CAPITOLO 13


NEGOZIATI DI LOSANNA E DI CAUX
(da pag. 413 a pag. 453)

Nuovi passi per la pace e proposte inaccettabili - Nostri rapporti indiretti col governo turco - Conversazioni di Volpi con personaggi turchi - Prima proposta di negoziati e successive complicazioni - La nomina del principe Said Halem a fiduciario turco, di Bertolini, Fusinato e Volpi per l'Italia - La figura e i modi di Said Halem - Inizio quasi comico - Si manda un verbale a Costantinopoli, ma non arriva risposta - Schemi di compromesso dei nostri delegati, da me non accolti - Faccio fare nuove domande per poter poi cedere su di esse - Crisi a Costantinopoli e ritiro di Said Halem - Un cristiano al Ministero degli esteri turco - Strana condotta dell'ambasciatore tedesco a Costantinopoli - Una proposta del Gran Visir a mezzo della Germania da me respinta - I nuovi fiduciari: Nabi e Feredin Bey - Cinque proposte turche respinte - Convegno di Torino e mio schema per la pace - Ridda di proposte turche di ogni genere - La missione dilatoria di Reschid pascià - Mia minaccia di allargare la guerra ed avvertimento alle Potenze.

Dopo l'insuccesso del passo collettivo fatto dalle Potenze, a Roma per conoscere le condizioni alle quali noi eravamo disposti a trattare la pace, ed a Costantinopoli per comunicare tali condizioni alla Porta perché le prendesse in considerazione, nulla più era stato fatto diplomaticamente per affrettare la pace; quantunque noi, specie quando le nostre operazioni nell'Egeo suscitavano un qualche malessere internazionale, lasciassimo comprendere e dichiarassimo anche apertamente che se le Potenze temevano complicazioni e desideravano evitarle, cercassero di persuadere la Turchia a desistere da una inutile resistenza; essendo noi sempre disposti a trattare con larghezza quando il principio della nostra sovranità sulla Libia fosse salvo.

Ma i conflitti e le divergenze degli interessi, come pure le mutue diffidenze, rendevano difficile una intesa diplomatica a questo scopo. Solo quando gli approcci diretti fra noi e il governo ottomano avevano già avuto luogo, qualche passo diplomatico fu fatto, però sempre con molta pazienza e riserbo, a Costantinopoli, in ragione anche della crescente preoccupazione per la situazione che si andava maturando nei Balcani.
Così ci giungevano di tratto in tratto notizie di proposte approssimative.

Marshall, che nel giugno lasciò Costantinopoli per assumere l'Ambasciata di Londra, in una conversazione con il nostro ambasciatore a Berlino, Pansa, dichiarò che la Porta era ormai persuasa che la Tripolienia fosse irremediabilmente perduta, ma che il riconoscerlo apertamente con una cessione, le avrebbe arrecati danni ancora maggiori, sia per la perdita di prestigio nel mondo musulmano, sia per il probabile distacco dello Yemen. Soggiunse che l'area della nostra occupazione in Libia era ancora troppo scarsa, perché si potesse per allora prendere in considerazione la delegazione dell'autorità del Sultano ad un qualche ente locale col quale noi potessimo poi venire ad accordi. Quando la nostra occupazione si fosse maggiormente estesa, la Turchia forse avrebbe trattato, a condizione però, che noi consentissimo a riservare una parte del territorio dell'interno per quegli arabi che preferissero di ritirarvisi in condizione di intera indipendenza; condizione questa che essa considerava come un debito d'onore.

Un passo di una certa importanza fu fatto a Costantinopoli nella seconda metà di giugno dall'Austria, con intenti molto amichevoli verso di noi, forse per riparare alla condotta poco cordiale seguita per la questione delle nostre operazioni nell'Egeo. L'ambasciatore Pallavicini, per incarico del Berchtold, chiese una udienza al ministro degli Esteri, Assim Bey, per insistere sulla convenienza per la Turchia di porre fine alla guerra, e richiamare la sua attenzione al pericolo di una protratta occupazione delle isole, riguardo alla restituzione delle quali la Turchia si era tenuta fino allora sicura, forse anche per qualche indiscrezione diplomatica.
Un primo progetto affacciato nelle conversazioni turche-austriache, fu che la Turchia cedesse la Cirenaica al Kedivé d'Egitto, e la Tripolitania al Bey di Tunisi, che le avrebbero poi alla loro volta cedute all'Italia, con alcune clausole a favore delle autorità spirituali del Sultano. Questo progetto, assai poco pratico, fu subito lasciato cadere.
Assim Bey aveva poi avanzata una nuova proposta: - la Turchia avrebbe dichiarate indipendenti le due province sotto il regno di un Bey arabo; poi le truppe italiane e le truppe turche verrebbero ritirate e si formerebbe una milizia del paese; e l'Italia infine potrebbe concludere col governo locale un accordo che le assicurasse una posizione simile a quella della Francia in Tunisia. Lo stesso ambasciatore austriaco osservò subito ad Assim Bey che tali condizioni non potevano essere accettate.

Un'altra proposta, che ci pervenne a mezzo dell'ambasciatore francese, fu affacciata dal nuovo ministro degli esteri turco, Noradoughian Effendi, il quale osservando che la prima cosa da farsi era di cercare di calmare gli arabi, mentre fino allora non si era pensato che ad eccitarli, proponeva che fosse concesso alla Turchia di inviare in Tripolitania una missione che li rendesse edotti della situazione e della necessità per la Turchia di venire alla pace, e che sentisse da loro a quali condizioni fossero disposti a deporre le armi. Un'altra proposta fu che noi ci contentassimo della Tripolitania, che ci sarebbe stata ceduta in piena sovranità, purché rinunciassimo alla Cirenaica. Erano tutte proposte vaghe e inaccettabili, ma che avevano però l'effetto di farci conoscere che ormai le ragioni della pace si facevano sentire, contro i propositi di intransigenza assoluta, nello spirito del governo ottomano.

* * *

Nonostante lo stato di guerra, qualche rapporto indiretto e di carattere assolutamente privato, era sempre stato mantenuto fra noi e i membri del governo turco, o altri importanti personaggi di quel regime. A mantenere questi rapporti avevano molto contribuito il Comm. Volpi, che aveva una larga rete di conoscenze e relazioni nell'ambiente turco, e il Comm. Nogara che, quale rappresentante della Commerciale d'Oriente, era rimasto a Costantinopoli, dove godeva di molta considerazione e benevolenza da parte di personaggi importanti. Giovandosi di questa sua speciale condizione, il Comm. Novara non aveva mancato, quando gli se n'era presentata l'occasione, d'intrattenersi sulla situazione e sulla possibilità di venire alla pace, con qualcuno di questi personaggi; fra l'altro aveva avuta nel principio dell'aprile una lunga ed importante conversazione con l'ex ministro di Giustizia, B. Halavian, che era magna pars del Comitato «Unione e Progresso», il quale alla sua volta esercitava sul governo una influenza decisiva. Costui, pure ammettendo che la Turchia aveva bisogno della pace, metteva avanti le gravi difficoltà che si frapponevano a raggiungere tale scopo. Egli osservava che il governo turco era riuscito ad organizzare una resistenza militare che avrebbe immobilizzato il nostro esercito per un tempo indefinito; per organizzare questa resistenza la Turchia aveva dovuto fare appello ai sentimenti religiosi ed appoggiarsi sul movimento islamitico, ed ora doveva tener conto dello stato di animo così creato, che vietava di accogliere, anche indirettamente, la tesi italiana.

