CINQUANTADUESIMO CAPITOLO

CAPITOLO CINQUANTADUESIMO

DA CAPRERA A BEZZECCA
Corrispondenza del Re con Mazzlni per compiere l' unità della patria. - Divergenze circa i mezzi per liberare il Veneto. - Garibaldi è indotto a capitanare una spedizione in Ungheria. - Disapprovazione generale e protesta dei patrioti. - Garibaldi abbandona il progetto. - Segrete trattative del Re con Napoleone III svelate da Mazzini. - Alleanza dell' Italia con la Prussia. - Lamarmora rifiuta la Venezia a patto della neutralità. - Decretata la guerra all'Austria, Garibaldi accetta il comando dei volontari nel Tirolo. - Ritardo nell'arrivo dei suoi reggimenti. - Prime mosse. - Primo fatto d' arme al Caffaro e a Storo. - Ordine di salvare Brescia. - Rocca d' Anfo. - Garibaldi ferito a Monte Suello. - Cimego. - Presa del forte d'Ampola. - Bezzecca. - Amaro esodo dal Tirolo.

La spedizione contro la Danimarca permise la ricostituzione della gran patria di Arminio, riconquistando alla Germania lo Schleswig e l'Holstein. Il tedesco è popolo rimuginante. Esso elaborò il concetto della "gran" Germania durante sessant'anni, iniziando dal giorno dopo la sconfitta di Jena, quando Napoleone I s'impadronì della spada di Federico il grande.
Il filosofo Fichte suggerisce la landwehr al vinto di Jena; il filosofo Hegel converte tutti i raggi luminosi delle sue Lezioni di filosofia della storia sulla costituzione prussiana. In cinquant'anni di pace e di silenzio gli Hohenzollern agguerrirono la Prussia, e ordinarono il più formidabile esercito d'Europa, e il primo Stato Maggiore del mondo.
Ignoratissimi entrambi, salvo qualche raro occhio esercitato, e perfino disprezzati a causa delle vittorie. Tuttavia nella spedizione danese la Prussia non adoperò gli schioppi ad ago per non mettersi in cattiva luce con l'Austria.
ALBERTO MARIO. Vita di Garibaldi.

Garibaldi tornato a Caprera si tenne per qualche tempo in grande riserva con tutti. Non si dava però pace per il fiasco fatto, per l'inutile viaggio, che fruttò a lui così sterili onori e nulla alla causa della libertà, sia della Italia sia della Polonia.

Per più di un anno fra il Re e Mazzini ci fu frequente corrispondenza per lettere e per mezzo di agenti alfine di poter trovare un terreno comune per condurre a compimento il comune desiderio. Vittorio Emanuele risoluto a non lasciarsi prendere le redini da chicchessia, memore sempre dell'ultimatum del partito d'azione - "Con voi, senza di voi, o contro di voi" - si decise per il primo, scartando gli ultimi due termini del dilemma. E sempre più desideroso di distrarre l'attenzione degli italiani da Roma per non inimicarsi Napoleone né a voler rompere col Papa, senza consultare, o mettere parte dei suoi disegni i ministri, o membri della corte, sapendo che anche Mazzini propendeva per la guerra all'Austria prima di quella alla Francia per conquistare Roma, fece ogni sforzo per concretare con lui una insurrezione nei paesi all'Austria limitrofi.

Non riuscirono ad intendersi, perché Mazzini metteva come il sine qua non l'iniziativa della Venezia o almeno la simultaneità del moto, mentre il Re voleva cominciare con l'aiutare i moti insurrezionali nell'Ungheria e nei Principati, e neppure ammetteva che si potesse toccare il Veneto, se non quando l'Austria si sarebbe trovata in così forte imbarazzo altrove da non poter difendere le sue province italiane con probabilità di riuscita.

Non cedendo nè l'uno né l'altro, le trattative cessarono, ma Mazzini continuava attivamente per mezzo di Bezzi e altri Trentini e Veneti il suo lavoro, organizzando comitati, e raccogliendo denaro e introducendo armi.
E sapendo che Garibaldi, interrogato da un emissario del Re in Inghilterra se, lasciando a Klapka e a Turr la cura di promuovere l'insurrezione in Ungheria, lui avrebbe capitanato un moto in Gallizia, il generale aveva risposto evasivamente, essendosi già impegnato con il comitato Polacco di aiutare un progetto insurrezionale, Mazzini sperava avere Garibaldi dalla parte sua. Perciò gli scrisse a Caprera, appena reduce dall'Inghilterra.

Ma, scrive Mazzini a Bezzi (Lettere inedite di Mazzini ad Egisto Bezzi):

Garibaldi é sconfortato, dice che l'Italia non lo seguì ad Aspromonte, che lui non ha fede che si voglia fare davvero alle Alpi o nel Veneto, che se lui venisse prima del moto e il moto abortisse sul nascere, tutti riverserebbero la colpa addosso a lui, e lui non vuole la responsabilità di un terzo fiasco. In conseguenza non ha fatto che comunicarmi in data del 14 maggio le seguenti cose:
"Credo un movimento nel Trentino, nel Veneto e quindi nell'Ungheria il modo più efficace per aiutare i Polacchi. Io non posso passare per ora sul continente. Quando ci sarà qualche cosa seriamente iniziata, allora griderò a tutta possa e mi farò portare dove io possa essere di qualche utilità".
Vedete ora voi. Per me é chiaro: il giorno in cui potremo dire a lui "nella settimana ventura facciamo", egli scenderà subito in terra o si terrà pronto a scendere, appena il telegrafo gli recherà notizia del fatto. Io insisterò nuovamente e sempre anche per i laghi in Svizzera, ma se anche non riuscissimo a farlo scendere prima, siamo certi del dopo immediato."

Aveva indovinato. Approfittando del yacht che il Duca di Sutherland, ritornato dalla sua gita in Oriente, mise a sua disposizione, Garibaldi il 19 giugno scendeva improvvisamente ad Ischia senza lasciare trapelare a chicchessia il perché della sua affrettata risoluzione. Presto però si seppe che l'inviato del Re a Londra, il Porcelli, nelle varie visite fattegli a Caprera, l' aveva indotto ad accettare il comando di una spedizione nei Principati d'accordo col Re d'Italia, il principe Cuza, il colonnello Frigery già a Bucarest, pronto ad irrompere in Ungheria alla testa di esuli ungheresi e polacchi.

Il fatto era che fino dal 1863 gli Ungheresi si erano già accostati al Re, per indurlo ad appoggiare un loro tentativo di rivolta contro l'Austria in Ungheria. II Re li ascoltò, e li consigliò a scegliersi un capo col quale diceva ci sarebbe stato modo d'intendersi: questo capo era il Generale Klapka.
Dopo due mesi di trattative, Klapka fece sapere a Garibaldi, che il Re avrebbe assecondato con mezzi materiali un tentativo in Ungheria; ma che questo non avrebbe potuto eseguirsi
qualora il generale Garibaldi non ne assumesse la direzione: Garibaldi si dichiarò pronto; ciò avveniva nel maggio del 1864. In quello stesso mese erano stati noleggiati a Genova, si disse, dalla Società del Credito Mobiliare, due bastimenti a vela e caricati di armi e munizioni.
In giugno il generale Klapka rendeva conto in riunioni private di italiani a Torino, della probabilità di un'impresa di guerra contro l'Austria, e si dichiarava rappresentante del generale Garibaldi; queste cose si raccontavano a Torino per i Caffè, in tutti i ritrovi e anche per le strade e inquietavano i migliori, i quali temevano un tranello - ma le chiacchiere continuarono per tutto il mese di giugno.

