CAPITOLO 9


IL MINISTERO DEL 1906-1909
(da pag. 229 a pag. 278)

Il Ministero Fortis - Il Ministero Sonnino e la sua caduta - Il mio nuovo Ministero: programma di riforme concrete - Dal problema politico al problema economico - La lotta contro il malessere economico nel Mezzogiorno e nelle Isole - Alleviamento delle imposte sui consumi - Impulso alla istruzione popolare ed alla istruzione tecnica - La conversione della rendita - L'incremento della economia nazionale e il florido bilancio dello Stato - La visita dello Czar a Racconigi e gli accordi russo-italiani per Tripoli, i Balcani e l'Oriente - L'Università di Trieste e l'Arciduca Ferdinando - La ferrovia Adriatico-Mar Nero - La crisi dei servizi marittimi - La mia proposta di imposta progressiva e la caduta del Ministero - Nuovo insuccesso dell'on. Sonnino, e le sue ragioni.

Lasciando nel marzo del 1905 il Ministero, considerando che non si trattava di una crisi, in quantochè il mio ritiro era una cosa del tutto personale e dovuto a ragioni di salute, io proposi che si nominasse alla Presidenza ed al Ministero degli Interni l'onorevole Fortis, mantenendo per il resto il Gabinetto quale era. Dal 16 al 27 marzo prese la reggenza il Tittoni, poi il Fortis assunse la Presidenza facendo qualche cambiamento. Rimasero con lui Tittoni agli Esteri, Majorana alle Finanze, Pedotti alla Guerra, Mirabello alla Marina e Rava all'Agricoltura: furono sostituiti il Ministro di Grazia e Giustizia, al Ronchetti succedendo il Finocchiaro-Aprile ; quello del Tesoro con Carcano al posto del Luzzatti; quello dei Lavori Pubblici con Carlo Ferraris al posto di Tedesco, e infine quello della Pubblica Istruzione, dove Orlando cedè il posto a Leonardo Bianchi.

Il nuovo Ministero nel riguardo delle cose più importanti aveva già la sua via tracciata. Così esso, applicando alle Ferrovie l'esercizio di Stato, che cominciò col primo luglio di quell'anno, non fece che effettuare ciò che era già stato deciso e preparato in tutti i suoi particolari. Va però rilevato un provvedimento legislativo di notevole importanza che fu preso quasi subito dopo che il nuovo Ministero era entrato in funzione. Quando io lasciai nel marzo il governo, era ormai al suo termine uno sciopero ferroviario, che era un altro segno del malcontento del personale e della disgregazione della amministrazione privata, che i ferrovieri male tolleravano, desiderando di passare allo Stato. Il Fortis fronteggiò quella agitazione che causava inconvenienti e danni al pubblico ed alla vita economica del paese; stabilendo il principio che l'abbandono del servizio importava le dimissioni. Quel principio fu poi da me accolto ed esteso a tutte le classi dei funzionari dello Stato, mediante la Legge sullo stato giuridico degli impiegati, che fu presentata al Parlamento ed approvata durante il mio nuovo Ministero nel 1908.

Per alcun tempo io non venni più a Roma, soggiornando un po' a Cavour e un po' a Bardonecchia per rimettermi, ed astenendomi, secondo quanto mi avevano ordinato i medici, da qualunque lavoro; e fu solo dopo due o tre mesi, fra il maggio e il giugno, che cominciai a sentirmi assai migliorato in salute. Nel luglio andai a Fiuggi.
Nel dicembre successivo si ebbe una prima crisi del Ministero; e ricordo che il Fortis venne allora da me per dirmi che io dovevo riprendere il governo; al che io mi rifiutai, adducendo che non ero ancora del tutto ristabilito, e che del resto la crisi, per il modo con cui si era svolta, non lo colpiva direttamente, e quindi competeva a lui di formare un nuovo Ministero. Ed alla Camera io avevo appunto agito per impedire che il voto avverso colpisse personalmente il Fortis, ed ero riuscito nel mio intento. Fortis si persuase, ed il 24 dicembre si ripresentò con un nuovo Ministero, nel quale San Giuliano, diventando per la prima volta Ministro degli Esteri, sostituiva il Tittoni; Mainoni sostituiva alla Guerra il Pedotti; Tedesco ritornava ai Lavori Pubblici al posto di Carlo Ferraris; Vacchelli sostituiva il Majorana alle Finanze; Marsengo Bastia il Morelli Gualtierotti alle Poste, ed infine il De Marinis, uno dei primi socialisti che passasse al riformismo, prendeva il Ministero dell'Istruzione, sostituendo Leonardo Bianchi.

Ma il nuovo Ministero ebbe vita brevissima, arrivando solo agli 8 di febbraio dell'anno successivo (1906). La sua caduta fu provocata dall'accordo che si era stipulato con la Spagna, per l'importazione dei vini spagnoli, in compenso di altre concessioni, che in materia doganale la Spagna aveva fatte all'Italia. Numerosi deputati dei paesi vinicoli, particolarmente delle Puglie, si ribellarono contro questa concessione, quantunque il dazio per l'importazione dei vini spagnoli rimanesse sempre assai elevato, e sufficiente ad una ragionevole protezione. Siccome io avevo difeso ed appoggiato il Ministero in questa questione, rimasi nella minoranza, ed ero assolutamente fuori di discussione; ed allora venne indicato l'onorevole Sonnino, il quale formò così il primo suo Ministero.
È stato un peccato che il Fortis, morto in età ancora giovane, non abbia potuto dedicare più lungamente, e con più matura esperienza, il suo fortissimo e fertile ingegno al paese. La qualità in cui soprattutto eccelleva era la sua eccezionale facoltà di assimilazione, che spesse volte compensava o sostituiva la capacità e persistenza del lavoro, la cui deficienza era il suo punto debole, perchè egli non fu mai un lavoratore. Per un esempio del modo con cui egli riusciva a cavarsela, ricordo un curioso episodio. Nel tempo in cui egli era Ministro d'Agricoltura nel primo gabinetto Pelloux, in una seduta antimeridiana della Camera si stava discutendo un disegno di legge inteso ad impedire l'adulteramento dei vini. Avevano parlato il relatore della legge, e alcuni deputati, pro e contro; poi il Fortis si alzò e pronunciò, in difesa del progetto di legge, un bellissimo discorso, che in chi l'ascoltava dava l'impressione di uno studio profondo e minuto e di una vera competenza nella materia.
Alla fine della seduta io l'avvicinai per richiamare la sua attenzione ad un articolo della legge, che non poteva assolutamente essere mantenuto; ed egli, dopo avermi ascoltato, mi rispose col suo bonario sorriso: - A dirti la verità, io il progetto di legge non l'ho nemmeno letto. - Gli era bastato l'esposizione del relatore e la discussione degli oratori e favorevoli e contrari, per farsi una idea precisa e sicura dell'argomento, e dargli la materia alla sua risposta ed alla sua difesa.

Egli si abbandonava forse un po' troppo alla sua facilità di avvocato; ma aveva un intuito politico finissimo ed un criterio rettissimo; il suo vero posto in un governo sarebbe stato la Presidenza senza portafogli; un posto cioè in cui valga la genialità naturale, e non sia richiesto lo studio e l'assiduità, da cui l'indole del suo ingegno era affatto aliena. Personalmente poi egli riscuoteva simpatie generali, sia per la sua bonaria cordialità, sia per la sua lealtà a tutta prova: ognuno sentiva di potersi fidare in lui. Da giovane, quando era all'Università, aveva fatto molto rumore come repubblicano; poi era venuto alla Camera come radicale, e la prima volta entrò al governo nel 1887 come sottosegretario di Crispi, dei quale rimase sempre amico, pure essendo anche amicissimo mio; e quando fra me e il Crispi scoppiò il conflitto, egli cercò del suo meglio di fare opera di pacificazione.

Il Ministero costituito dall'onorevole Sonnino l'8 febbraio del 1906, raccolse parecchi dei parlamentari più considerati, riunendo elementi conservatori quali il Guicciardini, il Salandra, il Carmine e il Luzzatti, con elementi radicali, quali il Sacchi e il Pantano; anzi fu quella la prima partecipazione aperta e diretta del partito radicale al governo con suoi uomini rappresentativi. Ciò nonostante ebbe vita brevissima, durando cento giorni precisi, sino al 22 del maggio seguente. Ciò che fu più caratteristico nella sua breve vita, fu la causa ed il modo della sua caduta. Il Ministero aveva stipulato la convenzione per il riscatto delle Ferrovie Meridionali; la stipulazione era stata fatta dall'onorevole Carmine, ministro dei Lavori Pubblici. La Convenzione importava a debito del governo una annualità di trenta milioni e mezzo per sessant'anni.

