QUARANTADUESIMO CAPITOLO


L'imbarco notturno dei Mille a Quarto, il 5 maggio 1860

CAPITOLO QUARANTADUESIMO
DA QUARTO A MARSALA
Preparativi di Garibaldi per una spedizione nel mezzogiorno d'Italia. - Ostacoli vinti. - Il 5 maggio salpa da Quarto. - Smarrimento di due battelli- portanti armi e munizioni. - Fermata a Talamone. - Dal Giorgini ottiene cartucce e tre pezzi da sei dell' arsenale di Orbetello. - La truppa rassegnata e divisa in compagnie comprende 1072 militi. - Il proclama di Garibaldi. - Cento volontari sono spediti a portare la rivoluzione nello Stato Pontificio. - Pimodan li vince, Ricasoli li disarma e disperde. - Le duo navi garibaldine salpano da Talamone il 10 maggio. - Il giorno 11, protetti da due legni inglesi, sbarcano a Marsala. - Proclama di Garibaldi ai Siciliani. - Accampa a Salemi. - Primo incontro di Garibaldi con fra Pantaleo. - Espugnazione del colle detto il Pianto dei Romani.
- Successivi assalti e vittoria di Calatafimi.
LETTERE AUTOGRAFA DI GARIBALDI DA CALATIFIMI A BERTANI

Ad ogni terrazza una scarica, una corsa fremebonda
sotto la mitraglia nemica, una mischia rapida, muta,
disperata , un momento di riposo a' piedi della terrazza
conquistata, e daccapo un' altra scarica, un'altra corsa,
un'altra mischia, altri prodigi di valore, altro nobile sangue
che gronda, altri Italiani che uccidono Italiani;
finché viene un punto in cui il coraggio avendo ragione
del numero, e la costanza della morte, il nemico scacciato
di altura in altura, abbandona il campo:
ecco Calatafimi.
G. Guerzoni. Vita di Nino Bixio.


Durava ancora nell'animo di Garibaldi l'incertezza se ci fosse da arrischiare una spedizione, che, fallendo, potesse compromettere le sorti d'Italia. Di più egli era fieramente arrabbiato con Cavour, e aveva in animo di metterlo in stato d'accusa, perché in nessun modo questi volle permettere che altri salvasse Nizza (la sua città natale !!!), da lui così incautamente ceduta, e bilanciava fra sé e sé se fosse saggio partito allontanarsi tanto e non tentare un moto popolare nella Nizza stessa. Però il pensiero che i due valorosi, di cui si é detto, si fossero avventurati soli, che i siciliani erano già insorti, vinse la sua titubanza, e si sa che Garibaldi, dopo aver presa una decisione, non retrocedeva mai.

Ancora una volta egli volle assicurarsi da Sir James Hudson che le notizie venute dalla Sicilia erano vere; e questi non solo gliele confermò ma gli assicurò le simpatie del suo paese, l'Inghilterra.
Garibaldi tornò e chiamò a sé Crispi, Bertani e Bixio. Comandò a Bixio di concertarsi con la società Rubattino per avere due vapori; mandò Crispi a Milano per ricevere denari e fucili da Besana e Finzi, del Comitato del milione di fucili, e con Bertani s'intese per il presente e per il futuro.

Intanto Crispi si concertava con gli amici a Malta per avere notizie e averle buone. A leggere i dispacci, sembrava che la rivoluzione fosse scoppiata simultanea a Palermo, a Messina, a Catania e a Milazzo. Ma né fucili, né denaro si poterono ottenere, perché un colonnello piemontese volle l'ordine di Cavour per acconsentire al trasporto dei fucili da Milano, e Cavour, che aveva fatto sequestrare tutto il materiale raccolto in Milano, era con il Re nell'Italia Centrale.

Intanto la sera del 30 aprile Bixio venne con la triste notizia che in Sicilia tutto era finito ! Il telegramma a noi di Quadrio confermava l'infausta notizia; il che ci tolse la gloria di aver partecipato alla spedizione dei Mile.
Ma Crispi non si dava per vinto, e il giorno dopo si fece venire per via straordinaria un telegramma il quale assicurava che se la rivoluzione era spenta nelle città, divampava nelle montagne.