Ai primi di luglio, Adriano Lemmi riceveva dal generale Garibaldi questo ordine: "Mandatemi subito a Ischia i nostri migliori amici militari". Pochi giorni dopo in casa di Lemmi si raccoglievano molti patrioti, fra i quali: Cairoli Benedetto, Corti, Guastalla, Bertani, Acerbi, Chiassi, Cucchi, Missori, Mordini, Nicotera, Bruzzesi: tutti ritenevano che questo invito di raggiungere il Generale ad Ischia doveva riguardare il tentativo ungherese, ma proprio nel giorno di quella riunione giungeva la notizia che i due carichi di armi e munizioni erano stati sequestrati sul Danubio.

Discusso lungamente il da farsi fu all'unanimità stabilito che i militari chiamati avrebbero raggiunto ad Ischia il Generale per dichiarargli che nessuno di loro lo avrebbe seguito; quelli che restavano avrebbero redatta e sottoscritta una protesta da pubblicarsi nel Diritto.
Adriano Lemmi doveva comunicare al generale Klapka quanto era stato fissato, mandando così a monte l'impresa, e telegrafarlo al Generale.

Lemmi adempì all'incarico, scrisse agli amici, compreso Guerrazzi (*), perché forzassero il Generale ad abbandonare qualunque progetto e rimanere in Italia, poi telegrafò allo stesso Garibaldi.

(*) Ecco la bella lettera (inedita) del Guerrazzi al generale Garibaldi:
Cittadino, Antico della Patria, e mio,
Vi scrissi giorni or sono.
Sto fuori della melma delle fazioni e del governo, ma vigilo per la Patria, e per voi. - So molto, e se non tutto - sarebbe presunzione - so che si trama contro voi; a voi - pur abituato alle lotte, ma neppure a me il cuore trema nel petto - quando dico: "badate", io non accenno al volgare pericolo. - Non la vita solo, ma bensì la fama vi insidiano. Ricordate Carlo XII, Bender e la turpe battaglia sotto il letto. - Per amor d'Italia, per amor della vostra fama non partite.... Voi avete bisogno di consiglio. - Possibile che non stimate alcuno in Italia capace di consigliarvi !
Di più non dico, ma se le parole possono bastare, queste basteranno: se no, altro a me non rimane che maledire il fato.
Generale, Cittadino, Amico, Fratello, e se ci fossero nomi più cari, li vorrei adoperare, lasciatevi persuadere. - Le vostre ossa sono sacre alla vostra terra. - Voi non "potete", voi non "dovete" morire come un gregario colto nell'agguato. Ho detto. - E se volete calmare la tremenda ansietà in cui vivo, telegrafate: "ho capito". - Tanto mi basterà per comprendere, che o deponete il pensiero di cimentarmi in fortune insidiose - o almeno darete luogo a più meditati consigli. - Addio.
Livorno, 6 luglio 1864. - Villa Torretta.
F. D. GUERRAZZI.

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Volendo a tutti i costi proseguire nell'impresa, Garibaldi ordinò al Guerzoni, suo segretario, di andare a Torino, e affrettare gli amici. Guerzoni rispettosamente gli obiettava, che non capiva come il Re Vittorio Emanuele potesse promettere l'appoggio dell' impresa senza l'accordo del Ministero e del Parlamento, e neppure capiva come anche giunto a Costantinopoli, si potesse sperare di arrivare fino in Gallizia con soldati e ufficiali senza essere arrestati o dal governo turco o da Cuza o di certo dai battaglioni austriaci.
E pregava il Generale di conservare la sua vita necessaria alla salvezza della propria patria
(Garibaldi di G. GUERZONl. Vol. II, pag. 403).

"Che cosa importa la vita interruppe con uno dei suoi più fieri accenti il Generale - è ora di finirla: L'Italia non si libera che con la rivoluzione. Se volete partire, partite, se no manderò un altro."

Guerzoni partì, e avvertiti della cosa gli amici e ufficiali del Generale, tutti unanimemente protestarono, tutti vedevano nel progetto un complotto regio per allontanare dall'Italia Garibaldi, e così rendere impossibile una rivoluzione nel Veneto, o una spedizione dal di fuori per la sua liberazione.
Tutti erano d'accordo, ma giunti ad Ischia Benedetto Cairoli e altri, nessuno seppe tenere testa all'amato Duce, tutti si dichiararono pronti a seguirlo. Se non che nel Diritto era comparsa la seguente protesta:

" Domenica, 11 luglio 1864.
Avuta certa notizia che alcuni fra i migliori del partito d'azione sono chiamati a prendere parte ad imprese rivoluzionarie e guerresche fuori d'Italia, i sottoscritti convinti
Che noi stessi versiamo in gravi condizioni politiche:
Che nessun popolo e nessun terreno sia più propizio ad una rivoluzione per gli interessi della libertà che l'italiano ;
Che le imprese troppo incerte e remote, quali sono quelle indicate, ordite da principi, debbono necessariamente servire più ai loro interessi che a quelli dei popoli;
Credono loro dovere per liberarsi della loro coscienza dichiarare:
Che l'allontanarsi dei patriotti italiani in questi momenti non può che riuscire funesto agli interessi della patria. "

E col Diritto in tasca ritornò ad Ischia il Porcelli incaricato dal Re di avvertire il Generale, che Sua Maestà considerava quella protesta come un tradimento, e che non voleva più saperne, che ogni trattativa verrebbe sospesa, e che anzi l'opera intrapresa verrebbe disdetta.

Garibaldi furente si rammaricava con tutti gli amici, specialmente con il Guerzoni che ingiustamente, sospettava essere l'autore della protesta sul Diritto, e con Lemmi che al solito aveva messo la sua borsa a disposizione di qualsiasi tentativo per l'Italia.
(*) Lemmi scrisse al Generale: "Ho adempiuto al mio dovere, il vostro risentimento è ingiusto; do le mie dimissioni per tutti gli incarichi che mi avete affidato; disponete però di me personalmente ora e sempre."
Poco dopo il Generale gli scriveva: "Mio caro Lemmi, io vi conforto a continuare il giornale col quale avete fatto e potete fare molto bene - e sono ben grato a Voi personalmente, per tutto quanto faceste e spero farete ancora per la santa causa del nostro paese. - Vostro sempre, G. GARIBALDI.

Intanto Garibaldi si ritirava a Caprera; amici e ufficiali respirarono. A torto o a ragione essi non videro in tutta quella lunga serie di cospirazioni regie ora con Mazzini ora con Garibaldi, con l'uno sempre all'insaputa dell'altro, se non un ben ponderato complotto per allontanare Garibaldi dall'Italia, mentre si compiva la Convenzione di Settembre (*).
(*) Chi voglia sapere di più di questa singolare cospirazione di Mazzini e Garibaldi all'insaputa del Re, del Re con Mazzini all'insaputa di Garibaldi, poi del Re con Garibaldi all'insaputa di Mazzini, legga:
Politica Segreta Italiana 1863 -70, e il Garibaldi di Guerzoni, Vol. II, pag. 393-408.


