TRENTUNESIMO CAPITOLO

CAPITOLO TRENTUNESIMO
La tragica e sofferta resa di Venezia
Prodezze e morte del Rosaroll. - Il nemico avanza bombardando la città. - Cosenz. - La batteria "Rosaroll" caduta in mano al nemico è presto ripresa. -- I palloni-bombe.
Sortita di Chioggia. - Ultimi e supremi sacrifici
L'onore è salvo. - Non vincitori gli austriaci, ma il colera e la fame. - I costi.

Il morbo infuria,
Il pan ci manca,
sul ponte sventola
Bandiera bianca.

A. FUSINATO.

Come abbiamo letto nel precedente capitolo, i membri della commissione, dopo la riunione eleggevano il presidente della stessa col maggiore Seismit-Doda segretario.
Intanto il 13 giugno alle 6 antimeridiane, smascherate tutte le sue nuove batterie, il nemico puntò tutti i cannoni contro la batteria della piazza, gettando bombe contro la batteria di S. Secondo, di Campaltone e di Botenigo, infierendo inoltre contro i piccoli legni armati. E bombe gettò d la città, che giunsero fino al quartiere di Canareggio, sorprendendo più che spaventando quel popolo, il quale forte nella tradizione di 14 secoli, che Venezia non poteva essere mai presa per forza di armi, diceva: "bombardino pure ma qui non entreranno" a cui le donne facevano eco: "No li volemo quei cani, no li volemo".

A tutta prima i difensori concentrarono tutto il fuoco contro la batteria nemica di San Giuliano, che distava dal gran piazzale 1200 metri. Il comandante era il tenente- colonnello Enrico Cosenz, che già quando comandava i bastioni di attacco a Marghera, fu due volte ferito, e ferito ancora il primo giorno in cui la batteria, ora chiamata di "S. Antonio", cominciò a fulminare il nemico.
In S. Secondo comandava il Sirtori, lombardo, già eroe di Mestre, di Conche e di Marghera, sempre intrepido e disinvolto in mezzo alle palle. Da quattro giorni consecutivi le artiglierie fulminavano.
Non è possibile qui riportare tutti gli atti di eroismo dei feriti, che rifiutarono abbandonare i loro pezzi, di fanciulli, come Angelo Chelli, che serviva ai mortai, o di Antonio Zaunetti di 12 anni, ucciso mentre trasportava munizione ai pezzi; sereno coraggio dimostrarono poi tutti i marinai addetti alle piroghe, che molestarono molto le opere del nemico. Fin dall'inizio però i veneti si erano impensieriti per la mancanza di granaglie e di polvere, e il popolo si lamentava contro la flottiglia veneta, che nulla sapeva fare per approvvigionare la città.

La nuova commissione militare raddoppiava i suoi sforzi, Cosenz invece di Ulloa fu creato comandante del primo circondario, e al posto suo al comando della batteria del grande piazzale, fu mandato il tenente-colonnello Cesare Rosaroll napoletano, mentre a S. Secondo, invece di Sirtori, Giuseppe Virgili, anche lui maggiore di artiglieria napoletano.

Il nemico vedendo di non venirne a capo, raddoppiava i cannoni di S. Giuliano mettendovene altri 14, più tre obici e otto mortai. E da quel momento, solo gli sforzi sovrumani valsero a riparare dalle offese nemiche la batteria di S. Antonio. I parapetti rovinati di giorno si rifacevano la notte. Ogni giorno vi erano nuovi atti di incredibile valore: terribile il 27 per la batteria del piazzale, comandata dall' intrepido Rosaroll. Tre dei sette cannoni erano smontati, un quarto reso inutile; molte barche colpite affondarono sul luogo dell' approdo e le molte granate cadute sul magazzino di polvere, lo fecero saltare in aria; onde la terra, le pietre, le travi scaraventate in aria, ricadendo sui difensori, molti ne ferirono e molti ne uccisero seppellendoli, senza che i cadaveri fossero più ritrovati.

Questo accadeva a dieci passi della batteria di S. Antonio. Il comandante Rosaroll, per mostrare ai nemici quanto poco potesse la paura dei suoi uomini, di persona corse ai cannoni e aprì un nuovo e vivissimo fuoco. - Fu l'ultimo giorno di quell'eroe, che giovinetto, esule con il padre, combattè per la libertà in Grecia, nuovamente in Napoli nel 33; poi, dopo 15 anni di esilio, iscrittosi in una compagnia di volontari napoletani, ed eletto capitano, fu ferito a Curtatone. Alla presa di Mestre comandava l'avanguardia della colonna del centro; a Marghera, la famosa lunetta N. XIII; e nel ricordato giorno, colpito da una gravissima febbre, ordinava il fuoco, disteso accanto al pezzo.
La vista di quell' incendio pareva gli avesse tolta ogni coscienza del suo male, e benché la batteria fosse già sconnessa, egli puntando un cannone, disse di poter per qualche tempo resistere: ma volendo vedere di persona le posizioni del nemico, salito sul parapetto, fu colpito al fianco e rovesciato esanime a terra. Rinvenuto, chiamò a sé l'intimo suo amico, il Cosenz, a cui disse soltanto: "ti raccomando la mia batteria; essa é la salute di Venezia".
Trasportato in città morente, nelle braccia del suo generale Pepe spirò ripetendo: "Vi raccomando la mia batteria."

