QUARANTANOVESIMO CAPITOLO

CAPITOLO QUARANTANOVESIMO
L'INCONTRO A TEANO
Garibaldi annunzia ai cittadini di Napoli la venuta del Re. - Si porta alla sinistra del Volturno per coprire il movimento dell'esercito piemontese. - Incontro col Re. - E' messo alla coda! - Sua lettera d' addio al Re. - Pregato, resta ancora qualche giorno. - Consegna la bandiera agli Ungheresi, la medaglia ai superstiti dei Mille. - Sfregi a Garibaldi. - Addio a Napoli! - A rivederci a Roma.
L'ITALIA ALL'INIZIO DEL 1861


Quando Garibaldi seppe che il Re alla testa del suo esercito stava per varcare la frontiera così annunciava la lieta novella:

"Ai cittadini di Napoli.
Domani VITTORIO EMANUELE, il Re d'Italia, l'eletto della Nazione, infrangerà quella frontiera che ci divise per tanti secoli dal resto del nostro paese, ed ascoltando il voto unanime di queste brave popolazioni, comparirà qui tra noi.
Accogliamo degnamente il mandato dalla Provvidenza e spargiamo sul suo passaggio, come pegno del nostro riscatto e del nostro affetto, il fiore della concordia a lui così grato ed all' Italia così necessario.
Non più colori politici! non più partiti! non più discordie!....
L'Italia una, come la segnano saviamente i popolani di questa metropoli, ed il Re Galantuomo, siano i simboli perenni della nostra rigenerazione e della grandezza e della a prosperità della Patria.
GIUSEPPE GARIBALDI

E per coprire i movimenti dell' esercito piemontese che potevano essere molestati dai napoletani ritiratisi da Caiazzo e dalla destra del Volturno, Garibaldi spinse le operazioni di assedio sotto Capua che fece occupare da un corpo di calabresi, dalle guide e da altri battaglioni; incaricò Medici di proteggere il suo fianco, spedì un corpo verso Calvi, dopo aver gettato un ponte allo scafo di Formicola.

Il 25 ottobre sopra questo ponte, che non era altro che qualche tavola mal giunta, gettata sopra barche, passò Garibaldi per primo, seguito dalla divisione Bixio, poi dalla brigata Eber. Il nemico, lasciati a Capua diecimila uomini, si era ritirato dietro il Garigliano.

Quando si riseppe che il Re aveva passata la frontiera e che da Venafro con le avanguardie dell'esercito si avvicinava al Volturno, mentre Garibaldi era in cammino per incontrarlo, tutti si figurarono la poetica scena dell' offerta da farsi dal "mozzo nizzardo" trasformatore del re di Sardegna in re d'Italia, poi la battaglia finale delle camicie rosse in compagnia degli uniformi azzurri.

Era un giorno tetro, l' ambulanza aveva ben da fare fino dall'alba. Primo cadde dalla strada in una delle vie incassate nascosta da una siepe il colonnello Paggi e lo pescammo non più riconoscibile per le tante ferite toccategli e il tanto sangue perduto. Appena passato il ponte, ci imbattemmo in Bixio, che dando la caccia ad un prete ritenuto spia, cadde di cavallo e si ruppe la testa e una gamba. (e qui soggiungo che così malconcio non pensava che ad assicurare la moglie che nulla di grave gli era successo).
Più tardi due soldati della legione inglese e due carabinieri genovesi si uccisero per sbaglio. La notte passammo tutti, dopo un cammino a piedi di 16 miglia, intorno ad un pagliaio ove il Generale aveva piantato il quartier generale. Quella notte il Generale non chiudeva occhio. Prima di tutto volle sapere per filo e per segno se tutte le truppe erano provviste di vettovaglie; indi uscì con queste parole dirette all'intendente dell'esercito: "Pare che la legione inglese sia costretta a provvedersi da sé".

Questa legione, sia detto fra parentesi, fu sempre la croce dell'instancabile intendente Acerbi che rispose: "Generale, le ho mandato il mio miglior commissario, mi fu rimandato volendo essa essere indipendente". - "Viva dunque sull'indipendenza", soggiunse il Generale. - "Vive invece - ripigliò Acerbi - con i maiali e con la polleria dei contadini i quali mi tempestano per essere pagati." - "E ne hanno bene il diritto" - rispose il Generale. - "Per bacco - fece uno accanto a noi - Bixio ha tirato contro un povero diavolo perché si dissetò con un grappolo d'uva, e questi stranieri rubano impunemente.

