, un elemento di debolezza fondamentale. La confederazione si rivela agli occhi di Einaudi come una "somma di interessi nazionali divergenti". In queste idee si ritroveranno altri importanti studiosi europeisti. 

el 1923 esce "Pan-Europa", un saggio del conte Coudenhove-Kalergi. L'opera, scritta da un ex-suddito dell'Impero austro-ungarico affascinato dal modello svizzero, sviluppa il concetto di una federazione europea nella quale i diversi paesi del continente si privano di poteri fondamentali. "Pan-Europa" genererà un nuovo slancio europeistico attorno al quale muoverà i primi passi un movimento federalistico omonimo. A farne parte saranno illustri figure della scena politica europea, come Paul Valery, Leon Blum, Edouard Herriot, Edouard Benes e lo stesso Briand. "Bisogna rendersi conto - scriveva in "Pan-Europa" il conte Coudenhove-Kalergi - che umanesimo e fanatismo fanno parte dell'eredità - nel bene e nel male - che la nazione ha ricevuto dalla religione. Oggi gli uomini vivono e muoiono, uccidono e mentono per la loro nazione come in altri tempi lo facevano per la loro religione.

"Per superare le lotte tra fazioni, è necessario seguire il cammino che ha portato alla scomparsa delle lotte religiose. […] Qualsiasi uomo civile deve operare perché la nazione diventi domani, per ognuno, una questione privata, come lo è oggi la religione. La futura separazione della nazione - entità culturale - dallo Stato - entità politica - assumerà un significato ideologico il cui rilievo sarà almeno pari alla separazione tra Chiesa e Stato. […] Perché la nazione appartiene al regno dello spirito e non può essere delimitata da sbarre di frontiera. […] Così l'apogeo della cultura tedesca sotto Goethe coincide con la più grande umiliazione dell'Impero tedesco grazie a Napoleone. La stessa considerazione vale per il Rinascimento italiano e l'apogeo della cultura greca che si situano. Ambedue, nel momento di maggiore frammentazione politica di queste nazioni".

Un concetto che si fa strada è quello della necessità dell'interdipendenza economica. L'autarchia e l'isolazionismo nazionale sono visti quindi come ostacoli ad una piena unione europea. 

Nel 1935, il britannico lord Lothian pubblica "Il pacifismo non basta" e tre anni dopo fonda il Federal Movement. In questi stessi anni si sviluppa tra alcuni intellettuali (Denis de Rougemont, Alexandre Marc) un movimento che passerà alla storia col nome di "non conformisti degli anni Trenta". Essi evocano l'importanza di una struttura istituzionale federativa che sappia unire differenti comunità libere: una sorta di "terza via" tra capitalismo e socialismo. L'utopia europeista dalla Seconda guerra mondiale in poi (Monnet e Spinelli).

Lo scoppio della Seconda guerra mondiale dà un'ulteriore spinta allo sviluppo di un pensiero europeista. Dopo la caduta di Parigi in mano ai nazisti Jean Monnet formula un documento che, se non dal punto di vista pratico, da quello simbolico ebbe una notevole importanza: è la "Dichiarazione di Unione indissolubile franco-britannica". Essa prevede per Francia e Regno Unito una sola cittadinanza, un solo Parlamento, un solo governo, un solo esercito e persino una sola moneta.
L'arrivo al potere, in Francia, di Petain e l'esperienza del regime di Vichy, fanno fallire un'ipotesi che, seppur ardita, aveva incontrato il favore dello stesso Winston Churchill e del generale De Gaulle! L'operato di Monnet avrà modo di realizzarsi sin dai primi anni dalla conclusione del conflitto. La strategia e la politica di Jean Monnet va sotto il nome di "metodo gradualistico" o, più semplicemente, di "funzionalismo". Secondo Jean Monnet priorità assoluta è mirare ad una completa collaborazione tra gli ex-stati rivali di Francia e Germania. L'istituzione della CECA sarà una delle conseguenze della politica di questo statista francese, che vide in un più stretto rapporto tra le due nazioni di cui sopra come un elemento fondamentale atto ad impedire il risorgere di una politica di potenza. La strategia di Monnet seguiva un'ispirazione confederale più che federale: la sovranità delle nazioni rimaneva intatta, soprattutto nei "poteri" della Difesa e della Moneta. 

Questa visione ovviamente andava a scontrarsi con quella dei federalisti. In piena clandestinità, l'idea europea federalista trova un acceso sostenitore in Altiero Spinelli. E' del 1941 il suo "Manifesto per un Europa libera e unita", meglio conosciuto come "Manifesto di Ventotene".

