1848  
Le Cinque giornate di Milano. Fu vera gloria?


Mille popolani 
mandati a morire per difendere
gli interessi dei signori
( del "diritto divino" )

 

di PAOLO DEOTTO

I regolamenti dell’esercito austro-ungarico nel 1848 erano rigidi e non lasciavano spazio a raffinatezze che sarebbero venute molto tempo dopo: anche d’estate la divisa era abbastanza pesante, lo zaino era molto pesante, il fucile invece pure. Del resto, un soldato è un soldato, e deve saper sopportare ogni fatica, d’estate come d’inverno. Ma quella domenica 6 agosto 1848 ai soldati austriaci che entravano (o meglio, rientravano) in Milano fu almeno risparmiata la fatica di combattere. Nell’afa estiva si concludevano le Cinque Giornate, che erano durate un po’ di più, centotrentacinque giorni, e si concludevano in modo curioso, col popolino che acclamava le stesse truppe contro cui aveva combattuto pochi mesi prima e che inneggiava al Maresciallo Radetzky, che fino a qualche giorno prima era uno dei simboli della tirannide e dell’oppressione.

Popolino fellone? Forse, ma forse anche no. E come fanno cinque giornate a durare centotrentacinque giorni? Centotrentacinque furono i giorni in cui Milano si governò liberamente, dopo che l’insurrezione delle "Cinque Giornate" aveva indotto alla ritirata le truppe di occupazione austro-ungariche. Ma in questo breve lasso di tempo accaddero molti eventi significativi che ci permettono di rispondere alla prima domanda: popolino fellone? Forse no. 

Dai tempi dell’antico Egitto, quando i Faraoni, asserendo tout court di essere Dei e Figli di Dei, imponevano al popolo dai due ai quattro mesi di lavoro gratuito per costruire quei monumenti che tuttora ammiriamo (e che, al di là della loro magnificenza, non possono non essere classificati come esempi del più crudele sfruttamento), la Storia ci offre innumerevoli esempi di come il "popolo" sia chiamato sovente a far da protagonista a cause non sue, in cui la faziosità dell’informazione diviene la norma, ma in cui il risultato normale è che il popolo stesso paga il conto più alto. In questo senso non fanno eccezione gli avvenimenti passati alla storia come le "Cinque Giornate di Milano". Il tributo di sangue più alto fu pagato dai popolani, che lasciarono sul terreno oltre mille morti, e questo ha permesso a tanta storiografia di parlare della rivolta di popolo contro l’occupante.

Ma le origini effettive di questa rivolta e le particolarità del momento storico divengono un po’ più chiare quando si esaminano le reali condizioni di vita nel Lombardo Veneto e quando si studiano i pasticci, le improvvisazioni, le divisioni, le ambiguità che caratterizzarono il comportamento della nuova classe dirigente lombarda nonché di quel Re Sabaudo che ci mise molto tempo per accorrere in aiuto degli insorti, ma ne impiegò molto meno quando si trattò di avviare una pace separata con Radetzky e ne impiegò pochissimo quando, resosi conto di essere stato raggirato dal vecchio volpone austriaco, scappò nottetempo da Milano, dopo aver promesso ai milanesi tutto il suo appoggio. Se dunque è fellone chi, dopo essere stato usato e ingannato, si ritrova con gli stessi problemi di prima, ma un po’ più complicati, e si rifugia allora in una lode dei vecchi padroni, ebbene possiamo dire che il popolino milanese fu fellone. 

Le premesse. Sia ben chiaro che non vogliamo scrivere una Storia di buoni e cattivi, appunto perché scriviamo Storia e non fiabe; né vogliamo cedere alla facile tentazione di capovolgere semplicemente i ruoli dei buoni e dei cattivi assegnati dalla storiografia oleografica fin qui imperante. Siamo piuttosto convinti che sia necessario scrollarsi di dosso una retorica che ha inquinato tutto lo studio storico di quel periodo estremamente complesso che fu il XIX secolo e che ha impedito finora di leggere con lucidità e lealtà tutta la vicenda del Risorgimento".