E la batteria, nella notte stessa della sua morte, fu riparata dai suoi militi. A un'altra eretta nella piazzetta fu dato il suo nome "Rosaroll".
Avvolto nella bandiera del forte tutta forata da palle nemiche, da lui così stupendamente difesa, discese nel sepolcro in mezzo alle lagrime di Venezia. Gli subentrò nel comando il capitano d'artiglieria Kollosek.
Il giorno 5 luglio il generale Carlo Alberto Radaelli
(Questo generale scrisse poi la Storia dell'assedio di Venezia, pubblicata per l'inaugurazione del monumento a Manin, 22 marzo 1875) si recava alla batteria di S. Antonio per visitare il Kollosek, suo antico compagno d'arme; lo trovò nel mezzo del piazzale seduto su di un cannone smontato. Intorno ad esso il suolo era tutto scavato dalle bombe, le palle fischiavano sopra la sua testa e qualche proiettile, cadendo nella vicina laguna, lo spruzzava d'acqua.
Kollosek teneva le mani sui ginocchi, e fissando la terra, sembrava assorto in tristi pensieri. Il nuovo venuto gli si siede al fianco, gli stringe tacitamente la mano e lo saluta. Come colui che si sveglia da un sonno profondo, Kollosek alzò la testa e, visto il compagno, strettamente lo abbracciò, poi gli disse: "Penso che qui fra poco devo morire: mi spiace solo che lascio una famiglia povera e numerosa, ma mi consola che Dio e Venezia non l'abbandoneranno".
Quelle parole sembravano un vaticinio. Poco dopo si lasciarono commossi fino alle lacrime. Non era trascorsa nemmeno un'ora che una palla uccideva il migliore, il più valoroso, il più leale dei soldati.

Era Kollosek di origine boemo, soldato, sergente e quindi ufficiale nell'artiglieria marina; istruitto nella storia del suo paese, rammentava la sua origine slava e malediceva le persecuzioni austriache che tanto l'avevano dilaniata, e che tiranneggiavano anche la sua patria d'adozione, l'Italia. Ammogliatosi a Venezia, questa gli divenne madre. Nel 1848 spezzò le catene che lo tenevano avvinto, e si fece soldato della libertà. Egli era il contrapposto di Rosaroll: quanto questi temerario ed audace, altrettanto era egli freddo e misurato. D'un coraggio insuperabile, e di una forza d'animo a tutta prova, accolse come un onore di essere stato prescelto nel posto di maggior pericolo. Comandò la batteria di S. Antonio con risoluzione, con intrepidezza. Dormiva in mezzo ai suoi cannoni, mangiava il rancio con i suoi cannonieri, era per essi un padre, un amico, e lo piansero amaramente quando la morte lo rapì al loro amore. Venezia lo pianse come Rosaroll; però essa si ricordi che, quando giorni più felici risplenderanno, essa ha un debito da pagare alla memoria del capitano Kollosek.

La notte del 6 luglio, mentre i lavoratori stavano sgombrando la batteria del grande piazzale, e montando sul fusto due nuovi cannoni, ecco una esplosione fortissima dar luogo a uno sgomento immane.
Altri temevano che la polvere depositata sotto gli archi avesse preso fuoco, altri gridavano al tradimento. Cominciarono le barche dei posti avanzati a ritirarsi senza sparare un colpo; movimento che doveva annunciare l'avvicinarsi del nemico. Come sorti dal mare, ecco gli austriaci apparire sul parapetto, a destra e a sinistra, e lavoratori e militi fuggire, e per un istante il Cosenz rimanere solo con un coraggioso per nome Boa, che con un fendente uccise un ufficiale austriaco nel punto che questi stava per vibrargliene uno al capo. Questo valoroso, menando colpi disperati riesce a farsi un po' di largo ed aprirsi la via fino ai secondi ripari: qui con imprecazioni e preghiere riordina i suoi uomini, irrompe con questi nel grande piazzale e riesce a fugare il nemico, che si lascia dietro un buon numero di feriti e di morti.
Gli artiglieri ritornati ai loro pezzi ricominciarono a riprendere l'iniziativa, vigorosamente spalleggiati da S. Secondo. In tal modo, la prediletta batteria del Rosaroll non rimase in mano del nemico mezz'ora, gli venne ripresa prima ancora che avesse tempo di inchiodarne i cannoni e di bruciarne gli affusti.

Questo fatto bastò per creare al Cosenz quella fama di reputazione, di prodezza e di perizia militare, che non ha mai smentito durante la sua lunga e onorata carriera.
Quella batteria guidata dal Cosenz era la disperazione del generale austriaco, che dopo un mese di vani tentativi decise di pigliarla d'assalto con 50 audaci suoi uomini.
Non più di 50 dai vari reggimenti si offrirono all'alto cimento. Accostatisi quatti quatti in barche ai piedi della scarpa della batteria, riuscirono a montare sul parapetto, dove solo dodici dei difensori erano armati. Cosenz, che uccise il comandante del drappello, fu a sua volta da questo ferito in una guancia, e degli assalitori ben pochi ritornarono a Mestre; l'episodio non ebbe altro risultato che di raddoppiare la vigilanza degli assediati e di infondere loro un po' più di fiducia nelle proprie forze.

Il 12 luglio il popolo lietamente celebrava la festa della Madonna della Salute, quando si videro dal mare salire grossi palloni.
Erano, si diceva, carichi di bombe, che caddero innocue in acqua o sul Lido, ma alcune proprio sopra Mestre.
Nella Gazzetta d'Augusta questi palloni-bombe furono così descritti:
"Sono fatti di una stoffa impermeabile all'acqua e portano come zavorra un cerchio di legno nel quale sta una bomba del peso di 30 libbre. Questa bomba dopo un certo tempo vien fatta saltar fuori dal cerchio usando una sostanza impellente, quella stessa di cui si compongono i razzi, e poiché si accende la spoletta, cadono verticalmente a terra."

Allo stesso tempo sul Brenta ardevano le ostilità; e qui l'anima della difesa fu il Sirtori, le cui frequenti sortite procurarono i viveri indispensabili.
Il 1° agosto una sortita fu preparata a Chioggia, forte di 1200 fanti, 24 cavalli e quattro pezzi di artiglieria da campo; la colonna destra guidava il Sirtori, il colonnello Boldoni le altre due. Il Sirtori presto s'impossessò delle Conche, poi procedette fino a Santa Margherita, ove si mise a cercare vettovaglie. Le altre due colonne, giunte a Calcinara, attaccarono gli austriaci, che occupavano case e cascine donde li cacciarono, facendo un bottino di 200 moschetti, di sacchi, di vestario, e pigliando la bandiera del 2° battaglione del 15° reggimento.