Nuovo documento questo dell'ingenito senso d'ospitalità che distinse sempre Garibaldi, rigorosissimo con i suoi, tanto in Italia quanto in Francia, mentre non volle mai essere severo con gli stranieri che combatterono con lui o per i quali egli ha combattuto. Più tardi, mentre tutti dormivano, si udì la sua voce: "Mario, cercate la brigata Milano e appostatela alla sinistra." - "Pronto, Generale" rispondeva il dormiente, poi uscito e accompagnato dalla buona stella in quel buio, eccolo in breve di ritorno con la notizia di aver trovato debitamente appostata la brigata alla sinistra.

Ecco come Alberto Mario, testimone oculare, narra l'incontro fra Garibaldi ed il Re:

"Noi percorrendo attraverso i campi e sui primi lavori di una via ferrata l'ipotenusa del gomito descritto dalla strada ci arrestammo ad un bivio per attendervi Garibaldi. Proveniente da Venafro sfilava verso Teano l'esercito settentrionale, e la banda di ciascun reggimento, dipartendosi dalla testa di colonna, sostava a lato per rallegrarne il passaggio con musiche marziali; quindi le si ricongiungeva alla coda.
Il sito d'intersezione delle due strade era abbastanza capace, e l'adornavano una casa rusticana e una dozzina di pioppi. Terreni arati all'intorno e radi alberi e viti ingiallite dall'autunno cadente; pianura uniforme e uggiosa.
Non tardò a giungere Garibaldi: sceso di sella, si pose sul davanti a guardare la truppa con una pupilla lieta. Della Rocca, generale d'armata, gli si accostò cortesemente. Alcuni ufficiali salutavano con visi sfavillanti; la maggior parte, fatto il saluto prescritto dal regolamento, procedeva oltre, inconsapevole o indifferente che il salutato fosse il liberatore delle Sicilie; si sarebbe detto in quel momento, se facciamo un raffronto della fisonomia, che essi fossero i liberatori, e Garibaldi il liberato. Quando improvvisamente una botta di tamburi troncò le musiche e s'intese la marcia reale.

"Il Re!" disse Della Rocca.
"Il Re ! il Re !!" ripeterono cento bocche. E infatti una frotta di carabinieri reali a cavallo, guardia del corpo, armati di spada e di manette, annunziò la presenza del monarca sardo.
Il Re, con i gradi di generale, col berretto, montava un cavallo arabo storno, e lo seguiva un codazzo di generali, di ciambellani, di servitori; Fanti, ministro della guerra, e Farini, vicerè di Napoli in pectore, tutta gente avversa a Garibaldi, a questo plebeo, donatore di regni.

Sotto il cappello Garibaldi si era messo un fazzoletto di seta, annodandoselo al mento per proteggere le orecchie e le tempie dalla umidità mattutina .
All' arrivo del Re
levatosi il cappeo, rimase col fazzoletto. Il Re gli stese la mano dicendo:
"Oh ! vi saluto, mio caro Garibaldi, come state?"
E Garibaldi: "Bene, Maestà, e lei?"
E il Re: "Benone!"
Garibaldi, alzando la voce e girando gli occhi come chi parla alle turbe, gridò:
"Ecco il re d'Italia!" E le turbe: "Viva il Re !"
Vittorio Emanuele, messosi in disparte per il libero transito delle truppe, s'intrattenne qualche tempo a colloquio col Generale. Indi si mosse.
Garibaldi gli cavalcava alla sinistra, e a venti passi di distanza il quartiere generale garibaldino alla rinfusa. Ma a poco a poco le due parti si separarono, respinta ciascuna al proprio centro di gravità; in una riga le umili camicie rosse, nell' altra parallela, le superbe onorificenze lucenti d'oro, d'argento, di croci e di gran cordoni.
Intanto strepito d'armi e visione di spallini e ondeggiare di cimieri, i contadini accorrevano attoniti ad acclamare Garibaldi. Dei due che precedevano, ignorando chi dei due fosse, posero con certezza gli occhi sul più bello. Garibaldi si dava da fare per deviare quegli applausi sul Re, e, trattenuto d'un passo il cavallo, declamava loro con molta intensità d'espressione:
"Ecco Vittorio Emanuele, il Re, il nostro Re, il Re d'Italia; viva lui !".

