CAPITOLO 14


LA CONCLUSIONE DELLA PACE
(da pag. 455 a pag. 473)

Ultimatum di otto giorni alla Turchia - Il governo turco dichiara di accettare lo schema da noi proposto - Nuovi espedienti turchi - Invio della flotta italiana nell'Egeo - Ordine di attaccare Smirne e Dedeagatch - La pace alfine firmata - Critiche diverse mosse contro la guerra e la sua condotta diplomatica e militare - I pacifisti ad ogni costo, gli umanitari ed i nazionalisti - Una critica postuma: la guerra di Libia spinse alla guerra europea?


Il contegno e la condotta di Reschid pascià, insieme al fatto che da Costantinopoli non si rispondeva nemmeno più alle osservazioni ed alle richieste di istruzioni da parte degli stessi fiduciari turchi, mi persuasero della necessità di far sentire al Governo ottomano una più energica pressione. Degli imbarazzi e delle reali difficoltà in cui quel governo si trovava, fra la questione della nostra pace e la già imminente minaccia della guerra balcanica, io mi rendevo conto; ma era pure evidente che i vari poteri e uomini del regime cercavano di evadere tutti insieme, ed anche ognuno per conto proprio, qualunque responsabilità a spese nostre, non rifuggendo di ricorrere agli espedienti della più flagrante malafede. Era dunque ormai necessario di fare loro sentire che la nostra pazienza e longanimità aveva un limite, e che noi non eravamo affatto disposti a prestarci indefinitamente al loro gioco.

Nel corso delle conversazioni passate fra i nostri fiduciari e i due fiduciari turchi, che personalmente si comportarono sempre con lealtà, rendendosi pienamente conto della situazione e collaborando del loro meglio per trovare una soluzione, un punto di accordo era stato raggiunto nella prima metà di settembre. Il 6 di quel mese, e dopo già venticinque giorni di discussione, la delegazione ottomana aveva comunicato alla nostra una nuova proposta del suo governo; e il giorno 10 la nostra delegazione aveva risposto, dopo essersi accordata con me, che il Governo italiano era disposto a discutere sulla base di quella proposta, condizionando il suo consenso con la modificazione di alcuni punti incompatibili coi nostri postulati. In tal modo era stato compilato uno schema di accordo segreto, la cui firma avrebbe dovuto precedere quella del trattato di pace pubblico, e di cui era stata inviata copia al Governo ottomano.

Da quel giorno erano passate tre settimane senza che gli stessi fiduciari turchi riuscissero ad ottenere risposta in proposito dal loro governo. Io pensai che questo stato di fatto potesse servire di base ad una ulteriore nostra azione, e mi accordai coi nostri delegati perché fosse fatta una dichiarazione ai fiduciari turchi, all'effetto che se quell'accordo segreto non fosse firmato entro otto giorni, cioè entro il 10 ottobre, i negoziati sarebbero stati sospesi, riservandoci noi piena libertà d'azione. Suggerii che tale dichiarazione fosse fatta a mezzo di una breve nota, la quale mettesse in evidenza la longanimità nostra e le tergiversazioni a cui la Turchia era ricorsa dopo la venuta di Reschid.
Nello stesso tempo, da Cavour dove mi trovavo ancora, telegrafai a San Giuliano perché, mettendo in rilievo che le dilazioni e tergiversazioni turche erano aumentate dopo la venuta di Reschid, facesse conoscere alle Potenze la probabilità che i negoziati fossero interrotti per colpa della Turchia, ed il conseguente nostro proposito di riprendere con maggiore energia, e senza più riguardo per il nemico, la nostra azione militare.