Tutti gli abitanti delle campagne portarono grani, bestiame e vino, donandoli ai difensori di Venezia. La spedizione riuscì felicemente: molti prigionieri si sarebbero potuti fare, senza le sagge proibizioni di Sirtori, che disse avere Venezia bisogno di cibo per le tante sue bocche, e non di bocche nemiche per consumarlo.
Tanta perizia e coraggio e fortezza d'animo però non poterono che ritardare la resa ormai inevitabile. Dal 16 luglio al 29 il fuoco degli austriaci era quasi cessato; ma i veneti scoprirono col mezzo di pattuglie, che quella tregua non era che preludio a maggiori offese, e che, disperando il nemico di catturare le batterie con i mezzi sin allora usati, ne aveva adottati dei nuovi e più formidabili a S. Giuliano e a Campaltone, rifacendo il famoso ponte detto "passo della morte" già varie volte distrutto dalle artiglierie venete, sopra travi poderosi infissi nella laguna; con sacchi di terra poi formando altissimi parapetti a S Giuliano nell'intendimento palese di adoperare più grossi e più numerosi cannoni.

Necessario era per gli assediati aumentare il proprio fuoco, per impedire il progresso di questi preparativi nemici; ma le munizioni già scarseggiavano, e furono costretti a limitare i tiri a 300 al giorno. Ogni notte però si andava con le solite piroghe a molestare i lavori del nemico, mentre le pattuglie e gli avamposti tenevano ben nutrito un fuoco di moschetteria e tutti indefessamente si affaticavano nel rinforzare e aumentare le proprie opere di difesa.
Zattere leggere armate di obici e di cannoni, e grosse travi con dentro immensi chiodi, erano puntate davanti alle batterie Sant'Autonio e S. Secondo, allo scopo di chiudere il canale, e in tal modo la via al nemico in tutta quella linea tra il ponte e San Secondo. C'erano ventisette cannoni da 36, da 44 e da 18, più nove piccoli e cinque obici. E dovere lesinare i tiri, misurare a grammi la polvere amareggiava i difensori di quei pezzi, più dello scarso e cattivo cibo a cui tutti erano ormai ridotti.

La notte del 29 luglio era bellissima, una vera notte veneziana; ancora il nemico taceva e nella città tutto era silenzio. A un tratto il comandante delle piroghe e dei battelli che facevano le solite ronde avvertì Cosenz, che si trovava in quel momento alla batteria di San Antonio, della presenza poco luntano dal ponte di molte barche, piene di austriaci.
Nulla di nuovo sino alle 11 e mezza, quando una bomba fu lanciata in aria, poi moltissime altre, che scoppiando in alto cadevano in mezzo ai difensori con ben altro suono che quello, a cui da gran tempo erano abituati. La cosa fece nascere quella specie di molesta curiosità, che più tardi suscitarono i chassepots a Mentana. -
Nella città come sul ponte cadde questa insolita pioggia, con la quale il crudele oppressore calcolava di gettare nella costernazione gli inermi cittadini, e di obbligarli ad implorare la resa.

Vana speranza ! Il nuovo ritrovato della feroce astuzia austriaca non scoraggiò gli animi, non suscitò che un coro di imprecazioni, miste al grido di tutti i militi: ai pezzi, ai pezzi. In città il solo pensiero che occupava gli illesi, era quello di ricoverare le famiglie, costrette ad abbandonare le proprie case bombardate. Ed ecco i Castellani, abitanti di quartiere incolumi, andare a prendere i secolari nemici, i Nicoletti, il di cui quartiere di Canareggio fu squarciato dalle bombe, ed ospitarli con ogni premura ed affetto.
Ma presto gli edifici della parte non colpita della città non furono sufficiente asilo; però gli esuli dovettero per parecchie notti ripararsi in piazza di San Marco e sotto le Procuratie. - I proiettili che seminarono tanto strazio erano bombe, granate da 8, e palle da 24; quasi tutte arroventate e lanciate da pezzi posti alla massima elevazione. I mortai erano posti nei secondi archi rotti dietro altissimi e fortissimi parapetti e traverse, costruiti alla testata del ponte; facevano loro buona compagnia altri otto cannoni e due obici, mentre con i pezzi di San Giuliano da 24 e da 5 si facevano tiri a 2000 metri.

Le palle caddero fino a Santa Maria dell' Orto, e al campo San Giacomo dell'Orto, le bombe giunsero fin sul Canal Grande presso la via ferrata, fino a Ponte Rialto. Sia le une che le altre danneggiarono i navigli leggeri, i palazzi e moltissime famiglie che vi si erano ricoverate. Ora per ora il pane andava mancando; i molini erano quasi tutti distrutti, o ridotti male, quindi inservibili; la farina, che fin qui era stata un miscuglio di grano e di segala in quantità eguali, ora fu ridotta a due terzi di segala e tufo di grano e crusca.

II 5 luglio 1849 il console francese Levasseur scriveva al Toqueville ministro di Francia:

"Venezia, 5 luglio 1849
Il cannone non cessa di farsi intendere: 43,000 proiettili sono caduti in 28 giorni su Venezia. La miseria, la fame, le malattie non tarderanno probabilmente molto ad avere ragione dell' energia di queste vittime, che sperano sempre e si nutrono non so come.
"

La flotta, la flotta, che fa la flotta? gridava il popolo con la giusta e naturale impazienza, e quando gli fu risposto! che fra poco sarebbe giunto Garibaldi e che a lui se ne sarebbe dato il comando supremo, ci si cullava ancora nella speranza della vittoria. Ahimè! invece di Garibaldi, al popolo travagliato si presentava il colera, morbo che già fin dal luglio era comparso nel campo nemico. E' facile comprendere come il morbo mietesse da quattro a cinquecento vittime al giorno in una popolazione già alla fame e da tanti disagi ridotta ad abitare agglomerata in una sola quarta parte della città.
Di qui poi il morbo si propagò nei forti e nelle isole, specialmente in Chioggia e a Brondolo. - Sulla corvetta Lombardia in trenta ore 53 marinai ne furono infetti, e in cinque giorni di 116 uomini ne rimanevano vivi soltanto 61.

