Dall’Europa in Terra Santa armate di fedeli, predoni e disperati sotto le bandiere di Papi e devoti re 

2) GERUSALEMME E RITORNO

LE CROCIATE

CROCIATI O PREDONI ?

< 1) PRECEDENTE

 di ELENA BELLOMO

CAVALIERI SACRILEGHI

La cronaca di Novgorod ricorda invece che in Santa Sofia i crociati: "distrussero il coro dove erano i sacerdoti, ornato d'argento e di dodici colonne d'argento; infransero sui muri quattro tavole decorate con icone e la Tavola santa e dodici croci che erano sull'altare, fra le quali dominavano le croci scolpite come alberi, alte più di un uomo(...) Poi si impadronirono di quaranta calici che erano sull'altare e di candelabri d'argento, dei quali vi era un sì grande numero che era impossibile contarli". Intanto una prostituta si sedeva sul trono del patriarca e cantava ai saccheggiatori ubriachi un'oscena canzone francese.

L'impero latino di Costantinopoli, debole creatura "concepita nel peccato", sarebbe sopravvissuto meno di settanta anni, ma la sua funesta eredità avrebbe cambiato il volto del movimento crociato. Le poderose forze militari e spirituali che esso era stato in grado di mobilitare e le giustificazione teoriche che ne avevano legittimato l'azione si sarebbero lentamente piegati alla logica della politica più cinica e spregiudicata. Venezia aveva saputo sfruttare la crociata a proprio vantaggio, molti altri avrebbero seguito il suo esempio. Essa sarebbe infatti diventata un potente strumento repressivo nelle mani dei pontefici, volto contro i nemici della fede, ma soprattutto contro gli avversari della supremazia romana nella sfera temporale. I primi antagonisti contro cui il papato indirizzò la terribile arma della crociata furono
gli eretici CATARI.

Adepti di una confessione dualista, che credeva nell'incessante confronto fra i due principi universali del bene e del male, i CATARI avevano fondato una fiorente comunità del sud della Francia. Le loro convinzioni imponevano un progressivo distacco da ogni realtà materiale, considerata frutto del demonio, in un cammino ascetico compiuto soprattutto da fedeli chiamati perfetti. I catari, o ALBIGESI, rappresentavano quindi non tanto una semplice deviazione eterodossa, quanto una confessione indipendente dal cattolicesimo e ad esso alternativa. Fu Innocenzo III, lo stesso pontefice della crociata deviata a Costantinopoli, a bandire una spedizione contro i catari, conferendole tutti i crismi della crociata.

A MORTE I CRISTIANI CATARI 

Per la prima volta l'esercito della croce avrebbe combattuto sul suolo europeo. Nuovamente avrebbe colpito uomini che, seppure nel loro particolare modo, credevano in Cristo. Il sovrano di Francia colse al volo l'occasione di estendere il proprio dominio sulle riottose province provenzali, orgogliose della propria secolare indipendenza rispetto al potere sovrano. I baroni del nord del paese immediatamente riconobbero le possibilità di arricchimento e di conquista in una spedizione contro una delle contrade più floride della nazione. 
Il 22 luglio 1209 l'esercito cattolico espugnava la città di Bèziers ed il legato pontificio Arnaldo forse davvero pronunciava la famosa frase: "Uccideteli tutti, Dio riconoscerà i suoi". Così poi annunciava compiaciuto che in città erano state uccise ventimila persone, senza alcun riguardo per il sesso, l'età o la condizione. L'ortodossia romana usciva trionfante da questa guerra senza nemici, dato che gli albigesi si erano rifiutati di reagire con la violenza all'attacco dei crociati. Tutti coloro che li avevano difesi, ed erano stati molti, ne spartirono la sorte. Si erano schierati dalla loro parte non tanto per la condivisione degli ideali religiosi, quanto per autentica carità cristiana e solidarietà nazionale, ma il loro sacrificio era stato vano. La rigogliosa civiltà provenzale, immortalata nei versi di tanti poeti, languiva umiliata, ferita a morte, mentre l'Inquisizione si disponeva a finire ciò che la crociata aveva cominciato.
Crescenti erano le perplessità verso la crociata. Le continue sconfitte in e la mancata riconquista di Gerusalemme gettavano discredito sul movimento in generale quanto la doppiezza di quanti lo avevano guidato. Il fatto inoltre che esso avesse potuto rivolgersi contro cristiani inermi, fossero anche scismatici ed eretici, aveva snaturato lo stesso ideale crociato, riducendolo ad un mero strumento di potere. "Roma, fai poco contro i saraceni, ma in compenso massacri i greci ed i latini" scriveva il trovatore Guillem Figueira. Alla crociata transmarina, infatti, si affiancava quella cismarina, da combattersi in Europa contro Federico II o suo figlio Manfredi, contro i da Romano o i Visconti, tutto per la gloria del Sommo Pontefice e soprattutto per le sue ambizioni egemoniche.