La Commissione parlamentare nominata per l'esame del relativo progetto di legge si era manifestata in grandissima maggioranza favorevole; vi erano solo due suoi membri che ne discutevano e chiedevano modificazioni per alcune clausole secondarie. In questa condizione di cose l'onorevole Sonnino venne un giorno alla Camera e chiese che s'imponesse alla Commissione di riferire entro otto giorni. La proposta non fece buona impressione inquantochè pareva intesa a forzare la mano; cosa di che, considerando l'atteggiamento favorevole della Commissione, non c'era affatto bisogno. Io presi la parola per osservare che, trattandosi di un contratto di tanta importanza, mi pareva eccessivo stabilire un termine così breve alla Commissione. Sonnino insistette nella sua richiesta, ed allora l'onorevole Rubini propose di rimandare la questione a tre giorni, per dare alla Camera tempo di riflettere.
Nelle conversazioni che seguirono dopo la seduta, io dissi ai miei amici di essere persuaso che l'onorevole Sonnino non avrebbe receduto dalla sua proposta e che la Camera l'avrebbe battuto, e che, non volendo assistere ad un infanticidio sarei partito la sera stessa per Cavour. Le mie previsioni si avverarono, e due giorni dopo io ricevevo a Cavour un telegramma che a nome di Sua Maestà mi chiamava a Roma. Quando il telegramma mi pervenne, io non avevo ancora letta nei giornali la notizia, ma arguii subito che il Ministero aveva provocato il voto ed era stato battuto.

Giungendo a Roma ebbi da Sua Maestà l'incarico di formare il nuovo Ministero, il quale entrò in funzione il 27 maggio del 1906, ed ebbe lunga durata, rimanendo in carica sino al 9 dicembre del 1909. Esso fu dolorosamente funestato dalla morte di alcuni dei principali uomini che lo componevano, e che erano fra le più promettenti personalità del mondo politico e parlamentare italiano.
Agli Esteri io avevo richiamato il Tittoni; ed alla Grazia e Giustizia il Gallo, che morì nel 1909 e fu sostituito dall'Orlando. Alle Finanze avevo chiamato l'on. Massimini, fedelissimo amico dello Zanardelli, tantochè avendogli io nel 1903, quando succedetti a Zanardelli, offerto il posto di sottosegretario al Ministero dell'Interno, egli mi disse che sarebbe stato lietissimo di accettare tale posto, ma che essendo Zanardelli malato egli voleva accompagnarlo a Brescia e restare là con lui. Il Massimini fu colpito da un attacco di apoplessia nel marzo del 1907, e sostituito da Lacava. Il colpo lo aveva paralizzato della parte destra del corpo, ed egli aveva dichiarato che entro un anno non guarendo si sarebbe ucciso. Ed infatti passato l'anno, egli mi scrisse con la mano sinistra una affettuosissima lettera di addio e si uccise.
Al Tesoro avevo chiamato Angelo Majorana, deputato di Catania, ancora assai giovane, uomo di forte ingegno e che pareva destinato a fare una grande carriera politica. Ma purtroppo, nel maggio del 1907 fu colpito da una malattia di esaurimento nervoso, ribelle ad ogni cura, che si andò sempre più aggravando e lo condusse precocemente alla tomba. Egli fu sostituito nel Ministero dal Carcano.
Il Ministero dei Lavori Pubblici era stato assunto da un mio antico amico, il Gianturco, uomo pure di grandissimo ingegno, come mostrò anche in quell'occasione, impadronendosi in modo mirabile, in due o tre mesi, di tutto il complesso meccanismo tecnico del suo dicastero e dei problemi che ad esso facevano capo. Anche egli era uomo di avvenire sicuro ed era ormai considerato da tutti come una delle migliori speranze della politica italiana; ma sfortunatamente egli pure fu tolto precocemente alla vita pubblica da una grave malattia di cancro, per la quale fu costretto a ritirarsi nel novembre del 1907, morendo poi poco tempo dopo.
Il dicastero della Guerra fu preso dal generale Viganò, a cui poi successe, nel dicembre del 1907, il Senatore Catana, che fu il primo ministro borghese della guerra in Italia.
All'Istruzione avevo chiamato l'on. Fusinato, uomo di vivo ingegno, ma che solo pochi mesi dopo, nell'agosto dello stesso anno, dovette pure ritirarsi. per esaurimento nervoso. Gli altri dicasteri furono assunti: dallo Schanzer quello delle Poste e Telegrafi; dal Cocco-Ortu l'Agricoltura, ed alla Marina rimase l'onorevole Mirabello, che io avevo già preso nel mio Ministero del 1903, e che era passato attraverso i due Ministeri del Fortis e quello del Sonnino, svolgendovi una mirabile ed organica opera di riforma, che fu condotta a compimento appunto durante il mio nuovo Ministero.

Il Ministero si presentò alla Camera con dichiarazioni assai brevi e di carattere soprattutto concreto e speciale. Ormai le tendenze politiche generali di un Ministero da me presieduto erano ovvie: la lotta per la democrazia ed il liberalismo, combattuta con diversa fortuna dal 1892 in poi, si era ormai conclusa con una così completa vittoria, da non lasciare più luogo ad alcuna seria discussione. Il fatto che uomini i quali avevano combattuto dalla parte opposta, come l'on. Sonnino e i suoi aderenti, avessero ormai accettato senza riserve il nuovo indirizzo democratico e liberale della politica nazionale, era il miglior segno che tale problema fondamentale era risolto definitivamente e che nessuno poteva pensare ormai alla convenienza e nemmeno alla possibilità di ritornare indietro.

Ma i problemi politici, risolvendosi ne generano dei nuovi, inesauribilmente; e la vittoria della dottrina democratica e liberale, per il fatto stesso che chiamava a partecipare al governo classi sempre più vaste, creava nuovi grandi interessi, e poneva soprattutto la questione dell'elevamento materiale e morale di queste classi, senza il quale la loro partecipazione alla vita dello Stato sarebbe stata una finzione, e non avrebbe condotto a quella pacificazione delle classi a cui quella politica appunto intendeva. Assumendo dunque il governo io dovetti richiamare l'attenzione del Parlamento e della pubblica opinione sul fatto che negli ultimi tempi l'Italia era stata funestata da disordini che avevano avuto le più deplorevoli conseguenze, specialmente nelle province meridionali e nella Sardegna.
Coloro che avevano studiate le cause prime di quei disordini avevano dovuto riconoscere che essi avevano la loro prima origine in un malessere economico dovuto a cause diversissime da luogo a luogo, e al quale non sarebbe stato possibile portare rimedio se non se ne accertassero da prima la vera entità e le sue ultime ragioni. Occorreva a questo scopo compiere uno studio ampio e profondo, ed io proponevo, affinchè esso avesse la maggiore autorità ed efficacia, di affidarlo a due Commissioni d'inchiesta parlamentare; all'una delle quali fosse dato il compito di indagare sulle condizioni dei lavoratori della terra nelle province meridionali e nella Sicilia, specialmente in rapporto coi patti agrari ; ed all'altra quello di studiare le condizioni dei lavoratori della Sardegna, e specie quelle degli operai addetti alle miniere, dove appunto si erano prodotti i più gravi conflitti.

Mettere in contatto diretto la rappresentanza, nazionale con le classi più sofferenti, pareva a me il mezzo più efficace per dare impulso ad una seria opera di legislazione sociale, e la dimostrazione più evidente della solidarietà che deve unire, in un paese civile e progressivo, tutte le classi.
Il miglioramento delle condizioni delle classi lavoratrici, nella mia opinione costituiva il problema dominante di quel momento, che seguiva immediatamente a quella conquista delle pubbliche libertà, mediante le quali queste classi potevano fare conoscere i loro bisogni e manifestare le loro aspirazioni.

Dopo un aspro periodo di lotta, l'avvenire della nostra civiltà e la prosperità e grandezza del nostro paese, dipendevano direttamente, a mio avviso, dal miglioramento morale e materiale, ma ordinato, costante e pacifico delle più numerose classi sociali.

La possibilità però di un tale miglioramento era evidentemente connessa con la prosperità dell'agricoltura, dell'industria, del commercio; cioè con l'incremento generale della ricchezza nazionale, perché solo dove il capitale ed il lavoro abbondano vi possono essere alti salari e buone condizioni di lavoro. Quello che negli anni precedenti era stato essenzialmente problema politico, diventava dunque oggi problema essenzialmente economico, che non poteva trovare la soluzione sua che nella soluzione di numerosi e svariati problemi tecnici, a cui dovevano appunto mirare e l'azione costante del governo e l'opera di riforma legislativa.

Dal punto di vista materiale bisognava agevolare le comunicazioni, completando la rete stradale, assai povera nelle province meridionali e nelle isole, dando un efficace impulso ad un buon ordinamento ferroviario, ed organizzando bene i servizi marittimi, per facilitare gli scambi commerciali all'interno ed il movimento delle esportazioni ed importazioni con l'estero. Nello stesso tempo a rendere più efficace l'elevamento dei salari era necessario procurare con tutti i mezzi di rendere meno costosa la vita; ciò che si sarebbe ottenuto riducendo, a mano a mano che le condizioni della finanza lo permettessero, le imposte sui consumi, e trasformando le imposte locali in modo che non colpissero le classi meno agiate.

Dal punto di vista morale io consideravo necessario per una parte dare una maggior diffusione sia alla istruzione popolare, sia a quella istruzione tecnica superiore che negli ordinamenti vigenti appariva affatto inadeguata al continuo progresso industriale; e dall'altra perfezionare nello spirito e nella pratica la legislazione sociale, creando varie leggi sul contratto di lavoro, sul lavoro notturno e su quello delle risaie ed in genere delle industrie più pericolose, e sul lavoro festivo.