La vista quotidiana delle gondole, che assiduamente trasportavano i cadaveri per i canali al cimitero, impressionava fortemente l'animo del popolo, e il nemico con un infernale pensiero dirigeva tutti i tiri di Campaltone sul camposanto, seminando anche qui la morte fra i pietosi superstiti.

Il momento era giunto per decidere, se l'assemblea o Manin, a cui essa aveva conferito pieni poteri, dovesse condannare tutto il popolo di Venezia a morire di morbo o di fame, oppure capitolare. A quest'ultimo passo non desistettero mai di spingere il Manin i due consoli inglese e francese. E al secondo, che si era lamentato perché le palle esponevano al pericolo anche i suoi connazionali, e al commodoro francese, che temeva o il morbo o le palle per il suo equipaggio, Manin gli aveva risposto: "queste palle che a voi militari fanno tanta paura, servono di trastullo ai nostri ragazzi".

Né questo fu un vanto puerile, giacché parte della popolazione abile al servizio si era arruolata nella guardia nazionale, e parte di essa si recava volontariamente in squadre di 200 ogni notte ad aiutare i militi e a riparare i gravi danni inflitti alle batterie. Durante il giorno, le donne e i ragazzi portavano viveri e raccoglievano palle per portarle all'arsenale. Sembrava non si accorgessero più del bombardamento, ché tutti erano rassegnati a morire pur di non vedere Venezia ancora contaminata dalla presenza dello straniero.

Il comitato di vigilanza, impensierito sempre più della mancanza di proiettili, aveva offerto una lira per ogni proiettile non esploso raccolto e consegnato, e donne e bambini passarono i giorni nelle strade più bombardate, andarono in barche pescando palle nei canali a bassa marea, e specialmente nella laguna, vicino a S. Antonio. A proposito di questa famigliarità col pericolo il Radaelli narra il seguente aneddoto: "Sul ponte dei Fuseri una povera vecchia da molti anni chiedeva l'elemosina ai passanti; il bombardamento non la fece fuggire dal suo posto. Un giorno una palla cadde sul ponte a due passi da lei; ma non si impressionò anzi, sorridendo disse "varda, varda che Radetzky me fa la carità;" e alzatasi raccolse il proiettile caduto".

Né mancarono gli incendi causati dalle bombe; in una notte ce ne furono 80. E a questo popolo chi avrebbe avuto il coraggio di parlar di capitolazione? Il patriarca di Venezia, cardinale Monico, che aveva firmato una istanza da presentare all' assemblea per convincerla a porre fine alla resistenza, ebbe invaso il palazzo Quirini, sua abitazione, dal popolo furente, il quale, sbagliando appartamento, ruppe tutta la mobilia del conte Querini; salito poi alle stanze del patriarca, avrebbe in lui sfogato il proprio furore, se non ne l' avesse trattenuto il Tommaseo.
Ma i reggitori della repubblica sapevano bene che l'ultima ora si avvicinava. Il ministro delle finanze Pesaro Maurogonato avvertiva l' assemblea in segreta seduta, che gli ultimi 6 milioni del prestito erano esauriti, e che ce ne abbisognavano altri 6 decretati e garantiti dallo Stato. Poco dopo il nuovo prestito fu sottoscritto.

Gravissimo fu il rapporto di Ludovico Pasini, presidente della commissione annonaria, dichiarando che Venezia non aveva che pane di pessima qualità, bastante solo per pochi giorni (*).

(*) COMMISSIONE ANNONARIA.
Venezia, 18 luglio 1849.
"Allo scopo che la ripartizione e la vendita giornaliera della farina, del grano e del mais si faccia a con regolarità ed in giusta proporzione dei bisogni di ciascuna famiglia, e senza perdita di sorta, la Commissione annonaria centrale trova necessario ordinare quanto segue:
1° - A datare dal 23 luglio corrente la vendita al dettaglio non avrà luogo che con carte di assegnazione;
2° - le carte di assegnazione saranno valide per 15 giorni, ma la vendita non potrà somministrare che il bisogno di un solo giorno alla volta;
3° - su ciascuna carta saranno descritti il nome dell'individuo e della famiglia, la quantità di farina o di grano assegnato, ed il luogo dove dovrà essere comperato.
Domani, 19 corrente, i parroci delle diverse parrocchie, assistiti da due cittadini, designati dalla Commissione annonaria, stabiliranno dei registri, indicando i nomi e prenomi dei capi di famiglia, e la quantità necessaria di farina o grano per ciascun giorno. Essi metteranno la più grande cura a verificare l'esattezza dei ragguagli avuti. I registri saranno rimessi alla Commissione annonaria, che fisserà definitivamente le quantità da darsi alle famiglie, avuto riguardo alla loro posizione economica. Possano queste nuove misure, adottate per la giusta ripartizione dei viveri, aumentare non solamente i mezzi della nostra eroica resistenza, ma anche per alleggerire le sofferenze e le privazioni di questo eccellente popolo ed assicurare ancora la tranquillità pubblica.
Presidente, LUDOVICO PASINI.
Membri: CERUTTI. - CORRER. - FARLO. - LOCATELLL - MARZARI. - RADAELLI ELIODORO.
(Storia dello Assedio di Venezia negli anni 1846-49 del generale Carlo Alberto Radaelli).