CROCIATI O PREDONI? 

Tanto più che la crociata era divenuta scusa per l'inasprirsi delle esazioni fiscali ed i voti di prendere la croce venivano sempre più frequentemente sciolti dalle autorità ecclesiastiche in cambio di laute donazioni. La stessa possibilità di conquistare l'indulgenza plenaria diventava un vantaggio secondario, dato che nel 1210 poteva essere acquistata solo con quaranta giorni di servizio nell'esercito crociato. Inoltre, la speranza di liberare la Città Santa appariva ormai una chimera, soprattutto da quando un imperatore scomunicato, Federico II, aveva condotto la propria crociata con tranquilla disponibilità verso gli infedeli, dimostrandosi invece ben più implacabile con la nobiltà pullana ribelle alla sua autorità. Federico senza colpo ferire aveva riconquistato Gerusalemme con la sola diplomazia, ma era persino arrivato ad incoronarsi da solo nella basilica del Santo Sepolcro, clamoroso esempio di superbia e di esaltazione del potere imperiale in contrapposizione a quello papale. 

Nel 1244 la Città Santa cadeva nuovamente in mano musulmana e tutti gli sforzi per riconquistarla sarebbero poi stati inutili. Intanto una nuova sensibilità, radicalmente opposta a quella crociata, cominciava a germogliare nella comunità cristiana. La riscoperta della mitezza suggeriva nuove vie per vincere gli infedeli. La spada era abbandonata in favore dell'evangelizzazione e della coerenza dell'esempio cristiano. Francesco d'Assisi, che aveva predicato dinnanzi al Sultano, era il perfetto modello di questa nuova vocazione alla missionarietà. Ma la politica del papato suscitando le critiche maggiori e più dure. Tali erano però l'immediatezza e l'intensità con cui la crociata aveva espresso le più alte speranze, ma anche i desideri più abietti dell'animo medievale, che questo ideale non poteva improvvisamente sparire, vittima dei propri eccessi e delle proprie ingenuità. In realtà se in passato si era fallito era stato per l'indegnità dei combattenti davanti agli occhi di Dio.