Come uno dei primi passi, e forse il più importante, per avviare la finanza italiana a tendenze più democratiche si presentava la conversione della Rendita del cinque per cento lordo al tre e mezzo per cento; sia per il significato intrinseco di una tale riforma, sia perché la conversione avrebbe offerto al governo i primi margini per uno sgravio delle tasse eccessive sui consumi.
Il problema della conversione della rendita si era affacciato sino da quando questo titolo aveva superato e si era mantenuto fermo sopra le pari, e il corso dei cambi aveva cessato dal rappresentare il disagio della circolazione legale di fronte all'oro, segnando pure un miglioramento notevolissimo nelle condizioni di addebitamento ed accreditamento dell'Italia di fronte all'estero per il movimento generale delle transazioni internazionali, che oltre l'importazione ed esportazione comprendevano le rimesse degli emigranti e le spese dei forestieri che visitavano l'Italia. Il buon esperimento della emissione di un titolo al tre e mezzo per cento, iniziata dal Ministero Zanardelli essendo ministro del Tesoro il Di Broglio, e il successo della conversione del quattro e mezzo per cento interno nel tre e mezzo internazionale; altre minori conversioni come pure l'agevole collocamento dei Certificati ferroviari fruttanti il tre e sessantacinque per cento, quantunque tutte operazioni di modesta mole, avevano ormai dimostrato che il mercato italiano era preparato ad accogliere la maggiore conversione.

Al 30 giugno del 1906 la situazione delle due rendite da convertire, cioè del cinque per cento lordo a cui si aggiungevano circa duecento milioni di quattro per cento netto, era di otto miliardi e cento milioni circa; rappresentata per un po' più della metà da titoli nominativi e per un po' meno della metà da titoli al portatore. Fra le rendite nominative circa novecento milioni erano inscritti alla Cassa Depositi e Prestiti o altre Amministrazioni statali; per cui le operazioni e i rischi della conversione riguardavano all'ingrosso, sei miliardi e mezzo che si trovavano nel Regno, e da 650 a 700 milioni che si trovavano all'estero, e dei quali circa 400 erano collocati in Francia. La conversione poteva essere eseguita con l'uno o l'altro dei seguenti criteri: o portare subito l'interesse al tre e cinquanta per cento, o compierla in due tempi, concedendo un periodo di transazione di alcuni anni, durante il quale l'interesse fosse del 3,75 per cento, secondo era stato fatto nella conversione dei consolidati inglesi.
Tenersi a questo secondo metodo apparve, se non assolutamente necessario, certo opportuno; in considerazione della mole dell'operazione e delle possibili non favorevoli ripercussioni, sia di carattere finanziario immediato, sia di carattere economico e più permanenti, che tanto all'interno quanto all'estero avrebbe avuto l'adozione del metodo più radicale della totale conversione immediata; e quel criterio graduale appariva tanto più saggio in quanto che il maggiore beneficio della conversione radicale immediata sarebbe stato con ogni probabilità in gran parte assorbito dalle maggiori spese di una conversione più difficile e rischiosa. E già alcuni minori esperimenti, come la conversione del prestito in oro della città di Roma, e quello delle cartelle fondiarie a tipo internazionale della Banca d'Italia, avevano dimostrato che il decurtamento immediato di un mezzo per cento negli interessi provocava larghe domande di rimborso.

Già nel mio precedente Ministero io avevo fatto iniziare una preparazione di studio per una possibile conversione. Il mio successore Fortis aveva ripreso la pratica; aveva fatti passi a Parigi ed a Berlino ottenendo affidamenti di buone disposizioni da parte della Casa Rothschild, la quale in precedenza si era mostrata sempre assai riservata; ed aveva abbozzato in proposito un primo progetto; ma il suo Ministero cadde prima di essersi assicurati i necessari consensi. Il Sonnino, che successe al Fortis, aveva ripreso, segnatamente per opera del suo Ministro del Tesoro, on. Luzzatti, i negoziati; e il Comm. Bonaldo Stringher per desiderio del Ministero e del Luzzatti, ebbe a Mentone una prima intervista col Barone Edmondo de Rothschild, al quale espose i progetti del governo italiano ed il piano per attuarli, con la cooperazione della sua Casa. Anche allora il Rothschild riaffermò le sue buone intenzioni, ma dichiarò pure che la conversione italiana doveva attendere che fosse prima varato il prestito russo già concordato. Si seppe poi che un'altra ragione dei temporeggiamenti della Casa Rothschild era che essa non aveva considerati abbastanza stabili i due precedenti ministeri, mentre riteneva necessario per il buon successo della conversione che il governo italiano fosse in condizione di prendere impegno di non fare nuovi emissioni per un certo periodo di tempo.

Ad ogni modo un utili lavoro preliminare era già stato compiuto; ed assumendo il potere io interpellai subito la Casa Rothschild si fossi disposta ad entrare in trattative per la conversione; e il Rothschild rispose che considerava il mio governo abbastanza stabile perché trattative potessero essere senz'altro avviate. A questi trattative io associai l'on. Luzzatti, quantunque non fossi più al governo, per la sua grandi competenza in materia, i per i negoziati diretti mandai a Parigi l'11 giugno seguente, rappresentante del Governo italiano, il Comm. Stringher chi iniziò il 14 giugno le trattative con la Casa Rothschild, la quali essendosi associati i maggiori Istituti di Berlino, e Banche e banchieri di Londra, rappresentava l'alta finanza internazionale.
Le trattative furono laboriosei, per il diverso punto di vista delle parti contraenti; perché da una parte il Governo italiano era interessato a non protrarre troppo a lungo il periodo d'applicazione del saggio intermedio del 3,75 per cento; dall'altra l'alta Banca francese, era ferma nel proposito di non concedere la garanzia dell'operazione, se tali periodo non fosse stato di almeno otto anni. Presi in considerazione tutti gli elementi del problema, e constatando che la garanzia offerta sarebbe costata troppo cara al Tesoro italiano ed avrebbe imposti vincoli incompatibili, parve a noi miglior consiglio di confidare nella resistenza del paese, e mantenere al Tesoro una maggiore libertà d'azione rinunciando a quella garanzia, ed avviando le trattativi per altro cammino.

Così il 26 giugno, il Comm. Stringher firmava un contratto, che due giorni dopo veniva ratificato dal Governo italiano, con la casa Rothschild e i rappresentanti della banca tedesca e di quella inglese; con esso noi ci garantivamo il concorso materiale e morale dell'alta Banca europea per sostenere la conversione della nostra rendita fuori d'Italia e per eliminare i pericoli di perturbazioni nel corso dei cambi sull'estero, senza sottometterci a condizioni non desiderabili né finanziariamente né politicamente. Questo presidio della Banca internazionale prese la forma di un Consorzio, formato da un gruppo francese, da un gruppo tedesco e da un gruppo inglese, il quale s'impegnava di tenere a disposizione del Tesoro italiano la somma di 400 milioni di lire, divisi in 250 milioni di franchi a Parigi, due milioni e 400 mila sterline a Londra ed ottanta milioni di marchi a Berlino, per corrispondere fuori d'Italia a tutte le domande di rimborso delle rendite da convertire, e per provvedere inoltre a tutti gli acquisti di titoli di rendita, che si fossero resi necessari a tutela dei prezzi, quindi a presidio dilla conversione, dal giorno del contratto a quello fissato per la chiusura del tempo utile alle domande di rimborso.
Come corrispettivo a tale cooperazioni, e dell'Impegno di accettare la conversione di fare opera per il suo esito favorevole, nel contratto era attribuito al Consorzio internazionale la provvigioni dell'uno per cento sulla somma impegnata; di modo che più largo sarebbe stato per esso il beneficio quanto minore fosse stata la somma dei rimborsi e degli acquisti sul mercato, vale a dire quanto più brillante fosse stato l'esito dell'operazione.
Erano poi considerati i casi della cessione e del ritiro dei titoli rimborsati e di quelli acquistati sul mercato; e la -grande operazione era circondata delle più prudenti cautele, per modo che essa potesse essere condotta a buon fine anche se avvenimenti gravi ed improvvisi avessero turbato transitoriamente il mercato monetario internazionale deprimendo per qualche tempo il corso generale dei valori di Stato. Nello stesso modo si costituiva un Consorzio italiano per la conversione della massima mole dei titoli, che si trovavano in Italia, ed al quale oltre gli Istituti di emissione parteciparono pressochè tutte le forze finanziarie italiane, comprese le Casse di Risparmio, e le Banche cooperative.

I patti sottoscritti dal Consorzio italiano erano sostanzialmente simili a quelli fatti al Consorzio internazionale, ma con le commissioni le gli altri corrispettivi a carico del Tesoro, ridotti alla metà anche in considerazione del fatto che il Consorzio nostrano partecipava ad una percentuale assai maggiore dell'operazione totale.
Il 26 di giugno il Comm. Stringher aveva firmato il contratto a Parigi; il 28 giugno il Governo l'aveva ratificato; il 29 giugno la legge per la conversione veniva presentata alla Camera. L'approvazione di questa legge costituisce un record di rapidità, credo non mai sorpassato. Il disegno di legge fu presentato alla Camera alle tre pomeridiane; la Camera, nelle forme volute dal regolamento, e cioé a scrutinio segreto, deliberò di discuterlo immediatamente; l'onorevole Luzzatti, nominato relatore, presentò la relazione mezz'ora dopo, e la legge fu votata alle ore cinque. Alle cinque e mezzo fu presentata al Senato che la votò alle sei; alle ore otto era già firmata dal Re e la sera stessa pubblicata nella Gazzetta Ufficiale. Tale rapidità nella emanazione della legge era necessaria per impedire qualunque manovra di Borsa.