I paesani tacevano e ascoltavano, ma non comprendendo una sillaba di tutto ciò, ripetevano il "viva Calibardo!" Il povero Generale alla tortura sudava sangue dagli occhi, e conoscendo come il Re ci tenesse alle ovazioni e quanto la sua popolarità lo irritasse avrebbe volentieri regalato un secondo regno pur di strappare dal labbro di quegli antipolitici villani un Viva il Re d'Italia! o anche un semplice Viva il Re! Ma la difficoltà si sciolse prontamente, perché Vittorio Emanuele spinse il cavallo al galoppo.

Al ponte di un torrentello che tocca Teano, Garibaldi fece di cappello al Re; questi proseguì sulla strada suburbana, quello passò il ponte, e si separarono l'un l'altro ad angolo retto.
Noi seguimmo Garibaldi; i regi, il Re.
Garibaldi smontò di sella nel vicino sobborgo, e condusse il cavallo ad uno stallaggio di barocciai a lato della via.
Entrai nella stalla con Missori, Nullo e Zazio, e vi trovai il dittatore seduto su una pancuccia a due passi dalla coda del suo cavallo. Gli stava davanti un barile in piedi, sul quale gli fu preparata la colazione. Una bottiglia d'acqua, una fetta di cacio e un pane. L'acqua, per giunta, infetta. Appena ne bevve un sorso, la sputò dicendo tranquillamente: - "Dev'esserci nel pozzo una bestia morta da un pezzo".

Lentamente e in silenzio ripartimmo sui nostri passi per Calvi. L'aspetto di Garibaldi mi apparve così dolcemente mesto, che mai mi sentii attirato verso di lui con altrettanta tenerezza.
Fatto centro in Calvi, il Generale dispiegò i suoi diecimila uomini con diligenza, da un lato fino a Casciano, dall'altro a Sparanisi, la fronte conversa alla strada che per Sant'Agata metta al ponte del Garigliano.
Corse e osservò minuziosamente per l'intero giorno il terreno dentro un arco di parecchie miglia, e la sera si riparò in un tempietto fuori della borgata di Calvi. Mesti anche noi della sua mestizia, c'eravamo messi intorno a lui a riposare su un poco di paglia .
La mattina dopo, sul mezzodì si udiva il rombo del cannone sul Garigliano.
Venne mia moglie a chiedere provvedimenti per l'ambulanza generale, Garibaldi le rispose con accento incisivo e con fredda compostezza
"I miei feriti giacciono all'altra riva dei Volturno!" - E tacque.

Noi rimanemmo sospesi, intenti a indovinare a cosa alludesse con una tale risposta. Vidi sul suo volto un graduale passaggio, dall'aspetto serio, a un più mite e rassegnato senso di tristezza; indi egli ripigliò con la voce blanda e con l'inflessione esclamatoria: "Jessie, ci hanno messo alla coda!".
Allora compresi la improvvisa causa del suo turbamento dopo il colloquio col re. Ma conoscendo la sua nobile natura, avevo la certezza che quella causa andava ricercata nell'inurbanità del principe, che era poi il preludio di una immensa ingratitudine.
Nella più tarda ora, il re percorse le nostre linee fino al Volturno. Il colonnello Dezza faceva gli onori del campo. Era una ressa affannosa di generali garibaldini e di ufficiali superiori intorno al nuovo astro sorgente; e intanto tramontava malinconicamente dietro le pianure della Campania l'astro di Marsala.

Poi si seppe che avendo Garibaldi nel breve colloquio domandato per i suoi l'onore della prima schiera, il Re rispose: "Voi vi battete da molto lungo tempo: tocca a me adesso; le vostre truppe sono stanche, le mie fresche; ponetevi alla riserva!"
Poi dopo una pausa:
"Quando attaccheremo Capua se volete cooperare all'attacco intendetevi col generale Della Rocca che ha le mie istruzioni!"

Garibaldi a tutto era preparato, a tutto si rassegnava fuorché di trovarsi escluso dagli ultimi combattimenti.
E sentendo le fucilate sul Garigliano non si mosse per tutta quella notte e qui lo trovava la deputazione Palermitana incaricata di recargli le medaglie di Marsala e la spada a lui offerta dai Palermitani.
Così narra un membro della deputazione:
"Trovammo Garibaldi due ore fa a Calvi. - Figuratevi una sola stanza quadra, con un letto a cupola bassa. Le pareti nere nerissime dal fumo; non un pavimento, ma nuda terra sotto i piedi, non sedie, non letti, nemmeno quel che già vi doveva essere, per intenderci tavolati per dormire. - Garibaldi ci ha ricevuti in questa sua dimora.. - Sedeva su di una scranna di corda, posando le braccia su di un tavolo di legno fradicio, con un lume di rame che mandava per il cattivo olio una luce affumicata.
Quando noi giungemmo, per rischiarare un po' di più l'ambiente, uno dei suoi vi aggiunse una candela stearica ficcata e tenuta alta sul collo di una bottiglia. Garibaldi ci accolse con quell'affetto che é proprio di lui. Aveva il suo solito cappello in testa. Sul braccio aveva il suo plaid scozzese, e dalle spalle e dal collo ove era appuntato, gli scendeva sul largo petto e giù fino ai ginocchi uno scialle di lana grigia. Disse di aver caro che questa deputazione che viene per re Vittorio Emanuele si fosse ricordata di lui. E di ricordare sempre i Siciliani, che lo hanno con tanto entusiasmo assecondato in quei primi momenti, da cui é dipesa la libertà di tutta l'Italia meridionale.