Non c'era più da esitare perché i volontari arrivavano da tutte le parti, il figlio di Manin da Parigi, Benedetto Cairoli da Pavia, Simonetta e Besana e tanti altri da Milano.
Né Bixio, né Crispi, nè Bertani concedevano a Garibaldi pace, anzi tregua, finché non ebbe egli pronunciato il sospirato "andiamo".

Finalmente il 5 maggio, dalle spiagge di Quarto, parecchie centinaia di giovani s'imbarcarono in silenzio e di notte, per ignoto destino, su due bastimenti: il "Piemonte" comandato da Garibaldi, il "Lombardo" comandato da Nino Bixio.
I vapori si separarono sopra Camogli, dove si aspettavano armi e munizioni, che doveva spedire il Comitato del milione di fucili. Con difficoltà inaudite si erano raccolti; ma il Comitato non poteva disporre di una sola carabina dei suoi magazzini. Però esso mise a disposizione quanto denaro aveva e con questo e coll'altro raccolto si fece acquisto di armi e munizioni. Alcune ne diede anche La Farina, ma rifiutò la consegna di mille fucili che egli teneva chiusi in casse in un magazzino di via Assarotti, e che Bertani gli domandò tramite un suo compaesano.

Grazie a questo incomprensibile rifiuto, e al fatto che le barche cariche delle armi guidate da genovesi, - che ebbero l'ordine di prendere il largo e di raggiungere i due battelli della spedizione a ragguardevole distanza dalla spiaggia, - si smarrirono, Garibaldi si trovò davanti Talamone senz'armi e munizioni.
Di là scrisse:

Talamone, 8 maggio 1860.
Caro Bertani,
Nella notte della nostra partenza si smarrirono due barche di Profumo (capo barcaiolo) che portavano le munizioni, i cappellozzi, tutte le carabine a revolver, 230 fucili, ecc. Nel giorno seguente cercammo invano tali barche per molte ore e proseguimmo....
Qui abbiamo rimediato alle principali urgenze, grazie alla buona volontà delle autorità di Orbetello e di questi....
Fra poco avrete altre notizie di noi.
Frattanto fate ritirare tutti gli oggetti suddetti. Con affetto, vostro
GIUSEPPE GARIBALDI

Sceso a Talamone, trovò poche cartucce e pochi fucili rugginosi; ma dal comandante del porto seppe che nell'arsenale di Orbetello si trovavano altre armi e munizioni. Onde mandò Turr con il seguente biglietto:
"Credete a tutto quanto vi dice il mio Aiutante di campo, ed aiutateci con tutti i vostri mezzi per la spedizione, che io intraprendo per la gloria del nostro re Vittorio Emanuele e per la grandezza d'Italia".

Esitava il Giorgini, cui il biglietto era diretto, di assumersi così grave responsabilità, ma più che la paura poté il patriottismo, e prima di sera il Turr, accompagnato dallo stesso Giorgini, conduceva a bordo tre pezzi da sei con 1200 cariche e 100.000 cartucce; armamento e munizioni più che sufficienti per sfidare l' esercito e l'armata del re delle due Sicilie.
Fece scendere a terra tutti i Legionari che, passati in rassegna, risposero in mille settantadue all'appello. Furono poi ordinate le compagnie. Nino Bixio venne chiamato a comandare la prima; Creini, la seconda; Stocco, la terza; La Masa, la quarta; Anfossi, la quinta; Carini, la sesta; Cairoli Benedetto, la settima; Mosto, i carabinieri genovesi. Sirtori fu nominato capo di stato maggiore; Turr, primo aiutante del Generale; Acerbi, intendente. Ripari, capo del corpo sanitario.
A tutti poi fu letto il seguente ordine del giorno:

ITALIA E VITTORIO EMANUELE
La missione di questo corpo é, come fu, basata sull'abnegazione la più completa davanti alla rigenerazione della patria. I prodi cacciatori servirono e serviranno il loro paese con la devozione e disciplina dei migliori corpi militanti, senz'altra speranza, senz'altra pretesa che quella della incontaminata loro coscienza. Non gradi, non onori, non ricompense alletteranno questi bravi; essi si rannicchiarono nella modestia della loro vita privata, allorché scomparve il pericolo; ma suonando l'ora della pugna, l'Italia li rivede ancora in
prima fila, ilari, volonterosi e pronti a versare il loro sangue per essa.
Il grido di guerra dei Cacciatori delle Alpi é lo stesso che rimbombò sulle sponde del Ticino , or sono dodici mesi, "Italia" e "Vittorio Emanuele"; e questo grido, ovunque pronunciato da noi, incuterà spavento ai nemici dell'Italia.
L'organizzazione é la stessa dell'esercito italiano, a cui apparteniamo, ed i gradi gli stessi già coperti su altri campi di battaglia.
GIUSEPPE GARIBALDI