Il risultato della operazione fu eccezionalmente felice. Le domande di rimborsi furono minime; le rendite rimborsate all'estero dal Consorzio presieduto dalla Casa Rothschild e fuori del Consorzio furono in tutto di poco più di tre milioni; quelle rimborsate in Italia ammontarono ad un milione e 661 mila lire, delle quali un milione circa appartenenti a stranieri, e trasmesse in Italia per le operazioni relative trattandosi di titoli vincolati. Il totale dei rimborsi fu di poco più di quattro milioni e mezzo. Le compere eseguite sul mercato per sostenere la quotazione durante la conversione ammontarono a circa sedici milioni e mezzo all'estero, e trentadue in Italia, la più gran parte dei quali concernevano titoli rimessi in Italia da Istituti e banchieri esteri, specie tedeschi così che l'azione dei due Consorzi non dové esercitarsi che su un capitale complessivo di circa cinquantatre milioni e mezzo per gli acquisti e i rimborsi, rispetto ad un valore totale di otto miliardi e cento milioni di rendite. Fu un risultato massimo con uno sforzo minimo.

Si aggiunga che, visto l'esito felicissimo, tanto il Consorzio estero che quello nazionale ritennero per sé i titoli rimborsati ed acquistati; così che il Tesoro non ebbe né ad usare le disponibilità della Tesoreria, né a ricorrere a provvedimenti di carattere straordinario per raggiungere la meta. Anche la spesa per la conversione riuscì minima; sommando assieme tutte le commissioni fissate e le partecipazioni; gli oneri d'ogni genere inerenti al cambio dei titoli vecchi coi nuovi; gli assegni e le somme a forfait convenuti coi Consorzi e con le Banche, si raggiunse la somma di poco più di nove milioni e mezzo, equivalenti a dodici centesimi per ogni cento lire di capitale convertito. Conversioni per somme simili, anche recentemente in altri paesi erano costate dieci volte tanto.
Ricordo che poco dopo venne da me un ex-ministro delle finanze spagnolo, appunto per conoscere come l'operazione fosse proceduta e quale ne fosse stato il costo; e quando io gli comunicai la cifra del costo, egli mi mostrò tanta incredulità che dovetti dargli una copia della relazione già stampata per persuaderlo che la somma era proprio quella. Oltre ai vantaggi permanenti per le finanze dello Stato, il magnifico successo di quella operazione giovò indirettamente assai al nostro paese, rialzandone il credito; tanto che nonostante la riduzione dell'interesse la nostra rendita continuò a mantenersi sopra la pari, mentre la nostra carta moneta arrivava a fare aggio sull'oro.

* * *

Un notevolissimo miglioramento si era prodotto in quegli ultimi anni nelle condizioni generali dell'economia nazionale; ed il bilancio dello Stato, che riflette fedelmente la economia del paese, si trovava nelle più floride condizioni, le entrate superando sensibilmente le spese, e ciò per effetto di un costante e rapido aumento nel gettito delle imposte.
Per misurare l'importanza di questo generale incremento basta il confronto del conto consuntivo dell'anno 1907-08, con quello dell'anno 1900-01. In quei sette anni vi era stato un aumento di entrate di 214 milioni, quantunque al bilancio 1907-08 non figurassero più gli 88 milioni di ritenute per imposta di ricchezza mobile sul debito pubblico, né 28 milioni di prodotti delle ferrovie; e quantunque fosse stato abolito il dazio consumo sulle farine, sul pane e la pasta, si fosse ridotta a metà la tassa sul petrolio, e coi trattati di commercio si fossero ridotte molte delle tariffe doganali, e per effetto della legge sul mezzogiorno e della applicazione del nuovo catasto in alcune province fosse diminuita di venti milioni l'imposta sui terreni.
A così rapido aumento di entrate avevano contribuito le privative per 83 milioni, le tasse di fabbricazione per 57, le tasse sugli affari per 47, l'imposta sulla ricchezza mobile riscossa coi ruoli per 33, le poste e telegrafi per 32, le dogane per 12, le tasse sul movimento ferroviario per 9, le altre imposte per somme minori.
Gli incrementi delle entrate permisero aumento di spese: il bilancio della pubblica istruzione fu portato da 49 a 85 milioni con aumento di 36 milioni, 15 dei quali furono dati alla istruzione elementare; il bilancio dell'agricoltura fu portato da 13 a 27 milioni; quello dei lavori pubblici salì da 79 a 117 milioni; quello delle poste e telegrafi crebbe da 69 a 123 milioni.

Ma la cifra più grossa degli aumenti di spesa fu quella occorsa per accrescere gli stipendi degli impiegati affinché meglio corrispondessero all'accresciuto costo della vita. La somma di tali aumenti di stipendi dal bilancio 1900-01 a quello del 1907-08 ascese a 103 milioni, senza contare gli aumenti concessi ai ferrovieri che non figurano nel bilancio dello Stato, ma in quello speciale della gestione ferroviaria.
Il progresso economico che si rifletteva così potentemente sul bilancio dello Stato, presentava indizi egualmente favorevoli in tutte le altre manifestazioni della attività economica del paese. Così la importazione del carbon fossile che era nel 1900 di 4 947 180 tonnellate salì nel 1907 a tonnellate 8 300 439, mentre nello stesso periodo di tempo furono fatte concessioni di derivazioni di acque pubbliche corrispondenti a 489 mila cavalli dinamici, e furono attuati impianti elettrici per la forza di cavalli dinamici 244 mila. Nello stesso periodo di tempo dal 1900 al 1907, il prodotto lordo di quelle ferrovie che erano nel 1900 esercitate da società private e ora sono esercitate dallo Stato, salì da 297 a 434 milioni con un aumento del prodotto annuo di 137 milioni.

Pure dal 1900 al 1908 i depositi delle casse di risparmio ordinarie salirono da 1507 a 2109 milioni con un aumento di milioni 602; i depositi in conto corrente e a risparmio delle società ordinarie di credito salirono da 305 a 735 milioni con un aumento di milioni 430; i depositi delle banche popolari salirono da 463 a 908 milioni con aumento di milioni 445; i depositi delle casse di risparmio postali da 682 milioni salirono a 1487 milioni con un aumento di milioni 805.
Dunque nel periodo decorso dal 1900 al 1908 i depositi agli istituti di credito, alle banche popolari e alle casse di risparmio ordinarie e postali salirono da 2957 a 5237 milioni con un aumento di milioni 2280. Nello stesso periodo di tempo le riserve metalliche dei tre nostri istituti di emissione salirono da 575 a 1450 milioni, dei quali 1177 in oro, con un aumento di milioni 875 sul totale delle riserve, e di 774 sulla riserva in oro.
Un altro importante indizio della cresciuta prosperità economica del paese era dato dal fatto che nell'esercizio 1900-01 il tesoro pagava all'estero, al netto da imposta, milioni 76 di interessi del debito pubblico, corrispondenti a un valore capitale in titoli di milioni 1900, mentre nell'esercizio 1907-08 i pagamenti all'estero per interessi del debito pubblico si ridussero a milioni 27 corrispondenti al valore capitale di 720 milioni. Cio dimostrava che in sette anni il risparmio nazionale aveva riscattato dall'estero tanti titoli del nostro debito pubblico per un valore di 1180 milioni.

Una cifra forse ancora più impressionante sarebbe stata quella che rappresentasse l'aumento nell'ammontare dei salari annualmente riscossi in Italia dalle classi lavoratrici. Una statistica dei salari non esisteva ma chiunque avesse considerato la grande differenza nella misura dei salari dal 1900 al 1908, differenza che in molte parti d'Italia, specialmente per i lavoratori della terra, costituiva un raddoppiamento, e avesse moltiplicato tale differenza per le giornate di lavoro e per il numero di lavoratori di tutte e industrie e dei coltivatori della terra, sarebbe giunto ad una cifra quale nessuno aveva previsto potersi raggiungere in così breve volgere di anni.

* * *

Un avvenimento di carattere e di grande importanza internazionale, che si compié nell'ottobre del 1907, fu la visita che l'Imperatore di Russia fece al nostro sovrano a Racconigi, e che fu la prima visita ufficiale di uno Czar nel Regno d'Italia.
Quando Vittorio Emanuele III, salì al trono, egli aveva iniziato il ciclo di visite ufficiali presso i Capi di Stato esteri, con un viaggio alla Corte dello Czar; avvenimento questo che aveva attratta molta attenzione nel campo internazionale, come un nuovo segno della tendenza già dimostrata dall'Italia di volere stringere cordiali relazioni con tutte le Potenze europee, pure mantenendo la sua ferma adesione alla Triplice Alleanza; tendenza che concorreva a riaffermare la volontà, già dimostrata in altri modi ed occasioni dall'Italia, d'imprimere sempre più a questa alleanza un carattere pacifico.