Mazzini completamente estraneo alle trattative fra Garibaldi e il Re, come alla protesta sul Diritto, giustificava i sospetti di tutti, divulgando le trattative fra il governo del Re e Napoleone III per il trasferimento della capitale da Torino a Firenze.
Il governo sfacciatamente, nell'organo suo l' Opinione, fece pubblicare le più energiche negazioni. Mazzini di riamndo rispondeva, stampando perfino il contenuto di un protocollo segreto, aggiunto alla Convenzione. E questo protocollo dichiara che il governo italiano si impegna di astenersi da ogni impresa sul Veneto, e d'impedire energicamente qualunque impresa su Roma volesse tentarsi dal partito d'azione o da altri, che, se avvenimenti imprevedibili e più potenti degli obblighi assunti, concedessero sia Roma, sia Venezia all'Italia, avrà luogo una rettifica di frontiere tra la Francia e l'Italia; che la discussione esordirà dal fiume Sesia considerato come frontiera della Francia. Il protocollo ha la firma del Ministro Visconti Venosta e altra persona.

Nuove proteste, nuove negazioni; quando a troncare ogni dubbio venne da Napoleone stesso l'annuncio in forma abbastanza insolente della Convenzione. Avvennero strazi nelle strade di Torino.

Il Re indispettito licenziava tutti i ministri, autori di quelle stragi, tenne il broncio con i suoi Torinesi per il loro contegno a lui ed alla sua casa, ostile e sprezzante, e, infuriato per l'insolenza dell'imperatore, che derideva il piccolo Stato ai piedi delle Alpi, a cui le membra della patria italiana cercavano di riavvicinarsi con deboli legami, passava gran parte del suo tempo alla caccia in Toscana, e tenne consiglio, con Lamarmora e Ricasoli del come riconquistare la perduta popolarità iniziando la guerra contro l'Austria.

L'idea di un'alleanza possibile fra la Germania e l'Italia non era nuova; Mazzini l'aveva accarezzata, e tutti quanti, a cui era intollerabile il giogo francese, l'accettarono lietamente, appena ne fu fatto cenno; Garibaldi ne fu entusiasta, i deputati della Montagna esultarono.
Con la riconquista dello Schleswig e Holstein i tedeschi cominciarono a dare una risposta pratica all'eterno quesito: "Was ist das deutsche Vaterland?".
E tutto il popolo tedesco patriotticamente fremente, stoicamente ubbidiente, divenne soldato al cenno di Bismarck, al comando di Moltke. Al primo il merito di avere inventato una scusa per fare la guerra all'Austria, irritando questa potenza con la proposta di riformare la costituzione germanica per mezzo di elezione con suffragio universale; al secondo di aver preparato due eserciti, quello della linea e quello della landwer.

E verso l'Italia, grande fu il merito del generale Lamarmora che, tenendo d'occhio questi dissensi, decise di trarne profitto per la sua patria e soprattutto per il suo Re. Ascoltava, é vero, il suggerimento di Drouyn de Lhuys di venire a patti con l' Austria per una rettifica di frontiera in cambio di una stretta neutralità, ma avvertì che ciò non bastava, poiché bisognava avere tutta la Venezia, anche mediante compenso pecuniario di cinquecento milioni.

L'Austria "mai pronta" esitò, e intanto ecco Bismarck e Lamarmora che concludono il trattato di commercio fra l'Italia e lo Zollverein, approvato all'unanimità dal Parlamento, il 3 marzo. E subito dopo a richiesta di Bismarck per un generale di sua fiducia, Lamarmora manda Govone.
Viene il disarmo dell'Austria e della Prussia il 21 aprile, ma Lamarmora, lamentandosi che a ciò avesse acconsentito la Prussia, dopo che l'otto aprile il trattato d' alleanza e d'amicizia era stato firmato a Berlino, ostenta l'aumento degli armamenti italiani.
Nondimeno quando il Nigra lo avvertiva che il principe di Metternich aveva dato all'imperatore facoltà di firmare la cessione della Venezia, in cambio di una neutralità assoluta, Lamarmora sdegnosamente rifiuta; e considerando i modi servili fino allora tenuti dal governo italiano verso Napoleone, e la conosciuta ripugnanza del Re Guglielmo per la guerra contro l'Austria, bisogna segnalare la condotta di Lamarmora come atto di coraggio civile, piuttosto rarissimo fra gli uomini di Stato.

Contrasto triste offriva invece il Nigra (*), che prostrato ai piedi di Napoleone s'impegnava che la guerra non si facesse con troppo vigore. Senza la fatalità di quell' uomo, che purtroppo aveva complici alla corte e nel governo e fra i capi dell'esercito, la condotta dell'Italia sarebbe stata decorosa e pari al suo valore.

(*) Che il Nigra fosse il pontefice massimo del disonore dell'Italia nel 1866 rifulge da ogni pagina del libro di Lamarmora "Un Po' di Luce". Dal primo momento all' ultimo cospirò per ridurre il Re, il governo e l'esercito italiano ai piedi del Sire di Francia, falsando le istruzioni, o dando loro un'interpretazione tutt'altro che vera. Basti citare soltanto quello che Lamarmora chiama "l'enorme equivoco" cioè avere il Nigra detto al conte Goltz che l'Italia non aveva difficoltà di accettare il trattato generico, mentre Lamarmora scrive: io non avevo mai voluto saperne. (Cap. VII, p. 127.)

Ma intanto il solo fatto di trovarsi alla vigilia di una guerra contro l'Austria unì tutti gli italiani in un solo fascio. Garibaldi accettò, senza discutere il come né il quando é il dove, di chiamare, organizzare e condurre i suoi volontari, Egli sperò questa volta di essere spedito lungo l'Adriatico con facoltà di mettere in rivoluzione l'Ungheria e d'operare d'accordo bensì, però indipendentemente dall'esercito regolare.
Ma al Re premeva cogliere per sé tutti gli onori della campagna. Né Lamarmora poteva mai risolversi a contemplare un corpo di volontari senza un invincibile repugnanza. Eppure ben 40.000 si offersero a Garibaldi, più di quanti ne volessero provvedere di armi ; perciò furono tenuti inutilmente nei depositi mentre egli era già al campo.


Né meno sleali erano i tentativi fatti di indurre Lamarmora a venir meno alla parola data alla Prussia ed "accettare la cessione della Venezia purché l'Italia promettesse di non soccorrere la Prussia rimanendo neutrale".
Ma il meditato tradimento é chiaramente esposto nel telegramma spedito da Parigi, 12 -giugno 1866 che così si conclude:
"L' Imperatore crede che ciò fa presagire prossime le ostilità, e quindi crede più che mai, che noi commetteremmo un errore grave, prendendo la responsabilità dell' iniziativa delle ostilità.
L' Imperatore mi disse una parola che mi aprì un vasto orizzonte. Egli disse che durante la campagna potrebbe accadere che fosse utile che l' Italia non facesse la guerra con troppo vigore. Ma io dissi all' Imperatore che noi avremmo cominciato la guerra con grande energia, che noi ignoriamo le assicurazioni dell' Austria alla Francia.
E che se durante la guerra ci si farà delle proposte, allora sarà il caso di esaminare la condotta a tenersi. NIGRA.