Questa azione avrebbe dovuto svolgersi nell'Egeo, ed io mi riservavo di studiarne e concretarne i particolari al mio ritorno a Roma fra due giorni, tenendo conto delle necessità e degli accordi internazionali allora in discussione, perché volevo evitare che noi apparissimo in qualunque modo provocatori di una guerra europea. La comunicazione di questa nota fece molta impressione sui delegati turchi, i quali telegrafarono subito e lungamente a Costantinopoli. Reschid confessò anche che egli era stato bensì invitato dal suo Ministro degli Esteri a recarsi a Torino, ma non aveva avuto formale mandato dal governo; aggiunse che il Ministro degli Esteri era decisamente favorevole alla pace, secondato in ciò dal Gran Visir e da Kiamil pascià, ma ostinatamente contrastato dallo Sceicco dell'Islam in nome dell'elemento religioso. I delegati turchi vollero pure riprendere la discussione dello schema d'accordo segreto, solle
vando nuove obiezioni e chiedendo altre concessioni; ma io avvertii i nostri che era bene fare comprendere ai turchi che le concessioni nostre erano giunte ormai all'ultimo limite, e che non saremmo andati oltre a qualunque costo; e che ormai la Turchia doveva rispondere con un semplice sì o no; di osservare loro che se gli avvenimenti portassero ad una Conferenza europea, a noi sarebbe stato molto utile il possesso delle isole; e che se fosse scoppiata la guerra fra la Turchia ed i paesi balcanici, noi, essendo già in stato di guerra, ci saremmo trovati liberi di spingerla alle ultime conseguenze.
E feci avvertire anche che sino da allora la nostra marina aveva ordini di impedire qualunque trasporto di truppe turche per mare, sequestrando le navi che a tali trasporti fossero adibite.

Questa mossa energica ebbe l'effetto che mi ero proposto. Da Costantinopoli, a mezzo dei nostri agenti, fummo avvertiti che un corriere di gabinetto era partito immediatamente portando ai delegati turchi nuove istruzioni, e che nello stesso tempo i fiduciari turchi di Ouchy avevano chiesto telegraficamente i pieni poteri. Apprendemmo pure che il Governo tedesco in seguito al nostro avvertimento, aveva dato al suo ambasciatore istruzioni di consigliare il governo turco di desistere da ulteriori tergiversazioni; e che l'ambasciatore francese a Costantinopoli informava il suo governo che la Porta aveva autorizzato Reschid a cedere sulla questione della sovranità. E il giorno 4 i fiduciari turchi comunicavano ai nostri che lo schema di accordo segreto era stato approvato dal Consiglio dei Ministri turco senza sostanziali modificazioni.

Lo schema dell'accordo segreto era presso a poco nei termini seguenti. Anzitutto il Sultano, con un atto spontaneo e unilaterale, doveva pubblicare un firmato che accordava la piena autonomia alla Libia, nominando un suo rappresentante, già scelto nella persona di Chemseddin Bey, uomo mite e pio, di cui avemmo buone informazioni. All'atto del Sultano doveva seguire un atto, pure unilaterale, dell'Italia la quale, in base alla sua legge di sovranità accordava amnistia agli arabi combattenti, e riconosceva agli effetti religiosi il rappresentante del Sultano, accordando anche piena libertà religiosa. Il terzo atto consisteva in un iradè col quale il Sultano accordava amnistia e riforme radicali alle isole dell'Egeo da noi occupate. Seguiva infine un atto comune che ristabiliva la pace e lo statu quo ante bellum fra l'Italia e la Turchia. Lo sgombero delle truppe turche dalla Libia doveva precedere il nostro ritiro dalle isole dell'Egeo. Non volendo abbandonare Idriss, che aveva combattuto al nostro fianco, io chiedevo che gli fosse concessa ampia amnistia ed una posizione nei suoi territori eguale a quella goduta dall' Iman Yaja nello Yemen; e la Turchia chiedeva alla sua volta che noi pagassimo al debito ottomano la somma che questo traeva annualmente dalla Libia.

Nonostante però le informazioni e le assicurazioni che avevamo ricevuto da varie parti, presto apparve
che le tergiversazioni turche non erano ancora finite. Il giorno 8 venivamo informati da Costantinopoli che, essendo riunito il Consiglio dei Ministri per deliberare sulla pace con l'Italia, intorno alla Sublime Porta si era raccolta una clamorosa dimostrazione la quale reclamava la continuazione della guerra ed il ritiro del Gabinetto pacifista. Si temevano pronunciamenti militari ed era stato dichiarato lo stato d'assedio. Il Ministro degli Esteri aveva ricevuto minacce di morte ed era assai impaurito ed abbattuto. E il comm. Nogara il giorno 10 ci telegrafava confermando che il governo era sinceramente deciso a concludere subito la pace; ma che per ragioni costituzionali e per difficoltà insormontabili interne era costretto ad invertire la procedura già approvata nell'accordo segreto.