Allo stesso tempo Garibaldi, che più ancora che al Re di Napoli pensava alla guerra al papato, memore della ritirata di Roma nel 1849 e dell'impedito passaggio del Rubicone nel 1859, lasciava a terra un centinaio di volontari coll'ordine di sollevare le popolazioni, e di portare la rivoluzione negli Stati pontifici. Onde bandì nuovo appello agli Italiani, ove era detto che le Marche, l'Umbria, la Sabina, Roma " insorgono per dividere le forze dei nostri nemici".

Tutte le lettere private e pubbliche di allora a Bertani, nominato da lui il suo alter ego, dimostrano la ferma sua intenzione di prendere l'iniziativa di quella guerra "contro il maggior nemico dell'Italia" e le istruzioni date a Medici di rimanere a Genova per capitanare una spedizione nelle Marche e nell'Umbria, ove presto scoppierebbe l' insurrezione ed era d' uopo aiutarla con ogni mossa, attestano fin troppo che non era quella una semplice diversione presa di mira. E qui giova avvertire che se il comando di quei cento valorosi fosse stato affidato a uno dei suoi provati ufficiali, o allo stesso Guerzoni, audace e intraprendente, ben altra influenza avrebbe avuto l'impresa sui destini d'Italia.

Invece con meraviglia di quanti non conoscevano certe singolarità dell'indole di Garibaldi, fu prescelto a così delicato incarico quel tal Zambianchi, che commise atti nefandi contro i preti nel 1849, deturpando l'immacolata repubblica romana. Da ciò il mal esito della spedizione, che dopo una scaramuccia con i gendarmi, condotti dal colonnello Pimodan, i nostri ripassarono la frontiera a Sosano. Di qui, dopo essere stati da Ricasoli disarmati e dispersi, raggiunsero Garibaldi in Sicilia, eccettuati quei pochi, e fra essi Leardi di Terranova, che vi lasciarono la vita.

All'alba del 10 maggio, i due vapori lasciarono le acque toscane, e il Generale, che sempre ritto sul ponte vegliava sul pilota, cambiò la direzione dal sud-est, prendendo di mira le coste dell'Africa, per evitare le navi nemiche. Verso sera i due bastimenti si perdettero di vista, e Bixio sul "Lombardo", che si era già accorto di essere inseguito da due vapori, spense i fanali, ordinando ai volontari di collocarsi nella stiva, e qualunque cosa succedesse di non muoversi. Ma sempre più s'avvicinava il supposto nemico, e Bixio cominciava ad impensierirsene, quando sul mare echeggiò la parola "Nino olà! Lombardo!".

"Qual senso mi facesse - scrive uno dei Mille - quel noto accento in quell'ora solenne non so dire: era la voce di un amico che suonava a noi vicina per proteggerci, era la voce di un salvatore."

Da capo Bon i due bastimenti procedettero uniti verso le sponde siciliane, lasciando alla destra i gruppi Pautatari, e all'alba dell'11 videro i lidi desiderati coperti di boschetti di olivi e d'aranci e di fitte siepi di fichi d'India.
Crispi, che non si staccó mai da Garibaldi, chiamò a sé alcuni pescatori, che gli diedero utili ragguagli sui movimenti della squadra borbonica, consigliandogli lo sbarco a Marsala; e che fu subito deciso. Uno di quei pescatori rispondeva al nome d'Antonino Strazzera e si offrì come pilota.
Un legno mercantile inglese trasmise la notizia che tre bastimenti napoletani erano nella rada di Trapani, e Bixio accomiatandosi dall'alto del ponte, gridò:
"Dite, arrivando a Genova, che in questo momento Garibaldi sbarcava a Marsala".