In esso lo studioso e dissidente italiano avanza severe critiche al ruolo dello stato-nazione. Da esso - questo il principio contenuto nel documento - sorge il continuo pericolo della guerra. Solo la Federazione Europea, quindi, potrà gettare solide basi pacifiste, creando una netta divisione tra forze progressiste e reazionarie. 

ALTIERO SPINELLI, la sua azione politica. - Altiero Spinelli aderisce giovanissimo al PCI, dandosi da subito alla lotta clandestina contro il regime fascista. Nel 1927 viene arrestato e condannato a dieci anni carcere e sei di confino. E' nel suo esilio di Ventotene che il dissidente italiano formula - con il contributo di Ernesto Rossi e Eugenio Colorni - il famoso Manifesto, non senza aver riveduto profondamente le proprie idee. In esilio, infatti, Spinelli ha modo di confrontarsi con altre posizioni politiche, abbandonerà così il comunismo e si concentrerà sullo studio dei testi federalisti anglosassoni. Nell'agosto 1943, riottenuta la piena libertà, Spinelli promuove la fondazione del Movimento Federalista Europeo. Negli anni cinquanta, grazie ad esso, la questione politica della "costituente europea" e di una "comunità europea di difesa" (CED) guadagna la centralità del dibattito politico in Europa.

Dopo l'abbandono del MFE, nel 1970 Spinelli diventerà membro della Commissione esecutiva della CEE. Nel decennio 1976-86 Spinelli è membro del parlamento europeo, assumendo negli ultimi due anni anche la carica di presidente della Commissione istituzionale. La sua proposta di Trattato di Unione europea viene accettato a larga maggioranza il 14 febbraio 1984, ma gli interessi delle diverse nazioni europee areneranno il progetto nella veste di un più blando Atto Unico europeo, che comunque sancisce la definitiva consacrazione del Parlamento europeo. Spinelli muore a Roma il 23 maggio 1986. Ciò in cui Altiero Spinelli si differenziò dagli altri europeisti fu nel suo atteggiamento fortemente idealistico ma allo stesso tempo pragmatico. Egli non si limitò ad un'acuta critica storica, denunciando la crisi irreversibile dello stato nazionale in una fase (ancor oggi lontana da terminare) in cui lo stato-nazione viene percepito come un'entità forte e incancellabile. Spinelli non si limitò ad auspicare in un progetto a lungo termine la realizzazione della Federazione europea, bensì cercò in ogni modo di dare alla realizzazione di essa una scadenza effettiva. Gli Stati Uniti d'Europa, secondo Spinelli, non dovevano essere condannati ad un futuro indeterminato. 

La federazione, dopo la conclusione del conflitto mondiale, era un obbiettivo perfettamente realizzabile, Diversamente dal metodo comunitario di Jean Monnet e dalle teorie dei "funzionalisti" (che miravano ad un progetto più cauto e rispettoso delle realtà nazionali), Spinelli si lancia in un progetto fortemente immaginifico ma concreto. Il "metodo costituente" è l'unica via, quindi, per creare una nuova istituzione federale.

Non solo, dalla federazione europea viene concepita in un quadro più vasto (e fortemente utopico) che comprende la creazione degli Stati Uniti del mondo. L'attuale Movimento Federale europeo dichiara apertamente di puntare a questo progetto a lungo termine, e come conseguenza fa parte del World Federalist Movement, impegnato nella riforma dell'O.N.U., vista come primo passo verso un "governo mondiale". 

Il Manifesto di Ventotene: per un Europa progressista. Fino alla realizzazione del Manifesto di Ventotene, l'idea federalistica europea era rimasta nel limbo delle utopie e delle proposizioni meramente teoriche. Questo importante documento, invece, si propone di essere innanzitutto un programma d'azione. "Con la propaganda e con l'azione - vi si scrive - cercando di stabilire in tutti i modi accordi e legami fra i singoli movimenti che nei vari paesi si vanno certamente formando, occorre sin d'ora gettare le fondamenta di un movimento che sappia mobilitare tutte le forze per far nascere il nuovo organismo che sarà la creazione più grandiosa e più innovatrice sorta in Europa". Con il Manifesto si auspica quindi una perfetta commistione di pensiero e azione, atte a creare non un partito politico ma un organismo interpartitico e "transnazionale". Il Manifesto si propone quindi qualcosa di completamente nuovo, pur pagando tributo ai contributi essenziali del pensiero federalista dei decenni e secoli precedenti. "[…]

"La mia attenzione -scrive Spinelli in quel tempo - non è stata attratta dal fumoso, contorto e assai poco coerente federalismo ideologico di tipo proudhoniano o mazziniano che allignava in Francia o in Italia, ma dal pensiero pulito, preciso e antidottrinario dei federalisti inglesi del decennio precedente la guerra, i quali proponevano di trapiantare in Europa la grande esperienza politica americana". 