Che cosa fosse questa inversione così preannunciata da Costantinopoli, l'apprendemmo in riassunto il giorno 11, dopo l'espirazione del nostro ultimatum, e in tutti i suoi particolari il giorno dopo, a mezzo di una lunghissima comunicazione che i delegati turchi ricevettero dal loro governo. Lo schema dell'accordo segreto vi era interamente sconvolto. Mentre si doveva, secondo quest'ultima proposta turca, firmare un trattato di pace che fosse immediatamente effettivo, l'emanazione del firmato col quale il Sultano doveva accordare la piena autonomia alla Libia, come pure il ritiro delle truppe turche, venivano rimandate a dopo che il trattato di pace fosse stato approvato dal Parlamento ottomano.
Si domandava inoltre che l'Italia rinunciasse ai diritti di tutela degli abitanti della Libia quando questi si trovassero in territorio ottomano; cosa questa che ci avrebbe fatto perdere ogni prestigio presso gli arabi; ed infine si pretendeva che noi rinunciassimo all'articolo dell'accordo che imponeva al Governo ottomano di impedire che dal suo territorio fossero spedite armi agli arabi i quali persistessero a combattere contro di noi.

Io telegrafai immediatamente ai nostri delegati di respingere senza la minima discussione tali proposte, tutte assolutamente inaccettabili; facendo osservare fra l'altro che la mancata pubblicazione del firmato accordante l'autonomia agli arabi avrebbe reso impossibile alle potenze di riconoscere la nostra sovranità; e che un trattato di pace concluso su quelle basi si ridurrebbe sostanzialmente a questo: che noi daremmo denari alla Turchia permettendole anche di usare liberamente della sua flotta e di spostare le sue truppe per mare, ricevendo in compenso la semplice promessa del ritiro dalla Libia delle sue truppe le quali, istigate sottomano, potrebbero anche rifiutare di obbedire. Nello stesso tempo, avvertendone il Re, facevo mandare ordine alla squadra dell'Ammiraglio Amero d'Aste di tenersi pronto per una energica azione, ed alla squadra dell'Ammiraglio Viale, che era a Taranto, di preparasi a partire per le acque ottomane. Avvisammo pure le Potenze che la nuova tergiversazione dei turchi rendeva ormai inevitabile l'azione militare da cui ci eravamo astenuti oltre il limite fissato dal nostro ultimatum, e per la quale, dopo lo scoppio, avvenuto in quei giorni, della guerra balcanica, non c'era più ragione di alcuna limitazione. La nostra intenzione, nel caso la guerra fosse ripresa, era di attaccare le fortificazioni di Smirne, e di tagliare, nella Turchia europea, il nodo ferroviario di Dedeagatch , il che avrebbe creato imbarazzi gravissimi alla Turchia nella sua mobilitazione per fronteggiare l'attacco della Bulgaria e della Grecia, in quanto sarebbero state rotte tutte le comunicazioni fra Costantinopoli e Salonicco.