Il rappresentante Crifoni dava l'ultimo tocco al tragico quadro col dimostrare l'impossibilità di aprire nuovi ospedali per i colerosi nei quartieri colpiti dal bombardamento; diceva essere allestiti mille letti nel quartiere di San Biagio e in molti altri siti, ma la diffusione del morbo era spaventevole, stante l'agglomerazione di tanti abitanti in così angusta zona della città e morti molti battellieri addetti al trasporto dei cadaveri; crescere il male per la mancanza di carne fresca e di medicine.
Manin aggiungeva, che avendo scongiurato il comandante la stazione francese, signor di Belveze, a voler adoperarsi per ottenere dei medicinali per gli ammalati, costui rispose con arrogante cinismo: "ciò sarebbe contrario al diritto delle genti, essendo naturale che l'assediante cerchi di fare più male che gli è possibile all'assediato".

Manin, pur non ignorando il vivo risentimento dei veneziani al suono della parola capitolazione, cercava, con articoli pubblicati nella Gazzetta di Venezia, di prepararli a un così duro passo.
Con quattrocento casi al giorno di colera, col pane adulterato al punto che un quinto solo era di farina, il popolo assiepato sulla piazza, chiedeva soltanto armi per irrompere contro il nemico: "noi vogliamo uscire in massa" gridava, e Manin, rispondendo alla guardia civica, vinto dalla commozione, diede in uno scoppio di pianto disperato, gridando: "con questo popolo... conviene cedere!".

Ancora una volta il presidio uscì di Venezia, sperando di sorprendere gli austriaci a Cava: ma non fu una sorpresa, cosicchè i veneti dovettero combattere alla baionetta i soldati nemici che fuggirono lasciando morti e feriti. A questa sortita prendeva parte il Calvi, destinato da lì a poco a morire fucilato.

A metà agosto si contavano 3000 cittadini già colpiti dal morbo in sette giorni, di cui 1500 erano già spirati, e nello stesso giorno si annunziò la disfatta dell'esercito ungherese, e la caduta del governo provvisorio d'Ungheria. Due giorni dopo, andarono al campo nemico i veneziani Autonini, Calucci e Priuli con incarico del municipio di capitolare.

Purtroppo non c'era altra via di salvezza che la resa; erano cadute ad una ad una tutte le illusioni e le speranze: la vittoria austriaca in Ungheria, nessun aiuto della Francia e dell'Inghilterra, la guerra del Regno Sardo finita con una disfatta, tutti gli altri stati di nuovo tornati ad essere austriaci o filo-austriaci per convenienza o per il terrore.
Inoltre c'era l'intero esercito austriaco del Radetzky, ormai disimpegnato in Lombardia, tutto integro, pronto a riversarsi interamente su Venezia. Anzi come aveva scritto Radetzky "pronto ad infliggervi il flagello della guerra fino allo sterminio".

"Non vi sono - disse il Manin - che due modi possibili: o resistere fino all'ultimo pane e fino all'ultimo granello di polvere, o provarsi per tempo a trattar con il nemico. Per il primo è indispensabile che quelli che sono al potere abbiano speranza di buon successo. Sia per la stanchezza, sia per qualunque altro motivo, io ho il doloroso coraggio di dirvi che non ho più alcuna speranza: ma qui sono altri che ne avranno e che potranno governare. Se prevale l'opinione contraria sottostiamo al fato e non diamo alla forza l'apparente sanzione del diritto, sebbene oggi l'Europa non conosca altro diritto internazionale ma solo il diritto del più forte.
Volendo trattare con il nemico, l'Assemblea si proroghi affidando il supremo potere al Municipio. Se ha più forza il primo partito, io propongo che il governo sia affidato a chi crede ancora possibile il buon successo, e metto davanti i nomi di AVESANI, SIRTORI e TOMMASEO, o di Sirtori solo".

Seguì una lunga discussione dopo la quale l'Assemblea deliberò di concentrare tutti i poteri al MANIN affinché provvedesse liberamente alla salvezza e all'onore di Venezia, riservando a lui solo la ratifica di ogni decisione politica.
La tragedia di Venezia s'avvicinava a grandi passi verso la catastrofe.
E allora Manin mise fuori il seguente decreto:

" Il Governo provvisorio di Venezia,
Considerato che una necessità imperiosa costringe ad atti, ai quali non possono prender parte né l'Assemblea dei rappresentanti, né un potere emanato da essa, dichiara:
1.° - Il Governo Provvisorio cessa dalle sue funzioni.
2.° - Le attribuzioni governatile passano nel Municipio della città di Venezia per tutto il territorio sin qui soggetto ad esso Governo.
3.° - L'ordine pubblico, la quiete e la sicurezza delle persone e delle proprietà sono raccomandati alla concordia della popolazione, al patriottismo della guardia civica , ed all'onore dei corpi militari..
Il Presidente MANIN."

Quella sera stessa il MANIN scrisse nella Gazzetta Ufficiale:
(lo riportiamo integralmente e fedelmente nella sua sintassi)
"Gli animi si rafforzano nei patimenti. Tutto ci sembra oramai possibile fuorché transigere con l'onore: l'onore deve esser salvo ad ogni costo e sarà, qualunque sia l'avvenire che ci serbano gli avvenimenti. Troppo grande retaggio di gloria legarono a questo popolo i suoi avi perché possa contemplare tranquillo lo straniero - dove un giorno di magnanima ira lo espulse- che si affaccia nuovamente alla soglia della sua casa, per ridurlo ancora una volta al duro servaggio da cui si era liberato. I presenti nostri patimenti hanno consacrato al cospetto delle nazioni la reputazione di intelligenza, di eroismo e di pietà del popolo veneziano. Bene è a dolere che ogni compassione operosa sia morta al mondo e che la virtù non trovi mercè. In altri tempi che ci si appellava barbari a fronte di tanto patire di un popolo generoso, si sarebbero trovate nei potenti delle anime così pie da poter almeno implorare una tregua a così enormi barbarie.