L’imperatore asburgico non era certo un cherubino e aveva cura, come tutti i regnanti, di tutelare gli interessi della Casa. Ma è indubitabile che l’Impero Austro Ungarico aveva avviato sui suoi immensi territori dei processi di modernizzazione che, nascessero da particolare bontà d’animo o piuttosto da un po’ di lungimiranza politica, rappresentavano comunque un unicum in un’Europa che soprattutto si era preoccupata, dopo il terremoto napoleonico, di restaurare i diritti delle Case Regnanti. Per restare all’ambito che ci interessa, nel Regno Lombardo Veneto, in cui l’autorità imperiale era rappresentata da un Viceré e da un Governatore, ricordiamo che lo scontro vero si stava attuando già da tempo tra nobiltà e grande possidenza da una parte, e Governo Centrale di Vienna dall’altra.

Non era uno scontro aperto, ma piuttosto un’avversione strisciante che andava consolidandosi da parte di coloro i quali (nobili e grandi proprietari terrieri) si erano in certo senso sentiti traditi da una politica viennese che, dopo la Restaurazione, non aveva potuto non tener conto delle modernizzazioni comunque portate dalle riforme napoleoniche. Se l’autorità centrale restava indiscutibilmente in mano all’Imperatore, il sistema di governo locale prevedeva una serie di organi rappresentativi che avevano alla base le assemblee dei Convocati formate da tutti i cittadini, purché iscritti nel registro delle tasse, che votavano in assemblea per l’elezione dei governi locali nei comuni piccoli e medi.

Sopra questo livello esistevano le Congregazioni che raccoglievano nobiltà e possidenza, le quali governavano i Comuni maggiori e partecipavano alle decisioni di guida dello Stato. La frizione fra questi due organi era inevitabile perché, mentre le assemblee dei Convocati rappresentavano una forma di democrazia diretta, capaci di raccogliere e dar voce anche agli interessi delle classi più umili (purché contribuenti all’erario), le Congregazioni mantenevano un atteggiamento estremamente conservatore e vedevano con ostilità (soprattutto nei centri a proprietà terriera più diffusa) il fatto che venisse data voce alla plebe, tradendo, secondo il loro punto di vista, il lavoro di riordino che si doveva fare in Europa dopo i pasticci causati dalla Rivoluzione Francese prima e dalle riforme napoleoniche poi. E infatti furono proprio le pressioni delle Congregazioni sul Governo Centrale che causarono il progressivo esautoramento delle assemblee dei Convocati; già nel 1835 i governi locali allargati venivano ridotti ad organi consultivi. D’altra parte il Governo Imperiale non poteva non tener conto delle pressioni dei nobili e della possidenza (non solo proprietari terrieri, ma anche imprenditori, grossi commercianti ecc.), che detenendo buona parte della ricchezza, erano anche le maggiori fonti (almeno potenziali) di entrate fiscali. Ma proprio su questo aspetto nasceva poi un altro motivo di contrasto, forse il maggiore, perché nasceva dal più grande centro di sentimenti dell’uomo, ossia il portafoglio.

E ci spieghiamo: un’altra delle novità che il Governo Imperiale cercava di imporre era quella di un riordino del sistema fiscale che privilegiasse l’imposizione diretta, ossia quella che, colpendo i redditi, fa ovviamente pagare di più a chi più guadagna, a scapito dell’imposizione indiretta, per sua natura iniqua, perché scarica l’onere sull’utente finale di un bene, senza tener conto delle sue capacità di reddito. Cinquant’anni più tardi il Governo Sabaudo avrebbe potuto sperimentare la popolarità delle imposte indirette, con quei moti di piazza che videro a Milano la "pacificazione" portata dai cannoni del generale Bava Beccaris. Questi concetti in materia fiscale sono per noi, oggi, ovvi e naturali. Un secolo e mezzo fa, in una società ancora basata principalmente sui privilegi di classe e sulla conservazione degli stessi, la leva fiscale poteva rappresentare un vera mina vagante, soprattutto perché un sistema fiscale equo permette anche alle classi più umili di elevarsi socialmente, mentre un sistema vessatorio, oltre che favorire i più ricchi, fa sì che i poveri continuino disciplinatamente ad essere poveri. E questo è un elemento essenziale per la conservazione dello status quo. "Vienna ladrona": questa era una delle accuse principali lanciate dagli oppositori del Governo Imperiale. Ma esaminiamo un attimo con calma la faccenda: è vero che la Lombardia, essendo la regione più ricca, era anche, nel suo complesso, il contribuente più importante dell’Impero.