I nostri delegati ad Ouchy, che sino dal primo momento, ricevendo la nuova comunicazione dei delegati ottomani, avevano protestato dichiarando inaccettabili le nuove proposte, essendosi fatta la convinzione che all'ultimo la Turchia avrebbe ceduto, mi chiesero la facoltà di dare un altro brevissimo termine alla Turchia per la firma del trattato. Io consentii di concedere un ultimo termine sino alla mezzanotte del 15, senza impegnarmi però a sospendere una eventuale azione della nostra flotta. Questa volta i dispacci dei suoi fiduciari al Governo turco ebbero finalmente l'effetto di persuaderlo che l'ultimo limite delle tergiversazioni era raggiunto.
Un Consiglio dei Ministri, convocato la mattina del 14, riesaminò, sotto l'impressione del nostro nuovo ultimatum, la questione costituzionale che era stata sollevata a pretesto delle antecedenti tergiversazioni, e fu scoperto che un articolo della costituzione turca dava facoltà al governo, in caso di pericolo nazionale, di fare la pace per decreto-legge, senza aspettare l'approvazione del Parlamento. Ed alla sera dello stesso giorno i delegati turchi annunciarono ai nostri di avere ricevuto dal loro governo istruzioni di firmare il testo nostro dell'accordo preliminare, avanzando però ancora a quell'ultimo momento, qualche richiesta di modificazioni, alcune ragionevoli, altre insidiose. Si proponeva di togliere dal firmato il preambolo col quale il Sultano riconosceva di non potere più difendere la Libia; ed io risposi che consentivo a modificare le frasi che potessero parere offensive al decoro militare turco, conservando però la sostanza, e sopra tutto l'esortazione agli arabi di fare la pace; in caso diverso avrei abolito anche l'annunzio della nomina del rappresentante del Sultano.
Si domandava che nel nostro decreto di amnistia agli arabi fosse cancellato il riferimento alla nostra legge di sovranità del 5 febbraio; e l'insidia di tale proposta, la cui accettazione sarebbe stata per noi vergognosa, non ha bisogno di spiegazione. Si obiettava a che fosse introdotta nel trattato la questione di Idriss, apparendo umiliante che il Governo turco dovesse prendere impegni con un'altra Potenza per il trattamento di un ribelle; ed io consentii a che la questione di Idriss fosse risolta con un atto spontaneo di amnistia da parte del Sultano. Si chiedeva ancora che l'annualità del debito ottomano da trarsi dai redditi della Libia fosse capitalizzata in una somma pagabile immediatamente, ed a questo anche consentii, preferendo anzi io stesso di liquidare senz'altro questa pendenza, perché non ci fosse poi l'apparenza che noi pagassimo annualmente un tributo.

Poi si avanzava una domanda di carattere polittico assai importante, e cioè che noi c'impegnassimo a sostenere la Turchia nella sua politica balcanica; domanda che in quella forma, e di fronte alla situazione che ormai precipitava, era inaccettabile, perché ci avrebbe potuto mettere in seri imbarazzi con le altre Potenze; ed io risposi limitandomi a dare assicurazioni del nostro buon volere riguardo al problema della integrità dell'Impero ottomano in Europa ed in Asia, sempre subordinatamente agli avvenimenti. E la discussione giunse così, per quanto riguardava la sostanza del trattato, al suo termine, i delegati turchi avendo del resto istruzioni di tentare sì di ottenere codeste ultime concessioni, ma alla fine di firmare in ogni caso.

Devo pure ricordare che, in quell'ultimo momento, alcune delle Potenze credettero finalmente conveniente di esercitare la loro influenza per la pace. L'ambasciatore tedesco Waggenheim, e quello austriaco Pallavicini, ricevettero istruzioni, per iniziativa della Germania, e dopo uno scambio di vedute fra Berlino e Vienna, di agire fermamente presso la Porta; ed in tale senso agì pure, quantunque in maniera indipendente, l'ambasciatore americano. L'Inghilterra si astenne, soprattutto per lo scrupolo personale dei doveri della neutralità, che era fortissimo in Sir Edward Grey, ed anche per la preoccupazione di possibili ripercussioni di malcontento nel vasto mondo ottomano, sottoposto al dominio inglese in India ed altrove.

Anche dopo questo non ci trovammo del tutto fuori dagli imbrogli e dalle insidie; perché si scoperse che, o per disordine o per malafede, i poteri inviati da Costantinopoli ai delegati turchi non erano validi, recando solo la firma del Ministro degli Esteri: al che potemmo rimediare senza ulteriore perdita di tempo, facendo depositare il documento genuino dei pieni poteri presso l'ambasciata di Germania a Costantinopoli, che lo prese in consegna e lo verificò, dandocene notifica ufficiale. E così, la sera del 15 ottobre, alle ore diciotto, prima che spirasse l'ultima dilazione da noi accordata, l'accordo preliminare della pace fu finalmente e regolarmente firmato. E la sera stessa, per richiesta dei delegati turchi, noi ordinammo in Libia la sospensione delle ostilità, mentre alla loro volta i delegati turchi telegrafarono a Costantinopoli di applicare nuovamente il regime doganale normale alle merci italiane.