ASSURDO ESERCITO DI BIMBI

  Nuovi eserciti dovevano essere radunati. Nuovi comandanti dovevano essere da questi acclamati, ma avrebbero dovuto essere semplici e miti proprio come i poveri che avevano conquistato Gerusalemme. Un solo generale pareva rispondere a queste caratteristiche: si chiamava Stefano, aveva dodici anni ed era un pastorello di Cloyes. Nel 1212 si presentò alla corte di Francia con una lettera ricevuta da Gesù stesso. In essa gli si ordinava di porsi alla testa di un esercito di ragazzi e con essi di liberare i Luoghi Santi. La sincerità e la docilità dei bambini sarebbero riuscite vincitrici dove l'esperienza di grandi comandanti aveva fallito. Arrivati al mare, le acque si sarebbero separate davanti a loro come dinnanzi a Mosè e così, senza bagnarsi nemmeno un dito, i fanciulli sarebbero giunti in Terrasanta. Migliaia di ragazzi accorsero al richiamo di Stefano e di Nicola, il suo emulo renano, attratti dal miraggio di un'incredibile avventura, sorretti dalla propria infantile fiducia. I genitori li lasciavano partire a volte convinti del loro imminente successo, ma più spesso solo per avere una bocca in meno da sfamare.
Questi due festanti cortei procedevano verso sud, entusiasti del loro nuovo gioco, ma mano a mano che ci si allontanava da casa e le provviste finivano, l'ardore dei piccoli soldati di Cristo diminuiva. La nostalgia e la fame li spingevano a tornare verso casa, una mortale stanchezza li faceva accasciare smarriti lungo il ciglio della strada. Nicola ed i suoi varcarono addirittura le Alpi, ma solo un terzo del suo piccolo esercito riuscì a vedere l'Italia. Giunti a Genova dopo tante sofferenze, il mare non si era aperto davanti a loro. Scesi a Roma, Innocenzo III li aveva gentilmente esortati a tornare indietro: la crociata era cosa da adulti. Alcuni camminarono testardamente fino alle Puglie, ma anche lì le acque del Mediterraneo rimasero sorde alle loro preghiere. Intanto anche Stefano era giunto al mare ed aveva subito la medesima sconfitta. Non perdendosi d'animo, aveva però accettato insieme ai suoi compagni un passaggio sulle navi di alcuni mercanti. Da quando quelle imbarcazioni erano sparite all'orizzonte nessuno aveva più avuto loro notizie.

IL RE SANTO SBAGLIA STRADA 

Quasi venti anni dopo un sacerdote che li accompagnava aveva fatto ritorno in Europa, narrando come una nave fosse naufragata e come i bambini imbarcati sulle altre fossero invece stati venduti come schiavi agli infedeli. Tragicamente, quindi, anche la crociata dei fanciulli era fallita, tradita dall'empietà di adulti senza scrupoli.

 Nel 1244, forse per ringraziare della guarigione da una malattia, il venticinquenne re di Francia LUIGI IX prendeva la croce. Già in vita egli aveva avuto fama di santo e tale sarebbe stato proclamato dalla Chiesa ventisette anni dopo la morte. Di lui le fonti medievali ricordano unanimi la rettitudine e l'ascetica devozione incline al misticismo, la coerenza morale e la dignità derivata dalla sua discendenza regale quanto dalla convinta umiltà. Se quindi la figura di questo re santo incarnava le qualità del perfetto crociato, egli non fu purtroppo immune dalla sconsideratezza di coloro che prima di lui avevano combattuto per i Luoghi Santi. La sua prima crociata fu infatti indirizzata non verso la Terrasanta, ma in Egitto, secondo una tattica già collaudata e sempre fallimentare. Luigi, infatti, ammalato e debole, fu preso prigioniero insieme al proprio esercito e fu liberato solo in cambio della città di Damietta, che aveva appena conquistato, e di un esorbitante riscatto. Nel 1270 Il sovrano di Francia alla guida di un nuovo esercito crociato sarebbe partito alla volta della... Tunisia. Sperava infatti di convertirne l'emiro, ottenendone così l'aiuto. Appena dopo lo sbarco, Luigi ed i suoi uomini erano caduti vittime di un'epidemia, forse di peste. Quattro settimane dopo il re moriva. Prima di spirare, sospirò: "Gerusalemme, o Gerusalemme!". Erano le ultime parole dell'ultimo vero crociato della storia. Outremer affranta ben sapeva che dopo le folli spedizioni del re di Francia, nessun sovrano europeo sarebbe più accorso in suo aiuto e nemmeno i mongoli si rivelavano alleati vincenti. Il regno di Gerusalemme di anno in anno andava riducendosi, perdendo una città dopo l'altra. Le tregue negoziate con i musulmani consentivano di trarre un respiro di sollievo, ma la fine si approssimava rapidamente. L'Occidente, ormai dimentico dell'oltremare, rimaneva impassibile alle notizie della continua avanzata turca.