Ma è altrettanto vero che gran parte di queste imposte, grosso modo la metà, rientravano in Lombardia per il finanziamento di opere pubbliche e di incentivi all’imprenditoria. La creazione dell’Università di Pavia, l’istruzione elementare pubblica, l’organizzazione di pubblici ospedali, sono tutte realizzazioni del periodo di dominazione austriaca. Cerchiamo quindi di fare il punto delle premesse. Come dicevamo dianzi, non vogliamo presentare l’imperatore asburgico come un difensore della "democrazia": sarebbe una contraddizione in termini. La polizia e la censura esistevano, funzionavano, ed erano efficienti gli organi di tutela di un potere centrale che non era assolutamente intenzionato a rinunciare a quello che considerava comunque il proprio ruolo legittimo. Ma i dati di fatto ci dicono che in un sistema poliziesco esisteva comunque uno spazio, già ampio per l’epoca, di libertà di espressione: personaggi come Enrico Cernuschi, agitatore di professione, Carlo Cattaneo, federalista dallo sdegno facile, Gabrio Casati, podestà di nomina imperiale con scarsa tendenza alla fedeltà, avrebbero avuto molte meno possibilità di azione in un sistema meno tollerante. E i dati di fatto ci dicono anche che si cercava, insieme ad una modernizzazione amministrativa, che a tutt’oggi viene guardata come esemplare, di sollevare le classi più umili, fornendo loro quei servizi che accennavamo sopra (scuola, sanità) che erano appannaggio della Chiesa, come opere di carità, o dei ricchi che potevano permetterseli.

Se si afferma, nell’Ottocento preoccupato di "restaurarsi", che lo Stato deve venire in soccorso dei più deboli, riconoscendo quindi dei diritti anche alla "plebe", si fa già un’opera di grande modernizzazione, non foss’altro perché si è compreso che la Storia va avanti da sola e che quindi le classi tendono per loro natura ad amalgamarsi, a confondersi, a generare nuovi livelli che andranno fatalmente a scuotere i vecchi equilibri, nella ricerca, sacrosanta, di una maggior giustizia sociale diffusa. E’ facile obiettare che comunque il sistema restava un sistema poliziesco. Ma questa obiezione ci sembra che francamente manchi di senso del ridicolo, perché parte dal presupposto che il Potere decida di suicidarsi: il Potere, compreso quello democratico, tende per sua natura a difendersi, e un potere dinastico non può andare oltre un certo limite.

Può però operare per il bene comune, almeno in quelle parti che non minano immediatamente la sua sopravvivenza. E a ben guardare, vedremo che la scelta del potere asburgico fu quella di operare delle riforme tranquille, di curare il bene pubblico, anche per evitare che popolazioni scontente fossero spinte alla rivolta. Insieme a questi dati di fatto interni al Regno Lombardo Veneto esisteva poi una realtà che sarà determinante nei successivi sviluppi della Storia italiana. Il piccolo Regno di Sardegna cercava da tempo un’espansione che, impensabile verso occidente, non poteva che rivolgersi ai territori padani, che avevano tra l’atro il pregio di essere, col maggior sviluppo industriale, le zone più ricche d’Italia. Non è qui il luogo per soffermarsi su quel "tumulto generalizzato" che fu il 1848. Il problema delle nazionalità, i confini rifatti a tavolino dopo la sconfitta di Napoleone, avevano generato dei problemi gravi, non dissimili da quelli che avrebbero poi sconvolto nuovamente l’Europa tra le due guerre mondiali (ad ennesima dimostrazione del fatto che la Storia non insegna mai un bel nulla agli uomini... ). Le rivolte a Parigi, Vienna, Berlino, erano senza dubbio sintomi gravi e preoccupanti di un malessere che comunque covava nel Vecchio Continente, che stava ancora cercando i suoi equilibri, illusoriamente ristabiliti dal Congresso di Vienna. Restiamo alla nostra Milano, capitale del Regno Lombardo Veneto, dove la sera del 17 marzo giunge la notizia che il governo di Vienna aveva abolito la censura e promulgato una nuova legge sulla stampa.