E inoltre: "Tra il federalismo nato della tragedia della Seconda guerra mondiale e il federalismo del secolo scorso - scrisse Norberto Bobbio a proposito del Manifesto di Ventotene - c'è la stessa differenza che corre tra una concezione evoluzionistica, e in fin dei conti ottimistica, della storia e una concezione attiva ed energicamente pragmatica". 
La novità della riflessione di Spinelli sta nel giudizio sulla guerra. Essa, rispetto alla realtà del secolo precedente, è divenuta totale. Non più, quindi, scontro tra eserciti, ma cataclisma che si abbatte sui popoli. Per annullare la possibilità di una guerra di siffatta portata c'è solo il federalismo. Esso appare come un processo opposto alla formazione dello stato moderno: muove verso la disarticolazione dell'unità statuale e tende verso una superiore unità, al di sopra dello stato.

Sovranità assoluto e stato-nazione sono quindi gli avversari del federalismo europeo concepito da Spinelli. Tale federalismo - scrive ancora Bobbio - "tende a liberare ciò che lo stato moderno aveva unificato, e a unificare ciò che lo stesso stato aveva dissolto. Combatte insomma la battaglia contemporaneamente su due fronti, quello della sovranità interna, attraverso il principio della divisione orizzontale dei poteri, e quello della sovranità esterna, attraverso il principio della limitazione della potestà di guerra e di pace che è la prerogativa dello stato sovrano". Ovviamente, l'integrazione più clamorosa tra questi due poteri - sovranità assoluta e principio nazionale - Spinelli la identifica negli stati fascisti, che negli anni quaranta appaiono come la principale minaccia alla pace.

Il Manifesto sancisce senza mezzi termini che, il superamento del primo potere porta allo stato federale, e il superamento del secondo porta all'idea di Europa. Nella prefazione della sua prima edizione, firmata semplicemente "il Movimento italiano per la Federazione Europea" (Roma, 22 gennaio 1944) vengono spiegate le ragioni per cui l'opzione federalista assume un nuovo significato. Il motivo più importante è "costituito dal fatto che l'ideale di una federazione europea, preludio di una federazione mondiale, mentre poteva apparire lontana utopia ancora qualche anno fa, si presenta oggi, alla fine di questa guerra, come una meta raggiungibile e quasi a portata di mano. Nel totale rimescolamento di popoli che questo conflitto ha provocato in tutti i paesi soggetti all'occupazione tedesca, nella necessità di ricostruire su basi nuove una economia quasi totalmente distrutta, e di rimettere sul tappeto tutti i problemi riguardanti i confini politici, le barriere doganali, le minoranze etniche, ecc.; nel carattere stesso di questa guerra, in cui l'elemento nazionale è stato così spesso sopravanzato dall'elemento ideologico, in cui si sono visti piccoli e medi stati rinunziare a gran parte della loro sovranità a favore degli stati più forti, e in cui da parte degli stessi fascisti il concetto di spazio vitale si è sostituito a quello di indipendenza nazionale; in tutti questi elementi sono da ravvisare dei dati che rendono attuale come non mai, in questo dopoguerra, il problema dell'ordinamento federale dell'Europa. […] Appunto per questo è sorto il Movimento".

"E' la preminenza, l'anteriorità di questo problema rispetto a tutti quelli che si impongono nell'epoca in cui ci stiamo inoltrando; è la sicurezza che, se lasceremo risolidificare la situazione nei vecchi stampi nazionalistici, l'occasione sarà persa per sempre, e nessuna pace e benessere duraturo ne potrà avere il nostro continente".

In conclusione, nella presentazione degli scopi del Movimento, il documento affermava le proprie priorità: "esercito unico federale, unità monetaria, abolizione delle barriere doganali e delle limitazioni all'emigrazione tra gli stati appartenenti alla federazione, rappresentanza diretta dei cittadini ai consessi federali, politica estera unica". 