LA VENDETTA DEI SARACENI 

Nel 1291 la sola Acri e poche altre città costiere rappresentavano l'ultimo baluardo della resistenza latina in Terrasanta. Il 6 aprile i turchi posero l'assedio alla capitale crociata. Il 18 maggio, dopo un mese di continui bombardamenti e di infruttuose sortite cristiane, i musulmani riuscirono a penetrare in città malgrado l'eroica resistenza dei difensori. Nei mesi di assedio il coraggio e l'abnegazione dei combattenti cristiani erano stati tali da trovare a stento paragone nella storia d'oltremare. Si continuò a lottare casa per casa anche se ormai la città era sicuramente perduta. I turchi seminavano terrore e morte nei vicoli della capitale. L'esempio di Saladino era ormai dimenticato.
Così narra un testimone: "Le signore, le borghesi e le fanciulle fuggivano per le strade, con i bambini tra le braccia; sgomente e in lacrime correvano verso il porto. E quando i saraceni le incontravano, uno prendeva la madre e l'altro il bambino; talvolta venivano alle mani disputandosi una donna, poi si mettevano d'accordo sgozzandola. Altri strappavano alle madri il figlio che allattavano e lo gettavano sotto le zampe dei cavalli." La folla confusa e spaventata dei fuggiaschi si accalcava quindi sui moli. Il patriarca Nicola per eccesso di carità imbarcò troppi fuggitivi e fece colare a picco la propria imbarcazione. Il pirata-templare Ruggero Fiore intanto si arricchiva vendendo a caro prezzo i posti sulla propria nave. A sera tutta Acri tranne il palazzo del Tempio, una poderosa costruzione aggettante sul mare, era in mano ai turchi. I cavalieri templari combatterono ancora con disperato accanimento e quando i genieri nemici riuscirono a far breccia nella costruzione, cristiani e musulmani morirono nel crollo dell'edificio. Una dopo l'altra le città latine della costa capitolarono.

L’INVETTIVA DEL TEMPLARE
"La collera ed il dolore hanno talmente riempito il mio cuore
che poco manca a che io mi uccida,
che abbandoni la croce che avevo presa
in onore di Colui che fu messo in croce;
perché né croce né fede mi sono d'aiuto o mi proteggono
contro i turchi felloni, che Dio li maledica;
al contrario, sembra, da quel che si può vedere,
che Dio li voglia assistere a nostro danno (...)
E qui ogni giorno hanno vittoria su di noi
perché Dio, che era solito vegliare, ora dorme."

 

Così, senza alcuna speranza di riscossa, inveiva il templare Ricaut Bonomel dinnanzi alle ripetute sconfitte d'Oltremare. Per tutto il secolo seguente le dame di Cipro, ultimo limbo crociato d'Oriente, avrebbero indossato lunghi mantelli neri in segno di lutto per la caduta d'Outremer, per la fine di un grandioso e funesto sogno che aveva promesso gloria e ricchezza, ma più spesso aveva ripagato la fede con la sconfitta e scambiato la crudeltà per devozione. Echi di crociata avrebbero però continuato a risuonare in Europa ancora a lungo. Nel 1683, ad esempio, durante l'assedio turco di Vienna, lo spirito crociato parve risorgere. In realtà, la crociata, così come il medioevo l'aveva intesa, non esisteva più. Di essa rimaneva tuttavia una lezione di straordinaria fede ed ingiustificabile violenza, entrambe comunque partecipi della tumultuosa crescita della civiltà occidentale nel medioevo. 

di ELENA BELLOMO

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
Victory in the East, di J. France - Cambridge University Press, 1994
Le crociate viste dagli arabi, di A. Maalouf - SEI, Torino 1989
I Crociati, di J. Lehmann - Edizioni Garzanti, Milano 1996

Ringrazio per l'articolo
concessomi gratuitamente
dal direttore di


vedi altri link sulle Crociate all'interno del tabellone tematico
o passo passo seguendo gli anni di CRONOLOGIA - ANNO PER ANNO


  ALLA PAGINA PRECEDENTE

RITORNO A CRONOLOGIA