Curiosamente, una buona notizia fu la prima scintilla della rivolta. Se qualcuno ci considera poco rispettosi dei martiri della rivoluzione, non possiamo che chinare il capo; ma non possiamo nascondere il disagio che ci pervade quando, studiando la Storia, continuiamo a trovare che gli eroi sorgono, in genere, quando l’avversario si indebolisce o quanto meno sembra indebolirsi. E se non lo sappiamo noi italiani, antifascisti dal 26 luglio 43 e superantifascisti dal 25 aprile 45, chi meglio può saperlo? Ma torniamo a quella sera del 17 marzo 1848; già da diversi giorni la polizia aveva intensificato gli arresti di intellettuali e pubblicisti che avevano preso con un po’ troppo entusiasmo le notizie dei moti europei.

Le novità legislative da Vienna colsero impreparate le autorità locali che risposero in modo impacciato ai dimostranti che il giorno dopo, guidati da quel podestà di nomina imperiale, Conte Gabrio CASATI, si portarono al Palazzo del Governo chiedendo "riforme". Il vice governatore O’Donnell aveva chiesto al comandante militare, maresciallo conte Johann Radetzky di occupare militarmente la città. Il maresciallo non aveva voluto farlo, sia perché pressato dal Conte Casati, sia perché era convinto che la rivolta si sarebbe risolta in una bolla di sapone. Di ciò erano meno convinti, evidentemente, il governatore Spaur e il viceré Ranieri, che avevano lasciato la patata bollente in mano all’irresoluto vice governatore.

Al vice governatore fu chiesto tutto, ed egli si affrettò a firmare tutto, impaurito da una folla tumultuante che aveva invaso il Palazzo del Governo, reclamando lo scioglimento della polizia, l’istituzione della guardia civica e il trasferimento al Comune dei poteri di pubblica sicurezza. Il documento era stato steso da quel già citato Cernuschi, né si erano ascoltati gli appelli di Cattaneo al senso della misura, a non superare quelle soglie oltre le quali l’autorità imperiale avrebbe risposto con la forza. Il Conte Casati si era reso conto troppo tardi di aver messo in moto una macchina che non sapeva più come fermare, e che avrebbe portato, come ammoniva appunto nel suo buon senso CATTANEO, a "gettare il popolo inerme contro le bocche dei cannoni". La scintilla era caduta nella polveriera: il nuovo capo della polizia, Bellati, si recò invano al deposito di armi di via Santa Margherita per reclamare la consegna dei fucili: il funzionario preposto al deposito si rifiutò, adducendo che il decreto del vice governatore era stato estorto con la forza; il maresciallo Radetzky iniziava a rendersi conto che la bolla di sapone era qualcosa di ben più preoccupante e rispose: rispose da militare, da militare austriaco. Iniziavano i combattimenti. Nei primi due giorni la rivolta fu confusa, senza alcun coordinamento, ma permise di rendersi conto che il vecchio maresciallo disponeva di forze alquanto esigue, con le quali non riusciva a mantenere il controllo della situazione.