Difatti a un'ora e mezza pomeridiana, venerdì 1 maggio, i due vapori si avvicinarono alla riva. Il mare era tranquillo e le due fregate borboniche, la "Stromboli" comandata da Caracciolo, e l' "Amalia" da Acton, li inseguivano velocemente.
Le barche dei pescatori ed altri palischermi, trovati nel porto, requisiti da Rossi e Castiglia, erano corsi in aiuto. Il "Piemonte", piccolo e veloce, infilava dritto il porto, ma il "Lombardo", che pescava più acqua, diede in secco incagliandosi.
Garibaldi stando sempre sul cassero dirigeva lo sbarco. Un ufficiale inglese, che era sulla riva, descrive nel Daily News la propria commozione nel vedere sfilare in così buon ordine tale quantità di gente da parere impossibile che avesse potuto stivarsi in quei due piccoli legni.

Per loro buona sorte due legni inglesi, l'"Intrepid" e l' "Argus" stavano nella rada e avvertirono i borbonici di non tirare finché i propri loro ufficiali, che si trovavano in terra, fossero risaliti a bordo, e poco tempo dopo i capitani Marryat e Ingram andarono a bordo della "Tancredi" per sapere di che si trattasse. Acton rispose che erano costretti a fare fuoco contro le genti che sbarcavano.

Allora il console britannico che accompagnava il comandante, lo avvertì di non colpire i luoghi ove sventolava la bandiera inglese.
A dire il vero, non sembra che i due comandanti Caracciolo e Acton avessero grande voglia di danneggiare i volontari. Fulminarono, é vero, molo e spiaggia, ma furono colpi innocui.
(Il viceammiraglio inglese, che dal "Hannibal" comandava la squadra, nel suo libro intitolato H. M. S. Hannibal at Palermo and Naples 1859-1861, nota ironicamente che i colpi ferirono soltanto due botti di vino nella cantina di M Wodehouse.).

I volontari discesero e sfilarono con lo stesso ordine e la stessa serenità, come se si trattasse di una semplice rivista. Sopraggiunse poi una fregata a vela; e da una batteria di grosso calibro esplose un turbine di mitraglia, ma innocente anche questa.
Il bello fu che gli ufficiali borbonici non osarono per molto tempo avvicinarsi al "Piemonte" e al "Lombardo", anzi invitarono il capitano Marryat ad accompagnarveli con la bandiera inglese, ma questi si rifiutò, non volendo affatto aver l'aria di commettere un atto ostile a Garibaldi.
Marryat, accusato poi dal governo napoletano di avere aiutato lo sbarco, si difese dicendo: "che non ce n'era bisogno perché i borbonici, che lo potevano fare, non l'avevano impedito".

Alle tre pomeridiane, i volontari, eccettuati i carabinieri genovesi, di guardia sul molo, erano tutti a Marsala, e per la prima volta, dopo la partenza da Genova, presero la paga: una lira a testa.
Garibaldi, appena sceso a terra, ordinò ad Elia di disincagliare il "Lombardo" e fare rotta per Genova. Ma riuscendo impossibile, lui apre i rubinetti della macchina e inonda la stiva, e così i due vapori vuoti ancor più incagliati rimasero la sola preda ai napolitani.
Dettò poi il seguente proclama ai Siciliani:

"Siciliani!
Io vi ho guidato una schiera di prodi accorsi all'eroico grido della Sicilia - resto delle battaglie lombarde. - Noi siamo con voi - e noi non chiediamo altro che la liberazione della vostra terra. - Tutti uniti, l'opera sarà facile e breve.
- All'armi dunque; chi non impugna un'arma é un codardo o un traditore della patria. Non vale il pretesto della mancanza d'armi. Noi avremo fucili, ma per ora un'arma qualunque ci basta, impugnata dalla destra d'un valoroso. I municipi provvederanno ai bimbi, alle donne e ai vecchi derelitti.
- All'armi tutti! La Sicilia insegnerà ancora una volta come si libera un paese dagli oppressori con la potente volontà di un popolo unito.
GIUSEPPE GARIBALDI.