Il firmato del Sultano, contenente la proclamazione dell'autonomia della Libia, e l'iradé riguardo le isole e quello per Idriss furono firmati dal Sultano il giorno 16 e promulgati il giorno dopo; nel qual giorno fu pure firmato dal Re d'Italia il decreto di amnistia agli arabi e la proclamazione della libertà religiosa per la Libia. Il giorno 18, alle ore 15,45 fu infine firmato ad Ouchy il trattato di pace.
Lo stesso giorno io deliberai, informandone il Re, di istituire il Ministero delle Colonie, e telegrafai a Bertolini pregandola di accettarlo, come poi egli fece. Seguì il riconoscimento, da parte delle Potenze, alla nostra sovranità sulla Libia.

La prima a dichiararlo fu la Russia, il giorno 16 ottobre; il 17 e il 18 seguirono l'Austria e la Germania; il 19 l'Inghilterra, e qualche giorno dopo la Francia. Il giorno 20 i nostri delegati giunsero a Roma portando il testo del Trattato; ed il giorno 22 il generale Tassoni inviò da Zuara al campo turco di Garbia il capitano Camera per il disarmo delle truppe turche, che fu effettuato senza alcun incaglio. E verso la fine di novembre il Trattato fu ratificato dal Parlamento.


La condotta, sia politica e diplomatica, sia militare di questa singolare guerra svoltasi in condizioni veramente eccezionali; come pure la conclusione della pace dettero luogo a critiche di ogni genere, alle quali io risposi, nei limiti allora consentiti dalle convenienze internazionali, in un discorso che chiuse una lunga discussione parlamentare nei primi giorni del marzo 1914. Oggi, che molte delle ragioni di riserbo diplomatico sono venute meno, quelle critiche possono essere esaminate alla luce di più larghe e precise informazioni.
Come avviene sempre in tale genere di cose, le critiche si contraddicevano; alcune accusandoci addirittura di avere fatto la guerra o di avere fatto troppo, e di non avere scelto il momento opportuno; mentre altre ci accusavano di essere stati incerti e timidi e di avere fatto troppo poco. I critici del primo gruppo ci rimproveravano di avere dichiarata formalmente guerra alla Turchia, sostenendo che avremmo dovuto semplicemente occupare i territori in questione, come si sarebbe potuta compiere una qualunque occupazione coloniale. Al che si risponde, in primo luogo che la Libia formava parte integrale dell'Impero ottomano, e che l'occupare un territorio di una grande Potenza senza previa dichiarazione di guerra avrebbe costituita una violazione del diritto internazionale; e in secondo luogo che se non avessimo fatta la formale dichiarazione di guerra, non avremmo avuto il diritto di impedire il contrabbando, per l'esercizio del quale diritto lo stato di guerra é necessario.

Gli stessi critici ci rimproveravano di non avere scelto il momento opportuno, sostenendo la tesi che prima di agire avremmo dovuto aspettare almeno di vedere se qualche altra Potenza tradiva l'intenzione di prevenirci; ci accusavano pure di non avere fatta la necessaria preparazione diplomatica, e soprattutto insistevano sulla intempestività della proclamazione della nostra sovranità sulla Libia, la quale, a loro avviso aveva avuto l'effetto di prolungare la guerra e di renderne più difficile la soluzione. Alla maggior parte di queste critiche ho già incidentalmente risposto con la precedente narrazione dei retroscena diplomatici degli avvenimenti, che fino ad ora erano rimasti in massima parte ignoti o erano conosciuti solo in modo frammentario. Alla luce di codesta narrazione cadono anche quelle critiche le quali, nell'ignoranza dei fatti, potevano apparire più plausibili; dovendo oggi essere evidente ad ognuno che l'omissione o il ritardo della proclamazione della nostra sovranità sulla Libia, avrebbe forse risparmiate parecchie difficoltà a quel governo che si fosse contentato di concessioni secondarie; ma avrebbe tramandato ai suoi successori difficoltà assai più gravi di quelle che io avevo creduto doveroso affrontare per risolvere radicalmente il problema.