La Corte imperiale di Russia aveva assai gradita la visita del nostro Sovrano, e sino dal tempo del Ministero Zanardelli aveva manifestato il proposito di restituirla solennemente. Ma in quella prima occasione le agitazioni anti-czariste del partito socialista e la minaccia di cogliere l'occasione della venuta dello Czar per dimostrazioni ostili contro la politica interna del governo russo, avevano adombrata la polizia russa a tal punto, che la visita fu sospesa. Ricordo che quando io lasciai il Ministero Zanardelli, essendomi recato ad una udienza di commiato presso sua Maestà, questi mi disse scherzosamente: -- Ma sa che Lei ha la virtù di cambiare la testa alla gente? - E seguitò raccontandomi che l'ambasciatore russo a Roma, signor Nelidoff, che era conosciuto come un conservatore e reazionario, e che quindi aveva sempre disapprovata la mia politica liberale, aveva manifestato il timore che il mio allontanamento dal Ministero dell'interno creasse difficoltà per la venuta dello Czar.
Anche in questa nuova occasione, quando la probabile venuta dello Czar in Italia divenne di dominio pubblico, i socialisti si agitarono alquanto, e minacciarono dimostrazioni per protesta contro la politica di reazione con cui in Russia si erano schiacciate le agitazioni rivoluzionarie seguite alla disgraziata guerra col Giappone. Per tanto si convenne che la visita non avrebbe avuto un ostentato carattere pubblico e si scelse il castello di Racconigi, dove il Re soggiornava abitualmente nella stagione autunnale, come il luogo del ritrovo. A Racconigi Sua Maestà, oltre che me e il Ministro degli Esteri on. Tittoni, invitò pure il Nathan, allora Sindaco di Roma, perché portasse allo Czar l'omaggio della Capitale. II Nathan, che aveva fine senso politico, e comprendeva che la valutazione della importanza internazionale della visita doveva stare al di sopra di qualunque altra considerazione, accolse subito l'invito; e questo atteggiamento di un uomo rappresentativo delle tendenze democratiche valse assai a spegnere le velleità degli agitatori.

Si presero naturalmente eccezionali precauzioni per mettere assolutamente fuori di dubbio la sicurezza dello Czar e del suo seguito; alcune di queste misure, certamente le più efficaci, non apparivano; altre, ossia un grande sfoggio di truppe, rispondeva al costume vigente in Russia per tutti i viaggi e le visite dello Czar, a cui anche per cortesia noi dovevamo attenerci. E la visita infatti ebbe luogo senza che si producesse il benché minimo incidente; e ciò, oltre alle misure prese, era certo dovuto, anche in maggior parte, al buon senso ed alla cortesia innata del popolo italiano, che riconosceva l'importanza politica della visita, e sentiva altamente i doveri della ospitalità, come
sempre.

Lo Czar era accompagnato dal suo ministro degli Esteri, Isvolsky e fra lui e me e Tittoni si conclusero a Racconigi alcuni importanti negoziati di cui già parecchi mesi addietro si erano occupate le due Cancellerie. Per parte nostra ci assumemmo l'impegno di dare la nostra adesione e collaborazione ad ottenere l'apertura dei Dardanelli, e per lo meno a stabilirne la neutralizzazione. Noi ci impegnammo per questo rispetto, qualora aderissero anche le altre grandi Potenze; e la nostra adesione si fondava pure sulla considerazione che se l'apertura dei Dardanelli era soprattutto un grande interesse russo, non cessava per questo di essere anche interesse nostro. Per compenso la Russia s'impegnò, quando il caso si presentasse, di riconoscere i diritti preminenti dell'Italia su Tripoli.
Un altro argomento trattato a fondo, fu quello della comunità d'interessi nostri e della Russia in molteplici questioni del vicino Oriente. E furono stabiliti i seguenti punti:
1.° che l'Italia e la Russia si sarebbero adoperate, in primissima linea, a mantenere l'integrità dell'Impero Ottomano;
2.° che per qualunque eventualità che si producesse nei Balcani, le due Potenze avrebbero sostenuta l'applicazione e lo sviluppo del principio di nazionalità;
3.° che se l'Austria-Ungheria avesse proposto all'Italia o alla Russia la conclusione di un nuovo accordo speciale riferentesi alle questioni orientali, quella delle due Potenze che avesse ricevuto l'invito ad un tale accordo l'avrebbe accettato solo nel caso che fosse egualmente assicurata la partecipazione dell'altra.

Durante il mio soggiorno a Racconigi ebbi occasione di avvicinare lo Czar in lunghe conversazioni; ed ebbi di lui l'impressione di un uomo di indole molto buona e mite, ed anche di non comune intelligenza e cultura; fra l'altro egli si mostrava molto informato delle cose nostre e se ne interessava con sincerità evidente; ma ebbi pure l'impressione che egli non fosse dotato di una chiara volontà e di ferma energia. L'ambiente che lo circondava esercitava manifestamente una decisiva influenza su di lui; e per dare una idea che cosa fosse questo ambiente ricorderò un piccolo episodio personale. Quando lo Czar era in partenza, io mi trovavo, per andare alla stazione, nella stessa carrozza col Ministro della Casa Imperiale, Friedrish, il quale mi complimentò lungamente sul modo con cui era stato organizzato il servizio per la sicurezza dello Czar. Ed alla fine per farmi quasi un complimento supremo, egli uscì fuori in questa frase: - C'est dommage que vous ne soyez pas militaire!

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Un altro avvenimento di grande importanza, sia per le sue ripercussioni internazionali immediate, che per quelle che si dovevano poi manifestare nell'avvenire, fu la rivoluzione giovane-turca. Come é noto essa condusse il governo Austro-Ungarico all'annessione della Bosnia-Erzegovina; fatto questo che costituendo una gravissima violazione del Trattato di Berlino, e invelenendo la questione serbo-austriaca, e quella più vasta austro-russa, suscitò una gravissima commozione in Europa, tanto da fare per qualche momento temere lo scoppio della guerra. L'Europa allora evitò la guerra solamente subendo la volontà dell'Austria-Ungheria, appoggiata apertamente dalla Germania, ed accettando il fatto compiuto. Il Governo Imperiale di Vienna, nei negoziati che allora corsero anche con l'Italia, fece però una concessione che apparve poi di notevole importanza, rinunciando all'occupazione del Sangiaccato di Novi Bazar e ritirandone le sue guarnigioni; rinuncia e ritiro le cui conseguenze apparvero poi nella guerra balcanica, in quanto permisero la cooperazione degli eserciti bulgari e serbi contro la Turchia, senza che si generasse il pericolo di un intervento austro-ungarico, che avrebbe condotto alcuni anni prima alla guerra generale europea.

Nello scambio di vedute che intercorsero in quel tempo fra il nostro Ministro degli Esteri, on. Tittoni, e il Ministro degli esteri austriaco Aehrenthal, noi avevamo ottenuto la formale promessa della costituzione di una Università italiana a Trieste, per quella difesa della italianità triestina che anche nell'ambito dell'alleanza era stata sempre apertamente e giustificatamente nel nostro programma, in quanto non c'era ragione che il Governo austriaco facesse alla nazionalità italiana trattamento diverso dalle altre. Ma quando nel principio del 1909 si doveva venire all'attuazione, il progetto elaborato dal governo austriaco non apparve minimamente conforme ai nostri desideri ed alle assicurazioni date; - invece di una Università a Trieste si pensava di istituire una facoltà giuridica italiana nella Università di Vienna.
Il Tittoni, il quale fondandosi sulle assicurazioni date dallo Aehrenthal, e col suo consenso, aveva alla sua volta dato assicurazioni al Senato ed alla Camera dei Deputati, s'indignò per questo mancamento d'impegno, protestò energicamente a Vienna, chiedendo, a mezzo dell'ambasciatore nostro, Duca d'Avarna, che piuttosto non si facesse niente, e che intanto si sospendesse qualunque decisione, perché la creazione della facoltà giuridica a Vienna, obbligando gli studenti triestini a recarsi a vivere in un centro essenzialmente tedesco, pareva piuttosto diretta contro che a favore dell'italianità di Trieste. L'Aehrenthal rispose di non poterne far nulla, pure scusandosi privatamente, e dichiarando che questa soluzione della questione era voluta dall'Arciduca Ferdinando, il quale, partigiano del trialismo e dello slavismo, della italianità era stato sempre e particolarmente nemico.
Allora il Tittoni mi scrisse proponendomi di rassegnare quale Ministro degli Esteri, le sue dimissioni per protesta contro la sleale condotta austriaca. Benché io partecipassi ai suoi giusti sentimenti, non potei approvare una tale decisione. Mi trovavo a Cavour, e fra me e Tittoni avvenne in proposito uno scambio di telegrammi. Il Tittoni insisteva nella idea di presentare le dimissioni, sia per dare una soddisfazione all'opinione pubblica italiana, che attraverso i giornali cominciava ad agitarsi, sia per un monito all'Austria ed alla Germania della difficoltà che l'Italia avrebbe a mantenersi nella alleanza, quando fosse esposta a tale trattamento da parte di uno degli alleati.
Io gli risposi che, per quanto considerassi da ogni lato la questione non riuscivo a persuadermi che le sue dimissioni potessero recare giovamento sia all'estero che all'interno; e che d'altra parte non pensavo che la questione potesse produrre vera e profonda agitazione nel paese; pochissimi essendo stati quelli che avevano veramente creduto alla istituzione di una Università italiana a Trieste; io, fra gli altri, dovevo confessare di non averci creduto. Ora, rilevare la mancata istituzione come un'offesa così grave da provocare le dimissioni del Ministro degli Esteri, e poi continuare nella stessa politica di adesione alla Triplice Alleanza, non mi pareva decoroso, e forse non sarebbe stato nemmeno possibile. Le dimissioni, come dimostrazione di ira impotente non avrebbero poi certamente giovato al nostro prestigio; mentre all'interno esse dimostrerebbero che anche il Governo considerava l'atto dell'Austria come offesa all'Italia, e provocherebbero gravi manifestazioni.