"Ma all'epoca attuale, appena si manifesta un senso di simpatia: freddo sentimento, infecondo, ed ultimo retaggio delle nazioni quando non resta loro altra patria fuori della banca di sconto né altro codice che I'abbaco.
Però, se la virtù è premio a sé medesima, il massimo dei premi si è da noi raggiunto con i presenti sacrifici; e migliore è la sorte a noi immersi nel lutto della patria pericolante che non ai gaudenti del mondo. Per loro è pace il servaggio dei popoli, il sacrificio delle nazioni più degne di libertà; danno a questo abominio il nome di dura necessità di governo. Per noi è conforto il pensare che pace è solo nella giustizia e che male si edifica sull'abisso; è conforto pensare che ai popoli è redenzione il martirio".

Prima di rassegnarsi a trattare con il nemico, MANIN lasciò passare ancora quattro giorni.
L' 11 agosto scrisse al DE BRUCK annunciandogli di avere avuto pieni poteri e dicendosi disposto a riprendere le trattative "sulle clausole positive di una convenzione che sia conciliabile con l'onore e la salvezza di Venezia".

Aspettando la risposta e poiché temeva che i più violenti tentassero d'imporre la loro volontà di continuare la resistenza; Manin il giorno 13 convocò la Guardia civica in piazza S. Marco per spiegare la propria condotta. Alle quattro legioni schierate parlò con la sua voce chiara e suadente, disse delle benemerenze che la milizia cittadina si era acquistate, del duro incarico che l'Assemblea gli aveva affidato e, poiché non era possibile sostenersi senza l'appoggio della Guardia, chiese a questa se aveva fede nella sua lealtà. "Sì, si; -viva Manin !" urlarono i militi e il popolo. E il dittatore continuò:

"Codesto amore infinito mi contrista e mi fa sentire più vivamente ancora, se gli è possibile, quanto questo popolo soffra. Voi non potete contare sul mio spirito, sulle mie forze fisiche, morali ed intellettuali; sono poche e scarse. Ma credete sempre al mio amore grande, intimo, immortale. E qualsiasi cosa avvenga, dite: Quest'uomo si è ingannato; non dite mai: quest'uomo ci ha ingannati".
La folla urlò appassionatamente: "No ! Mai !"
E Manin proseguì: "Non ho ingannato mai nessuno, non ho mai dato lusinghe che non avessi, non ho mai detto di sperare…. quando…. io non…. speravo ....".
Le ultime parole furono dette con pause e smozzicate, non potendo più continuare perché la commozione gli faceva nodo alla gola; quelle parole furono le ultime poi si ritirò dal balcone.

Il giorno 16 agosto, ricorrendo la festa di S. Rocco alla chiesa dei Frari, MANIN assistette alla messa invitando i cittadini a pregare per la patria. Quello stesso giorno giunse l'arrogante risposta del DE BRUCK. Il ministro diceva che:
"...dopo l'ostinata resistenza, non era più il caso di parlare di trattative, ma di resa assoluta, pur tuttavia, per dar prova della generosità del governo austriaco, il RADETZKY confermava le concessioni che aveva accordato con il proclama del 4 maggio".

La lettera del De Bruck diceva inoltre di rivolgersi per l'esecuzione dei patti al generale GORZKOWSKI, nuovo comandante del Corpo d'assedio, ed era accompagnata da un altro proclama del Radetzky, in data 14 agosto, dove il maresciallo, annunziando la conclusione della pace tra l'Austria e il Regno di Sardegna, scriveva… l'ultima "doccia fredda" per i Veneziani:
"…con questo avvenimento svaniscono le ultime speranze che alcuni fra voi riponevano in una nuova ripresa delle ostilità".

Daniele Manin per evitare la distruzione totale dell'amata città non esitò. Era necessario capitolare; le condizioni della città erano tali che ancora un giorno d'indugio sarebbe stato fatale a Venezia.
La risorta Repubblica era durata poco più di un anno, la dura resistenza all'assedio cinque mesi. Lo sconforto fu tanto, l'amarezza pure. Tutto era stato inutile. Scoccò l'ultima ora....
Un poeta mirando il ponte con la commissione in marcia per annunciare la resa, scrisse struggenti versi...

" l'ultimo canto, l'ultimo bacio, l'ultimo pianto!"
"Il morbo infuria, il pan ci manca,
"sul ponte sventola bandiera bianca".

Ecco l'intera struggente Poesia
in "L'ULTIMA ORA DI VENEZIA" di Arnaldo Fusinato


E' fosco l'aere,
é l'onda muta!...
ed io sul tacito
Veron seduto,
in solitaria
malinconia
ti guardo e lagrimo,
Venezia mia!

Sui rotti nugoli
dell'occidente
il raggio perdesi
del sol morente,
e mesto sibila
per l'aria bruna
l'ultimo gemito
della laguna.

Passa una gondola
della città:
- Ehi, della gondola,
qual novità?

- Il morbo infuria
il pan ci manca,
sul ponte sventola
bandiera banca!

No no, non splendere
su tanti guai,
sole d'Italia,
non splender mai!
E sulla veneta
spenta fortuna
sia eterno il gemito
della laguna.

Venezia! l'ultima
ore é venuta;
illustre martire
tu sei perduta...

Il morbo infuria,
il pan ti manca,
sul ponte sventola
bandiera bianca!

Ma non le ignivome
palle roventi,
né i mille fulmini
su te stridenti,
troncan ai liberi
tuoi dì lo stame...
Viva Venezia!
Muor di fame.

Sulle tue pagine
scolpisci, o Storia,
l'altrui nequizie
e la sua gloria,
e grida ai posteri:
tre volte infame
chi vuol Venezia
morta di fame!

Viva Venezia!
Feroce, altiera
difese intrepida
la sua bandiera:

ma il morbo infuria
il pan le manca...
sul ponte sventola
bandiera bianca!

Ed ora infrangasi
qui sulla pietra
finch' è ancor libera
questa mia cetra;
a Te, Venezia,
l'ultimo canto,
l'ultimo bacio,
l'ultimo pianto!

Ramingo ed esule
sul suol straniero,
vivrai, Venezia,
nel mio pensiero,
vivrai nel tempio
qui del mio core
come l'immagine
del primo amore.