Il pericolo di movimenti nei Balcani, secondo l'Halagian, interessava più le Potenze che la Turchia; così che i rischi che la Turchia attualmente correva erano minori proseguendo la guerra che facendo la pace; perché facendo la pace la Turchia avrebbe dovuto abbandonare gli arabi che combattevano per essa; ciò che avrebbe provocata una inevitabile reazione con la probabile conseguenza della proclamazione di un Califfato arabo. Bastava un tale pericolo per impedire alla Turchia di trattare la pace sulla base voluta dall'Italia. Egli riconoseva che il prolungarsi dello stato attuare di cose era pieno di pericoli; per cui i turchi più illuminati desideravano di trovare una onorevole via d'uscita; la quale non avrebbe potuto essere, che o il ritiro del decreto d'annessione da parte dell'Italia, col mantenimento della sovranità religiosa e politica del Sultano in Libia ; oppure avvenimenti militari così gravi per la Turchia, o in Libia o altrove, da giustificare l'abbandono della resistenza da parte dei governo turco di fronte alla opinione pubblica del paese. E concludeva dichiarando che gli uomini politici turchi più eminenti desideravano di essere forzati dagli avvenimenti a fare la pace; ma gli avvenimenti diplomatici da soli sarebbero stati a ciò insufficienti. È da notare che la nostra azione navale nell'Egeo ebbe inizio poco dopo.

Nel mese di maggio, quando gli avvenimenti dell'Egeo avevano cominciato a preoccupare il governo turco, il Comm. Volpi venne da me e mi disse che egli doleva recarsi a Costantinopoli, dove poteva andare nella sua qualità di console di Serbia, e mi chiese se io credevo utile che egli si informasse degli intendimenti dei governo turco. Io gli dissi che credevo ciò molto utile; premendomi molto di sapere quale fosse la condizione di quel governo e la vera opinione dei più influenti ministri turchi.

Il Comm. Volpi partì il 6 giugno per la capitale turca, dove giunse il 10 giugno. Pochi giorni dopo che egli era giunto colà si presentò a me un italiano di origine, ma di nazionalità turca (se ben ricordo era l'ingegnere Dinari) il quale mi disse che veniva a nome di Talaat Bey per sapere se potevano i ministri turchi parlare seriamente col Comm. Volpi. Risposi che sebbene non avesse mandato dal governo, potevano iniziarsi con lui utili conversazioni. Il Volpi ebbe subito un abboccamento col Ministro della Guerra, Machmoud Chefchet Pascià, persona molto autorevole ed onesta; col Ministro degli Esteri Assim Bey, diplomatico colto e intelligente; con un membro autorevole del Comitato, Hussein Djaid Bey, e con Halagian Effendi, deputato di Costantinopoli e vice presidente della Camera.
La impressione complessiva che egli ritrasse da quelle conversazioni, fu che tanto gli uomini al governo che quelli del Comitato, preoccupati soprattutto dalle nostre operazioni nell'Egeo e dall'occupazione delle isole, fossero persuasi della opportunità di trovare una via di uscita. Il Ministro della Guerra gli dichiarò che se fosse stato possibile di trovare una formula onorevole per la Turchia, per finire la guerra, egli era disposto personalmente ad imporla, anche a scapito della propria popolarità, ma che egli non sapeva escogitarne alcuna. Il Ministro degli Esteri, Assim Bey, si dichiarò convinto della gravità del momento per
la Turchia, e del pericolo della perdita delle isole indipendentemente anche dalla volontà dell'Italia. Si mostrò fautore di una intesa rapida e diretta, escludendo una Conferenza internazionale, che gli pareva impossibile, e che anche se attuata avrebbe avuto il solito effetto di provocare nuove complicazioni, e concluse impegnandosi a studiare una formula, basata su una preventiva dichiarazione di autonomia o di indipendenza delle due province della Livia, che avrebbe potuto essere il preludio della fine del conflitto.

Ebbe poi luogo una riunione del Comitato, con la partecipazione dei più importanti ministri, nella quale fu tracciato un progetto, che il vicepresidente della Camera, Halagian Effendi, espose il giorno dopo al Volpi. La Turchia riconosceva che le due province africane erano per essa perdute, ma constatava che l'Italia non le aveva ancora effettivamente occupate. In tali condizioni la Turchia era disposta a recedere dalle dichiarazioni d'intransigenza fatte fino allora; ma anche l'Italia avrebbe dovuto ritornare sostanzialmente sulle sue decisioni. Il governo e il Comitato consideravano la possibilità di dichiarare autonome le due province, facendone uno o due Stati, retti da speciali patti internazionali, e nei quali ogni attività economica, agricola ed industriale fosse riservata all'Italia. La milizia avrebbe dovuto essere locale, inquadrata forse da ufficiali misti, italiani e turchi, creando così una specie di condominio effettivo. Si poteva concedere che le truppe italiane mantenessero i punti occupati.

Il Mi
nistro degli Esteri, in una nuova conversazione confermava questi punti; aggiungendo che dal canto suo riteneva possibile di arrivare anche al riconoscimento della sovranità piena ed assoluta dell'Italia su Tripoli, il suo porto e il suo dietroterra immediato; così il governo italiano avrebbe potuto mostrare che si applicava il Decreto di sovranità ed ottenere una grande base navale. Tale proposta era pure autorizzata da Talaat Bey per il Comitato, e dal Presidente della Camera per il Parlamento. E prima che il Volpi ripartisse il 16 giugno per l'Italia, fu pure informato che era stata ad ogni modo decisa la nomina di una Commissione turca, composta di membri influenti del Comitato e graditi al governo, allo scopo di prendere contatto con me, o con altri italiani autorizzati, in forma privata, per trovare la base per la cessazione del conflitto e per un accordo.

Il Comm. Volpi, secondo le istruzioni che gli avevo dato, si mantenne assai riservato riguardo a queste proposte, limitandosi ad opporre ad esse il punto di vista italiano e le sue ragioni; e seppe disimpegnare con molto tatto ed abilità la sua missione, evitando la benché minima compromissione e mantenendo integri i nostri punti fondamentali. Il fatto solo che, ciò nonostante, egli fosse stato ricevuto e intrattenuto in lunghi colloqui con personaggi fra i più importanti del regime, e che questi avanzassero proposte, sia pure non accettabili, ma già lontane dalla intransigenza assoluta fino allora dimostrata; insieme alla proposta di nominare rappresentanti per iniziare conversazioni, sia pure private, allo scopo di trovare una via di uscita dalla situazione, era già un notevole risultato, in quanto ci mostrava che il desiderio di pace cominciava a maturare nello spirito dei nostri nemici. E per chi conosceva la mentalità orientale, era ben da aspettarsi che essi non rinunciassero ancora all'illusione che, col procrastinare e col ricorrere a formule ambigue, potessero ancora salvare ciò che era già irremediabilmente perduto. Io consideravo poi specialmente importante il fatto che il governo turco avesse riconosciuto la convenienza di negoziati per una intesa diretta, con l'esclusione di qualunque intervento e mediazione, che non avrebbero avuto altro effetto che di complicare il già difficile problema.

Dopo la partenza del Volpi da Costantinopoli, l'incarico di mantenere i rapporti e continuare le conversazioni con la Porta per accordarsi su un convegno ufficioso, rimase al Comm. Nogara. I turchi proposero da prima che a sede del convegno fosse scelta Vienna, ma io mi opposi subito osservando che a Vienna non sarebbe mancato al governo austriaco il modo di sapere tutto ciò che accadeva, mentre era comune intenzione che le cose procedessero segretamente sino a che si fosse raggiunto l'accordo sui punti capitali. Proposi la Svizzera, ed allora i turchi indicarono Lucerna, ma poi accondiscesero per Losanna, che a me pareva più conveniente perché più appartata. Sorsero però, fra il 16 e la fine del giugno nuove difficoltà. Il Comitato avendo adottato il principio della intesa diretta, si era decisa già la nomina della Commissione e scelti gli uomini e il Gran Visir e il Ministro degli Esteri avevano data la loro incondizionata approvazione, indicando come base dell'intesa, la proclamazione dell'autonomia, in forma tale che fossero salvi tanto il prestigio italiano che quello musulmano.