Riguardo a questo dispaccio
il Lamarmora scrive i seguenti sdegnosi commenti:

"Ho detto che la lettera del nostro rappresentante a Parigi dimostra come l'Imperatore, che non osava chiederci nell'interesse dell' Austria la disdetta del trattato, e ancor meno d'imporcela, avrebbe pure desiderato di limitarne e indebolirne gli effetti. E potrei aggiungere ora che questo pensiero dell'Imperatore era del tutto sfuggito all'attenzione del nostro rappresentante, se prima di chiudere la sua lettera, egli non più avesse assicurato, che quel pensiero recondito era pure balenato a un tratto nella sua mente; giacché il vasto orizzonte, che la parola dell'lmperatore gli aveva aperto, non poteva essere altro che la possibilità di accordarsi con l' Austria dopo cominciata la guerra o di fare la la guerra per burla. E che questo e non altro fosse il vasto orizzonte, che gli si era aperto ad un tratto davanti agli occhi, lo prova abbastanza ciò che egli dice di aver risposto all' Imperatore: che "se durante la guerra ci si farà delle proposte, allora sarà il caso di esaminare la condotta a tenersi".
Ma chi aveva autorizzato il comm. Nigra a dare una risposta simile?
Quali proposte potevamo noi esaminare, a fronte di un trattato che ci obbligava, una volta impegnata la guerra, "a proseguirla con tutte le forze che la Provvidenza metteva a nostra disposizione senza che nè l' Italia né la Prussia potessero concludere né pace né armistizio, senza un mutuo consenso ?"

Meno male, se valendoci della condotta, in verità assai poco rassicurante della Prussia (di cui il Gabinetto di Parigi ci dava nuove prove), noi avessimo francamente dichiarato nullo il trattato.
Ma impegnare la guerra, anzi rompere noi le ostilità, come pareva al comm. Nigra si potesse fare in alcuni casi, solo per poi ascoltare le proposte che durante la guerra si potevano ricevere; aggiungere all' infedeltà la doppiezza, sacrificare enormi somme, e non importa qual numero di vite umane per recitare al cospetto del mondo un'indegna commedia, sarebbe stato - per non dir peggio - il colmo della follia. Se l' Italia fosse stata capace di una simile follia, nessuno di certo potrebbe immaginarsene più contraria a tutti i sentimenti che l' agitavano allora.

Bisogna pur confessarlo: l' alleanza prussiana era in quei giorni popolare in Italia, non solo perchè poteva condurci all'acquisto della Venezia, ma perchè ci offriva una occasione vivamente desiderata di affermare anche militarmente l'esistenza della nazione. Mentre l'acquisto della Venezia, quando questa ci fosse venuta per accordi, avrebbe lasciato l'Italia rassegnata, ma non soddisfatta.
E come mai in questo stato degli animi, avrebbe l' Italia acconsentito di fare un così brutto ed inutile mercato di quell'onor militare, che era la sua ambizione, e che pur si acquista e si salva anche con una battaglia non vinta? Chi mai avrebbe voluto farsene complice o strumento? Il solo torto degli Italiani è di non aver respinto con lo sdegno che meritava quell'ingiusto sospetto.

Per ciò che mi riguarda, chiunque me ne abbia creduto un sol momento capace, certo non mi conosceva. E malgrado che vari scrittori tedeschi, e qualche italiano si siano permessi di asserirlo, io li sfido tutti a citare un solo mio atto, o una mia sola parola, che possa avvalorare quest' accusa, non meno assurda che odiosa.
Tocca agli storici imparziali dell'avvenire, consultati i documenti ed esaminati gli avvenimenti, il dichiarare chi fossero i complici del Nigra in Italia; a chi si deve che "la guerra fosse condotta con nessun vigore" al punto che un uomo come Bixio dovette scrivere alla moglie il 12 agosto:
"Quello che so è che siamo disonorati".

Il 10 giugno il Generale lasciò Caprera sul "Piemonte", quel "Piemonte" sul quale aveva guidato i Mille a Marsala. Sbarcato a Genova filò dritto per Como, dove le guide stavano organizzandosi, poi a Bergamo per vedere il primo battaglione dei bersaglieri, poi a Brescia, e finalmente a Salò. A lui fu ingiunto di operare nel Tirolo all'estrema sinistra dell'armata regolare, a sinistra del lago di Garda. Da Salò mandò subito Egisto Bezzi a Limone per spedire nell'interno gente a raccogliere notizie delle mosse del nemico e rompere il telegrafo appena cominciata l'azione.

Poi col sottocapo di stato maggiore, il colonnello Guastalla, e Bossi, montò sul battello a vapore, e si spinse fino a Limone coll'intenzione di tentare uno sbarco sull'altra riva del lago, e di là (Malcesine) per monte Baldo portarsi nella valle dell'Adige. Perciò fece sequestrare tutte le barche lungo il lago per poi spedirle a Salò. L' indomani su una specie di carretta si spinse fino a Rocca d'Anfo, parlò col comandante, ufficiale dell' esercito regolare, poi salì fino a monte Suello, ove esaminò tutte le posizioni e marcò gli austriaci che guardavano il ponte di Caffaro. Qui lo raggiunsero due ufficiali del presidio di Rocca d'Anfo; uno di esso Santambrogio, ufficiale del genio, quel valoroso che diede le sue dimissioni dopo la guerra e fu con Garibaldi a Mentana e durante tutta la campagna dei Vosgi.

Il 17 giugno la Prussia dichiara la guerra all'Austria. La Marmora si dimette da presidente del Consiglio (sostituito da Ricasoli) per raggiungere il fronte e assumere il comando dello Stato Maggiore.
Il 20 l'Italia dichiara guerra all'Austria. L'inizio delle ostilità è fissato per il 23. Vittorio Emanuele II assume il comando dell'esercito.

Ritornato a Salò, Garibaldi trovava giunto il suo capo di stato maggiore, il generale Fabrizi, inquieto sulla sua sorte, mentre Garibaldi fortemente si lamentava del non arrivo dei suoi reggimenti dai depositi. "Hanno paura che ci tocchino i primi onori del combattimento come nel 1859" disse ai suoi fidi.
E quando seppe che il giorno 23 l'esercito italiano doveva attaccare gli Austriaci, ordinò al battaglione bersaglieri milanesi, comandato da Castellini, e a due compagnie del reggimento Spinazzi, capitani Filippini e Marani , di partire subito, pernottare a Vestone e la mattina dopo all'alba giungere al Caffaro per scacciare, o far prigione la compagnia di austriaci da lui osservata. - Partirono, e giunti a S.Antonio, Castellini divise la colonna in due mandando due compagnie dei suoi bersaglieri per lo stradone, che mette a monte Suello e di là a Bagolino, con una compagnia di Camicie rosse comandate da Filippini. - Colle altre due compagnie di bersaglieri e quelle delle Camicie rosse, capitano Macrani, andò cautamente fino al Caffaro, ove arrivato trovò che gli austriaci si erano ritirati Storo.