E c'era infine un'ultima critica, che traeva apparenza di fondamento dalle difficoltà che rimanevano ancora per stabilire la nostra autorità sull'intero territorio conquistato; e della quale si era fatto portavoce l'on. Bissolati, che pure era stato un genuino fautore dell'impresa. Il Bissolati sosteneva insomma la tesi che noi avremmo dovuto limitare la nostra occupazione alla costa, aspettando che le popolazioni dell'interno venissero poi a noi spontaneamente. Nel mio pensiero, se avessimo fatto ciò, la nuova colonia sarebbe stata per noi pressoché inutile, ed avremmo avuto uno stato, permanente di guerra con gli abitanti dell'interno, che non si sarebbero resi conto di quella nostra condotta. Peggio ancora; essendo stati quei territori proclamati da noi e riconosciuti da tutte le Potenze come territori italiani; se le popolazioni dell'interno, abbandonate a se stesse, avessero fatto, come era da aspettarsi, incursioni a danno dei paesi vicini, o dalla parte della Tunisia o dalla parte dell'Egitto, quei governi avrebbero avuto il diritto di porci questo dilemma: o provvedete perché la sicurezza sia mantenuta nella frontiera, o avremo diritto di provvedere noi.

Più vivace e clamorosa, e forse più ascoltata dalla opinione pubblica, era quell'altra schiera di critici che ci rimproveravano di avere fatto troppo poco. E che si suddividevano poi in due specie: quella d'egli umanitari, che avrebbero voluto che noi cogliessimo, quell'occasione per una universale crociata di liberazione delle popolazioni cristiane e delle nazionalità oppresse che rimanevano ancora sotto il giogo ottomano; e quella dei nazionalisti, secondo i quali si sarebbe dovuto fare una grande guerra, che dimostrasse tutta la forza dell'Italia, e che fosse sino, dall'inizio diretta a colpire la Turchia nei suoi punti più vitali.
Anche la risposta a tale critica é contenuta in grande parte nella narrazione da me fatta dei retroscena diplomatici, i quali mostrano fra quali difficoltà noi dovemmo muoverci, e con quanta prudenza dovemmo manovrare per evitare che quella ostilità universale che la nostra impresa incontrò sino dal principio da parte dell'alta banca, e per riflesso nella massima parte della stampa e della pubblica opinione europea, non finisse per travolgere anche i governi i quali, pure sollevandoci di tratto in tratto difficoltà, non ci crearono mai dei veri e seri imbarazzi. Del resto, attaccare la Turchia nelle parti vitali, era una bella frase che non trovava però corrispondenza nella realtà; perché, anche quando noi ritenemmo conveniente di spostare la guerra dalla Libia all'Egeo, da qualunque parte ci rivolgevamo ci trovavamo di fronte interessi inglesi, tedeschi, russi, francesi, e perfino americani; ma interessi turchi, mai.

La Turchia era, per così dire, corazzata dai debiti di ogni specie che aveva verso tutti i grandi Stati ed i loro cittadini. Questa condizione di cose c'imponeva dei riguardi; ma debbo aggiungere che tali riguardi coincidevano coi nostri stessi interessi, essendo evidente che a noi non conveniva, né che la questione di Oriente si aprisse mentre eravamo impegnati nella Libia, né che una qualunque nostra azione desse pretesto ad altri, e particolarmente all'Austria, di avanzarsi nei Balcani. La storia diplomatica della guerra, quale ho narrata, mostra come noi dovessimo avere sempre, occhio a che l'Austria non profittasse della situazione per risolvere a nostro danno il problema, per noi di primissima importanza, dell'Albania.
Questi critici avrebbero pure, voluto che noi avessimo spinto avanti con maggiore rapidità ed energia le operazioni nell'interno della Libia. Ma ad una tale più rapida azione avrebbe corrisposto un assai maggiore sacrificio di vite umane. Ora, se in una guerra nazionale, per la difesa del suolo della patria, non si deve guardare al numero delle vittime, io penso che invece in una guerra coloniale si adempia ad uno stretto dovere, evitando un inutile spargimento di sangue.