Anche uomini politici estranei al governo, come Hilmi pascià e Kiamil pascià avevano espresso il loro consenso ad una tale soluzione. Ma ad un certo momento si ebbe l'intervento dell'elemento musulmano più intransigente, delle cui vedute si fece espositore nel Consiglio dei Ministri Talaat Bey, il quale dichiarò che il Comitato avrebbe perduto ogni appoggio del partito religioso se si fosse fatto promotore di una intesa diretta con l'Italia. Pare che si studiasse allora il modo a che la Commissione dei negoziatori non dovesse essere o apparire l'emanazione diretta né del Comitato né del governo, e che in genere l'elemento musulmano non figurasse come promotore. Queste incertezze erano anche l'effetto delle complicazioni albanesi e della crisi latente del gabinetto, che infatti si dimise qualche settimana dopo, e dettero luogo a nuovi progetti, fra cui quello di cedere a noi la sola costa e di negoziare poi l'interno in scambio delle nostre colonie nell'Africa orientale.

Noi però tenemmo fermo al principio di non discutere che quando la Commissione fosse nominata e sempre sulla base del nostro decreto di sovranità; ed infine, al 2 luglio la nomina venne, ed a capo della Missione t
urca fu scelto Said, Halem pascià, Presidente del Consiglio di Stato ed ex-presidente del Comitato «Unione e Progresso», arabo di origine. Delle sue qualità e posizione avemmo referenze contraddittorie; secondo alcune egli era uomo molto stimato, di grande autorità e superiore ai partiti, e la scelta di lui si spiegava col desiderio che le conversazioni con l'Italia fossero affidate ad un personaggio il quale potesse rimanere e continuarle anche nel caso che il governo che l'aveva mandato cadesse in crisi, secondo altre egli era uomo di scarsa importanza ed era stato mandato avanti dal governo allo scopo di guadagnare tempo senza entrare in compromissioni. Probabilmente il governo turco intendeva di servirsene o nell'uno o nell'altro modo, a seconda delle circostanze.

Per parte nostra nominammo nostri rappresentanti, sempre in veste per allora ufficiosa, l'on. Bertolini, che godeva di grande autorità politica ed era uomo ponderato e fermo; l'on. Fusinato, per la sua cultura e pratica di diritto internazionale, e il commendator Volpi, che aveva mostrato di conoscere a fondo i turchi, ed aveva il merito di avere promosse le conversazioni.

I Delegati delle due parti arrivarono a Losanna, ove alloggiarono all'Hotel Gibbon, molto appartato, fra il 10 e l'11 di luglio; ed il giorno 12 ebbe luogo il primo incontro. Said Halem per l'importanza che dava alla propria posizione ufficiale di Presidente dei Consiglio di Stato, pretese che i nostri si procurassero una presentazione ufficiale, il che fu fatto a mezzo del ministro nostro a Berna, Cucchi Boassi, che per mio ordine si recò espressamente a Losanna. Di quel primo incontro mi dette una relazione caratteristica il Fusinato, a mezzo di una lettera che: riproduco
«Sua Altezza Said Halem pascià - egli mi scriveva il 15 luglio - é un omino sui 55, con i capelli corti e quasi del tutto bianchi, e i baffetti più scuri; ciò che dovrebbe essere un indizio di avere egli lavorato più con la testa che con la bocca.... In complesso una fisionomia simpatica, che ricorda quella di V. E. Orlando, ridotta; tratti e maniere cortesissime e perfette, di signore di razza; si esprime ottimamente in francese e fuma delle eccellenti sigarette fabbricate espressamente per lui dalla regia ottomana. Come ben sai, è un grosso personaggio. Ha titolo di Altezza per la sua parentela col Kedivé di Egitto; é senatore, Presidente del Consiglio di Stato, e come tale membro di diritto del Consiglio dei Ministri. Fu del vecchio regime; ma é passato subito e volentieri al nuovo, e gode la fiducia dei Giovani Turchi. Si disse anzi, confidenzialmente, che la sostituzione di lui alla terna, prima fissata, sia stata, fatta in considerazione della attuale crisi ottomana conveniva scegliere una persona che essendo, in certo modo, fuori e sopra i partiti, potesse venire riconosciuta e accettata anche nella eventualità di una mutazione di gabinetto. Io per altro ho in mente che la sua scelta sia stata determinata piuttosto dal fatto che egli stava già per venire qui, sul lago, dove ha in affitto, ad Evian, di faccia a Losanna, una bellissima villa. Perché, fra l'altro, il nostro amico-nemico, è pieno di quattrini.
«Ad ogni modo, tutto ciò poco importa. Indubbiamente egli é qui in rappresentanza diretta del Governo turco. Il contatto é preso, in condizioni e forme eccellenti. Qualunque sia per essere lo svolgimento delle conversazioni, importa io credo, che il contatto non si perda più.
Ma se Sua Altezza rappresenta indubbiamente il Governo ottomano, malauguratamente, a tutt'oggi, ne rappresenta troppo poco le idee. Mi spiego meglio, ormai ho la persuasione assoluta che egli é venuto qui privo di istruzioni ufficiali. Ha parlato con Carasso, il deputato di Costantinopoli; sa all'ingrosso che cosa pensano i ministri al cui consiglio assistette; ma vere istruzioni non ne ha....
«Il nostro contatto si iniziò così. Fissato l'appuntamento, a mezzo di Nogara, siamo saliti senza farci annunziare. Appena entrati ci siamo dati la mano, abbiamo preso posto, e Sua Altezza aprì la conversazione con queste precise parole: - Il fait chaud aujourd'hui al che capii subito che avevamo da fare con un fine osservatore. Avrei potuto rispondere che a Costantinopoli fa più caldo ancora ; ma preferii tacere e consentire. Dopo qualche altra frase dello stesso valore, si arrivò in Africa. E qui viene il buono. Premessa. da una parte e dall'altra, qualche opportuna dichiarazione molto amichevole e fiduciosa, il Pascià disse che « Carasso gli aveva detto che già in massima si era d'accordo per una soluzione sulla base dell'autonomia». In sostanza una autonomia delle due Province dichiarata e convenuta dalle due parti, sotto la sovranità nominale del Sultano, con le coste all'Italia. Così l'Italia (ce lo ha ripetuto dieci volte) si assicurerebbe tutti i vantaggi politici che vuol trarre dalla sua impresa, e le cose si accomoderebbero nel miglior modo e col minor tempo. Tutti i nostri sforzi per persuadere Said pascià che nessun accordo esisteva o poteva esistere fra i due governi; per fargli precisare i suoi concetti; per fargli comprendere il punto di vista italiano; per indurlo ad una discussione pratica e concreta: - tutti questi nostri tentativi sono riusciti finora, in massima, vani. Quell'uomo non aveva nel suo bagaglio che una preoccupazione ed una parola: l'autonomia. Era tutto ciò che gli era rimasto del discorso del deputato Carasso. Ad ogni nostra perorazione egli tirava fuori, con una monotonia desolante «l'autonomia». Ai nostri discorsi più stringenti, quando non sapeva che cosa rispondere, aveva sempre una frase risolutiva: - Ma che diventa l'autonomia con queste vostre proposte? -
«D'altro canto, se a noi non riusciva di ben coniprendere che cosa voleva Said, egli confidenzialmente dichiarava a Nogara che non riusciva a capire che cosa volevamo noi.... Non che egli sia uno stupido; lo giudico anzi uomo di criterio, e che, a buon conto, in tre giorni di conversazioni é riuscito a dire sempre la stessa cosa senza minimamente compromettersi. Ma appunto, egli ha messi tutti e due i piedi sopra un soldo, il soldo dell'autonomia, e non si muove di lì; e noi consideravamo con preoccupazione che la cosa poteva così prolungarsi sine die. Fu allora che pensammo di far telegrafare da Nogara a Carasso per sollecitare vere e precise istruzioni. Anche questa situazione, per la quale noi, senza che Said lo sappia, siamo in relazione diretta col Comitato da cui in sostanza lo stesso Said riceve le sue istruzioni, e gliele sollecitiamo, non é priva di comicità e non può accadere che coi turchi. D'altra parte abbiamo immaginato, contemporaneamente, quella specie di trucco, dirò così, del processo verbale con l'impegno di trasmetterlo ai rispettivi governi; il che ci assicura almeno che il nostro punto di vista sarà trasmesso esattamente a Costantinopoli e provocherà - é da credere - le desiderate e più precise istruzioni....
"Ecco infine le mie impressioni sintetiche:
1° I turchi desiderano veramente la pace, e Said su ciò ne interpreta fedelmente il pensiero;
2.° Ciò che veramente e sinceramente arresta i turchi sulle vie della concessione é: a) l'impressione che l'abbandono degli, arabi farebbe nel mondo musulmano; - b) la difficoltà e forse la impossibilità di fare ingoiare al Parlamento una pillola troppo grossa;
3.° Con Said sarà difficile, nonostante tutto, di venire a qualche conclusione pratica. E perciò per lo stesso tramite Nogara-Carasso, abbiamo suggerito di rinforzare Said con qualche personaggio più agile;
4.° Malgrado tutto, questo concetto dell'autonomia può implicare un gran passo da parte dei turchi. In sostanza é la rinunzia della sovranità turca; non é ancora il riconoscimento della sovranità nostra, ma é l'abbandono della loro; ed é anzi il riconoscimento della nostra dove effettivamente esiste, e cioé sulla costa. Le difficoltà a cui ho accennato, in cui si trovano i turchi, sono vere e sono superiori alla stessa buona volontà del governo turco. Vediamo se da parte nostra é possibile di fare qualche cosa per aiutare quel governo a superarle. Senza qualche cosa di questo genere, non credo possibile di venirne a capo ».