Non aveva nulla da offrirci; ci chiese "sigari?", ma lui non ne aveva che uno; ma rivolto un cenno ai suoi compagni che erano lì, subito questi portarono sul tavolo una decina di sigari che lui gentilmente distribuì. Disse poi della necessità della concordia; che l'italia ha verso la Venezia un debito di fratellanza e un debito di onore, che l' Italia tutta deve pagare; che per la primavera l'Italia dovrebbe avere pronti almeno quattrocento mila soldati, e che ci si prometteva che i Siciliani volessero in tal senso pagare il loro debito.
"Noi tutti - gli dicevamo - vogliamo che scenda a Palermo", che cambiasse in Palermo la sua Caprera; che la deputazione aveva portato con sè le medaglie fatte coniare dal municipio di Palermo, per i Mille sbarcati con lui a Marsala. La deputazione aveva anche portato, per presentargliela, la spada che gli offrivano i Palermitani. Era la stessa spada fatta fare a Firenze per Carlo Alberto; la gradisse quindi ancor di più (*). Lui ringraziò tutti noi e di ringraziare tutti i Palermitani, popolo, disse, pieno di entusiasmo e di fermezza, e di cui egli si stimava e riteneva concittadino."

(*) A Caserta il 29 fu una vera festa. Verso le 11 antimeridiane la deputazione del municipio di Palermo presentava al generale Garibaldi, a nome dei Palermitani, la spada che nel 1848 Mattioli aveva fabbricata per Carlo Alberto. La spada è magnifica. L'elsa tutta in oro, in oro gli attacchi del fodero, e tutto quest'oro cesellato con un magistero squisito. Ai due lati dell'impugnatura sono, su una piastra d'oro, due sfinge; sull'impugnatura e sugli attacchi e nella punta del fodero sono maschere e ornati di lavoro egregio, gentile e insieme sobrio. Il fodero è di acciaio brunito; la lama di primissima tempra. E ben degno che la spada destinata già a chi cominciò la guerra dell'indipendenza dell'Italia, vada oggi in mano di che le ha data la più forte spinta a compiersi. Questo dono è stato fatto per pubblica sottoscrizione aperta a Palermo dal presidente del municipio; sicché é dono del popolo di Palermo. Il valore non é grande, perché la spada é stata comprata per seimila franchi, ma è grande l'affetto con cui questo valore lo si è raccolto per piccole sottoscrizioni, la maggior parte della popolazione minuta.
La deputazione che gliela presentava, era numerosa: il duca di Verdura, il principe Torremuzza, il dottor La Loggia, l'avv. Santo Canale e altre. Vi era la famiglia Verdura, la principessa Niscemi e la principessa di Torremuzza. Garibaldi disse di Palermo e della Sicilia cose piene di riconoscenza e di ammirazione; e promise che alla prima occasione sarebbe andato a pranzare con loro.
(Corrispondenza del Movimento).

Nel primo scontro presso Cascano l'avanguardia piemontese fu respinta dal generale Meckel, e Garibaldi, vedendo che di lui non si faceva caso, e lo si teneva in disparte, ritornò dalla sua gente a Caserta. Poi a S. Maria subito mise sotto gli ordini del generale Della Rocca il Medici con la sua divisione, ormai lui non si occupava più delle cose militari.
Nel giorno seguente Garibaldi consegnava agli Ungheresi la bandiera ricamata per loro dalle signore napoletane e ai superstiti dei Mille, che non erano più di 400, distribuiva la medaglia e il diploma a loro destinati. Cerimonia toccante giacché nel leggere alcuni nomi si sentiva una voce rispondere "morto" o "ferito" a Calatafimi, Palermo, sul Volturno!, ecc.
Ecco il testo del diploma:
"Il Senato della città di Palermo. - A voi N. N. uno dei 1000 prodi sbarcati con Garibaldi a Marsala il dì 11 maggio 1800 il Senato di Palermo questo attestato rilascia accompagnato alla medaglia che decretava la nostra cittadina rappresentanza e che oggi il Municipio vi conferisce.
Palermo, dì 24 ottobre 1860."