Aggiungevo che, poiché egli stesso riconosceva l'impossibilità di mutare allora la nostra politica estera, era evidente come non convenisse rilevare in modo così solenne l'accaduto, tanto più che la prossimità delle elezioni avrebbe potuto complicare maggiormente la situazione, con conseguenze gravi, non paragonabili alla piccola pacificazione degli animi che le dimissioni potrebbero momentaneamente produrre. E concludendo osservavo di non ammettere assolutamente che il contegno di un ministro austriaco potesse produrre una crisi di governo in Italia. Ciò avrebbe potuto essere solo nel caso in cui l'Italia volesse mutare radicalmente politica, denunciando senz'altro la Triplice Alleanza; nel qual caso però io per primo avrei date le dimissioni, non intendendo di assumermi la responsabilità di esporre in quel momento il paese ad una guerra.

Esclusa la eventualità di un mutamento decisivo e sostanziale nella nostra politica estera, le dimissioni motivate con un tale episodio produrrebbero all'estero una pessima impressione, mettendoci, per le nostre relazioni con l'Austria, al livello della Serbia. E l'Italia non aveva che due vie: o non rilevare la mancanza di riguardo dell'Austria, o andare alle ultime conseguenze. La responsabilità di questa seconda soluzione io non l'avrei assunta, sia perché una guerra, qualunque ne fosse stato l'esito militare, sarebbe riuscita allora per l'Italia un disastro, sia perché ci saremmo trovati affatto isolati.

Le mie ragioni finirono per persuadere il Tittoni, e le dimissioni non furono presentate. La condotta dell'Austria e le sue mancate promesse produssero grande irritazione a Trieste, e raggiunsero l'effetto opposto a quello che il Governo di Vienna si proponeneva, provocando una ripresa dell'agitazione nazionale. E siccome in quel tempo vi erano a Trieste le elezioni municipali, nelle quali il governo austriaco sosteneva apertamente l'elemento slavo, io, a mezzo di Ernesto Nathan, aiutai con fondi gli italiani nella lotta, che risultò in una loro grande vittoria.

Un ultimo fatto di carattere internazionale, pure concernente i Balcani, che fu compiuto durante quel mio Ministero, fu l'accordo con gruppi francesi, russi e serbi per una ferrovia Adriatico-Mar Nero, che veniva a contrapporsi a quella di iniziativa austrotedesca per Salonicco.
Sino dalla metà del mese di marzo 1908, in seguito a concerti intervenuti col Governo serbo, il quale già aveva avviati opportuni negoziati, la Compagnia Ottomana della ferrovia che congiunge Salonicco a Costantinopoli, appoggiata dalla Banca Imperiale Ottomana di cui era una filiazione, aveva presentato al Ministro dei lavori Pubblici dell'Impero Ottomano, domanda di concessione per una linea di strada ferrata Danubio-Adriatico.
Tale domanda faceva appunto seguito alla concessione accordata dalla Sublime Porta a un gruppo di altri cospicui interessi collegati a un tronco di strada ferrata inteso a congiungere Uvacz con Mitrovitza, e quindi a rendere più brevi e più rapide le comunicazioni della Monarchia austriaca e dell'Impero germanico col Mare Egeo, guardando a Suez e all'Oriente.
Data 'l'importanza economica e politica di un'altra linea destinata invece a congiungere ferroviariamente il Danubio con l'Adriatico, attraverso la Serbia, il Vilajet di Kossovo e l'Albania, partendo da Turn-Severin e mettendo capo su quel mare di fronte a Bari, noi vedemmo la necessità che l'Italia non rimanesse estranea all'impresa per la quale il gruppo francese della Banca Imperiale Ottomana aveva già chiesta la concessione, e che anzi l'Italia vi prendesse parte efficacemente, ed operammo con ogni energia in tal senso.

Stabilito tale criterio l'on. Tittoni invitò il Direttore della Banca d'Italia a considerare sollecitamente. nell'interesse del paese, la possibilità di raccogliere fra noi i capitali occorrenti a una partecipazione notevole nella accennata impresa, e la convenienza di avviare, frattanto, trattative - appoggiate diplomaticamente - per giungere a un sollecito accordo col gruppo francese della Banca Imperiale Ottomana, allo scopo di assicurare all'Italia la partecipazione medesima.
L'intervento della Banca d'Italia essendo stato gradito dal Governo francese e dalla detta Banca Imperiale Ottomana, furono spinti alacremente a Parigi i negoziati, i quali condussero poi non solamente ad un'intesa fra i due Istituti, ma ad un atto di carattere internazionale, colla data del 5 giugno, al quale parteciparono, oltre i francesi, i rappresentanti di un gruppo serbo e di un gruppo russo, per la costituzione di un'impresa di nazionalità ottomana, avente per scopo: la costruzione e l'esercizio di una strada ferrata dal confine serbo occidentale a San Giovanni di Medua sull'Adriatico o in un punto più a nord su territorio ottomano; e la costruzione e l'esercizio di un porto alla testa della linea ferroviaria sull'Adriatico.

Per le intelligenze passate a Roma e a Parigi, il gruppo italiano si doveva formare e costituire sotto gli auspici della Banca d'Italia, che ne doveva prendere la direzione e rappresentarlo con gli opportuni poteri, allo scopo di dare una impronta di nazionalità al gruppo medesimo e di conservarne l'unità di indirizzo e d'azione.
Secondo gli accordi sottoscritti a Parigi il giorno 5 giugno 1908, l'impresa complessiva doveva essere distinta in due rami, con due Società diversamente composte, sebbene formate coi medesimi elementi: l'una per la strada ferrata e l'altra per il porto, avvertendo che, secondo i tecnici della Banca Imperiale Ottomana, la somma complessiva di costruzione non dovrebbe presumibilmente eccedere i sessanta milioni, ma che, col porto, si sarebbe potuta calcolare in una cifra non superiore a 65 milioni.
Per quanto concerne la strada ferrata, le partecipazioni furono così fissate: gruppo francese 45 per cento; italiano 35 per cento; russo 15 per cento; serbo 5 per cento.
Il Consiglio d'Amministrazione della Società ferroviaria si doveva comporre di dodici membri, dei quali, cinque in rappresentanza del gruppo francese, quattro dell'italiano, due del russo ed uno del gruppo serbo.
Per quanto concerne il porto, non si era fissata la distribuzione delle parti, ma si era già formalmente stabilito che l'Italia doveva avere non meno del 50 per cento così nella partecipazione al capitale come nella composizione del Consiglio d'Amministrazione. La Banca d'Italia, con accordo riservato, si era poi assicurata che la parte italiana arrivasse al 55%.
Con atto riservato, fra la Banca Imperiale Ottomana e la Banca d'Italia si era poi convenuto che il presidente della Società ferroviaria fosse un francese e presidente della Società del porto un italiano, e che i vice presidenti fossero reciprocamente, italiano e francese.

La costruzione della linea di strada ferrata rimaneva assegnata al gruppo francese, il quale si era obbligato di far aequa parte nella costruzione medesima al solo gruppo italiano ; la costruzione del porto era riservata al gruppo italiano che, per reciprocità, doveva fare aequa parte al gruppo francese.
La Società Ottomana Jonction Salonique-Constantinople, che aveva già chiesta la concessione della nuova linea di strada ferrata, si assumeva di chiedere anche la concessione del porto da costruire sul mare Adriatico, ed essa continuava i negoziati presso il Governo ottomano, sotto gli auspici della Banca Imperiale Ottomana, e con l'appoggio dei gruppi che col protocollo del 5 giugno 1908 si erano assunti l'impresa, vale a dire, con l'ausilio dell'azione diplomatica dei quattro Governi. La Banca Imperiale Ottomana si era pure impegnata a consultare i gruppi associati su tutte le questioni importanti riguardanti sia la strada ferrata, sia il porto, in relazione ai negoziati a Costantinopoli, sino alla determinazione delle condizioni essenziali della concessione e al suo conseguimento.

Prima fra le accennate condizioni essenziali, senza della quale non si sarebbe costituita la Società Danubio-Adriatico e non avrebbe avuto seguito l'impresa, era quella della garanzia dei capitali che dovevano essere impegnati nell'impresa stessa. L'ammontare, la natura e la formula delle necessarie guarentigie dovevano essere determinate d'accordo con la Banca Imperiale Ottomana. A tale riguardo, nei convegni di Parigi, furono scambiate talune idee circa il fondamento finanziario di siffatte guarentigie sulla base di informazioni attinte dagli uomini competenti della Banca Imperiale Ottomana; ma era evidente che il conseguimento di una garanzia valida e ferma, quale era necessaria per affrontare le spese delle costruzioni e dell'esercizio delle due imprese, dipendeva, oltre che dal buon volere della Turchia, dal consenso delle grandi Potenze.
I dirigenti della Banca Imperiale Ottomana si erano impegnati a fare in modo che il delegato italiano nel Consiglio del debito pubblico ottomano fosse tenuto al corrente di tutte le questioni importanti relative ai negoziati che fossero condotti a Costantinopoli per assicurare il buon successo della concessione. Così il nostro gruppo era in condizione di seguire i negoziati e misurarne le conseguenze.
Secondo le idee scambiate a Parigi il capitale occorrente alla costruzione della strada ferrata e del porto doveva essere raccolto mediante la emissione di azioni e di obbligazioni, serbando la proporzione di un quarto, o anche meno, per le azioni e il resto per le obbligazioni opportunamente garantite.
Le azioni dovevano essere sindacate per un periodo di cinque anni, salvo il rinnovo della sindacazione, se le parti contraenti lo ritenevano necessario. Il Governo italiano, per suo conto, riteneva conveniente che non si limitasse a cinque anni l'impegno per le azioni del gruppo italiano, essendosi dichiarato disposto ad agevolare il gruppo assuntore degli impegni con opportuni accordi da stabilirsi fra il gruppo medesimo e gli Istituti di emissione, segnatamente per quanto concerneva operazioni di anticipazione sulle obbligazioni da emettersi, le quali avrebbero potuto eventualmente essere considerate come titoli di Stato forestieri.