Questa lettera del Fusinato rispecchia perfettamente l'inizio delle conversazioni diplomatiche di Losanna, ed indica quale fosse il punto di vista nostro e quello ottomano. Il processo verbale a cui il Fusinato si riferisce, e che fu il primo documento diplomatico relativo a quelle trattative, era inteso a stabilire i rispettivi punti di vista delle due parti. Per parte nostra esso constatava che l'Italia non domandava il riconoscimento della sovranità nostra da parte della Turchia; ma che essa non accetterebbe qualunque formula che la disconoscesse; per parte della Turchia esso constatava essere impossibile il distacco assoluto delle due province africane dell'Impero, i suoi doveri di fronte al mondo musulmano impedendole di abbandonare le popolazioni arabe che avevano per lei combattuto.
Passando alla possibile soluzione, da parte della Turchia si avanzava il progetto di autonomia sotto l'alta sovranità del Sultano, riconoscendo però l'occupazione italiana della costa, così che l'Italia secondo i turchi avrebbe conseguiti gli scopi della sua impresa. La risposta nostra era che tale soluzione si accorderebbe col punto di vista italiano solo nel modo seguente: - Che la Turchia concedesse l'autonomia alle due province con atto interno emanante dalla sua sovranità; mentre l'Italia, pure con atto interno, avrebbe determinati nel modo più largo i principi amministrativi da applicarsi a quei territori. Quindi i due governi avrebbero proclamata la fine delle ostilità, sia d'accordo, sia per atti unilaterali contemporanei; ed avrebbero poco appresso concluso l'accordo per il ristabilimento dei rapporti politici, giuridici ed economici.

Passando i giorni senza che da Costantinopoli, ove il Governo era entrato in crisi, venisse nessuna istruzione, e Said pascià non facendo il minimo passo personalmente per avvicinarsi alle vedute italiane, i nostri delegati, in corrispondenza alle dichiarazioni con cui il Fusinato concludeva la lettera sopra riportata, mi trasmisero alcune loro idee di possibili concessioni per facilitare alla Turchia la soluzione. Il Bertolini mi esponeva una sua idea di una soluzione che si prestasse ad una duplice interpretazione, e che consisteva nel fare un accordo della durata di trent'anni per l'interno con concessioni minori, quali l'ammissione di un rappresentante religioso del Sultano in Libia, pagato coi proventi dei vacufs o beni religiosi e l'attribuzione di un quinto dei prodotti doganali per il servizio del debito ottomano e così via.

Un'altra proposta affacciatami dai nostri delegati, era di lasciare indecisa la situazione del Fezzan, impegnandoci noi a non occuparlo per lungo tempo, per dare modo agli arabi che intendessero di rimanere fedeli al Sultano, di trovarvi un rifugio. Anche il San Giuliano non era contrario a questa soluzione, per la quale, a suo parere, il Fezzan si sarebbe assimilato a quei dietroterra coloniali il cui stato politico rimane per lungo tempo indefinito, come accadeva anche per noi nella Somalia. Per il rappresentante religioso e per il concorso al servizio del debito ottomano, che ci era imposto anche da considerazioni di carattere internazionale, io diedi il mio assenso; ma non accolsi le altre proposte. Al Bertolini osservai che la proposta sua di un accordo trentennale per l'interno non solo offenderebbe il principio della sovranità, ma potrebbe riuscire pericoloso nel futuro, e dare luogo a complicazioni se la Turchia cedesse ad altri i suoi diritti; e riguardo all'altra proposta del Fezzan dichiarai che io avevo grandissima ripugnanza ad ammettere che a quel distretto si facesse un trattamento non perfettamente conforme esso pure al Decreto di sovranità, ciò che farebbe pessima impressione in paese e procurerebbe probabili difficoltà internazionali. Io rimanevo fermo nel concetto che, essendoci assunta la responsabilità dell
'impresa di Libia era nostro dovere di affrontare tutte le difficoltà, senza evitarne alcuna, per non lasciare una eredità di possibili guai ai successori. E siccome in tali condizioni non si faceva un passo innanzi, la Turchia non avendo altro da chiedere e noi altro da offrire, pensai che fosse il caso di mutare tattica, e di creare noi stessi alla Turchia difficoltà che poi potessimo rimuovere.

Così scrissi ai nostri delegati che a mio parere non conveniva ormai più di parlare di ulteriori concessioni; ma che piuttosto era il caso di porre sul tappeto tutti i punti nei quali potevamo chiedere qualche cosa, per fare poi qualche concessione riguardo ad essi. Indicai che si poteva chiedere che al nostro alleato Idriss fosse fatto nell'Assiz un trattamento eguale a quello fatto all'Iman Yaia nello Yemen; ed accennare pure alle isole, che potevamo tenere per diritto di conquista, o restituire solo con serie garanzie a favore degli abitanti. Un'altra domanda che io suggerii di avanzare, fu di una indennità per gli italiani espulsi durante la guerra. Seguendo tale metodo noi avremmo potuto tenere viva la discussione, ed evitare che si troncassero trattative dirette, nelle quali avevo grande fiducia, perché sapevo essere interesse della Turchia di evitare un intervento delle Potenze che avrebbe potuto costarle caro; e ci saremmo pure procurato il modo di fare, al momento decisivo, diverse concessioni secondarie per guadagnare il punto principale.
E così fu fatto.