Con rapida mossa il giorno dopo, per sentieri difficili e ripidi, Garibaldi condusse i suoi a Salemi, dove l'accoglienza fu cordialissima, perché questa città fu la prima ad insorgere dopo Palermo, e anche allora scrisse a Bertani

"Salemi, 13 maggio 1860.
Caro Bertani,
Sbarcammo avant'ieri a Marsala felicemente. Le popolazioni ci hanno accolto con entusiasmo e si riuniscono a noi in folla.
Marceremo a piccole giornate sulla capitale, - spero che faremo la valanga - ho trovato questa gente migliore dell'idea che me n'ero fatta.

Direte alla direzione Rubattino, che reclamino i vapori "Piemonte" e "Lombardo" dal Governo - ed il Governo nostro li reclamerà naturalmente dal Governo napoletano.
Che la Direzione per il Milione ci mandi armi e munizioni quante più può. - Non dubito che si faccia altra spedizione per quest'isola, ed allora avremo anche più gente.
Medici dovrebbe occuparsi del Pontificio - io diedi ordine a Zambianchi di mettersi a a sua disposizione.
Serva questa per Medici e per la Direzione Finzi-Besana. Scriveteci. Vostro,
GIUSEPPE GARIBALDI

Qui il Generale scrisse anche il proclama annunziante che egli assumeva la dittatura in nome di Vittorio Emanuele re d'Italia, e altri due proclami indirizzò ai siciliani e ai soldati dell'esercito borbonico, chiamandoli soldati italiani e invitandoli a schierarsi accanto ai soldati di Varese e di S. Martino e di combattere insieme i nemici d'Italia.
Accampò nel podere del barone Mistretta, dove fu raggiunto dai picciotti, che il barone Sant'Anna radunò ed ordinò; e da molti altri ancora. Ripartì le sue sette compagnie in nove, che, divise in due battaglioni, comandati da Bixio e da Giacinto Carini, mentre gli insorti ricevettero ordine di fiancheggiare questo piccolo esercito senza troppo avvicinarlo.

Sapendo che il generale Landi, alla testa di 5000 uomini, 50 cavalli e 4 cannoni, si era fortificato in una stupenda posizione davanti a Calatafimi, Garibaldi mandò gli esploratori fino a S. Antonicchio, e all'alba partì da Salemi e si avviò a Vita. Fermatosi il Generale ad abbeverare il suo cavallo, il che faceva sempre di persona, un frate Francescano gli si gettò in ginocchio acclamandolo il Messia della libertà. Era fra' Pantaleo. - Parve che Garibaldi per un istante esitasse, poi gli disse: " Venite con noi, sarete il nostro Ugo Bassi".
E a quel povero frate va attribuito il merito di non pochi dei successi di Garibaldi in Sicilia.

I garibaldini erano impazienti di venire alle mani, ma il Generale, che osservava le mosse e le posizioni del nemico, volle invece aspettare l'attacco. Il nemico infatti con 3500 uomini, 50 cavalli e 4 cannoni, aveva preso posizione sopra un colle detto il Pianto dei Romani. Era necessario quindi espugnare questo colle per aprirsi la via di Palermo. Garibaldi ordinò ai carabinieri genovesi e alle guide di formare la sua fronte di battaglia, di aspettare a piè fermo il nemico, di non tirare e di lanciarsi alla baionetta appena il nemico si fosse abbastanza avvicinato.
E diffatti, al primo fuoco borbonico nulla risposero, stavano lì zitti e immobili come statue; ma appena i borbonici giunsero a mezzo tiro di fucile, urlando: "Viva Garibaldi!" si gettarono loro addosso. Fu una battaglia serrata, morti e feriti caddero numerosi da ambo le parti, e i borbonici dovettero a mano a mano risalire la loro collina difesa da artiglieria.
I carabinieri genovesi giunsero fino al centro delle posizioni: fucilate, mitraglia non valsero a trattenerli, e intanto sulla strada di Vita (sul colle di questo nome che sorge di rimpetto al Pianto dei Romani, Garibaldi aveva schierato i suoi, Carini a destra, i quattro cannoncini a sinistra, Bixio al centro) tuonava il cannone dei volontari per arrestare la cavalleria borbonica che li minacciava alle spalle.