Infatti i soldati di stanza erano quattordicimila (contro i "centomila" gabellati a scopo intimidatorio) e molti di questi si rivelarono impreparati ad una guerra che si combatteva non su un campo di battaglia, ma tra mille vie e viuzze, sottoposti all’insidia che poteva venire da un tetto, da un balcone, da un angolo nascosto, magari sotto forma di un vaso da fiori gettato dall’alto, o di un pentolone di liquido bollente versato all’improvviso da una finestra. Quando la parola passa alla violenza, tutto può accadere. Le atrocità dei soldati croati vennero rintuzzate con pari impeto e si iniziò, corollario inevitabile di ogni rivoluzione, la caccia al "collaborazionista". La città era presa da una specie di frenesia e forse lo stesso agitatore ed agitato Cernuschi si rese conto che si stava superando ogni limite, visto che abbandonò i suoi tonitruanti proclami per accettare di far parte di un Consiglio di Guerra composto, oltre che da lui, da Carlo Clerici, Giulio Terzaghi e presieduto da Carlo Cattaneo. Il Consiglio cercò di moderare gli animi, evitare giustizie sommarie e dare un minimo di coordinamento ad una rivolta confusa e convulsa. Fu un "cavalcare la tigre" che sembrò dare frutti, almeno nell’intento di moderazione. Nel frattempo si muovevano però le acque dei diversi interessi in gioco. Radetzky, resosi conto che non riusciva a resistere, aveva proposto un armistizio di tre giorni, che Cattaneo aveva respinto, nella convinzione che fosse il momento di dare la spallata finale al nemico.

Non aveva torto, visto che l’indomani, 22 marzo, le truppe imperiali iniziarono ad evacuare la città. Ma nel contempo il podestà Casati aveva spedito in missione a Torino il conte Arese e il marchese D’Adda, per sollecitare l’intervento di Carlo Alberto.
Si faceva strada anche il partito dei repubblicani e il timoroso podestà si era subito messo alla ricerca di un nuovo Re da servire. Nacquero, ancora prima che fosse completata l’evacuazione da Milano delle truppe imperiali, i primi contrasti tra il Consiglio di Guerra e il podestà Casati, che nella notte del 21 dichiarò il municipio costituito in Governo Provvisorio, da lui stesso presieduto. Il mazziniano Cesare Correnti venne nominato segretario generale del nuovo organismo, con un iniziativa che ci sembra di poter definire del miglior milazzismo ante litteram. Nel frattempo Carlo Alberto faceva sapere, tramite il conte Enrico Martini, di esser pronto a soccorrere la città non appena la nobiltà milanese avesse votato un indirizzo in tal senso.

E Sua Maestà fece ingresso in città il 26 marzo, quando non c’era più nessuno da soccorrere, se non gli interessi della monarchia, minacciata dai serpeggianti progetti repubblicani dei mazziniani. In poche settimane Milano vide un fiorire di nuovi giornali, ventidue per l’esattezza, e un fiorire di strane iniziative. Si presero decisioni su problemi non certo impellenti, quali le imposte di bollo o la soglia della maggiore età, nella certezza che ormai l’esercito austriaco fosse sconfitto; le truppe piemontesi avevano assunto il controllo di un’insurrezione che ormai non c’era più ed iniziava per Carlo Alberto la disastrosa esperienza della guerra contro l’Impero Austro Ungarico.

Mentre i repubblicani erano occupati in discussioni sui massimi principi (una riunione tra Mazzini e i membri del Governo Provvisorio si risolse in un nulla di fatto, condito di reciproche accuse di scarso patriottismo), mentre i moderati reclamavano l’annessione della Lombardia al Piemonte (mandando su tutte le furie Cattaneo, che li rimproverava dell’ansia di cambiar padrone), l’esercito piemontese dava prova di una totale disorganizzazione.

Lo Stato Maggiore sabaudo non aveva fornito agli ufficiali nemmeno le carte geografiche della Lombardia. Il maresciallo Radetzky, chiuso nel quadrilatero, si riorganizzava e non fece molta fatica ad opporsi alle truppe piemontesi. E Carlo Alberto tradì: altrimenti non si può definire il comportamento del Re Sabaudo che, dopo aver promesso ai milanesi di scacciare definitivamente gli austriaci dall’Italia, iniziò, ai primi di maggio, trattative segrete con Radetzky.