In una nuova conversazione, tenuta il 19 luglio, i nostri delegati dichiararono a Said Halem che, nell'attesa della risoluzione della crisi del suo governo, e dell'arrivo di nuove e più precise istruzioni da Costantinopoli, pareva loro opportuno di conversare sulle questioni accessorie, che dovevano pure essere risolte, al momento della pace, insieme a quelle maggiori. Said pascià si mostrò da prima riluttante, sostenendo la tesi opposta, che cioè le questioni accessorie non incontrerebbero difficoltà quando sulla principale fosse raggiunta l'intesa. Finì però per consentire alla nuova discussione, e fu posta sul tappeto la questione delle isole, i nostri delegati spiegando le ragioni che ci avevano mossi, per l'ostinazione della Turchia, ad occuparle, e prospettando le diverse soluzioni a cui l'Italia potrebbe addivenire: e cioè o assumerle definitivamente sotto la propria sovranità, stabilirvi una forma di autonomia, o retrocederle pretendendo tuttavia serie garanzie a favore degli abitanti.
Said pascià accolse con malumore quella esposizione, e dette una risposta singolare : - Io posso intendere le ragioni storiche e politiche che vi hanno spinto alla vostra impresa di Libia; ma esse non si estendono alle isole dell'Egeo. Ad ogni modo, se volete tenervi veramente quelle isole, tenetevele; ma non chiedete a noi un consenso che non vi daremo mai. Se avete invece intenzione di restituirle, è inutile parlarne adesso. Per me la questione delle isole non esiste; voi le avete occupate temporaneamente a titolo di azione bellica; quando cessa la guerra voi le lasciate ed esse tornano sotto la sovranità nostra.
Col creare la questione delle isole voi aumentate le difficoltà e non date prova di buon volere.

Anche di questa conversazione sulle isole fu redatto processo verbale, e spedito a Costantinopoli ed a Roma; e l'irritazione provocata in Said pascià da questa nuova questione, provò, nel giudizio dei nostri delegati, che il fine di mettergli una pulce nell'orecchio era stato raggiunto.
Qualche giorno dopo Said pascià comunicava ai nostri delegati che essendosi formato un nuovo gabinetto a Costantinopoli senza Tevfik pascià, col quale egli era assai affiatato, egli si considerava decaduto dal suo mandato, essendo, col mutamento del gabinetto, decaduto dalla carica di Presidente del Consiglio di Stato. I nuovi ministri erano in maggioranza uomini del vecchio regime, non compromessi nella guerra, di natura conciliante ed abituati ai sacrifici della Turchia. Hilmi pascià era un vecchio amico dell'Italia, e Kiamil, che era stato mantenuto al corrente delle conversazioni, era propenso alla pace e da tempo non si faceva illusioni. Pareva poi particolarmente significante il mantenimento di Noradoughian, armeno cristiano, al ministero degli affari esteri; il sottosegretario tedesco degli esteri, Zimmermann, disse in proposito al nostro ambasciatore, di pensare che Kiamil avesse voluto agli esteri questo ministro cristiano per addossargli la responsabilità della pace e farne il capro espiatorio per le concessioni ripugnanti alla pubblica opinione ottomana.
Perdurando però il silenzio da Costantinopoli, Said pascià il giorno 28 luglio prese congedo dalla delegazione italiana, ed anche i delegati nostri decisero di partire lo stesso giorno, pronti a ritornare appena la Turchia mostrasse intenzione, come pareva già certo, di riprendere le conversazioni interrotte.

Sospese così le conversazioni di Losanna, ritenemmo opportuno che il Comm. Nogara, che aveva già resi servizi importanti per avviarle, ritornasse a Costantinopoli per rendersi conto, a mezzo delle sue numerose conoscenze, della situazione.
Egli infatti, arrivatovi il 30 luglio, ebbe subito una lunga conversazione col ministro degli Affari Esteri, Noradoughian, il quale impegnatosi a sottoporre subito al Consiglio dei Ministri la nomina di nuovi delegati. E infatti la sera dello stesso giorno gli comunicò che il Consiglio aveva deciso di continuare le conversazioni e di nominare i nuovi delegati, dando loro le istruzioni necessarie. Il Ministro aggiungeva che il nuovo governo aveva forza ed autorità sufficiente per imporre la pace ai musulmani recalcitranti; ma che bisognava però calmarli, ed a tale scopo riteneva fosse d'uopo che noi ci astenessimo da intraprendere nuove azioni di guerra. Aggiunse pure che la Camera, dalla quale non si poteva aspettare un consenso per il suo carattere nazionalista, sarebbe stata sciolta, come infatti poi avvenne. Dichiarò che ai nuovi delegati avrebbe dato le istruzioni più utili alla causa della pace; ma per fare ciò gli occorreva di sapere dove il Governo italiano volesse arrivare.

Concluse che la pace non poteva essere fatta se non considerando la questione dal punto di vista
italiano per parte della Turchia, e dal punto di vista turco per parte dell'Italia. Volendo, nei limiti del possibile, facilitare l'opera del governo turco per la pace, io ordinai di non fare altre operazioni per il momento nell'Egeo, ma di intensificare la campagna nella Libia, ed in Cirenaica particolarmente, per togliere ai Turchi l'illusione che essi nutrivano ancora, in ragione della poca estensione delle nostre occupazioni in quella provincia, che l'Italia alla Cirenaica potesse alla fine rinunciare.

Qualche giorno dopo ricevevamo l'informazione che i due nuovi delegati nominati dal governo turco, erano Nabi Bey, ex-ministro plenipotenziario a Sofia, e Faredin Bey console generale a Budapest, e che era già stato in servizio diplomatico a Roma. Dell'uno e dell'altro avemmo ottime informazioni, come di persone di specchiata onestà, di buon senso, ed animate da buon volere verso l'Italia; ed in seguito non avemmo che a lodarci della loro condotta, sempre diritta e leale. Faredin Bey era un grande estimatore dell'occidente, ma detestava gli orientali europeizzati.
Una piccola complicazione, che poteva essere indice di cose più gravi, si rivelò in una conversazione che il Nogara ebbe col nuovo ambasciatore tedesco a Costantinopoli, il Waggenheim, succeduto da poche settimane al Marshall. Pure mostrando la maggiore cordialità e dichiarandosi desideroso di mettersi a nostra disposizione, il Waggenheim affacciava la convenienza che le conversazioni fossero spostate dalla Svizzera a Costantinopoli, dove, secondo lui, avrebbero avuto maggiore probabilità di arrivare ad una rapida conclusione. Egli riconosceva poi che la situazione dei turchi era ormai scossa in Tripolitania, ma che in Cirenaica si manteneva eccellente, e che l'Italia avrebbe dovuto contentarvisi di un regime simile a quello degli inglesi in Egitto, insistendo assai sopra questo punto, che egli diceva essere quello del Governo ottomano stesso.

Ora noi avevamo già saputo che il Marshall, lasciando Costantinopoli, aveva promesso al Governo turco di fare il possibile per salvare per esso la Cirenaica; era dunque evidente che questo suo progetto egli l'aveva passato in eredità al suo successore. La cosa era abbastanza grave, perché questi discorsi che il Waggenheim andava facendo, probabilmente non a noi soli, avrebbero avuto l'effetto di creare illusioni nell'animo dei Turchi ed incoraggiarli alla resistenza, con la credenza anche che essi rappresentassero il punto di vista del Governo tedesco. Io feci quindi telegrafare al Nogara perché avvertisse il Waggenheim che la piena sovranità sull'intera Libia era per l'Italia una condizione assoluta, mancando la quale noi rifiuteremmo di continuare le trattative; ed al Governo di Berlino, per richiamare la sua attenzione sul linguaggio del suo ambasciatore, che ci riusciva grandemente nocivo, e che lo mostrava animato da sentimenti ostili perso di noi, e colsi l'occasione per riaffermare ancora che l'applicazione integrale del decreto di sovranità era per noi una necessità assoluta.
Ricevemmo poi da Berlino in proposito assicurazioni soddisfacenti, e il Waggenheim fu avvertito di astenersi da dichiarazioni ed opinioni contrarie agli interessi italiani. Ma nonostante questi moniti, noi dovemmo anche in seguito constatare che quell'ambasciatore persisteva ad ostinarsi in quelle sue opinioni, sino al punto di sostenerle e difenderle in conversazioni che aveva col Comm. Nogara; ciò che ci costrinse a nuove proteste e richiami, tanto più che noi lo sapevamo in continui rapporti col capo del Governo turco. Il Sottosegretario degli Esteri tedesco, lo Zimmermann ci informava infatti che il Gran Visir, in una sua conversazione col Waggenheim, gli aveva detto che c'erano solo due formule possibili di pace e cioè: o cessione della Tripolitania all'Italia, conservando la Turchia la Cirenaica; o cessione all'Italia dei punti da essa effettivamente occupati, lasciando il resto del paese agli indigeni, salvo all'Italia a regolare poi le cose con costoro.