La medaglia, d'argento, porta da un lato a semicerchio il motto "Marsala, Calatafimi, Palermo" nel mezzo, "Il Municipio Palermitano, Rivendicato 1860"; dall'altro lato, l'aquila palermitana con in giro: AI PRODI CUI FU DUCE GARIBALDI.

Poi scrisse da Caserta la seguente lettera al Re:

"Sire,
Quando, toccato il suolo siciliano, assunsi la dittatura, lo feci nel nome vostro e per voi, nobile Principe, nel quale si raccolgono tutte le speranze della nazione. Adempio dunque ad un voto del mio cuore, sciolgo una promessa da me in vari atti decretata, deponendo in mani vostre il potere, che per tutti i titoli vi appartieni, or che il popolo di queste province si é solennemente pronunziato per l'Italia Una e per il regno vostro e dei a vostri legittimi discendenti.
Io vi rimetto il potere su 10 milioni di Italiani, tormentati fino a pochi mesi addietro da un dispotismo stupido eferoce, e per i quali é ormai necessario un regime riparatore.
E l'avranno da voi questo regime, da voi chi Dio prescelse ad instaurare la nazioni italiana, a renderla libera e prospera all'interno, potente e rispettata all'esterno.
Voi troverete in queste contrade un popolo docile, quanto intelligente, amico dell'ordine, quanto desideroso di libertà, pronto ai maggiori sacrifici qualora gli siano richiesti nell' interesse della patria e di un governo nazionale. Nei sei mesi che io ne ho tenuta la suprema direzione, non ebbi che a lodarmi dell'indole e del buon volere di questo popolo, che ho la fortuna di rendere - io con i miei compagni - all'Italia, dalla quali i nostri tiranni lo avevano disgiunto.

"Io non vi parlo dei mio governo. L'isola di Sicilia, malgrado "le difficoltà suscitatevi da gente venuta da fuori", ebbi ordini civili e politici pari a quelli dell'Italia superiore; gode tranquillità senza esempio. Qui nel continente, dove la presenza del nemico ci é ancora di ostacolo, il paese é avviato in tutti gli atti all'unificazione nazionali. Tutto ciò mercé la solerte intelligenza dei due distinti patrioti, ai quali affidai le redini dell' amministrazione.

"Vogliate intanto, Maestà, permettermi "una sola preghiera", nell'atto di rimettervi il supremo potere. Io vi imploro, chi mettiate sotto la vostra altissima tutela coloro che io ebbi come collaboratori in questa grande opera di affrancamento dell'Italia meridionale, e che accogliate "nel vostro esercito i miei commilitoni che hanno bene meritato di voi e della patria".
Sono, Sire: Vostro GIUSEPPE GARIBALDI."

Ai posteri, sembrerà incredibile, ma pure é vero, che questa sola preghiera del donatori di un regno fu, non solamente rifiutata, ma i suoi commilitoni, salvo quei pochi che si erano messi ai piedi di Cavour, furono trattati con tali durezza e ignominia che preferirono dimettersi piuttosto che subire ulteriori mortificazioni. Né scusa né giustificazioni é possibile trovare giacché nella lettera di congratulazioni al Re per le brillanti vittorie di Cialdini Garibaldi aveva scritto "La V. M. promulghi un decreto chi riconosca i gradi dei miei ufficiali. Io mi adopererò ad eliminare coloro che debbono essere eliminati."

E della sua severità in fatto di doveri e di onore militare diede prova in quegli stessi giorni passando in rivista la divisione di Bixio. - Bixio, non sempre ricordando i meriti dei suoi ufficiali (tant'é vero che quel giorno non fece nessun cenno al maggior Boldrini che ebbe il primo ottobre undici ufficiali morti e feriti e lui stesso ferito. Avvertito dell'oblio il maggiore ne morì di crepacuore.
E alla vigilia della rassegna Bixio ne nominò cinque a Garibaldi come meritevoli di biasimo. - Sicché dopo le lodi per le abituali prove di coraggio segnalate fummo colpiti da doloroso stupore all'udire il nome di cinque ufficiali infamati per viltà! Ai tre presenti dei cinque, Garibaldi comandò di uscire dalle file e di presentarsi al cospetto di lui e della divisione.
Ubbidirono! L'occhio del Generale lanciava saette. L'angelo dell'ultimo giudizio (se c'é) tuonerà così con la sua voce quando disse a Trecchi: "Togliete loro la spada"; e a Nullo: "Strappate dai berretti le insegne del grado", e ai muti e tremanti miseri malcapitati facendo un gesto come a maledirli: "A voi non resta che di prendere un fucile e di farvi ammazzare agli avamposti ! "(*).