La realizzazione del progetto federale passa, secondo Spinelli, "attraverso una netta scelta di campo: tra forze progressiste e reazionarie. Il progetto federalista, essendo rivoluzionario, non può che schierarsi nel campo progressista. Se, nello scenario del dopoguerra, le forze reazionarie dovessero riottenere le redini governative dei paesi europei, sarebbe la fine di qualsiasi progetto federalista. Con la loro vittoria, è la tesi del Manifesto, tornerebbero le divisioni nazionali, le politiche aggressive ai confini e, come logica conseguenza, la guerra. "Il problema - ribadisce Spinelli - che in primo luogo va risolto e fallendo il quale qualsiasi altro progresso non è che apparenza, è la definitiva abolizione della divisione dell'Europa in stati nazionali sovrani". 

Un'altra insidia Spinelli la identifica nell'opzione "confederale" sulla base della Società delle Nazioni. E' per questo che il Manifesto non lesina critiche alla formula organizzativa tra stati creata dal presidente americano Wilson. A nulla valgono i patti di neutralità e di non aggressione, e a maggior ragione cosa può fare un organismo come la Società delle Nazioni se non può avvalersi di una forza militare? 

Un'altra obiezione Spinelli la muove verso il principio del non-intervento. "Assurdo - scrive - è risultato il principio del non intervento, secondo il quale ogni popolo dovrebbe essere lasciato libero di darsi il governo dispotico che meglio crede, quasi che la costituzione interna di ogni singolo stato non costituisse un interesse vitale per tutti gli altri paesi europei". La concezione federalistica progressista del Movimento guidato da Spinelli non può esimersi, naturalmente, dall'essere anche profondamente repubblicana. "[…] le dinastie […] rappresentavano …] un serio ostacolo alla organizzazione razionale degli Stati Uniti d'Europa - scrive Spinelli - i quali non possono poggiare che sulla costituzione repubblicana di tutti i paesi federati". 

Dal punto di vista economico la struttura federale non può che basarsi sullo scambio mercantile. Le autarchie economiche sono, infatti, la "spina dorsale dei regimi totalitari". L'Europa libera e unita che deve nascere nel dopoguerra secondo Spinelli deve consistere in un "potenziamento della civiltà moderna, di cui l'età totalitaria rappresenta un arresto". Ma quali caratteri specifici dovrà avere questa nuova Europa? Innanzitutto dovrà essere "socialista", dove per questo termine Spinelli intende "l'emancipazione delle classi lavoratrici e la realizzazione per esse di condizioni più umane di vita"" Non si pensi quindi che, sotto questa formula, si celi qualche tributo al socialismo reale che in quei tempi si era esteso su metà del continente europeo. 

Certo, Spinelli proveniva da una tradizione comunista, ma la sua conversione ideologica al confino fu radicale. Lo studioso italiano infatti continua affermando che "il principio veramente fondamentale del socialismo, e di cui quello della collettivizzazione generale non è stato che una affrettata ed erronea deduzione, è quello secondo il quale le forze economiche non debbono dominare gli uomini, ma - come avviene per le forze naturali - essere da loro sottomesse, guidate, controllate nel modo più razionale, affinché le grandi masse non ne siano vittime". 

Chi è a conoscenza delle conseguenze tragiche della collettivizzazione in qualsiasi esperienza storica comunista, non può non considerare quanto le idee sopra formulate ne siano una netta antitesi. Il Manifesto di Ventotene, e il Movimento che nacque dalla sua ispirazione, non si possono in ogni caso incasellare in una preciso recinto ideologico o partitico. Il progetto degli Stati Uniti d'Europa doveva correre trasversalmente ai partiti, questo era la chiara ammissione di intenti di coloro che si raccoglievano intorno al Manifesto. Altri gruppi avrebbero cominciato la propria attività propagandistica per un'unione federale europea; i loro nomi erano Combat, Franc-Tireur, Libérer et Fedérer, Liberté, Resistance. Non solo l'ipotesi federalista, però, si faceva strada: molti erano gli "europeismi" all'orizzonte, e il loro contrasto spiegherà le modalità della costruzione europea nel dopoguerra.......


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FERRUCCIO GATTUSO

 RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
La costruzione dell'Europa, di F. Massoulié, G. Gantelet, D. Genton - Ed. Giunti Casterman (1997)
Il Manifesto di Ventotene, di Altiero Spinelli - Ed. Il Mulino (1991)
Diario Europeo, di Altiero Spinelli - Ed. Il Mulino (1992)

Ringraziamo per l'articolo
(concesso gratuitamente) 
il direttore di
 

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