Il Ministro degli Esteri, Noradoughiam, in nuove conversazioni col Comm. Nogara, affacciava pure, a nome di Kiamil pascià, una proposta di armistizio e l'invio di una delegazione in Libia per persuadere gli arabi ad intendersi con l'Italia; mentre il rappresentante del Comitato, il deputato Carasso, insisteva sull'autonomia. Queste proposte vennero poi espresse dal Gran Visir in una nuova conversazione col Waggenheim, e trasmesse a Berlino; e lo Zimmermann, parlando al nostro ambasciatore, mostrava di ritenere degna di considerazione quella per cui noi avremmo tenuta la costa e lasciato il resto del paese agli indigeni, coi quali poi, a suo avviso, non, ci sarebbe stato difficile venire ad una intesa.
A San Giuliano che mi comunicava quella proposta, io risposi che essa mi pareva pericolosissima, perché qualunque distinzione così pattuita nella Libia, oltre essere contraria al Decreto di sovranità, avrebbe potuto involgerci in difficoltà gravissime con, la Francia e con l'Inghilterra, ed anche con gli arabi, che sarebbero posti perpetuamente in condizione di belligeranti e potrebbero anche, secondo il diritto internazionale, invocare l'aiuto di potenze straniere. E poiché il San Giuliano, in, una lunga lettera, insisteva nel suo concetto che l'esistenza di un retroterra il cui stato politico non fosse per il momento definito, non creasse seri inconvenienti, io gli risposi ancora che a mio avviso, sul punto di vista della sovranità la nostra intransigenza doveva essere assoluta, e che io non avrei mai firmato la pace alle condizioni affacciate dal Gran Visir.

Merita rilevare che queste idee del Governo turco, a cui l'ambasciatore tedesco a Costantinopoli si mostrava ancora fedele nonostante i richiami del suo governo, mi venivano confermate da un'altra fonte tedesca, e cioé da quell'Hellferich che poi ebbe tanta parte nell'amministrazione della finanza tedesca durante la guerra mondiale.
Questi contatti e queste indiscrezioni avevano ad ogni modo il vantaggio di farci prevedere approssimativamente con quali istruzioni i nuovi delegati turchi sarebbero venuti al nuovo convegno in Svizzera, che da Losanna era stato trasportato a Caux. Il punto capitale di queste istruzioni era di non cedere sulla questione della sovranità nominale del Sultano sui territori che noi non avevamo ancora militarmente occupati. Per cui, quando i delegati turchi arrivarono il 12 agosto al luogo del convegno, io ritenni necessario, e detti istruzioni perché la nostra azione bellica in Libia fosse intensificata, specie in Cirenaica; ed avvertii il Ministro della Guerra che nei suoi progetti tenesse conto che di pace non si potrebbe veramente parlare prima di tre mesi.
Ai nostri delegati poi ripetei le istruzioni di astenersi dal lasciare sperare concessioni, ed anzi di affacciare pretese, e nuove difficoltà; ad esempio proponendo che la questione delle isole fosse risolta mediante un plebiscito, fra gli abitanti.

La mattina del 13 agosto furono iniziate coi delegati Turchi le nuove conversazioni, premettendosi che quelle di Losanna si considerassero come non avvenute e sorpassate.
Poi Naby Bey dichiarò di essere incaricato dal suo governo di presentarci successivamente cinque proposte scritte, che avrebbero dovuto formare base delle discussioni. La prima e la seconda presupponevano appunto una rinuncia nostra a parte del nuovo possesso africano; e i nostri delegati le scartarono subito, perché in aperta contraddizione con la nostra legge di sovranità.
La terza proposta tendeva a stabilire in Libia un regime simile a quello della Francia in Tunisia; e i delegati turchi spiegavano che con essa il Governo ottomano intendeva di lasciarci l'assoluto ed effettivo dominio delle due province, ma che ci si domandava solamente di consentire ad una formula che servisse a duper, la parola era usata da Naby stesso, l'opinione pubblica turca e le suscettibilità musulmane.
Alla risposta dei nostri delegati, che anche una tale soluzione si trovava in contrasto con la situazione creata dal Decreto di sovranità e non poteva essere accettata, i delegati turchi dimostrarono un rammarico che ai delegati nostri parve sincero veramente; e Naby Bey e Faredin Bey non rifuggirono allora dal fare una lunga ed aperta esposizione dell'intrico di difficoltà in cui il Governo turco, preso fra le pretese dell'esercito, quelle del Comitato e quelle degli arabi, si sarebbe già trovato per fare accettare una soluzione la quale, lasciando la sostanza all'Italia, salvasse almeno le apparenze. Quanto alle altre due proposte, i delegati Turchi si riservavano di presentarle appena fossero state loro trasmesse.

Esse arrivarono in fatti a Caux il 27 agosto; l'una proponeva di concedere l'autonomia, cedendo in piena sovranità all'Italia due porti in punti da scegliere che non fossero attualmente abitati; e i fiduciari turchi tentavano di persuaderci che essa implicava virtualmente l'abbandono della Libia all'amministrazione italiana; l'altra proponeva l'autonomia per la Cirenaica e la cessione della Tripolitania all'italia, la quale alla sua volta e per compenso avrebbe ceduto alla Turchia Massaua e l'Eritrea. Naturalmente esse pure furono immediatamente respinte.

Intanto, siccome da Costantinopoli si insisteva a mezzo dei fiduciari turchi per conoscere la risposta nostra alle tre prime formule proposte dei fiduciari ottomani, i nostri fiduciari li autorizzarono a telegrafare al loro governo in termini precisi, dettando la risposta essi stessi, «che le tre proposte fatte dal Governo ottomano erano respinte dal Governo italiano perché incompatibili con la sovranità dell'Italia». E su richiesta dei fiduciari Turchi, consentirono a consegnare loro, perché fosse trasmesso al loro governo, un riassunto dei postulati capitali italiani per la pace, che costituirono il primo schizzo del trattato di pace che fu poi dalla Turchia finalmente accettato.

I nostri fiduciari ripeterono poi solennemente ai fiduciari ottomani che, piuttosto che rinunciare anche in minima parte alla legge che aveva proclamata la sovranità, l'Italia avrebbe combattuto indefinitivamente, portando la guerra anche in Arabia, nell'Asia Minore e in Albania, e che le isole non sarebbero mai state sgombrate fino a che le truppe e gli ufficiali turchi non fossero stati ritirati dalla Libia.
Fino a questo punto i nostri fiduciari avevano condotte le conversazioni sulla base della istruzioni ricevute, e che si potevano riassumere: intransigenza assoluta sul punto capitale della sovranità, e spirito di conciliazione per il resto, lasciando però ai Turchi di avanzare le loro domande, e mettendone anzi avanti essi pure, per stabilire dei punti su cui potessimo fare concessioni. Altre istruzioni e indicazioni particolari io trasmettevo a mano a mano che venivano presentate e discusse le proposte turche, lasciando ai nostri negoziatori la necessaria libertà di discussione, di cui però essi si valsero sempre con grande ponderazione e buoni risultati.