* * *

Nel principio del 1909 il governo dovette prendere in esame la questione delle elezioni politiche, che dovevano essere tenute entro l'anno, perché la Camera aveva avuto lunga vita e col 13 dicembre di quell'anno scadeva il suo termine normale. Si trattava di considerare quale fosse, nei mesi che ancora ci separavano da quella scadenza, l'epoca più opportuna per convocare i comizi elettorali. Due considerazioni s'imponevano immediatamente: la prima era che la lotta elettorale, nell'approssimarsi di quel termine, era già cominciata di per se stessa in parecchie province, e che tale lotta, protraendosi troppo a lungo avrebbe recato danno alla vita normale del paese; la seconda era che lo stato attuale dei lavori parlamentari non lasciava sperare che si potesse ultimare la discussione dei bilanci nei due rami del Parlamento prima delle ferie pasquali, con la conseguenza che lo scioglimento della Camera dei Deputati dopo tale periodo avrebbe condotto di necessità all'esercizio provvisorio dei bilanci; ciò che io ritengo si debba cercare sempre di evitare. Se invece si convocavano i comizi elettorali entro il mese di marzo, si poteva avere la regolare costituzione della Camera prima delle ferie pasquali, con tempo sufficiente nei mesi seguenti per un'ampia discussione dei bilanci, che avrebbe acquistata maggiore importanza, perchè fatta da una Camera appena eletta dai suffragi del paese, e che si doveva ritenere ne rispecchiasse più direttamente la volontà e le inclinazioni.

Per queste considerazioni il Ministero propose lo scioglimento della Camera dei Deputati, e la convocazione dei Comizi elettorali per il 7 e per il 14 marzo.
La legislatura che così si chiudeva aveva corrisposto pienamente al programma con cui era stata convocata, ed in quasi tutte le parti della nostra legislazione aveva condotto a termine riforme di importanza notevolissima.
In esecuzione del programma esposto dal Governo prima delle ultime elezioni generali, si era avocato allo Stato l'esercizio delle principali reti delle strade ferrate, comprendenti tredicimila duecento chilometri che erano esercitati da Società private, rendendo lo Stato proprietario di tutte quelle reti mediante il riscatto delle Ferrovie meridionali, e votando poi con due leggi successive una spesa di 910 milioni per dare assetto regolare alle ferrovie delle quali lo Stato aveva assunto l'esercizio.
Del migliore assetto derivante da quei provvedimenti si erano quasi subito veduti i benefici effetti, essendosi riusciti a far fronte ad un aumento di traffico che superò tutte le previsioni.
Nel campo finanziario oltre la conversione della rendita, altri importanti provvedimenti furono: la riduzione a metà della tassa sul petrolio e una ulteriore riduzione della stessa tassa già assicurata a breve scadenza per effetto del trattato di commercio con la Russia; la riduzione della tariffa postale; l'avocazione allo Stato di molte spese che gravavano, le province ed i comuni; il riscatto delle linee telefoniche prima esercitate dalla industria privata; le leggi sugli Istituti di emissione con la riduzione delle tasse di bollo sulle cambiali e della tassa sulle anticipazioni.

Le opere pubbliche, le quali così potentemente aiutano lo sviluppo della ricchezza pubblica ebbero un grande impulso: con la legge 12 luglio 1906 che ordinò la costruzione delle ferrovie complementari della Sicilia; con le leggi che ordinarono la costruzione di ferrovie e di molte altre opere pubbliche nella Basilicata e nella Calabria; con la legge 14 luglio 1907 per nuove opere portuali, che fu la più completa legge votata dal Parlamento italiano in tale argomento; con la legge 12 luglio 1908 che ordinò la costruzione di nuove ferrovie per la spesa prevista di 600 milioni.

Le riforme organiche nei pubblici servizi avevano avuta pure larga parte nell'opera legislativa: basti ricordare le modificazioni all'ordinamento giudiziario; la legge sulle guarentigie e sulla disciplina della magistratura; quella che riordinò le cancellerie e segreterie giudiziarie; il riordinamento della giustizia amministrativa; la legge sullo stato giuridico degli impiegati civili; la legge per l'incremento dell'insegnamento elementare; il disegno di legge sui professori universitari presentato alla Camera; la legge che riordinò i servizi delle belle arti; il disegno di legge sulla tutela del patrimonio artistico; le numerose leggi che provvidero al riordinamento dei vari servizi della marina militare, in parte precedendo in parte assecondando le proposte della Commissione parlamentare d'inchiesta; la nuova legge sul reclutamento dell'esercito, e quella che stanziò i fondi per spese straordinarie militari per la difesa dello Stato.

Per quanto riguarda l'ordinamento dell'esercito era stata, con legge proposta dal Governo, ordinata una inchiesta la quale, affidata ad autorevolissima Commissione, aveva già compiuto un primo periodo di lavori e fatte delle proposte che in parte erano state già approvate per legge e in altra parte dovevano dare luogo a nuove proposte legislative.
Più intensa ancora era stata l'opera di questa legislatura nel campo delle riforme sociali. Con importanti leggi organiche si era assicurato a tutti i lavoratori il riposo domenicale; si era provvisto a rendere più sicura e feconda la cassa per la vecchiaia e l'invalidità degli operai; si era abolito il lavoro notturno nella fabbricazione del pane; si erano migliorate le leggi sul lavoro delle donne e dei fanciulli; si erano concesse con due leggi successive grandi facilitazioni e sussidi per la costruzione delle case popolari; si era provveduto a rendere più pronta e più facile la riabilitazione dei condannati che ne fossero degni; si era facilitata la concessione di mutui di favore della Cassa depositi e prestiti ai Comuni per acquedotti ed altre opere igieniche; si era presentato un disegno di legge per risolvere la gravissima questione dell'infanzia abbandonata.

Infine nel corso di quella legislatura si era votata tutta una serie di leggi dirette a provvedere a speciali necessità di alcune parti del Regno. Meritano particolare ricordo la legge 15 luglio 1906 di provvedimenti per le provincie meridionali, la Sicilia e la Sardegna; la legge per la Calabria del 25 giugno 1906; la legge 9 luglio 1908 per la Basilicata e la Calabria; la legge per Roma dell' 11 luglio 1907; la legge portante l'esenzione da imposta delle case dei contadini nelle provincie meridionali, in Sicilia e in Sardegna; i provvedimenti per l'industria zolfifera per il commercio degli agrumi e loro derivati; la legge per i danneggiati dalle eruzioni del Vesuvio; e finalmente quella votata con mirabile e unanime slancio di fratellanza dalla Camera e dal Senato per i primi provvedimenti a favore dei danneggiati dal terremoto del 28 dicembre 1908.

Il complesso di quei provvedimenti, rispondeva ad una politica di pace, di libertà, di lavoro, di giustizia sociale, che io ritenevo dovesse continuare con sempre crescente fermezza ed energia, se si voleva che il nostro paese si avvicinasse rapidamente a quell'alta méta che fu ed é l'ideale di quanti amano l'Italia. Che questo ideale si potesse raggiungere perseverando nella via seguita lo dimostrava in modo evidente il grande progresso compiuto dall'Italia in quegli ultimi anni.
ll programma col quale il governo convocava ora i comizi elettorali perché giudicassero l'opera sua, e ad un tempo indicassero le vie da seguirsi nell'avvenire, era, ed altro non poteva essere, che la continuazione del programma già esplicato.
Nel mio pensiero si doveva continuare nell'opera di costruzione economica, collegata a giustizia sociale, che già tanti frutti aveva dati, e per la quale soltanto l'Italia poteva sperare di compiere tutto il ciclo di progresso materiale e morale, a cui era destinata per le mirabili qualità del suo popolo, intelligente e laborioso. Quindi nella relazione con cui avevo proposto al Re la convocazione dei Comizi elettorali, io richiamavo fra l'altro e particolarmente l'attenzione alla necessità di intensificare in tutte le classi sociali l'istruzione tecnica, dalla quale dipende in gran parte il progresso delle industrie e della cultura artistica applicata alle industrie, nella quale l'Italia, con le sue tradizioni e con le squisite attitudini dei suoi lavoratori, avrebbe dovuto conquistarsi un vero primato.