A Caffaro dunque si misero a fare il rancio, quando approfittando di un forte temporale gli austriaci giunsero di nuovo a Caffaro e improvvisamente apersero sui garibaldini un fuoco d'inferno. I bersaglieri erano tutti giovani scelti comandati da ufficiali provetti, come Cella, Tolazzi, Frigerio, Adamoli, Cantoni, Mantegazza, sicché appena avuto l'ordine di Castellini, Marani partì per occupare la destra, il sottotenente Cella e Cantoni le case di là dal torrente Caffaro, e un' altra compagnia le alture a sinistra.
I bersaglieri milanesi erano armati di splendide carabine, e apersero subito il fuoco contro gli austriaci. Intanto una compagnia di linea e due di volontari austriaci discesero, e al grido di Kaiser, Kaiser, a tutta corsa attaccarono alla baionetta. E colla baionetta in canna si lancia la mezza compagnia di Cella che era al di là del ponte, e con essi Bezzi e il Castelclini.
Cella si batté corpo a corpo col capitano austriaco e ricevette molte e gravi ferite, ma lasciò il capitano mezzo morto sul terreno. Si fecero venti prigionieri, gli altri si diedero alla fuga inseguiti fino al ponte di Storo; quando ritirandosi per Condino, la stessa Storo fu occupato dai garibaldini .

Contento del fatto suo, Castellini avverte il Generale della posizione vantaggiosa in cui si trovava la sua avanguardia, e per tutta risposta riceve con dolorosa sorpresa l'ordine telegrafico di abbandonare le posizioni e ritornare a Salò!
Quanto sangue fu poi sparso per riconquistare quelle posizioni! ma Garibaldi non aveva scelta; nella notte fra il 24 e il 25 giugno giunse il messo di La Marmora con le notizie del disastro di Custoza.
Le notizie del messo erano le seguenti: "le truppe austriache al comando dell'arciduca Alberto d'Asburgo hanno costretto l'armata di La Marmora, pur superiore di numero, a ritirarsi oltre il fiume Mincio e successivamente sulla linea del fiume Oglio"

Seguiva il telegramma: "Disfatta irreparabile, ritirata di là dall'Oglio, salvate l'eroica Brescia e l'alta Lombardia." La Marmora.
Quanto non sarà costato al vecchio soldato quel telegramma che fu più preghiera che ordine; al vecchio soldato, che anche questa volta, opponendosi di nuovo come nel 1859 alla chiamata dei volontari, disse che ci volevano 40.000 soldati regolari per tenere in ordine 20.000 volontari!

Garibaldi ritirando la sua avanguardia da Storo e spingendo gli avamposti fino a Gardone, confortò i bresciani a difendersi con la promessa che il nemico non sarebbe arrivato fino a loro. Però sapendo i particolari della giornata di Custoza, domandò meravigliato "Oh perché non hanno dormito sul campo?".
Tuttavia impedì che il nemico avanzasse sopra Lonato, e tenne a bada il corpo dell'arciduca Raineri, giunto fino a Volta nel Mantovano.

Questo concentramento però gli vietò il sognato possesso del Trentino, giacché, abbandonatane la chiave, si dovevano riconquistare ad una ad una tutte le posizioni. Ritornando da Lonato a Storo, volle giungere a Vezzano per due vie partendo dal lago d' Idro, cioè da Val di Bosco a Pieve di Buono, e a Lardaro da Val d' Ampola a Tiarno; uniti i due corpi a Vezzano. Lui dalla sinistra dell'Adige, Medici dalla destra, speravano entrambi di entrare a Trento.

Ma per riaprirsi questa strada bisognava cacciare gli austriaci da monte Suello, dove in 3000 si erano fortificati, stupendamente armati di carabine di precisione, mentre i nostri erano armati così male, che gli austriaci ogni volta che s'impossessavano di uno di quegli arnesi, che sembravano tolti dai musei, li inchiodavano per derisione sulle mura delle case o ai tronchi degli alberi.

Il primo di luglio il colonnello Corte ebbe ordine di occupare il ponte d'Idro, di procedere a Rocca d'Anfo, e ciò facendo seppe che due colonne del nemico avanzavano, l'una da Moerna per Hano su Treviso e Trovaglio e l'altra da Bagolino su Proseguo e Lavenone. La notte del 2 Corte dormì a Vestono, e condusse tutta la brigata a Rocca d'Anfo; qui seppe che i bersaglieri sotto l'eroico genovese Evangelista avevano avuto l'ordine di attaccare gli austriaci, che occupavano le alture di Sant'Antonio e i declivi orientali di monte Suello.
Si accese un fiero combattimento, nel quale gli austriaci, avendo il vantaggio non solo delle armi ma delle posizioni, sconfissero i nostri; ma, quando giunse Garibaldi, quella che sembrava già una disfatta divenne vittoria, prevenendo un attacco a Bagolino e monte Suello.

La catastrofe di Custoza aveva steso un velo di melanconia sull'intero corpo dei volontari, ma la mattina del 4 venne la notizia della vittoria a monte Suello, e già si discorreva allegramente del come celebrare l'anniversario della nascita di Garibaldi, quando giunse una ben triste notizia: "Garibaldi ferito !"

Benedetto Cairoli, capo del quartier generale, mi mandò subito alla fortezza di Rocca d'Anfo, per vedere il Generale. Lo trovai che fumava pacificamente sull'unico letto che esisteva nel misero forte. Garibaldi era già stato fasciato dal medico del quartier generale, Albanese, e desiderava solo che la notizia della sua ferita non si divulgasse per non demoralizzare i soldati. Diamo qui sotto il facsimile della lettera con cui ne diede notizia alla figlia Teresita e dove appunto si preoccupa di dire a lei di non ascoltare allarmanti voci sulla sua ferita:


Il giorno seguente ebbe luogo un altro combattimento in Val Camonica e sull'Oglio, essendo risoluti gli austriaci di tenere in mano l'importante passo del monte Tonale.
Gli abitanti della Valtellina e della Val Camonica avevano scongiurato il governo italiano di assisterli, di difendere il loro territorio dal quasi certo attacco degli austriaci sulle alture dello Stelvio e del Tonale. Ma nulla fu fatto; si permise soltanto di mobilitare due battaglioni della guardia nazionale, e come era da prevedersi, gli austriaci, minacciando Bormio dalle altezze dello Stelvio, si fortificarono a Vezza.
Garibaldi mandò Cadolini per cacciarli da questa posizione, e per riprendere Vezza presso Edolo, abbandonato per sbaglio il giorno 4; ma il nemico se n'era già impossessato con 3000 uomini e quattro pezzi da montagna. Il maggior Castellini, uno degli ufficiali che più si distinse sul Volturno, con una compagnia di bersaglieri e una compagnia di Malacrida e poca altra truppa, appena 800 uomini in tutto, si gettò audacemente sul nemico, e un terribile combattimento ebbe luogo.

Castellini, caduto ferito, ciò nonostante alla testa dei suoi, proseguì il combattimento, finchè colpito anche nel petto, cadde morto sul campo. E con lui caddero altri 150; forse per questo i nemici non osarono attaccarli nelle loro posizioni; ma dormirono sul loro campo e la mattina dopo ricominciarono l'attacco. A quel punto i nostri, raggiunti dal resto del corpo di Cadolini che non aveva saputo abbastanza ubbidire al solo ordine che diede Garibaldi in quella campagna "fate l'aquila" abbandonarono Vezza e il Tonale.