Il generale napoletano stava col centro sul monte più alto; l'ala destra era protetta dall'artiglieria, e così il centro: le sue due ali sembravano avviluppare i volontari. Garibaldi, ritto sul monte opposto, spingeva Cairoli con la settima, Bassini coll'ottava compagnia, poi Bixio con le altre squadre, collocando i picciotti sulla china; poi ordinò alla tromba di suonare la carica.
Fu una serie di duelli. Schiaffino porta-bandiera fu il primo a giungere e il primo a cadere morto stringendo il tricolore, tutto rosso del proprio sangue. Vedendo quel prezioso trofeo afferrato dal nemico, i volontari si precipitarono come tanti leoni e ingaggiarono una lotta corpo a corpo; e i regi furono costretti a ritirarsi al centro sulla cima.

Landi chiamò la riserva da Calatafimi: una tempesta di palle e di mitraglia decima di nuovo i volontari. Un'ultima posizione rimaneva a questi da espugnare, ma sfiniti, grondanti di sudore e di sangue, questo compito sembrava al disopra delle forze umane. Di ciò si accorge Garibaldi, scende dal poggio, vola alla testa dei suoi, e concede loro cinque minuti di riposo. Mentre sta osservando il nemico, sente una voce che gli susurra all' orecchio:
"temo che sia forza ritirarsi".
"Bixio! - Garibaldi risponde attonito - qui si fa l'Italia una, o si muore" .
Poi sfoderò la spada e gridando "Avanti!" si slancia per primo nel mezzo del nemico. Irresistibile quello slancio; la voce, il gesto, il pericolo imminente del duce stimolano il coraggio di ogni volontario a imitare il suo; la prima linea napoletana indietreggia, gettando così nello spavento le posteriori; tutto il corpo si scompone, non ascolta più gli ufficiali; i soldati abbandonano le armi e fuggono, lasciandosi dietro morti e feriti ed anche i carri di munizione e di viveri; tutti insomma al grido di si salvi chi può! si precipitano a rifugiarsi dentro Calatafimi da dove Landi, atterrito, grida come un ossesso "aiuto! aiuto!"
La sua relazione ufficiale, dove confessa di aver perduto un cannone, fa ridere anche oggi. Egli parla delle masse enormi dei nemico, del timore di essere assaltato ancora, della sua grande costernazione, poi torna a ridire che é circondato da nemici in numero infinito; e loda pure la sua colonna che combattè con vivo fuoco dalle 10 antimeridiane alle 6 pomeridiane.
Si vanta poi di avere ucciso "il gran comandante degli Italiani, e di averne preso la bandiera" .
Ma non aveva fatto nulla di tutto questo.

Garibaldi, grande davvero, alla testa di un pugno di eroi aveva sbaragliato forze tre volte superiori.


Si può benissimo dire che su quel campo di Calatafimi fu inaugurata l'unità d'Italia.
Ecco la lettera da lui scritta il giorno dopo, di cui sotto diamo l'autografo:

« Calatafimi, 16 maggio 1860
Caro Bertani,
Ieri abbiamo combattuto e vinto. La pugna fu tra italiani - solita sciagura - ma
che mi provò quanto si possa fare con questa famiglia, nel giorno che la vedremo unita.
Il nemico cedette all'impeto delle baionette dei miei vecchi Cacciatori delle Alpi, - vestiti da borghesi, - ma combatté valorosamente e non cedette le sue posizioni che dopo accanita mischia corpo a corpo. I combattimenti da noi sostenuti in Lombardia furon certamente assai meno disputati che non lo fu il combattimento di ieri. I soldati napoletani, avendo esaurite le loro cartucce, scagliavan sassi contro di noi da disperati.
Domani seguiremo per Alcamo; lo spirito delle popolazioni si é fatto frenetico, ed io ne auguro molto bene per la causa del nostro paese. Vi daremo presto altre notizie. Vostro
G. GARIBALDI
PS. Questa serva per Medici, pure.

Lo stesso suo ordine del giorno ribocca di contentezza e di affettuoso orgoglio per quei prodi. Notabile cosa! essendo egli abitualmente così avaro di elogi e così prodigo nel segnalare i difetti dei suoi e i rimedi.
La notte quasi tutta trascorse nel curare i propri feriti e del nemico, dirigente il vecchio Ripari, vissuto sette anni nelle galere del papa, pare esser rimasto a Roma a medicare i superstiti della difesa. E lo coadiuvava la signora Crispi, unica donna favorita dalla fortuna, come quella che ha potuto appartenere alla spedizione dei Mille.