Ma il verbo sibilia
ma l'onda è scura,
ma tutta in gemito
é la natura;
le corde stridono,
la voce manca....
sul ponte sventola
bandiera bianca!
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La poesia ci è stata fornita dal Sig. Ettore Beggiato
autore di "1866 LA GRANDE TRUFFA"
(che TROVEREMO in un altro capitolo di Cronologia - anno 1866)

 

Il giorno stesso alle 6 di sera fu recato l' ordine alle batterie di S. Antonio, S. Secondo e Rosaroll di cessar il fuoco. Atroce dolore per i presidii e per il comandante, giacché a forza di sovrumana volontà quelle tre batterie erano molto più adatte a combattere il 22 agosto che non lo fossero il 13 giugno, quando cominciò la guerra della laguna.
Solamente alla batteria di S. Antonio, ove di 6 comandanti due erano uccisi e due feriti, in meno di due mesi furono cambiati 30 cannoni e 60 affusti e slitte, raddoppiata l'altezza del parapetto, fabbricata una forte travata per ricoverare il presidio. E certo se il nemico, per entrare in Venezia, avesse dovuto espugnare quelle batterie, giammai gli sarebbe riuscito, ma tutti sapevano che l'ultimo pane era consumato, e ricevuto l'ordine, i comandanti di ciascuna batteria fecero un ultimo tiro, poi muti per dolore col presidio fremente si ritirarono nell'afflitta città.

Il 19 agosto, la commissione, formata dal CAVEDALIS, da DETAICO MEDIN e di NICCOLÒ PRIULI, si recò a Fusina, ma il generale GORZKOWSKI affermò che non aveva ancora ricevuto istruzioni e che lui non avrebbe fatto cessare i bombardamenti se prima non gli giungevano quelle della totale resa. E i cannoni nemici continuarono a lanciare bombe e granate sull'eroica città fino al 22 di agosto. Altri quattro giorni di scempi di palazzi e di inestimabili tesori d'arte. Con la popolazione vittima di fame, di colera, di bombe austriache.

Solo quel giorno il GORZKOWSKI fece sapere di avere ricevuto dal suo sovrano e da Radetzky la facoltà di trattare e invitò la commissione ad un incontro. La commissione, alla quale, si aggiunsero l'avvocato CALUCCI e il negoziante ANTONINI, si affrettò a recarsi alla villa Papadopoli, quartier generale austriaco, e qui la sera stessa firmò i patti della resa, che furono i seguenti:

1° - La sottomissione avrà luogo secondo i precisi termini del proclama di S. E. il signor Feld-Maresciallo conte Radetzky fatto in data 14 agosto corrente.
2° - La consegna intera di quanto è contemplato dallo stesso proclama seguirà entro giorni quattro, decorribili da quello di dopodomani, nei modi da concertarsi con una commissione militare composta dalle loro Eccellenze il signor generale di Cavalleria cavaliere di Gorzkowski e il signor generale di artiglieria, barone di Hess e del signor colonnello cavaliere Schlitter, aiutante generale di S. E. il Feld-maresciallo conte Radetzky, e il signor cavaliere Schiller, capo dello Stato Maggiore del secondo corpo d'esercito di riserva da una parte, e del signor ingegnere Cavedalis dall'altra, al quale si associerà un ufficiale superiore della marina.
Avendo poi i signori deputati veneti esposto la necessità di alcune delucidazioni relativamente alle disposizioni contemplate agli articoli 4 e 5 del precitato proclama, si dichiara che le persone che debbono lasciar Venezia sono principalmente tutti gli II. RR. ufficiali che hanno usato le armi contro il loro legittimo sovrano; in secondo luogo tutti i militari esteri di qualsiasi grado; ed in terzo luogo tutte le persone civili nominate nell'elenco che sarà consegnato ai deputati veneti.
Nella circostanza che attualmente circola esclusivamente in Venezia una massa di carta monetata, di cui non potrebbe essere spogliata la parte più povera della numerosa popolazione senza gravissimi inconvenienti per la sua sussistenza, e nella necessità inoltre di regolare questo oggetto prima dell'ingresso delle II. RR. truppe, resta disposto che la carta monetata che si trova in giro sotto la denominazione di carta comunale, viene ridotta alla metà del suo valore nominale ed avrà corso forzato soltanto in Venezia, Chioggia e negli altri luoghi compresi nell'Estuario per l'accennato diminuito valore, fino a tanto che d'accordo con il municipio veneto sarà ritirata e sostituita, il che dovrà aver luogo in breve spazio di tempo. L'ammortizzazione poi di tal nuova carta dovrà seguire "a tutto peso della città di Venezia" e dell'Estuario suddetto, mediante la già divisata sovrimposta annua di centesimi 25 per ogni lira d'estimo e con quegli altri mezzi sussidiari che gioveranno ad affrettare l'estinzione.
In riguardo di questo aggravio non saranno inflitte multe di guerra e si avrà riguardo per quelle che furono già inflitte ad alcuni abitanti di Venezia relativamente ai loro possessi in terraferma. In quanto poi alla carta denominata patriottica, verrà totalmente ritirata dalla circolazione, nonché gli altri titoli di debito pubblico, in progresso alle opportune determinazioni".

Il 24 agosto, il governo provvisorio consegnò i suoi poteri al Municipio, che ratificò i capitoli della resa.
Il 25 agosto, furono occupati dagli Austriaci i Forti di S. Secondo, di S. Giorgio, di S. Angelo e quello della Stazione ferroviaria
Il 27 agosto, furono consegnati l'arsenale e la flotta e partirono per l'esilio DANIELE MANIN, GUGLIELMO PEPE, NICCOLÒ TOMMASEO, e ai quaranta cittadini i cui nomi figuravano nella lista del Gorzkowski, si aggiunsero poi tutti quelli che per libera scelta non vollero sopportar la dominazione dell'odiato straniero;
Il 28 agosto, partirono i corpi friulani e del Brenta;
Il 29 agosto, furono occupate Chioggia e Burano;
Il 30 agosto, partirono per mare i Napoletani e fu consegnato il forte di S. Niccolò;
Il 31 agosto, fu consegnato agli austriaci il forte del Lido.