Tale fu la mesta storia di questa campagna: vittorie gloriose non si poterono ottenere, sconfitte che non si tollerarono; quanti morti predestinati ed inutili !

La vittoria di Sadowa spinse Napoleone ad invitare sempre di più il governo italiano a guerreggiare con molto riguardo e con molta dolcezza verso l'Austria; ma Ricasoli, che visitò il campo di Cialdini, il quale subentrato al La Marmora aveva passato il Po, e il campo di Garibaldi, disse che mai lui si sarebbe deciso a firmare una pace disonorante.

Garibaldi non aveva bisogno del fervorino del toscanino, come egli chiamava Ricasoli, per continuare la sua ardua via; quasi ogni giorno nelle sue file ci fu un combattimento, venti in un mese, né mai subì una sconfitta; la piccola flottiglia sul lago di Garda tenne in scacco gli austriaci ben dieci volte superiori.
Per la presa di Ampola, Garibaldi aveva provveduto che una parte delle sue genti occupasse Monte Noto passando per Salò e Gargnano. Monte Noto domina Val d' Ampola e Val di Ledro. Tale movimento strategico doveva essere appoggiato dalla flottiglia del Garda, composta di cinque cannoniere, con un pezzo rigato ciascuna da ventiquattro in prora. Le cannoniere furono 5 ma solo verso la fine della campagna; mentre durante, furono solo 3.
La flottiglia austriaca invece si componeva di due vaporiere con 4 pezzi da 16, tre cannoniere a vela con 4 pezzi da 16, sei cannoniere ad elica con 2 pezzi da 48 e due da 16.

Prima che tre delle cinque cannoniere fossero approntate, alcune navi austriache bombardarono Bogliacco e due volte Gargnano.
Il giorno 8 luglio, due delle cannoniere nostre assalirono una vaporiera austriaca, la cannoneggiarono e la obbligarono a rifugiarsi sotto le batterie del forte di Malcesine. Dall' 8 al 17, altre volte gli austriaci furono attaccati nelle loro acque, ora a Torri, ora alla punta di S.Virgilio, soffrendo gravi danni, senza che mai fosse loro riuscito di mandare una granata a bordo delle nostre.

La sera del 17 luglio, il generale Avezzana, comandante la terza zona di Salò mentre il colonnello Elia comandante della flottiglia era per una missione a Firenze, volle di sua iniziativa senza darne notizia allo stato maggiore della flottiglia, spedire il "Benaco", un piccolo vaporetto di trasporto con dei viveri, a Gargnano. Scoperto dai legni austriaci, questi gli furono addosso; bombardarono Gargnano e catturarono il "Benaco". E se ne fecero tale vanto, come se avessero preso una cannoniera.

Il generale Avezzana si oppose alle insistenze del capo di stato maggiore Alberto Mario affinché si accorresse con tutta la flottiglia per attaccare sul fianco sinistro le navi austriache durante il bombardamento di Gargnano. Vi si oppose perchè era notte; ma era notte anche per gli austriaci, e minacciò il Mario degli arresti, perché il suo linguaggio aveva oltrepassato i limiti della disciplina.
Così il "Benaco" fu perduto, e troppo tarda fu l'uscita della flottiglia dell'Avezzana la mattina dopo all'alba (come voleva lui, di giorno!).

Il 20, seimila austriaci uscendo da Storo tentavano di guadagnare la strada che conduce ad Anfo, ma furono respinti alla baionetta.
Intanto Garibaldi provvide alla difesa con la sua destra, che si stendeva fino al lago di Garda, e con la sinistra che occupava il Tonale e lo Stelvio formò due linee d'operazione, l'una attraverso Condino, diretta contro il forte Lardaro, l'altra da Storo diretta contro il forte d'Ampola.
Da Rocca d'Anfo sulla frontiera del Tirolo italiano (oggi Trentino A.A.) la strada gira ai piede di Monte Suello e passando il borgo d'Anfo costeggia le montagne a sinistra fino a Condino, sulla destra conduce a Storo. Di qui si penetra nell'interno del Tirolo tedesco, da un lato verso Rovereto, dall'altro verso Arco e Riva, poi le due vie si riuniscono nella maestra che porta da Peschiera a Trento. Queste strade sono divise da alte ed aspre montagne, gli unici mezzi di comunicazione sono viottoli tagliati nella rocca accessibili appena a cacciatori e ai pastori.
Non considerando queste fortificazioni naturali, sufficienti a proteggere il Tirolo italiano contro i suoi legittimi proprietari, gli austriaci dopo la guerra del 1859 costruirono due forti, Lardaro sopra Condino, e Ampola sopra Storo. Dietro questi forti, con Riva per base d'operazione, essi si erano trincerati; le fortezze erano guardate da forti presidi, approvvigionate per il lungo assedio e tutti gli edifici intorno che potevano facilitare gli assedianti erano stati distrutti.

Avendo Riva per obiettivo, Garibaldi decise di impossessarsi di questi due forti, e il 16 avanzò sulla sinistra per occupare Condino spingendo gli avamposti fino al ponte di Cimego sul fiume Chiese.
Gli austriaci con diversi pezzi d'artiglieria lo aspettavano sulle alture di destra, colla evidente intenzione di fare poi un movimento di fianco sulla sua sinistra. Accortosi di ciò, alcune compagnie condotte da Nicotera tentarono di passare il Chiese a guado per salire le montagne dall'altra sponda, ma le carabine dei terribili Jager uccisero o ferirono la maggior parte di quegli audaci, non pochi dei quali finirono anche annegati.
Ancora più coraggiosa fu la lotta a Condino; gli austriaci avevano preso possesso del cimitero di S. Lorenzo sperando così di taglia. fuori i garibaldini da Storo; ma gli austriaci furono ben presto tutti sloggiati.
Ma quel giorno costò caro. Dall' ambulanza agli avamposti di Condino fino a Storo i tanti convogli dei feriti rattristavano i superstiti.

Intanto l' assedio d' Ampola procedeva vigorosamente. II forte d' Ampola é costituito da due casematte, e occupa l'intero spazio fra due montagne quasi perpendicolari; la strada passa fra loro e forma la piazza d'armi sul monte Gioiello. In questo punto il nemico aveva piantato l'artiglieria, il cui fuoco con uno di questi pezzi del forte e quello non interrotto della moschetteria impedì ai garibaldini di arrivarci.
Ma Garibaldi piantò due pezzi sul monte Fustack, mentre un battaglione portava quattro pezzi sulle spalle sopra la montagna di S. Lorenzo. Si scese per l'altro declivio, per risalire alla cima di S. Croce. Il secondo reggimento fu mandato ad occupare la stradina che per la vallata di Vaghetti conduce a Tiarno, poi durante la notte un battaglione si spinse fino alla portata dei cannoni del nemico, sotto monte Gioiello.