(*) Almeno per uno, Bixio si era sbagliato, come prova il seguente documento rilasciato di proprio pugno da Garibaldi e stampato nel Movimento:
"Il signor Ernesto Formaggini, ufficiale nell'esercito meridionale, ci reca un certificato scritto di pugno del Generale Garibaldi, in cui è restituita la sua buona fama militare a quell'onesto giovane, e che noi di buon grado pubblichiamo, invitando i nostri confratelli a fare altrettanto.
GIUSEPPE GARIBALDI - Caprera, 29 dicembre 1860".

"Dai certificati di cui è munito il sottotenente Ernesto Formaggini, consta chiaramente che fu un equivoco la sua degradazione avvenuta nel cortile del Palazzo di Caserta in presenza della diciottesima divisione a cui apparteneva.
In conseguenza egli è da me autorizzato a fregiarsi del suo primitivo grado di sottotenente dell'Esercito Meridionale ed a far pubblico questo mio attestato.
Io sono ben contento di sconfessare questo atto di ingiustizia, e di ridare ai miei prodi compagni d'armi questo valoroso ufficiale. G. GARIBALDI."

Garibaldi non aveva egli fatto arrestare e processare per furto uno dei suoi più coraggiosi commilitoni di Montevideo? Costui dovette espiare i dieci anni di galera a cui fu condannato, né Garibaldi volle mai sentire parlare di grazia!
E tutto questo era a tutti noto, come era nota la sua determinazione di ritirarsi immediatamente a Caprera.
Ma un Fanti che l'aveva classificato un "audace avventuriero", un Farini a cui aveva dato tanto filo a torcere nell'Italia centrale perché si era messo in testa di liberare tutta l'Italia "con" "senza" "contro" Bonaparte, non potevano resistere alla voglia di tediarlo, di mortificarlo, di umiliarlo.

Un giorno si manda un ordine a Dumas di sgombrare dal palazzetto di Chiatamone a lui prestato da Garibaldi, un altro giorno si mandano gli stallieri di Sua Maestà a sequestrare un cavallo di razza di Persano regalato dal Dittatore con lettera donativa.
Garibaldi manda alcuni decreti al Giornale Ufficiale perché fossero pubblicati e gli fu risposto che il ministro dell'interno per ordini superiori ricevuti (dal Prodittatore s'intende) proibiva l'inserzione di decreti nuovi. "Pulcinella!" egli disse, poi tacque (*).

(*) E' necessario registrare questi fatti; altrimenti non si capisce la dualità, gli innumerevoli duelli che ebbero poi luogo negli anni seguenti fra volontari e regolari. E che fosse partito preso di far sfregio a Garibaldi lo provano i seguenti documenti. -
Nel primo, che è il proclama del Re ai Siciliani, Garibaldi non è neppure nominato.
Nel secondo il nominarlo è perfino proibito !

"Popoli della Sicilia,
Coll'animo profondamente commosso io metto il piede in quest'isola illustre, che già, quasi augurio dei presenti destini d'Italia, ebbe per principe uno degli avi miei; che ai giorni nostri elesse a suo Re il mio rimpianto fratello e che oggi mi chiama con unanime suffragio a stendere su di essa i benefizi del viver libero e dell'unità nazionale. Grandi cose in breve volger di tempo si sono operate; grandi a cose rimangono ad operarsi; ma ho fede che con l'aiuto di Dio e della virtù dei popoli italiani noi condurremo a compimento la magnanima impresa.
Il governo che io qui vengo ad instaurare sarà governo di riparazione e di concordia Esso, rispettando sinceramente la religione, manterrà salve le antichissime prerogative che sono decoro della Chiesa Siciliana, e presidio della Podestà civile; fonderà un'amministrazione la quale restauri i principii morali di una società bene ordinata, e con incessante progresso economico, facendo rifiorire la fertilità del suo suolo, i suoi commerci e l'attività della sua marina, renda a tutti proficui i doni che la Provvidenza ha largamente profusi sopra questa terra privilegiata.
Siciliani !
La vostra storia è storia di grandi gesta e di generosi ardimenti; ora è tempo per Voi, come per tutti gli Italiani, di mostrare all' Europa che, se sapemmo conquistare col valore l'indipendenza e la libertà, le sappiamo altresì conservare con la unione degli animi e con le civili virtù.
Palermo, 1- dicembre 1860
VITTORIO EMANUELE.
Il Guardasigilli Ministro di grazia e giustizia e degli affari ecclesiastici
G. B. CASSINIS."