Il 27 agosto, gli Austriaci, avevano preso già possesso della città, silenziosa, quasi in lutto, e il 30 vi fece il suo ingresso il RADETZKY, il quale assistette ad una Messa solenne celebrata dal Patriarca per ringraziare Iddio di avere restituito Venezia (mezza distrutta) al legittimo sovrano (Sic. !! Dio è sempre chiamato in causa a benedire i vincitori !!).
Fra migliaia di morti di colera e migliaia di morti sotto le cannonate, con chiese e palazzi distrutti...

... forse sarebbe stato più opportuno celebrare per Venezia e per i Veneziani un De Profundis, o un Requiem e non un "ringraziamento".

Il giorno dopo fu dato il governo civile e militare al generale GORZKOWSKI che si affrettò a mettere la città sotto stato d'assedio. Ma c'era poco da assediare; la città era annichilita, e non perchè aveva perso una battaglia, ma perchè era stata umiliata, e ancor più grande l'umiliazione quando dovettero implorare ed elemosinare agli austriaci (soprattutto le donne) un pezzo di pane, per i propri figli, padri, madri e i loro mariti feriti (più che nelle membra nell'anima). E quei pochi soldi che qualcuno aveva ancora, diventarono quasi carta straccia. Insomma per vivere bisognava chiedere le elemosina agli austriaci.


Intanto il municipio di Venezia e i cittadini si occuparono esclusivamente della sorte di quei valorosi, che in virtù della capitolazione dovettero abbandonare Venezia, e i cittadini e il municipio vollero che essi fossero in qualche modo ricompensati, e dei 60 milioni che la difesa di Venezia era costata, l'ultimissimo milione fu cambiato in moneta metallica per essere a quelli distribuito. Terribile la sorte dei fuorusciti, specialmente dei napoletani (*)
(*) - Il battaglione napoletano era composto degli avanzi di tre battaglioni di volontari e dei pochi soldati di linea che non ritornarono a Napoli. Uno dei tre battaglioni fu quello condotto da Cesare Rosaroll che combattè a Curtatone, gli altri due vennero con le due divisioni capitanate dal generale Pepe. Quando il re di Napoli richiamò i soldati di linea, proibì ai volontari di tornare in patria. Gli austriaci li mandarono a Pescara, da dove, il re respingendoli, dovettero ritornare a Venezia; ricacciati di nuovo furono fatti sbarcare a Brindisi. Qui un capitano dello stato maggiore pose in catena con i galeotti i soldati di linea, e i volontari furono mandati a domicilio coatto nelle varie isole del regno. Solamente quelli che avevano mezzi propri poterono scegliere il proprio luogo di esilio, chi in Grecia, chi in Inghilterra, aspettando il giorno della riscossa.

Più terribile ancora la sorte degli abitanti di Venezia, costretti a vedere di nuovo sventolare l' aborrita bandiera giallo-nera, e a ripensare la città in balìa a tutte le vessazioni e alle vendette del brutale oppressore.
Ma nessuno, e ancor meno nessuna donna, piegò la testa davanti ad esso. Venezia che era costata all'Austria, 25 mila uomini, e che, nemmeno con così tanto numero seppe espugnarla, avendo non ad essa, ma alla fame e alla pestilenza dovuto cedere. Questo stato di cose durò ben 17 anni nel frattempo mandando tutta la sua gioventù a combattere le varie battaglie italiche. Tradita sempre e per sempre abbandonata non cessò di domandare ogni mattina, alludendo agli austriaci: " I va? I va? ".
Tanto che i nemici stessi, umiliati e frementi di vivere in
mezzo a tale quotidiano disprezzo, forse in quel giorno di ottobre del 1866, mentre s'imbarcavano per andarsene senza ritorno, udirono, se non con compiacenza, senza ira l'esclamazione del popolo veneziano: " I xe andai! "

Così Venezia, come cantò il poeta, "feroce, altera, Difese intrepida la sua bandiera" dalle "ignomine palle roventi" ebbe troncata la libertà, dal morbo e dalla fame, e ritornò, dopo più di un anno di libero governo, sotto la schiavitù austriaca. Ma con la sua eroica difesa dimostrò quanto fosse degna di esser libera a quelle nazioni cosiddette civili, le quali impassibili avevano assistito cinicamente al suo sublime martirio.

Per tutti questi eroici l'invettiva era una sola ! "Maledetti per l'eternità!!!!".
ma la maledizione per gli austriaci arrivò molto prima: dopo una nuova guerra nel '59, dopo quella del '66, l'invettiva colpì nel segno nel 1914-1918.


(°) I libri consultati per la difesa di Venezia sono: "L'undici agosto" di Francesco Dall'Ongaro; - i giornali dell'epoca; - nei "Documenti della Guerra Santa d'Italia", pubblicati a Capolago nel 1850, il fasc. 8 "Daniele Manin", e il fasc. 10 "Artiglieria Bandiera-Moro", ecc.; - la più volte citata Storia del gen. Radaelli; - "Della difesa di Venezia negli anni 1848-49. Narrazione di Francesco Carrano."
Soprattutto mi sono affidata a quest'ultimo autore, diligente nel raccogliere i fatti, imparziale nel giudicare gli autori in questa narrazione, come nello stupendo libro "I Cacciatori delle Alpi".
L'estensore di queste pagine ha inoltre attinto per alcuni comunicati a "Storia del Risorgimento Italiano" di Cesare Spellanzon. Rizzoli Ed. 1933


Crediamo interessante aggiungere qui il

QUADRO DELLE SPESE
SOSTENUTE DA VENEZIA NEL CORSO DEL 1848-1849

TRENTADUESIMO CAPITOLO > >

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