Garibaldi disse "Prendetemi monte Gioiello!" , e fece portare sulle spalle altri pezzi sul monte Fustack, ed altri sul monte S.Croce; allora, coperta dai propri pezzi, una compagnia di volontari condotta da Enrico Cairoli si precipitò giù per le rocce, cacciando gli austriaci da monte Gioiello dentro il forte; e mentre i bersaglieri occupavano monte Gioiello, un altro battaglione, aggirando le alture sulla destra, chiuse l'uscita sopra Tiarno.
Occupato Monte Giove, preso Monte Notte, da alcune compagnie del 2° reggimento, e monte Burello da un battaglione del 9°, ecco il forte di Ampola, investito il 17, issare la bandiera bianca il 19, davanti il tremendo fuoco dei sei pezzi d' artiglieria, portati lassù a spalle da uomini e comandati dal valente maggiore Dogliotti.

I garibaldini si erano spinti tanto avanti ed avevano circondato il forte così bene che né a loro né agli austriaci rimaneva altra via di scampo se non la vittoria o la morte.
Si ebbe una ventina fra morti e feriti, e dei primi il valoroso tenente Alasia, che scherzando con i suoi, disse: - "Scommetto un pacco di sigari, che in tre spari io stendo a terra l'asta della bandiera austriaca". Al primo tiro la palla sfiora la testa dell'aquila, e al secondo metà dell'asta cadde con la bandiera. Ma mentre si dispone a puntare per abbattere il tronco, un pezzo di mitraglia colpisce lui all' anca e al fianco e alla testa il caporale che l'aiutava.
La bandiera del forte fu mandata a Firenze, e restò ai nostri un largo bottino di fucili e carabine e munizioni e pezzi ancora in batteria poco danneggiati. Garibaldi, giunto a Cà dei Venti, quartier generale della brigata, al momento della resa accordò gli onori delle armi agli ufficiali nemici, che si arresero a discrezione, lasciando morti e feriti e 200 prigionieri.

Quando i volontari portarono a Garibaldi la bandiera giallo-nera, che egli poi mandò a Firenze, e innalzavano giubilanti la tricolore, un sorriso di compiacenza illuminò la faccia severa del Generale. Prima e unica volta durante quella triste campagna!

Apertesi così le vie delle valli d' Ampola e di Ledro, Garibaldi ordinava al colonnello Chiassi di mettersi in marcia col suo 5° reggimento e spingere la testa della sua colonna fino a Bezzecca. Mandò Bezzi in cerca del reggimento Spinazzi, che aveva ordine di agire su quella località, e del quale da molti giorni non si aveva notizie. Questi con Martini, nativo di Riva di Trento, partì all'alba, e incontratosi con una pattuglia del reggimento, seppe che esso era in piena anarchia, volendo gli ufficiali togliere il comando a Spinazzi, da essi ritenuto inetto e per nulla valoroso.

Scrisse l' ordine preciso del Generale di scendere da Monte Notte e accampare a Pieve di Ledro, congiungendosi con il reggimento di Chiassi e con altri sotto il comando del generale Haug.
Lo Spinazzi non se ne diede per inteso né allora né poi, e tutto il giorno del combattimento di Bezzecca rimase sempre inerte spettatore. - Chiassi giunto a Bezzecca la trova sgombra tanto di austriaci che di garibaldini, salvo le due guide Bezzi e Martini, che lo avvertirono che era stata abbandonata Val dei Concei, ma occupati Monte Grumello e Monte Tratt, che dominano Bezzecca e la valle di Molina. I due, pratici dei luoghi e sostenendo che era un grave errore occupare Bezzecca con il nemico di sopra, domandarono a Chiassi una compagnia per verificare il numero dei nemici.
Ma sopraggiunto il generale Haug, questi si oppose ordinando che alla sera un intero battaglione sotto Martinelli andasse ad occupare Monte Tratt, che lui sosteneva essere senza austriaci. Il Chiassi allora lasciando il 4° battaglione a Tiarno di sotto, collocò il 2° e 3° sul monte all'estrema sinistra, due compagnie ancora al di là, mentre altre due assieme a tre compagnie del 7° reggimento occuparono Bezzecca.

Il 3° battaglione ebbe ordine di avanzare fino alle prime case di Bezzecca. All'alba Garibaldi, informato delle disposizioni, le approvò per iscritto. - D'accordo Hang e Chiassi; il maggior Martinelli ebbe ordine di partire alle 9 pom. per occupare Monte Grumello. La partenza fu protratta all'alba, onde prima che giungesse alla metà del monte, gli austriaci, trincerati in posizioni inespugnabili, li ricevettero con scariche a bruciapelo. Martinelli sostenne il combattimento per ben due ore, poi ferito e prigioniero con molti dei suoi, gli altri si dispersero.
Sembra che parere del Chiassi fosse allora di abbandonare Bezzecca, occupare le posizioni fra Bezzecca e Tiarno, appoggiandosi ai monti a destra e a sinistra, e attendere nella pianura il nemico, se avesse avuto il coraggio di avanzare.

Hang invece ordinò al maggior Pessina di condurre il suo battaglione in Val di Concei, già tempestata dall'artiglieria nemica, e alle compagnie Antonini e Bezzi di prendere la sinistra della strada e per la collina portarsi pure loro nella Valle di Concei. Passato il paese di Locca, appena giunti allo sbocco della vallata, ecco Pessina accolto da una scarica di un intero battaglione di cacciatori; scarica che ferì lui gravemente e molti soldati. Accortosi che procedendo avanti, gli austriaci sarebbero riusciti ad isolarli dal reggimento, Pessina dà ordine di ritirarsi a Locca; ma neppure questo fu possibile, e per ordine del Chiassi stesso, che si era spinto fino a Locca, e che pur ferito gravemente alla coscia non cessava di combattere alla testa dei suoi, cedette il comando del 1° battaglione al capitano Novaria.

Questi, occupando per ordine di Chiassi una chiesa sopra un'altura fra Locca e Bezzecca, sul punto di entrarvi cadde morto colpito alla testa. Il sottotenente Fabbri ebbe allora ordine di radunare quanti soldati fosse possibile e, giunto il capitano di stato maggiore Bezzi, gli fu ingiunto di difendere la posizione ad oltranza.
Eran le sei di mattina: gli austriaci sempre in posizioni insuperabili, in numero preponderante e armati degli stupendi stutzer, ferirono e uccisero i nostri senza perdere loro un soldato. In quel mentre, mandato dal Generale a rilevare lo stato delle cose, giunse Cauzio, che vista l'audacia del nemico, con pochi uomini si lancia su per la collina, sperando di sloggiarlo e tener testa fino all'arrivo dei rinforzi. Fu inutile: sopraffatto dal numero anch'egli dovette retrocedere, e tutti abbandonarono la chiesa per fare punto fermo al cimitero di sotto.
Due volte gli austriaci li assalgono e sono respinti. Li tempestano col fuoco ma sempre invano, benché le truppe agissero sotto gli ordini immediati del generale Kulm che montava un cavallo baio. - I rinforzi aspettati per due critiche ore dal generale Haug non vennero. Di più, fuori Bezzecca fu dato ordine allora ai cacciatori austriaci di risalire il monte a destra e girare la posizione, che non erano stati capaci di prendere di fronte.
Allora Chiassi ordinò la ritirata di tutti a Bezzecca, così a quelli del cimitero, quanto all'ala sinistra molestati da due batterie austriache poste in alto.