Però, siccome qualche lettera di Bertolini e di Fusinato lasciava travedere una certa preoccupazione che le conversazioni stessero per arrivare ad un punto morto, e dovessero essere abbandonate, cosa che io volevo ad ogni modo evitare, persuaso come ero che prima o dopo, mantenendo i contatti, si sarebbe arrivati in porto; credetti opportuno di avere con i nostri delegati uno scambio di idee, per fissare definitivamente il nostro programma. Questo incontro ebbe luogo il 25 agosto all'Hotel Bologne a Torino. Esaminato minutamente il corso delle conversazioni ed i loro risultati, io proposi il seguente schema: che il Governo turco proclamasse l'indipendenza delle popolazioni della Libia, nominandovi un rappresentante religioso del Califa, con un suo atto unilaterale; l'Italia alla sua volta, senza scriverlo nel trattato, s'impegnava a fare agli arabi tutte le possibili concessioni; mentre i turchi alla loro volta, pure senza scriverlo nel Trattato, farebbero le concessioni necessarie alle popolazioni delle isole Egee. Dopo ciò si sarebbe passati alla estensione del Trattato di di pace. Con questa formula si sarebbero evitate al
Governo turco molte e gravi difficoltà, non essendo esso in tal modo obbligato a riconoscere, neppure indirettamente, la nostra sovranità, e noi non avremmo avuti vincoli internazionali ne di fronte agli arabi, né di fronte agli abitanti delle isole Egee.

Questo progetto fu esposto in una nuova conversazione che i fiduciari nostri ebbero con quelli turchi il 27 agosto, al ritorno a Caux. Costoro non mostrarono di apprezzare troppo la nomina del rappresentante religioso; osservando che la nomina di un Mufti e di altre autorità religiose era una conseguenza necessaria del culto musulmano, e che implicava la rappresentanza del Califa anche in territori stranieri, quali l'India, la Bulgaria, la Russia e dovunque sono dei musulmani. Quindi una tale concessione, superflua affatto, non rispondeva alle esigenze del Governo turco per fare accettare dal paese il trattato di pace. Essi proponevano invece di nominare un Bey, che non sarebbe stato - e lo dicevano espressamente - che un uomo di paglia, del quale, se ci fosse riuscito incomodo, avremmo potuto sbarazzarci un anno o due dopo: la Turchia avrebbe protestato presso noi o presso le Potenze, e tutto sarebbe finito.
Essi osservarono pure che, non riconoscendo la Turchia la sovranità italiana, non avrebbe potuto nominare un agente consolare; perché dunque, anche se non si voleva la nomina di un Bey, non si permetterebbe al Governo turco di nominare un rappresentante del Sultano con una formula vaga, la quale senza indicare una investitura di podestà politica, gli desse modo di lasciarla interpretare in tale senso dalla opinione pubblica musulmana; mentre l'Italia, nell'atto unilaterale suo si limiterebbe a considerarlo come rappresentante puramente religioso ed amministrativo?

Il tal modo, sia pure lentamente, in queste conversazioni ci andavamo avvicinando alla via di uscita. Ritengo superfluo entrare nei particolari di tutte le nuove proposte che ci venivano affacciate, ora a mezzo del Comm. Nogara; ora a mezzo di un ex ambasciatore francese, il signor Revoil, che aveva in Turchia una posizione importante nel mondo degli affari, e il quale ebbe in proposito uno scambio di idee a Carlsbad col Marchese Garroni; ora a mezzo dell'ambasciatore turco a Parigi, in conversazioni con l'ambasciatore nostro, Tittoni.
Di queste proposte ve n'era di tutti i generi: - ci si chiese che cosa penseremmo se la Turchia richiedesse i buoni uffici dell'Inghilterra; ci si informò che un importante personaggio aveva proposto l'arbitrato del Presidente degli Stati Uniti, assicurando che il Presidente era disposto ad offrirlo; ed in verità una proposta di mediazione americana era pervenuta a me pure, ma non aveva avuto seguito dopo la mia dichiarazione che il nostro proposito di mantenere la sovranità proclamata era irremovibile. Si propose di mandare un membro del Governo turco a trattare direttamente con me a Roma; ci si chiese ancora se l'Italia sarebbe stata disposta a cedere alla Turchia, come indennità per la perdita della Libia, due delle migliori navi della sua flotta ; proposta quest'ultima di cui si comprende l'importanza, quando si consideri che c'erano già nell'aria i primi indizi della guerra balcanica, e che con quella nostra cessione la Turchia avrebbe guadagnato di colpo la supremazia sulla flotta greca. Si prospettò di venire ad un modus vivendi, rimandando ad una conferenza europea la soluzione definitiva, la Turchia impegnandosi a non fare opposizione al riconoscimento della nostra sovranità, in cambio del nostro appoggio su altri problemi economici e politici.

L'ultima fra queste proposte che ci venivano a mano a mano presentate dai delegati Turchi, o accennate da qualche membro di quel governo al commendator Nogara, arrivava all'assurdo di mantenere in Libia, con gli organi appositi, la sovranità del Sultano, senza per questo obiettare alla sovranità dell'Italia, di modo che quel paese sarebbe stato sottoposto ad una duplice sovranità, ognuna delle quali avrebbe finto di ignorare l'altra! A queste proposte, alcune ingenue o fantastiche, altre abili ed insidiose, io risposi sempre negativamente, e dando a volta a volta ragione del mio diniego, ed insistendo per la soluzione unica, e che essa dovesse essere combinata fra i fiduciari nostri e i fiduciari turchi a Caux.
A questo incrociarsi di progetti e di proposte io non davo alcuna importanza; é però interessante rilevare come essi indicassero che per la Turchia non si trattava ormai di una questione di sostanza, ma di forma; e come per essa fossero in gioco, non già la Cirenaica e la Tripolitania, irrimediabilmente perdute fino dal principio, ma il prestigio politico interno di fronte al mondo musulmano, ed all'elemento arabo in particolare.

A questi interessi politici generali altri se ne intrecciavano, speciali e partigiani; del governo, del Comitato «Unione e Progresso», dell'esercito, cercando ognuno di scaricare sulle spalle degli altri la responsabilità della situazione e delle sue conseguenze. Il governo allora al potere, costituito di elementi del vecchio regime, si preoccupava di affrettare la soluzione, per fare comprendere di avere dovuto agire su una situazione da esso trovata, e fare ricadere sul governo dei Giovani Turchi, che l'aveva preceduto, la responsabilità della perdita delle province africane; mentre la tattica del Comitato era di fare ricadere questa responsabilità sul governo attuale, astenendosi dal concedergli un qualunque appoggio, sine a che la questione della Libia non fosse tolta di mezzo.

Altri invece, nell'attesa dello scoppio della guerra balcanica, di cui si avevano già molteplici indizi premonitori, e nella convinzione che quella guerra sarebbe stata vinta facilmente dalla Turchia, ritenevano inutile fare la pace con l'Italia, e più conveniente di rimandare la questione della Libia, insieme alle altre questioni, davanti alla Conferenza europea che avrebbe dovuto regolare le conseguenze e i risultati della guerra. Si aggiungano gli intrighi finanziari che non mancano mai in codeste occasioni; e i colpi di testa di qualche diplomatico, come quello che, secondo ci informò lo stesso Presidente del Senato turco, consigliava alla Turchia di tirare le cose in lungo perché l'indebolimento dell'Italia era utile alla situazione politica generale; e si avrà un, quadro della rete di complicazioni nella quale doveva svolgersi l'azione nostra; complicazioni che mi confermavano sempre più nel mio concetto di seguire una linea diritta e precisa.