Soprintendenza generale dei teatri e spettacoli:
Palermo, 21 novembre 1860.
Signore,
Le dichiaro che d'ora in poi resta espressamente proibito di produrre in qualunque spettacolo teatrale tutto ciò che vi è di garibaldino; per cui rimane ella responsabile di qualsiasi ancorché lieve contravvenzione.
Il Soprintendente generale, Marchese RUDINI.
Al Signor Pietro Cutrera, impresario del Teatro Nazionale.
(L'Unità Italiana, 4 dicembre 1860).


Torniamo a Caserta.
Venne fissato il giorno in cui il Re doveva passare in rivista l'esercito dei volontari: essi rimasero radunati e in attesa dall'alba fino al mezzogiorno, quando gli fu detto loro: "Il Re non viene."- E Garibaldi stesso fece l'ultima rivista di quei gloriosi, laceri resti di Marsala, di Calatafimi, di Palermo, di Reggio e del Volturno! Nemmeno il suo ordine del giorno dove i volontari erano dichiarati benemeriti della patria fu dal Re firmato, ma soltanto da Della Rocca.

Nondimeno, Garibaldi, cedendo a chi gli disse che il non accompagnare il Re a Napoli avrebbe fatto nascere del malumore fra i Napoletani, andò a Santa Maria a prenderlo. In carrozza scoperta Sua Maestà fece la sua entrata trionfale con Garibaldi accanto, e i prodittatori di Sicilia e Napoli, Mordini e Pallavicini, davanti.
L' accoglienza fu cordiale, ma non entusiastica. Qualche grido ufficioso "Viva il Re" - "Viva Galibaldi" fu l'unico sfogo del popolo da lui liberato. Sceso il Re al Palazzo Reale, Garibaldi ritornò all'Albergo della Gran Bretagna dove fu assediato da deputazioni e da amici che lo pregavano di desistere dalla minacciata intenzione di partire.

L'indomani giunsero Pallavicino e Mordini per prenderlo per la formale consegna dei plebisciti al Re. Sul petto del marchese Pallavicini risplendeva il gran collare dell'Annunziata. - Il martire dello Spielberg era improvvisamente divenuto assieme a Cavour cugino del Re !!!.
L'occhio di Garibaldi scrutava allora Mordini. La medaglia modesta di deputato era l'unica decorazione che lui portava. Sicché toccando con gesto sprezzante il collare al Pallavicino gli disse "Toglietevi questa chincaglieria. Perché a voi e non a Mordini? Non fu egli mio rappresentante in Sicilia, come voi foste a Napoli?"

E il povero "Giorgio" che quella stessa mattina aveva ricevuta la decorazione con lettera autografa del Re pregandolo di fregiarsene per la solenne cerimonia del plebiscito; (Il plebiscito sull'annessione al Piemonte che si erano svolti nel Regno delle Due Sicilie il 21 ottobre 1860 aveva dato questi risultati: nel continente su circa 1.650.000 iscritti nelle liste elettorali (su una popolazione di 6.500.000 abitanti) i votanti furono 1.312.366 di cui 1.302.064 favorevoli e 10.302 contrari. In Sicilia su circa 575.000 iscritti (su 2 232 000 abitanti) i votanti furono 432.720 di cui 432.053 favorevoli e 667 contrari).
ma quel giorno nella sala del trono, per non sembrare ingrato al Re e per non disgustare di più il suo corrucciato amico, si astenne dal partecipare alla cerimonia, né riuscì più a vedere Garibaldi a Napoli.
Per essere giusti bisogna pure ammettere che Pallavicino aveva ben altri titoli alla riconoscenza della patria che non aveva il Mordini; ma la malignità dei ministri stava nello aver scelto quella occasione per fregiare Pallavicino, docile strumento di Cavour, e sfregiare quell'uomo indipendente e ardente garibaldino che dal primo all' ultimo suo proclama aveva tenuto alto e supremo il nome e il programma del Duce dei Mille in Sicilia.