Un altro punto su cui richiamavo l'attenzione era il problema della sapiente utilizzazione delle forze idrauliche, di cui il nostro paese é così riccamente dotato, quasi a compenso della sua povertà di carbone. A tale proposito io avevo già presentato al Senato un disegno di legge, che avrebbe dovuto essere discusso dalla nuova legislatura, ricollegando anche alla soluzione di quel problema quello del rimboschimento dei nostri monti e della sistemazione idraulica dei nostri fiumi. L'Italia ormai, superate le lotte per le pubbliche libertà, e superate pure le difficoltà finanziarie che per lungo tempo ne avevano inceppato lo sviluppo, si avviava rapidamente a raggiungere il livello di civiltà di paesi più ricchi e fortunati, cancellando le ultime tracce di quella inferiorità di cui aveva sofferto non per deficienze intrinseche del suo popolo, ma per eredità di avvenimenti sfortunati. Il rapido progresso compiuto negli ultimi anni dimostrava che eravamo sulla buona via e che sarebbe stato errore gravissimo l'abbandonarla per mettersi in una politica di avventure e di precipitate riforme nella parte vitale dei nostri ordinamenti. E che tale fosse il pensiero ed il sentimento profondo del nostro popolo, lo mostrarono nuovamente i risultati di quelle elezioni, riconfermando la fiducia nel programma da parecchi anni già esplicato.

La nuova legislatura dovette subito affrontare un problema di grande importanza, e cioé quello dei servizi marittimi, che erano esercitati in modo da non corrispondere più agli aumentati bisogni ed alla capacità di espansione del paese; nello stesso modo che non aveva più corrisposto a questi bisogni, nei trasporti di terra, il regime ferroviario delle società concessionarie. Questi servizi erano allora in buona parte esercitati dalla Navigazione Generale, la quale preferendo di mantenere la navigazione libera, rifiutò di intervenire ad accordi per il nuovo progetto di convenzioni marittime e di assumere i servizi. Il rifiuto della Navigazione Generale, che aveva un quasi monopolio dei mezzi e delle competenze, ci creò gravi difficoltà, ed io pensai di rispondere a questa specie di boicottaggio organizzando un'altra società abbastanza potente, che potesse dare un impulso molto energico alla nostra marina mercantile. Per raggiungere tale scopo era necessario mettere alla testa di questo servizio una persona di competenza eccezionale e che godesse inoltre di largo credito. Da prima io rivolsi la mia attenzione alla Società Adriatica, che aveva appunto cessato dall'esercizio delle ferrovie, e che aveva molto capitale e godeva di molto credito nel mondo finanziario, per persuaderla a trasformarsi in una grande società di trasporti marittimi; ma il suo direttore, il Borgnini, che era uomo di molto valore, non si sentì, essendo avanzato negli anni, di mettersi in una impresa per lui affatto nuova; e così questo proposito venne a mancare.

Allora il Governo si rivolse al Senatore Piaggio, conosciuto come una delle persone più competenti in materia marinara, e che godeva pure di largo credito finanziario. Il Piaggio accettò la proposta, e dopo lunghe discussioni col Ministro competente, onorevole Schanzer, si addivenne alla conclusione di una convenzione che fu subito presentata alla Camera per l'approvazione. Il progetto, che pure dopo il suo abbandono fu riconosciuto dai competenti come tecnicamente ottimo, e il più completo e il più utile al commercio marittimo fra quanti se ne erano escogitati e prima e dopo, provocò una violentissima opposizione che ebbe pure una forte ripercussione nel Parlamento. Questa opposizione tentò di sollevare contro il progetto la deputazione meridionale e soprattutto siciliana, avanzando l'argomento che esso non tenesse abbastanza conto degli interessi dei porti meridionali, mentre in realtà esso provvedeva pure alla costituzione di una sede a Palermo. E siccome si muoveva al Governo l'accusa di avere fatte troppe larghe condizioni alla società concessionaria, il Senatore Piaggio, con lettera a me diretta, dichiarò di rinunciare al contratto già concluso, consentendo che si addivenisse ad un'asta pubblica. Tale offerta, che metteva fuori dubbio l'assoluta correttezza delle parti impegnate, fu accettata, e si stabilì di fare le aste, rimandando all'autunno la ripresa della discussione.

Io però ormai mi ero persuaso che l'opposizione al progetto era talmente forte, che difficilmente si sarebbe riusciti ad una conclusione. E non trovando ragionevole che la condotta del governo dovesse essere giudicata in un problema di carattere essenzialmente tecnico e nella quale l'opposizione nasceva da interessi speciali, pensai di spostare la questione su un campo essenzialmente politico. E così, alla riapertura della Camera, seguendo un mio indirizzo ripetutamente affermato, presentai un disegno di legge, il quale per una parte, in rispondenza allo spirito del programma con cui il Governo si era presentato alle elezioni, diminuiva l'imposta sullo zucchero allo scopo di aumentare il consumo di un alimento di carattere popolare e di giovare nello stesso tempo alle finanze; per l'altra conteneva un progetto d'imposta progressiva globale sui redditi di ricchezza mobile, terreni e fabbricati. Il progetto sollevò l'opposizione di tutto il conservatorismo italiano, il quale, se nel campo politico aveva ormai battuto in definitiva ritirata, difendeva ancora energicamente le sue posizioni economiche. La discussione agli Uffici si dimostrò subito poco favorevole, e la Commissione che ne fu eletta risultò in grande maggioranza ostile. Allora - era il dicembre del 1909 - il Governo da me presieduto rassegnò le sue dimissioni.

Siccome l'opposizione si era manifestata alla Camera in senso conservatore, fu indicato per la formazione del nuovo Ministero l'on. Sonnino, il quale assunse il Governo l'11 dicembre, prendendo con se agli Esteri il Guicciardini; alla Grazia a Giustizia il Senatore Scialoja; al Tesoro l'on. Salandra; alla Istruzione il Daneo; ai Lavori Pubblici il Rubini e l'on. Luzzatti all'Agricoltura. Il Ministero così formato, per gli uomini che vi partecipavano, rispondeva alla crisi da cui era originato; era insomma il Ministero più conservatore che si potesse mettere assieme nel Parlamento italiano, pure considerando che le tendenze conservatrici dei suoi componenti avevano subìto negli ultimi anni profonda modificazioni, attenuandosi, sopra tutto dal punto di vista politico a per le direttive generali, assai notevolmente.
Il Ministero Sonnino dovette subito affrontare esso pure il problema delle Convenzioni marittima; e proposa una Convenzione in forma assai ridotta, allo scopo evidente di evitare molta dalle opposizioni che il progetto da me presentato aveva suscitate. Ma tale scopo non fu raggiunto che in part; l'opposizione, quantunque in alcuni punti attenuata, si manifestò tuttavia anche questa volta assai forte. Io arrivai a Roma prima che fosse iniziata la discussione parlamentare; ed esaminando la situazione mi persuasi che la persistenti opposizioni si sarebbero potute vincere con alcuna modificazioni. Pertanto, a mezzo del Bertolini, pregai il Sonnino di rinviare la discussione dopo Pasqua, per guadagnare tempo ed escogitare i modi par disarmare almeno parte dagli oppositori. Il Sonnino non accettò questo consiglio, credendo necessario di affrontare la discussione immediatamente; ma l'opposizione si manifestò subito così vivace ed energica cha egli non insisté nemmeno per la votazione, ed il 31 marzo presentò le dimissioni.

Così per la seconda volta l'on. Sonnino aveva presa la direzione del Governo, senza riuscire a superare le prime difficoltà cha si parano avanti inesorabilmente a chiunque si assuma questa suprema responsabilità della vita politica; e questo nonostante il grande rispetto e la stima di cui godeva nel mondo politico e parlamentare per le qualità del suo carattere, del suo ingegno e della sua cultura, a per la sua lunga preparazione. Questo suo insuccesso, cha non fu mai scompagnato dalla più rispettabile dignità, può servire a dimostrare quanto varie e complesse siano le qualità che si richiedono per l'esercizio del governo, e come la mancanza di una sola possa infirmare tutte le altre. L'on. Sonnino, datosi tutto sino dalla gioventù alla vita politica, ed entrato ancora giovanissimo nel Parlamento, e dotato pure di grande volontà e serissima capacità di lavoro, si era fatta una preparazione di dottrina e di cultura nei diversi rami dalla amministrazione dello Stato, quale non hanno neppure lontanamente avuta altri più fortunati di lui. Ma se egli conosceva i problemi, non ha mai conosciuto in modo sufficiente gli uomini, la cui cooperazione, volontaria o renitente, diretta o indiretta, alla soluzione di questi problemi é indispensabile nei regimi democratici e rappresentativi. Sempre un po' isolato ed appartato anche in mezzo ai suoi amici, si é tanto più trovato a disagio nelle assemblee, che vogliono essere dominate, ma a mezzo di una sagace persuasione che tenga conto di tutti i loro umori, e che sappia volgerli ai propri fini. E gli é mancato pure il sentimento che i problemi politici, pure rimanendo sempre gli stessi nel loro nocciolo, sono essenzialmente mutevoli nei loro rapporti con le condizioni e le circostanze fra le quali vengono affrontati. Ad ogni modo le sue migliori qualità egli le spiegò quando ebbe dei compiti di carattere strettamente tecnico e nei quali la sostanza prevale necessariamente sulla forma, specie come ministro del Tesoro; nel quale còmpito, in un momento difficile delle nostre finanze, quella sua stessa rigidezza e inflessibilità che in altre materie e circostanze poteva apparire irragionevole, servì a proteggere il bilancio dello Stato.

FINE DEL NONO CAPITOLO

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