Uno dei personaggi turchi, che si rendeva meglio conto delle necessità di porre fine ad una situazione insostenibile, e che si faceva di più in più pericolosa, era il ministro degli esteri, cristiano, Noradoughian Bey, uomo abile ed intelligente; ma egli pure temeva di addossarsi responsabilità che lo esponessero poi a rappresaglie. Ad ogni modo egli sostenne la opportunità di accettare le proposte nostre come base dei negoziati; e nello stesso tempo furono, se non eliminate, assai ridotte le difficoltà interne mediante un compromesso firmato fra il partito dell'Intesa liberale, che faceva capo a Kiamil, e il Comitato «Unione e Progresso» ; compromesso col quale si riconosceva che la pace era un interesse nazionale, e le due parti s'impegnavano a non fare delle condizioni di pace una piattaforma elettorale o di opposizione al governo. Si ventilava pure l'idea di mandare, attraverso la Tunisia, missioni pacificatrici in Tripolitania. Ma altre difficoltà sorsero, in Libia e fra gli arabi. Il comandante militare in Tripolitania, informato delle trattative, telegrafò a Costantinopoli che malgrado la conclusione della pace, egli avrebbe continuata la guerra per suo conto; mentre il Comitato arabo di Costantinopoli minacciava di considerare la cessione della Libia come ragione sufficiente per proclamare la decadenza del Califfato.

Sorsero così nuove incertezze e titubanze, e noi fummo informati che il Consiglio dei Ministri turco aveva deciso di incaricare Reschid pascià, che era già stato ambasciatore a Roma, ed attualmente teneva il posto di Ministro d'Agricoltura, Industria e Commercio, di venire a conferire con me; e che la sua missione doveva essere assolutamente segreta. Secondo i nostri informatori, Reschid pascià doveva chiedere all'Italia importanti impegni politici, in vista della crisi balcanica che andava maturando, in compenso della conclusione della pace secondo le nostre condizioni.
La missione di Reschid, poteva essere anche un semplice espediente dilatorio, o celare la speranza di ottenere qualche ulteriore concessione. Per ogni buon fine io feci sapere al governo turco che ero disposto a riceverlo, qui a Roma; ma che per lealtà dovevo dichiarare che la sua venuta sarebbe stata assolutamente inutile, se diretta ad ottenere modificazioni della nostra legge di sovranità; non solo il governo, ma anche il Parlamento e il popolo italiano essendo irremovibili nel propsito di mantenerla integra a qualunque costo. Nonostante questo monito preventivo, la partenza di Reschid da Costantinopoli ebbe luogo egualmente.
Egli si fermò a Vienna, dove doveva attendere le ultime istruzioni, e di là fece sapere che invece che a Roma preferiva d'incontrarsi con me in una città contigua alla frontiera, da dove avrebbe proseguito per Losanna, per unirsi agli altri due fiduciari turchi. A questa richiesta io risposi che il Presidente del Consiglio italiano non avrebbe mai fatto un viaggio per andare incontro al Ministro d'Agricoltura della Turchia; ciò che del resto sarebbe stato futile anche per lo scopo di mantenere il segreto, io essendo troppo conosciuto in Italia dovunque. Ad ogni modo, siccome dovevo recarmi e rimanere per una settimana a Cavour, non avrei avuto difficoltà a che l'incontro avesse luogo invece che a Roma, a Torino.

Se non che, arrivato il 29 settembre Reschid a Ouchy, vicino a Losanna, dove i fiduciari nostri e turchi si erano spostati da qualche giorno, dichiarò di non essere disposto di recarsi a Torino o in qualsiasi città italiana, perché il suo Consiglio dei Ministri lo aveva autorizzato ad incontrarsi col Presidente del Consiglio italiano solamente fuori della nostra frontiera. Questa sua dichiarazione era in contrasto con le comunicazioni fatte in proposito dai fiduciari turchi ai fiduciari nostri, secondo le istruzioni che quelli avevano ricevuto dal loro Ministro degli Esteri. Ma Reschid replicò che le istruzioni del Ministro degli Esteri erano per lui insufficienti, se non fossero accompagnate da esplicita deliberazione del Consiglio dei Ministri, e promise che l'avrebbe per parte sua provocata. Io ebbi subito l'impressione che il contegno di Reschid dimostrasse il proposito del Governo turco di guadagnare semplicemente tempo; impressione che fu apertamente comunicata dai nostri negoziatori nelle conversazioni avute con lui. Le risposte sue, vaghe e generiche, confermarono nei nostri negoziatori codesto sospetto, anzi lo posero fuori dubbio; la cosa essendo d'altronde in piena corrispondenza con la situazione.
La Turchia era sotto la minaccia, o della guerra balcanica, che poi scoppiò effettivamente, o di una Conferenza europea; ed era ovvio che, aspettando di vedere quale corso gli avvenimenti prenderebbero, fosse suo interesse di tenere a bada l'Italia. Essendo Reschid una vecchia conoscenza di Fusinato, che aveva avuti rapporti abbastanza famigliari con lui quando era ambasciatore a Roma, il Fusinato cercò di cavarne fuori qualche cosa di più in un abboccamento strettamente privato; ma finì per persuadersi che Reschid non aveva altra missione se non di implorarmi a nome dei supremi interessi dell'Impero ottomano, perché noi prestassimo alla Turchia una nostra collaborazione diplomatica nei Balcani.

Si voleva cercare insomma, profittando della situazione speciale in cui l'Italia si trovava per la guerra, di attirarla ad impegni che avrebbero potuto trovarsi in contrasto con l'azione generale della diplomazia europea, ciò che, oltre a non corrispondere ai nostri impegni diplomatici precedenti, ci avrebbe messo in una situazione pericolosissima. Pertanto, il 1° settembre, telegrafai ai nostri fiduciari per avvertirli che sarebbe stato bene fare intendere subito e chiaramente ai fiduciari turchi, che se scoppiasse un conflitto nei Balcani, io avrei rotto immediatamente ogni trattativa, perché ad ogni buon fine converrebbe all'Italia che la sistemazione balcanica avvenisse mentre eravamo ancora nel pieno possesso delle isole Egee; e che d'altronde non era consentito con la nostra dignità prolungare negoziati con un governo che dimostrava di non avere altro scopo che di farci perdere tempo.

Incaricai nello stesso tempo San Giuliano d'informare le Potenze dello stato delle cose, e di fare loro sapere che, avendo ormai acquistata la certezza che il Governo turco non si proponeva altro che di tergiversare, noi eravamo decisi a rompere le trattative e riprendere con maggiore energia la guerra, e non più nella sola Libia, ma contro le parti più vitali dell'Impero ottomano. Monito questo alle Potenze che era tanto più giustificato, in quanto che, quantunque avvertite da noi del corso dei negoziati, e richieste di aiutarlo con qualche consiglio dato alla Porta, nell'interesse generale della pace europea, esse, con una ragione o un'altra, se ne erano, fino allora astenute.

Il giorno dopo, 2 settembre, i nostri fiduciari mi comunicarono di avere potuto definitivamente constatare che Reschid, il quale si credeva esclusivamente dipendente da Kiamil, e non teneva conto di qualunque istruzione del Ministro degli Esteri, non aveva né i poteri necessari, né l'intenzione di venire ad una conclusione; e che avendo ormai compresa la futilità di qualunque tentativo per ottenere concessioni sulla questione della sovranità aveva rinunciato a incontrarsi con me, temendo fra l'altro, come egli stesso confessava, di compromettere il proprio avvenire politico se apparisse di avere avuta una parte decisiva nella conclusione della pace. Ed infatti, pure rimanendo ad Ouchy, egli si limitò poi alla parte di consigliere della delegazione del suo governo, senza assumere la veste di terzo delegato e tanto meno di capo della delegazione, come pareva avrebbe dovuto essere secondo le informazioni con cui la sua venuta e la sua missione ci erano state annunciate.

FINE DEL TREDICESIMO CAPITOLO

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