Si rendeva conto che le sue truppe erano inette: si sarebbe accontentato della Lombardia, poi si sarebbe ritirato. Il vecchio e astuto maresciallo accettò la trattativa: aveva interesse a guadagnare ancora tempo, per portare a punto la riorganizzazione del suo esercito, né la presa di Peschiera, praticamente abbandonata dai soldati austriaci a quelli piemontesi, lo preoccupò. Ritiratosi nella fortezza di Verona, metteva a punto i piani di guerra, che diedero i loro frutti nella battaglia di Custoza, del 23, 24 e 25 luglio. L’esercito piemontese fu travolto, e iniziò un penoso ripiegamento su Milano. La notizia del disastro militare indusse le autorità milanesi a nominare un comitato di difesa, presieduto dal generale Fanti; ma questo comitato non entrò mai in azione.

Il 3 agosto i commissari regi di Carlo Alberto entrarono in città, assunsero ogni potere civile e militare, preannunciando l’arrivo del Re che, con truppe ancora fresche, prometteva di "difendere Milano". Le prime cannonate austriache si udirono a Milano il giorno successivo. Il Governo Provvisorio prese una decisione storica: si dichiarò sciolto, lasciando ognuno libero di andare per i fatti suoi. Un "si salvi chi può" in piena regola, dichiarato da quei moderati che vedevano crollare anche la loro speranza di un nuovo ordine sotto un nuovo Re, Carlo Alberto. Quest’ultimo, giunto a Milano la notte del 4 agosto, mandò i generali Lazzari e Rossi ad offrire la resa a Radetzky, in cambio dell’amnistia per i cittadini e del libero passaggio per le truppe piemontesi, e contemporaneamente promise ad una folla agitata che "sarebbe stato tra loro con i suoi figli". La notte del giorno successivo fuggì da Milano con i suoi generali. Il 6 agosto, domenica, i primi reparti austriaci riprendevano possesso di Milano, dopo le minacce di Radetzky di bombardare la città in caso di resistenza. Milano era dichiarata in stato d’assedio. Era finito tutto.

di PAOLO DEOTTO

Ringrazio per l'articolo
concessomi gratuitamente
dal direttore di

vedi in altre pagine
IL MEMORIALE DI CARLO CATTANEO
(che abbiamo messo in originale)


Carlo Alberto indubbiamente tradì: altrimenti non si può definire il comportamento del Re Sabaudo che, dopo aver promesso ai milanesi di cacciare definitivamente gli austriaci dall’Italia, iniziò, già ai primi di maggio, trattative segrete con Radetzky. 
(la stessa cosa fece suo nipote, l'8 settembre del 1943)

Se non proprio sleale, incapace dimostrò di esserlo, non solo come comandante supremo ma anche inetto nello scegliersi dei bravi comandanti di reparti . Fra i tanti errori quello di non avere minimamente una visione generale delle operazioni belliche e  nemmeno l'intuito strategico di un modesto caporale. Si scrisse che "mentre a Milano l'ambizioso Carlo Alberto raccoglieva e contava voti, il più che ottantenne Radetzky  raccoglieva e contava soldati a Verona". Ed era vero.

Voti non meritati. Per pochi giorni Carlo Alberto divenne re anche dei Lombardi, ma pochi mesi dopo li tradì a Novara (per poter conservate il suo Piemonte).  Infatti Carlo Alberto si arrese agli austriaci, assicurando loro che non avrebbe mai più aiutato nè i lombardi né i veneti.

Quelli che pochi giorni prima aveva accolto come cittadini nel suo "regno fatto di menzogne", li rinnegava.

Erano così confermati i sospetti di quanti ritenevano che la casa Savoia perseguiva esclusivamente i propri fini dinastici. Destando stupore e sconforto negli ambienti democratici, che si erano distinti come i più decisi nel voler portar avanti la guerra con gli austriaci.
Carlo Alberto nemmeno in questa occasione -e fu l'ultima- non smentì tutto il suo ambiguo passato.

vedi i fatti in riassunto "STORIA d'ITALIA"


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