Io pensavo, e mantengo questo convincimento, che il successo di una impresa non debba misurarsi affatto dalla teatrale grandiosità dei mezzi e dei modi con cui viene conseguito; ma anzi dall'uso sobrio dei mezzi atti al suo conseguimento. Noi ci eravamo proposta semplicemente la conquista della Libia, ed a tale scopo avevamo predisposti tanto i mezzi diplomatici quanto quelli militari; l'esserci riusciti senza bisogno di ricorrere a colpi di audacia che implicavano rischi corrispondenti, e senza provocare l'apertura di altre questioni e di altri conflitti, conseguendo all'ultimo precisamente gli scopi che ci eravamo proposti sino dal primo giorno, fu a mio parere, il merito maggiore del governo.
Malauguratamente pochi sono coloro che riescono a mantenersi immuni dall'eccitazione particolare che, accompagna qualunque guerra; e come esempio di ciò, io ricordo una strana proposta che mi fu fatta, ad un certo momento, dal nostro Capo di Stato Maggiore, il generale Pollio, che pure era uomo di molto e ponderato ingegno. Egli mi trasmise un documento in cui, dopo avere esaminati i vari aspetti della situazione e la difficoltà di risolverla, proponeva che, per trovare una soluzione decisiva, noi facessimo una grande spedizione militare nell'Asia Minore, sbarcando a Smirne. Attaccare così l'Asia Minore significava impegnarci là dove la Turchia aveva la sua massima forza, e, prescindendo dalle difficoltà militari dell'impresa, che avrebbe richiesto l'impiego di almeno centomila uomini, c'era la questione politica internazionale da considerare.
Il generale Pollio se ne sbrigava osservando che, qualora quella nostra mossa avesse sollevata l'ostilità delle Grandi Potenze, l'Italia avrebbe potuto abbandonare l'impresa e rimbarcare le sue truppe senza umiliazione, cedendo alla forza maggiore !

La pace fu generalmente bene accolta, nel Parlamento, nella stampa e nel paese. Non mancarono però le critiche anche per essa, specialmente da parte di coloro che avrebbero voluto che, scoppiata la guerra balcanica, noi avessimo colta l'occasione di una maggiore guerra, mettendoci alla testa dei nuovi nemici della Turchia, o almeno aspettandone la soluzione. Per me invece lo scoppio della guerra balcanica era una nuova e potente ragione perché noi dovessimo procurare in ogni modo che la questione nostra fosse liquidata prima ed a parte, affinché la fine di quella guerra ci trovasse, fra i giudici e non fra coloro che dovevano essere giudicati.

Infine c'é stata una critica postuma, che vorrebbe attribuire alla guerra di Libia la prima responsabilità della catastrofe consumatasi negli anni susseguenti, quasi che essa fosse stata il primo anello della catena di avvenimenti che condusse alla guerra europea e mondiale. Ma non c'é alcuna ragione perché in quella catena non si risalga ad avvenimenti anteriori, quali la lunga questione del Marocco e quella della Bosnia Erzegovina, le quali minacciarono di per sè stesse di fare scoppiare la guerra europea, tenendo preoccupata per più anni la pubblica opinione ed i governi; mentre la guerra nostra fu giustamente considerata sino dal principio come un episodio distaccato.
Del resto i germi della guerra balcanica erano già da parecchi anni contenuti nella situazione formatasi in quel paese, e che dovesse scoppiare era da tempo preoccupazione generale; soltanto si pensava che la Turchia avrebbe avuto facilmente ragione dei piccoli Stati balcanici, e la situazione avrebbe poi dovuto essere regolata da una Conferenza europea. La sconfitta turca condusse del resto ad un nuovo assetto di quei paesi, più radicale e soddisfacente, perché corrispondeva nel complesso alla divisione delle nazionalità che in essi vivevano. Tale assetto ha sopravvissuto nelle grandi linee alla guerra europea stessa, il che dimostra che esso non dava ragioni e motivi legittimi o inevitabili alla guerra mondiale, a provocare la quale concorsero altre cause, fra cui principalissime le provocazioni e le ambizioni del partito militare di Vienna.

FINE DEL QUATTORDICESIMO CAPITOLO

< indice dei capitoli