Garibaldi decise di dare una seconda battaglia all' alba del 16, ma i napoletani erano fuggiti per la porta opposta a quella ov'erano entrati a Calatafimi.
Gli eccidi commessi dai borbonici invelenirono sempre più l'odio dei siciliani e fortificarono la risoluzione di cacciarli in perpetuo; il che contribuiva ad animare i generosi volontari nella loro missione liberatrice.
Da Calatafimi ad Alcamo, da Alcamo a Partinico i garibaldini inseguirono, senza coglierli, i fuggiaschi. Per attraversare quest' ultima città i regi dovettero fare i conti con gli abitanti, i quali ne uccisero una quarantina. La sera del 17, i Mille percorrendo gli altopiani immensi di Renne, videro per la prima volta Palermo che si specchia nel mare, assisa nella sua Conca d'oro.

Come entrarvi, se custodita da 24,000 uomini, se irta di artiglierie e protetta dal castello e dalla squadra navale?
Ecco il gran quesito che occupava il Generale, mentre cavalcava silenzioso alla testa dei suoi valorosi ma scarso militi, a cui ben pochi picciotti si aggiunsero, nonostante i proclamo magniloquenti dei sognatori, e le fastose accoglienze del popolo.
E di fatto la soluzione di quel quesito involgeva l'essere o il non essere dell' unità nazionale.
Arrivato a Pioppo, villaggio distante 7 chilometri da Palermo, Garibaldi, com'era sua abitudine, salì solo sopra un'altura da dove, studiato il terreno e le posizioni del nemico, concepì il disegno che venne maturando lungo il cammino da Calatafimi.

Numerosa forza napoletana campeggiava davanti al villaggio di Parco, 7 miglia da Palermo al sud, sotto alla cui mura distendevasi la cavalleria e l'artiglieria. Anche Monreale era guarnita, ma Garibaldi ignorava di quanti soldati.
Ora il disegno suo era di far intendere al nemico che egli mirava a Monreale per attirarlo fuori dalla città, e poi fingendo una fuga sorprenderlo sulle sua tracce, e nel frattempo con la maggior quantità dei suoi, sguizzare a est, e piombare d'improvviso su Palermo.
Audace pensiero non attuabile che da un genio fornito di certa qualità specifiche, come quello di Garibaldi. E le qualità sono queste: saper trarre da ogni cosa, da ogni circostanza, da ogni individuo tutto il vantaggio di cui é capace; fare che il male serva al bene; che i difetti suppliscano alle virtù.

Informato a Calatafimi che Rosalino Pilo (il quale, dal giorno dello sbarco alle Grotte, vicino a Messina, combatteva e raccoglieva uomini, armi e denaro), accampato ai Colli, molestava i borbonici e adocchiava Palermo, gli scrisse ragguagliandolo della vittoria, e concludeva:
"Riunitevi a noi, oppure inquietate il nemico in questi dintorni se più vi conviene: qualunque arma é buona per un valoroso: fucile, falce, mannaia, un chiodo alla punta di un bastone. Fate accendere fuochi su tutte le alture che contornano il nemico. Tirate quante fucilate che si può di notte sulle sentinelle e sui posti avanzati. Intercettate le comunicazioni. Insomma, circondatelo in ogni luogo. Spero ci rivedremo presto".

E Rosalino obbediva a puntino, raddoppiando gli sforzi, tempestando sempre il Comitato di Palermo per denaro, di cui gl'italiani non sogliono essere prodighi , e ordinando a tutti gli insorti di Carini e di Capaci di avviarsi al campo di Garibaldi.
Al Passo di Renne Garibaldi ricevette la risposta di Pilo e spedì subito Calvino con l' ordine di riunire tutte le squadre sul monte che domina S. Martino, di distendere cordoni e di fingere un attacco su Castellani occupato dai regi, di eseguire ricognizioni e sempre di accendere grandi e numerosi fuochi per incoraggiare i palermitani.

La Masa intanto era corso a formare un campo a Gibilrossa. Garibaldi da Pioppo gli scrisse il 21 di dar noia al nemico; e questo egli fece, spaventando i borbonici e rallegrando i palermitani con lo spettacolo di ben 5000 picciotti in cammino sul monte di Gibilrossa con bandiere al vento, e assordando la foresta con tamburi e trombe.

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