Dell'artiglieria due soli pezzi lottarono corpo a corpo con gli austriaci, e fu miracolo portarli in salvo. Ma per riuscire a ciò, Chiassi in persona, il portabandiera, Fabbri, Della Torre e Abbi uscirono tutti con la spada sguainata. Chiassi era idolatrato dai suoi soldati e dagli ufficiali, i quali alla vista di quella faccia mesta e virile in mezzo a loro, erano - perfino dove più piovevano le palle - dirò così, elettrizzati. Due volte caricarono gli austriaci e due volte li misero in fuga.
Poi Chiassi dato l'ordine di abbandonare Bezzecca con la faccia rivolta al nemico, mentre dirigeva la marcia sopra Tiarno, una palla lo colpiva al petto, e cadde, ma con la voce incitava ancora i suoi. Il sottotenente Fabbri, il soldato Caproli e altri quattro lo trasportarono per un bel pezzo di strada, quando, tutti feriti, stramazzarono in un fosso, e il Chiassi, non ancora morto, cadde in mano del nemico, che barbaramente lo spogliava della spada, dell'orologio e della divisa.

Questa perdita mise nel panico gli uomini che in breve ruppero le file. Tutti si precipitarono verso Tiarno, e chissà come sarebbe finita la giornata, se Garibaldi in persona non fosse comparso. Egli spinge Menotti con quanti soldati ha del 9°, da Tiarno sulla destra; ordina a Spinazzi di sboccare da Molna e avvolgerla per la sinistra: caccia il 7° reggimento e quanti restano del 5° ancora di fronte a Bezzecca con l' ordine di entrarci o morire, e al maggior Dogliotti di portare a spalle di uomini otto pezzi a un punto da lui indicato, ostinandosi a rimanere dove più piovevano le palle, per dirigere le operazioni e animare i suoi.

Garibaldi allora forma il resto del reggimento di Chiassi e tutto il reggimento Menotti in colonne d'assalto. Ogni colpo della batteria semina la morte fra i nemici; in testa alle colonne scatenate alla baionetta si avventano i più valorosi; qui Menotti, là Canzio, vicino il giovane Ricciotti, che, fa le prime prove sotto gli occhi del padre. Scendono tutti con la rapidità dell'aquila, investono il nemico ferocemente, il quale dura impavido per qualche tempo, poi vacilla e con Bezzecca ripresa dai garibaldini, si ritira e fugge.


Haug con i suoi ne tempesta la retroguardia. Fin oltre le alture di Locca, di Inguiso, di Insumo i volontari inseguirono gli austriaci, che, mandate due colonne a proteggere, la destra e la sinistra, riguadagnarono il ponte Tratt.
Il giorno seguente, il generale Külm confessò che "era impossibile difendere il
Tirolo italiano".

Anche Campi fu occupato da un battaglione, mentre un altro si accampò vicino al forte Teodosio; gli austriaci giunsero in piena rotta a Riva, e qui seppero che erano stati battuti il giorno stesso a Condino e a monte Navone, e che i garibaldini, arrivati a Pieve di Buono, rendevano imminente la resa del forte Lardaro.
Più di 1500, fra morti e feriti, giacevano nei villaggi a così duro prezzo conquistati; e a causa della miseria degli abitanti scarseggiavano i soccorsi; ma il salto indietro fu rapido.

Garibaldi, alla notizia che Medici avanzava sulla sinistra dell'Adige e che impadronitosi di Borgo Val Sugana aveva riportato vittoria a Levico e a Pergine, sorrise un istante l'idea che i volontari e i regolari si sarebbero stesi la mano a Trento liberata , quando tutto ad un tratto, precisamente il 9 agosto, giunse a Garibaldi questo dispaccio dal Governo:
"poichè considerazioni politiche esigono imperiosamente la conclusione con un armistizio, già firmato, evacuate il Trentino!")

Muto, impietrito, egli telegrafò una sola parola: "Obbedisco".

Ma, quale disperazione! che maledizioni! che angoscia! Abbandonare il Trentino, seminato dei cadaveri e del sangue di 2382 valorosi, il fiore della gioventù italiana!
Ho visto romper spade, spezzar baionette, molti gettarsi a terra, rotolarsi nelle zolle ancora inzuppate del sangue dei fratelli.
I feriti a cui il Governo nella fretta non aveva nemmeno pensato, e che allora nessuna croce di Ginevra proteggeva dalla vendetta dei vinti che tornavano vincitori, urlarono disperati all'idea di rimanere sul suolo dove - secondo il governo - doveva ancora sventolare l'austriaca feroce aquila nera.

Bertani, che non si dava per inteso degli austriaci, scongiurava alcuni dei feriti a rimanere almeno per qualche giorno. Invano: minacciavano di gettarsi dalla finestra, e così avrebbero fatto, se egli ad uno ad uno non li avesse accontentati. Sorvegliò il trasporto di tutti, finché l'ultimo mesto convoglio ebbe ripassato il ponte di Caffaro.
L'ambulanza fu così l'ultima ad abbandonare il Tirolo.

Grande fortuna non essere compito nostro lo scrivere la storia della campagna regia che si compendia in quattro capitoli - Custoza - Torre Malamberti - Lissa - Pace di Vienna.
Venezia ceduta dall'Austria a Napoleone e da lui gettata all'Italia, come l'osso al cane, non meritava tale disonore, e il municipio di Venezia, memore dell' eroica difesa del 1849 e delle migliaia dei suoi figli, morti o feriti sui campi delle patrie battaglie, sdegnosamente rifiutò al generale Leboeuf, rappresentante dell'imperatore dei francesi, di ricevere dal generale Moury la consegna dei comuni della Venezia e di Mantova nel Palazzo ducale, e l'atto fu stipulato in un'osteria.
"Tutto è salvo fuorché l'onore", si deve scrivere sopra quell'obbrobrioso documento. (e che i Veneti e soprattutto Venezia non hanno mai mai dimenticato!.

(Vi rimandiamo alle pagine di "Cronologia", all'anno 1866, e in particolare alla "Truffa sull'annessione" e ad altre pagine indicate nello stesso anno.)

E così il Trentino fu sacrificato ancora una volta malgrado le intense e appassionate preghiere degli abitanti abbandonati. E quando si vede gli italiani indifferenti o gli stranieri deridere le aspirazioni dei veri patrioti per quella terra irredenta, la tragedia di quei giorni si ripresenta alla nostra mente.
Si scoprono quelle tombe senza nome, dove l'oppressore ha distrutto perfino le umilissime lapidi sepolcrali erette pietosamente dalle abbandonate popolazioni. Ma tutti quegli spettri erranti oggi senza nome domandano quanto tempo ancora si dovrà attendere il giorno della vendetta?

(L'autore di quest'opera, non lo sa ancora,
ma il giorno sarà quello del 4 novembre 1918 ! - Ndr.)

Ma tornando a Garibaldi
la sua "Odissea" non era ancora finita !
E all'inizio del '67 ritorna e inizia a tenere in diverse città italiane
infiammati comizi sulla necessità di liberare Roma.

CINQUANTATREESIMO CAPITOLO >

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