Assistendo Garibaldi alla cerimonia della consegna del plebiscito, fu da un ciambellano invitato a togliersi il cappello trovandosi alla presenza di Sua Maestà. Sorrise e ubbidì, poi tornato all' albergo, scrisse l'addio ai volontari (ne diamo sotto il testo), visitò i suoi feriti, e l'indomani alle quattro di mattina con Menotti e cinque amici partì dalla rada di Santa Lucia in un palischermo che lo conduceva a bordo del "Washington" che da una settimana stava ancorato nella baia aspettandolo.
Per evitare qualsiasi dimostrazione, Garibaldi aveva comunicato l'ora della partenza a pochissimi amici, fra questi Ripari, Crispi, Cattaneo, Mario, Nullo, Missori. - A nessuno di questi rimase l'occhio asciutto.
Garibaldi solo sorrideva, dicendo: "Arrivederci in primavera sulla via di Roma".

L'ADDIO AI VOLONTARI
"Ai miei compagni d'armi.
Penultima tappa del risorgimento nostro, noi dobbiamo considerare il periodo che sta per finire, e prepararci ad ultimare splendidamente lo stupendo concetto degli eletti di venti generazioni, il cui compimento assegnò la provvidenza a questa generazione fortunata.
Sì, giovani ! L'Italia deve a voi un' impresa che meritò il plauso del mondo.
Voi vinceste, - e voi vincerete - perché voi siete ormai fatti alla tattica che decide delle battaglie !
Voi non siete degeneri da coloro che entravano nel fitto profondo delle falangi Macedoni, che squarciavano il petto ai superbi vincitori dell'Asia.
A questa pagina stupenda della storia del nostro paese ne seguirà una più gloriosa ancora, e lo schiavo mostrerà finalmente al libero fratello un ferro arrotato che appartenne agli anelli delle sue catene.

"All'armi tutti ! - tutti: e gli oppressori - i prepotenti sfumeranno come la polvere.
Voi, donne, rigettate lontani i codardi, essi non vi daranno che codardi - e voi figlie della terra della debolezza volete prole prode e generosa?
Che i paurosi dottrinari se ne vadano a trascinare altrove il loro servilismo, le loro miserie.
Questo popolo è padrone di sé. Egli vuol essere fratello degli altri popoli, ma guardare i protervi con la fronte alta: non arrampicarsi, mendicando la sua libertà - egli non vuol essere a rimorchio di uomini dal cuore di fango. No ! no ! no !
La Provvidenza fece il dono all'Italia di Vittorio Emanuele. Ogni Italiano deve riannodarsi a lui - serrarsi intorno a lui. Accanto al Re Galantuomo ogni gara deve sparire, ogni rancore dissiparsi ! Ancora una volta io vi ripeto il mio grido: all'armi tutti ! tutti !
Se il marzo del 1861 non trova un milione d'Italiani armati, povera libertà, povera vita italiana.... Oh! no : lungi da me un pensiero che mi ripugna come un veleno. Il marzo del 61, e se necessario il febbraio, ci troverà tutti al nostro posto.

"Italiani di Calatafimi, di Palermo, del Volturno, di Ancona, di Castelfidardo, di Isernia e con noi ogni uomo di questa terra non codardo, non servile; tutti, tutti serrati intorno al glorioso soldato di Palestro, daremo l'ultima scossa, l'ultimo colpo alla crollante tirannide!
Accogliete, giovani volontari, resti onorati di dieci battaglie, una parola d' addio! Io ve la mando commosso d'affetto dal profondo della mia anima. Oggi io devo ritirarmi, ma per pochi giorni. L' ora della pugna mi ritroverà con voi ancora - accanto ai soldati della Libertà Italiana.
Che ritornino alle loro case quelli soltanto chiamati da doveri imperiosi di famiglia, e coloro che gloriosamente mutilati hanno meritato la gratitudine della patria. Essi la serviranno ancora nei loro focolari con il consiglio e con l' aspetto delle nobili cicatrici che decorano la loro maschia fronte di venti anni. All'infuori di questi, gli altri restino a custodire le gloriose bandiere.

"Noi ci ritroveremo fra poco per marciare, insieme al riscatto dei nostri fratelli, schiavi ancora dello straniero, noi ci ritroveremo fra poco per marciare insieme per nuovi trionfi.
Napoli, 8 Novembre 1860.
GIUSEPPE GARIBALDI


L'ITALIA ALL'INIZIO DEL 1861

Come detto sopra, Garibaldi partì per Caprera.
Ma il duello con Cavour non era ancora finito.
E le polemiche e le villanie di alcuni generali nemmeno.

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